NOTE:
[1]. Cfr. nel Dizionario petropolitano le voci: açan, açani, açva.
[2]. Veggasi, tra gli altri scritti sull'argomento, l'erudito lavoro pubblicato dal prof. Weber nella sua preziosa raccolta degli Indische Studien, sotto il titolo: Zur Kenntniss des vedischen Opferrituals.
[3]. Cfr. intorno al valore del cielo medio la discussione sul nome d'Indra, nella decima lettura di questo volume.
[4]. Uno de' suoi nomi è pure go (= gam, propriamente l'andante, la larga, la vasta), a proposito del quale gioverà allo studioso conoscere il seguente riscontro del Muir, Sanskrit Texts, V, pag. 33-34: «The word Prithivî, which in most parts of the Rig-Veda is used for Earth, has no connection with any Greek word of the same meaning. It seems however originally to have been merely an epithet, meaning broad; and may have supplanted the older word gau which (with gmâ and g'mâ) stands at the head of the earliest Indian vocabulary, the Nighantu, as one of the synonyms of Prithivî (earth) and which closely resembles the Greek Γαῐα or Γἤ. In this way, Gaur Mâtar may possibly have once corresponded to the Γἤ μήτηρ or Δημήτηρ of the Greeks.» Ma qui si deve ancora aggiungere come la vedica go è molto più spesso rappresentata in cielo che in terra.
[5]. Cfr. The hymns of the Gaupâyanâs and the legend of King Asamâti by prof. Max Müller. Il Müller tuttavia traduce egli pure: «Thy soul which went far away to heaven and to the earth, we turn it back, here to dwell and to live.»
[6]. Il prof. Max Müller: «to the onward rays.»
[7]. Cfr. il primo volume, 1º e 2º cap. della mia Mitologia zoologica (London, Trübner, 1872, ediz. originale; Leipzig, Grünow, 1873, traduzione tedesca del signor Hartmann; Paris, Durand Pedone Lauriel, 1874, traduzione francese del signor Regnaud, con introduzione di Fr. Baudry).
[8]. Mi discosto qui evidentemente da' dotti interpreti miei predecessori: Çravasyu non può qui valer altro che desideroso di scorrere, ossia scorrevole, o scorrente, corrente, fiume; come i fiumi si precipitano al mare è una similitudine facile ed ovvia, mentre il tradurre con Sâyana, Wilson, Muir, Benfey «desirous of wealth, wealth seekers» parmi imbrogliare e forzare alquanto il senso.
[9]. Mi discosto qui ancora da tutte le interpretazioni precedenti, sebbene nessun Dizionario ci offra la voce dhâ come appellativo di vacca, ma il senso di succhiare che hanno le radici vediche dhâ, dhe (onde le parole dhena acqua da bere, e dhenu vacca da mungere), l'analogia della similitudine che si trova nel passo citato dall'inno 92º, e lo sforzo che bisogna fare per ammettere che in quella strofa sia nominato un sapiente di nome Nodhas, mi obbligano a sottoporre, con animo riverente, la mia interpretazione alla critica de' dotti Vedisti.
[10]. Anche il vedico svasarasya putrî, dell'inno 61º del libro III, sembra un errore di amanuense, da correggersi in sûryasya putrî; come l'inno 75º del libro VII chiama l'aurora sûryasya yoshâ o donna del sole.
[11]. Sûryasahasranâma.
[12]. Cfr. Muir, Sanscrit Texts, vol. V, sect. V.
[13]. Per tutti gli altri appellativi di Pûshan, confrontisi la citata opera del Muir, che, nel capitolo relativo a Pûshan, ha raccolto e tradotto tutti i brani notevoli del Rigveda che si riferiscono a quella divinità solare.
[14]. Cfr. IX, 96, 2, dove se non si tratta dei cavalli di Pûshan in particolare, si parla tuttavia de' cavalli solari.
[15]. È da riscontrarsi con questo carattere di Pûshan il nome di brâhmanânâm râg'â, ossia Re de' preganti dato al Dio Soma. — Così Soma guida il viandante nelle strade, come Pûshan. Il sole moribondo e la luna nascente confondono i loro ufficii.
[16]. Ho tentato d'illustrare di proposito l'uso dell'Albero di Natale, con riscontri relativi, in un articolo che s'è pubblicato nella Rivista Europea del gennaio 1871, pag. 292-300, al quale ardisco rimandare lo studioso, finchè io non possa porgli sott'occhi completo il mio Dizionario comparato di Mitologia botanica, sopra il quale intentamente lavoro.
[17]. Mi discosto alquanto nell'interpretazione di questo passo vedico, da quella che ne diede il dotto Muir: «a living being, should spring out of dry wood.» Il senso di tutta la strofa parmi questo: «tutti gli Dei si rallegrano dell'opera tua, poichè, o Dio, sei nato vivente dal legno secco.»
[18]. Il prof. G. B. Giuliani mi fa noto che sopra la Montagna pistoiese suolsi dire che il fuoco nasce dalla punta degli alberi.
[19]. Richiamo qui ancora il detto pistoiese, poco innanzi citato, intorno all'origine del fuoco.
[20]. Tali raffronti parranno per ora, talvolta, arditi, poichè non ci siamo ancora avvezzati a studiare criticamente la mitologia biblica, come andiamo studiando l'ariana. Ma verrà tempo, io spero, in cui ci persuaderemo com'anche la Bibbia possa offrire materiali preziosi agli studii di mitologia comparata. Intanto ci rallegriamo nel vedere come i bei lavori del Lenormant sopra l'intermedia mitologia assira e caldea incomincino a diminuire considerevolmente le distanze che separano il mondo mitico ariano dal mondo mitico de' Semiti.
[21]. Cfr. l'importante studio di F. Lenormant sopra la leggenda babilonese del Diluvio nel II volume della sua opera: Les premières civilisations (Paris, Maisonneuve, 1874).
[22]. Citato dal Muir.
[23]. Si potrebbe qui domandare se nella concordia delle cosmogonie nel far nascere il mondo dalle acque, oltre alle ragioni mitiche non vi sia pure stata negli antichi una reminiscenza ereditaria del carattere primitivo della creazione, secondo che le scienze naturali lo vengono oggi dimostrando, presentandoci la fauna marina come la prima delle creature animali che apparvero alla vita. Cfr. la bell'opera del Haeckel, con la prefazione di Charles Martins, nella traduzione francese, fattane dal dottor Letourneau: Histoire de la création des êtres organisés d'après les lois naturelles (Paris, Reinwald, 1874). Quanto alla leggenda del Diluvio, essa è per me semplicemente una variante cosmogonica dell'uovo uscito dalle acque; invece dell'uovo di Brahman, ci si presenta Brahman in forma di pesce, che salva, ossia trae fuori dalle acque. Cfr. la Lettura decima.
[24]. Indische Studien, XIII, 138, 139, ed il capitolo relativo alla formica, nella mia Mitologia zoologica, edizioni tedesca e francese.
[25]. Tradurrei per lampo il ketus (del 3º inno del Rigveda), pel quale Sarasvatî svolge il gran torrente e illumina tutti. Essa è pure chiamata pâvîravî kanyâ, ossia figlia del fulmine.
[26]. Anch'essa, Vac' (la parola sacra), fu poi come Sarasvatî considerata quale generatrice. È sorprendente l'analogia di questa concezione vedica brâhmanica con la biblico-evangelica: la Bibbia ci dà le acque generatrici dello spirito divino; il Vangelo ci presenta come variante: In principio erat Verbum. La Vac' indiana e il Verbum o Logos hanno la stessa funzione e lo stesso carattere di produzione immediatamente secondaria a quella che si fa per mezzo delle acque.
[27]. Indische Studien, XIII, 135, 136.
[28]. Veggasi nella mia Mitologia zoologica il capitolo consacrato all'asino gardabha; la parola gardabha vale asino e profumo, per l'equivoco avvenuto tra le parole gandha e gardabha.
[29]. Cfr. Weber, Indische Studien, XIII, 133-138.
[30]. Cfr. Muir, Sanskrit Texts, V, 430.
[31]. Presso il primo libro del Mahâbhârata troviamo una gandharvî figlia di Surabhi, ossia il profumo e madre de' cavalli. L'arva è il cavallo come l'andante. Questa nozione leggendaria si fonda certamente sopra la etimologia della parola, e conferma intanto l'etimologia da noi proposta, onde gandharva varrebbe andante ne' profumi, come l'apsarâ sua sposa vale l'andante nelle acque.
[32]. Anno 1858.
[33]. Cigni che diventano fanciulle, e fanciulle che diventano cigni troviamo spesso nelle novelline popolari: cfr. la mia Mitologia zoologica.
[34]. Sanskrit Text, V, 403-406.
[35]. Così, alla radice var, «coprire, impedire,» corrisponde con lo stesso duplice valore una radice sanscrita dvar: cfr. il latino in-duere.
[36]. Cfr. Weber, Indische Studien, V.
[37]. Cfr. Martigny, Dictionnaire des antiquités chrétiennes, sotto l'articolo Joseph: «Il est d'un âge mûr, tantôt chauve, tantôt la tête couverte d'une épaisse chevelure; il est ordinairement vêtu de la tunique et de pallium; mais s'il est figuré avec quelqu'un des attributs de sa profession, qui, selon l'opinion commune, était celle de charpentier, par exemple, avec la scie, comme dans un diptyque de la Cathédrale de Milan, ou avec la hache, comme sur le sarcophage de Saint Celse de la même ville, alors il porte le costume des travailleurs, cheveux courts, tunique à une seule manche.»
[38]. Così il creduto sciocco nelle novelline popolari, non veduto dal padre e dalla madre, discende nella cantina per berne il vino, e fa scorrere invece il vino per tutta la cantina, onde, tornando la madre a casa, si sdegna.
[39]. Ho già riscontrato, nella mia Mitologia zoologica, la leggenda indiana di Trita chiuso nel pozzo da' suoi due fratelli Ekata e Dvita, con le novelline numerose, ove il giovine fratello che ha compiuto un atto eroico, discendendo nel pozzo, ov'è il drago, viene chiuso nel pozzo dai fratelli invidiosi.
[40]. Cfr. quello che s'è osservato nella seconda Lettura, pag. 40, intorno al Dio Parganya.
[41]. Cfr. la citata preziosa opera del Muir, ove il paragrafo riferente i passi vedici risguardanti Indra si può quasi considerare completo, ed è, in ogni modo, ricchissimo.
[42]. Sulla leggenda di Prometeo (dal vedico Pramantha illustrato dal Kuhn e dal Baudry, al dramma di Eschilo, al poema di Lucrezio, al poema drammatico di Shelley) il professor Trezza faceva nella sera del 19 marzo 1874 una splendida ed eloquente conferenza nel Circolo Filologico di Firenze. Colgo pure l'occasione per raccomandare la lettura di due bei capitoli intitolati La critica della Natura ed I miti, nell'opera recentissima dello stesso critico, intitolata La Critica moderna, ove si riassumono, in una forma, spesso, luminosa e scultoria, i principali veri scoperti dai moderni mitologi.
[43]. Nel mio Saggio intitolato: La vita ed i miracoli del Dio Indra nel Rigveda. Firenze, 1866.
[44]. Così indrya «il senso intimo» spiegherei ancora per antarya (od antariya), che vale, per l'appunto, intimo, interno. Una leggenda cosmogonica del Çatapatha Brâhmana sembra conservare alcuna reminiscenza della etimologia che io propongo per la parola Indra (da Andra, Antara), quando ci dice: l'alito nel mezzo è Indra; egli per la sua forza indrijaca (o mediana) produce nel mezzo gli spiriti (le anime interiori, gli spiriti mediani, i sensi): Sayo 'yan madhye pranah esha evêndrah tân esha prânân madhyatah indriyena indha.
[45]. Cfr. la prima Lettura, pag. 31.
[46]. Cfr. il mio libretto: La vita ed i miracoli del Dio Indra nel Rigveda. Firenze, 1866.
[47]. Pubblicato nello scorso anno dal dotto bibliotecario Ceriani, coi relativi antichi disegni.
[48]. Scompongo: non upa mâ matir, ma upa mâ (a)matir. Indu che scorre verso Indra, abbiamo nel noto inno degli amori di Indra ed Apatâ; così più sotto leggo: hridâ (a)matim e non hridâ matim.
[49]. Fin dall'anno 1867, ne' miei studii Sulle Fonti vediche dell'Epopea e Sull'Epopea indiana ho tentato dimostrare, con gli esempi indiani, come le origini dell'epopea siano da ricercarsi nel cielo mitico.
[50]. Cfr. il bel Saggio di Michele Bréal: Sul mito di Ercole e Caco.
[51]. Cfr. il secondo capitolo del primo libro della mia Zoological Mythology.
[52]. Interpreto qui evidentemente il fine del disputato passo di Yâska, in modo diverso da quello seguìto dagli altri dotti interpreti miei predecessori. Il passo di Yâska suona così: Tayoh kâlah ûrdhvarâtrât prakâçibhâvasya anavisht'ambham anu; tamobhâgo hi madhyamo g'yotirbhâgah âdityah; tayoh kâlah sûryodayaparyantah. — Il Muir interpreta: «Their time is subsequent to midnight, whilst the manifestation of light is delayed (and ends with the rising of the sun). The dark portion (of this time) denotes the intermediate (god Indra?), the light portion Aditya (the Sun).» — E il prof. Goldstucker: «Their time is after the (latter) half of the night when the (space's) becoming light is resisted (by darkness); for the middlemost Açvin (between darkness and light) shares in darkness, whilst (the other) who is of a solar nature (âditya) shares in light.»
[53]. Ricuso evidentemente la sforzata interpretazione di Sâyana citata dal Dizionario Petropolitano.
[54]. Qui ancora mi allontano dall'interpretazione del Dizionario Petropolitano, per attenermi strettamente all'etimologia e all'analogia che vi dev'essere fra il moncherino e la mano d'oro; mentre non parmi naturale e logico che gli Açvin avessero a dare un figlio dalle mani d'oro ad una moglie, il cui marito è un eunuco impotente.
[55]. Cfr. Muir, Sanskrit Texts, IV e V vol.
[56]. Deposto nel ricchissimo suo lavoro, intitolato: Les premières civilisations, études d'histoire et d'archéologie, par François Lenormant, II vol. Paris, Maisonneuve, 1874. — Cfr. ancora dello stesso Autore La Magie chez les Chaldéens et les origines accadiennes: Paris, Maisonneuve, 1874, ove, ragionandosi ampiamente del Dio Ea accadico e del Dio Nuah caldeo-babilonese, si descrive l'acqua come fonte di tutta la generazione.
[57]. Cfr. la mia Zoological Mythology.
[58]. Nel secondo libro della Vita di Mosè.
[59]. «Delphinis tam acutus est visus, ut piscem etiam in caverna abditum cernant: Oppian. tanta celeritas ut plenam velo ventisque secundis iniectam navim, velocitate ab iis victam, Bellonii dederit observatio. Causam quidam in pinnas conjiciunt in pondus corporum nonnulli. Membrana inter cornua extensa velorum loco uti, Clariss. Baudartius existimat.» Joh. Johnstoni, Thaumatographia naturalis. Amstelodami, 1660, pag. 442.
[60]. Cfr. intorno al mito del cervo la mia Zoological mythology. London, Trübner, 1872.
[61]. Tugra è il nome di un demonio vedico combattuto da Indra; il padre Tugra precipita il figlio Bhug'yu nelle acque, e gli Açvin lo salvano. Nelle novelline russe il mostro-serpente piglia talora il nome di Tugarin. Non mi sembra improbabile che i due nomi, come le due figure mitiche, si corrispondano. — Nel trattato De Magia di Francesco Torreblanca da Cordova, Lione, 1678, pag. 341, leggo: «Legimus piscis hepar super prunas assum fugasse Asmodaeum, qui septem viros, Sarrae necarat, Tob. c. 6: Cordis eius particulam si super carbones imponas, fumus eius extricat omne genus daemoniorum.» Cristo, come piscis assus, fa lo stesso miracolo, ossia fuga il demonio, ossia fa il miracolo che il sole rinnova ogni mattina ed ogni primavera.
[62]. Zoological Mythology. London, Trübner, 1872.
[63]. Dubito che il latino Fidius, figlio di Giove, sia pure da richiamarsi qui etimologicamente. Varrone, presso Nonio, ci dice: «Domi ritus nostri, qui per Deum Fidium iurare vult prodire solet in compluvium.» Bhug'yu appare una forma equivalente di bhag'ya; Bhaga è il sole.
Cfr. il capitolo sopra i pesci nella mia Zoological Mythology.
[64]. Il Goethe espresse la credenza ionica e socratica in una bella strofa che l'Aufrecht ed il Muir hanno raccolta dalla sua Farbenlehre:
«Wär' nicht das Auge sonnenhaft,
Wie könnten wir das Licht erblicken?
Lebt'nicht in uns des Gottes eigne Kraft
Wie könnt' uns Göttliches entzücken?»
[65]. Così nell'inno 68º del IX libro del Rigveda è detto che i Pitaras hanno adornato il cielo di stelle (nakshatrebhih pitaro dyâm apin'çan).
[66]. Perciò dicevasi già sul fine del periodo vedico che ogni uomo nasce in quel mondo ch'egli stesso s'è fatto: cfr. Muir, op. cit., pag. 317, in nota.
[67]. Per le credenze popolari germaniche sopra le ossa, veggasi nel primo volume dell'opera di Rochholtz: Deutscher Glaube und Brauch im Spiegel der heidnischen Vorzeit (Berlin, 1867), l'intero libro consacrato al Knochencultus (pag. 217-297).
[68]. Secondo il Nirukta seguìto dal Benfey e dal Muir, bakura sarebbe il fulmine; il Dizionario Petropolitano riconoscerebbe piuttosto nel bakura uno strumento da fiato guerresco.
[69]. Secondo una variante leggendaria dello stesso Veda, Indra, in forma di sciacallo, ottiene dagli Asuri tanta terra quanta ne può misurare con tre passi. Indra, anticipando il miracolo del nano gigante Vishnu, con soli tre piedi misura tutta la terra.
[70]. Cfr. Muir, Original Sanskrit Texts, vol. IV. London, 1873, pag. 59 e seg.
[71]. Il Muir e il Dizionario Petropolitano spiegano ûshas per saline earth, salzige erde, interpretazione, che in questo passo mi parrebbe meno conveniente; l'aurora ricca e datrice di ricchezza è una nozione vedica famigliare, mentre la terra salina indica piuttosto un luogo sterile; quando non voglia intendersi nella terra salina un luogo che brilla, un monte che s'accresce, ma che poi non riesce in alcuna maniera fecondo.
[72]. «Per un punto Martin perdette l'Asino.» Veggasi sul carattere demoniaco dell'Asino mitico il capitolo relativo nella mia Mitologia zoologica.
[73]. Cfr. in proposito la Storia dell'antica letteratura indiana del prof. Max Müller, ove, per la prima volta, s'io non erro, fu osservato lo strano equivoco.
[74]. Pel cielo Dyu creatore o Prag'âpati potremmo ripetere la stessa osservazione che abbiamo già fatta pel sole Prag'âpati; nell'antico periodo vedico il Prag'âpati era l'attributo di un essere intieramente fisico; col tempo, la persona fisica primitiva scomparve, l'antico attributo divenne un'astrazione, un Dio universale, al quale poi s'immagina pure una nuova persona mostruosa corrispondente. E in tal modo sono nati tutti i Padri Eterni.
[75]. Anche Prag'âpati è detto nell'XI libro dell'Atharvaveda essere stato generato dal Brahmac'ârin o penitente dedito alla preghiera. L'intiero inno si trova tradotto nel V volume dei Sanskrit Texts del Muir.
[76]. Cfr. Weber, Indische Studien, IX, 477, e Muir, Sanskrit Texts, V, 392.
[77]. Ag'am: in un altro passo del Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati crea dalla sua bocca non Ag'a, «la capra,» ma Agni, «il fuoco.»
[78]. Cfr. la leggenda riferita nel capitolo precedente intorno alla verità e alla menzogna degli Dei e de' Demonii.
[79]. Guhya è chiamato Prag'âpati, in un inno dell'Atharvaveda, ove sembra celebrarsi pel suo merito d'avere conosciuto, ossia trovato (veda) l'uovo cosmico che errava nelle acque, e dal quale, secondo un'altra abbastanza frequente nozione, egli stesso sarebbe uscito.
[80]. Tutte le altre questioni sono secondarie: per esempio, quella di sapere se Prag'âpati abbia creato l'uovo, o viceversa; ossia chi sia venuto prima, l'uovo o la gallina. Chi desideri trovarsi pienamente istrutto su questo argomento, ricorra al quarto volume dei Sanskrit Texts del Muir, che fornisce tutta la serie delle relative leggende cosmogoniche vedico-brâhmaniche.
[81]. Nelle edizioni francese e tedesca di quest'opera, per un lieve e facilissimo equivoco d'interpretazione della voce ambigua inglese turtle (che significa tortora e testuggine), presso l'Introduzione, i due egregi traduttori s'accordarono a tradurre per tortora, mentre invece vi si tratta della tortoise o testuggine. Colgo quest'occasione per rettificare questo curioso e naturalissimo sbaglio occorso in traduzioni che si raccomandano, del resto, entrambe per fedeltà ed eleganza.
[82]. Debbo tuttavia soggiungere come contro uno de' miei argomenti parziali, per identificare le parole Kaçyapa e Kac'ch'apa, mi oppose ragioni di grave peso il professor Ascoli nella Revue de Linguistique dell'Hovelacque (ottobre 1873); esse non infirmano la interpretazione generale, ma di certo, in parte, la danneggiano; tutti sanno oramai come gli argomenti linguistici del professor Ascoli, per la sicurezza del suo genio analitico, siano pressapoco invincibili.
[83]. Qui si riconferma con un altro testo evidente la mia identificazione della testuggine fallica che sostiene il mondo col fallico bastone, e si giustificherebbe per analogia l'ipotesi da me avanzata di una relazione intima supposta in antico fra le parole Kaçyapa e Kac'chapa.
[84]. Sanskrit Texts, V, 388.
[85]. Prag'âpati e Brahman e Brahmanaspati e Br'ihaspati s'identificano; la Prithivî celeste dicemmo essere, per lo più, ora il cielo, ora l'aurora; dicemmo che la figlia di Prag'âpati fu spiegata dai commentatori indiani ora come cielo, ora come aurora. Il Br'ihaspati o sposo della larga equivale perfettamente al Prag'âpati che s'unisce con la figlia e versa il seme, ossia pioggia o rugiada, sulla terra.
[86]. Il dottor Muir ha raccolte le nozioni del Rigveda intorno agli attributi di Br'ihaspati e di Brahmanaspati, in un paragrafo del quinto volume dei Sanscrit Texts; credo opportuno il riprodurre l'intiero paragrafo, a persuadere lo studioso intorno alla loro duplice identità col Brahman creatore supremo e supremo penitente, e, in ispecie, con l'Indra tonante signore del cielo: «Brahmanaspati, or Br'ihaspati, appears to be described in VII, 97, 8, as the offspring of the two worlds, who magnified him by their power: whilst in II, 23, 17, he is said to have been generated by Tvashtr'i. He is called a priest X, 141, 3; is associated with the Rikvans or singers (VII, 10, 4; X, 14, 3; compare X, 36, 5; X, 64, 4); is denominated an Angirasa (IV, 40, 1; VI, 73, 1; X, 47, 6); is the generator, the utterer, the lord, the inspirer of prayer (I, 40, 5; II, 23, 1, 2; X, 98, 7), who by prayer accomplishes his designs (II, 24, 3), and mounting the shining and awful chariot of the ceremonial, proceeds to conquer the enemies of prayer and of the gods (II, 23, 3-8). He is the guide, patron and protector of the pious, who are saved by him with wealth and prosperity (Ib., 9). He is styled the father of the gods (II, 26, 3); is said to have blown forth the births of the gods like a blacksmith; to be possessed of all divine attributes, viçvadevya or viçvadeva (III, 62, 4; IV, 50, 6); bright, çuc'i (III, 62, 5; VII, 97, 7); pure, çundhyu (VII, 97, 7); omniforn, viçvarûpa (III, 62, 6); possessed of all desirable things, viçvavâra (VII, 10, 4; VII, 97, 4); to have a hundred wings, çatapatra (VII, 97, 7); to carry a golden spear, hiranyavaçi (ib.; compare II, 24, 8, where a bow and arrows are assigned to him); to be a devourer of enemies; vr'îtrakhâda (X, 65, 10; compare VI, 73, 3); a leader of armies along with Indra etc. (X, 103, 8) and armed with an iron axe, which Tvashtr'i sharpens (X, 53, 9); clearvoiced (VII, 97, 5); a prolonger of life (X, 100, 5); a remover of disease (I, 18, 2); opulent; an increaser of the means of subsistence (I, 18, 2). Plants are said to spring from him (X, 97, 15). He is said to have heard the cries of Trita who had been thrown into a well and was calling on the gods, and to have rescued him from his perilous position (I, 105, 7). He is further described as holding asunder the ends of the earth.»
[87]. Sanskrit Texts, III, 230.
[88]. Sanskrit Texts, IV, 56.
[89]. Nell'Atharvaveda si dice esplicitamente che il sole ha natura di Fuoco (o d'Agni), la luna d'Ambrosia (o di Soma).
[90]. Tutti i testi indiani di qualche importanza intorno a Rudra furono diligentemente raccolti dal Muir nel IV volume de' suoi preziosi Sanskrit Texts.
[91]. In Toscana ed in altre provincie italiane si dice del cane ululante ch'esso fa il lupo; egli è secondo la superstizione toscana nunzio di morte; pare che la stessa superstizione esistesse già nell'India vedica. — Abhibhâ dal Dizionario Petropolitano e dal Muir s'interpreta come sostantivo: malaugurio; io lo interpreterei qui come aggettivo.
[92]. Il Muir sahasrena pratihitâbhih «with a thousand arrows on the string;» nel Çatapatha, Rudra è rappresentato con cento ishudhi che sarebbero cento turcassi, ma qui ancora si potrebbe forse interpretare con cento braccia, o con cento mani, siccome quelle che tengono, che lanciano l'ishu.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le numerose grafie alternative, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Le correzioni contenute nell'Indice alfabetico sono state riportate nel testo.
Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.