NOTE:

[1] Açvâlayana Gr'ihyasûtra. I

[2] Ennio, presso Festo, ha:

Ducit me uxorem sibi liberûm quærendûm gratia,

e Varrone, presso Macrobio, va più in là: «uxorem liberorum quærendorum causa ducere, religiosum est.». Presso gli odierni Parsi, il marito piglia una seconda moglie, se la prima sia sterile, e assoggetta la prima alla seconda.

[3] Gajus, I, 108: «Sed in potestate quidem et masculi et feminæ esse solent; in manum autem feminæ tantum conveniunt.»

[4] Cfr. Valerio Massimo, II, 16.

[5] Ita quod moriatur si viro suo placuerit.

[6] Rubr. 75: Quoniam est inhonestum verecundiam facere mulieribus, statuimus quod quicumque masculus fecerit alicui mulieri bonæ conditionis et famæ iniuriose cadere de capite vel acceperit vettam vel drapellum vel velectum vel pannum quem in capite deportaret, puniatur pro vice quolibet in XXV lib. den.

[7] Si trova nelle Addizioni agli Statuti di Corsica, Lione 1843: «Avendo avuto notizia che si vada sempre più addimesticando l'abuso già tanto tempo introdotto di baciare in istrada pubblica e di attaccare secondo il vocabolo di quel paese, cioè di levare la scufia, o dar di mano, o di fare altri atti di famigliarità alle giovani, perchè impossibilitate queste dal pregiudicio che nell'altrui opinione ne sentono a più maritarsi con altri siano costrette a sposarsi con loro, ecc.»

[8] Statuti di Gallese, pubblicati in Gallese nel 1576, lib. V: «Perchè egli è cosa concedente che nelle feste solenni celebrate dalla santa chiesa cattolica romana e parimenti dalla nostra città s'abbino da ornare ed onorare con gli lumi maggiori che si possono, e somigliantemente per manutenere le buone e laudabili consuetudini di questa nostra città di Gallese, per il presente capitolo, statuimo ed ordiniamo che tutti gli artigiani della nostra città di Gallese siano obbligati e debbano ogni anno perpetuamente un mese avanti la festa della solennità del glorioso San Famiano advocato et Protettore della nostra Patria, creare due Rettori della loro arte, quali Rettori così creati, abbiano da esercitare il loro ufficio del Rettorato per un anno continuamente, e debbano fare un Talamo, o vero un Cirio, ad uso e stil di Roma, e detto Cirio basti per tutta l'arte, sino che serrà buono adoprare e detti Rettori abbino cura e debbano processionalmente farlo portare per tutta la città acceso, ecc.»

[9] Elio Spartiano, nella vita di Elio Vero, presso gli Scriptores Historiæ Augustæ; ed Th. Vallaurius, Augustæ Taurinorum, 1853: Patere me per alias exercere cupiditates meas. Uxor enim dignitatis nomen est, non voluptatis.

[10] Essa ci viene già ricordata nel Mahàbharàta.

[11] Tra i latini, per esempio. Quindi Varrone, presso Nonio: Sic in privatis domibus pueri liberi et pueræ ministrabant; ed Ovidio, ne' Fasti, a proposito di un sacrificio domestico:

Stat puer et manibus lata canistra tenet.
Inde ubi ter fruges medios immisit in ignes
Porrigit incisos filia parva favos.

[12] «Signor ambasciatore.»

[13] «Che volete voi.»

[14] Cantando questo versetto le fanciulle e il capo di casa fanno alcuni passi indietro.

[15] Le fanciulle si avanzano di nuovo col capo di casa.

[16] «Io voglio una delle vostre figlie.»

[17] «Quale volete voi?»

[18] «Qual mestiere farà ella?»

[19] Vedi il capitolo [Sulla dote] nel secondo libro di quest'opera.

[20] «Pigliatevela pure ch'ella è vostra.»

[21] Vedi nel primo libro di quest'opera, il capitolo intorno al [messaggero d'amore] e quello intorno alla chiesa.

[22] Cfr. Kuhn u. Schwarz: Norddeutsche Sagen, Märchen u. Gebräuche, Leipzig 1848 e, in questo libro, il capitolo che intitolo: «[Gli sposi si provano.]»

[23] Ecco, in qual modo, lo descrive il Fanfani, nel suo Dizionario dell'uso Toscano: «Verde chiamasi la pianta del bossolo che si mantiene sempre verde. Nella quaresima è costume che due, specialmente gl'innamorati, spiccano una o più foglie di verde e la custodiscono gelosamente, guardando di non la perdere; e se l'uno la perde, dee dare all'altro o questa o quella cosa pattovita fra loro. Ciò si dice fare al verde, e ogni volta che i due si trovano insieme, l'uno dice tosto all'altro: fuori il verde

[24] Vedi ancora, in questo primo libro, il capitolo che descrive «[come si fa l'amore]

[25] Cfr. Atharvaveda, VI, 89.

[26] Cfr. Weber Indische Studien, V.

[27] Cfr. Schönwerth e Weinhold citati dal Weber negli Indische Studien.

[28] Cfr. Gelli, nella Sporta, atto 5.º, scena 5.ª «Io ti so dir, Lapo, che tu avevi digiunato la vigilia di Santa Caterina, a tor la moglie che tu avevi tolta.»

[29] Corniscarum divarum locus erat trans Tiberim cornicibus dicatus, quod in Junonis tutela esse putabantur.

[30] Accipitrum genera sexdecim invenimus; ex iis Egituum claudum altero pede prosperrimi augurii nuptialibus negotiis. Hist. Nat, X. 8.

[31] Nihil fere quondam majoris rei nisi auspicato, nec privatim quidam gerebatur. Quod etiam nunc auspices nuptiarum declarant, qui re omissa nomen tantum tenent.

[32] «A portare i fuscelli per fare il nido.»

[33] VII, 38.

[34] Vedi, nel secondo libro di quest'opera, il capitolo che s'intitola: «[Gli sposi incoronati.]» — L'uso medesimo della focaccia con le fave, esisteva pure in Francia, secondo Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, Meurs et Usages de la France. «Il etait d'usage, depuis un temps immémorial, et par une tradition qui remontait jusqu'aux saturnales des romains, de servir, la veille des Rois, un gâteau dans lequel on enfermait une féve qui designait le roi du festin. Ce gâteau des Rois se tirait en famille. Les cérémonies qui s'observaient en cette occasion, avec une fidélité traditionnelle, ont été décrites par Pasquier dans ses Recherches de la France (IV. 9). Le gâteau, coupé en autant de parts qu'il y a de conviés, on met un petit enfant sous la table, lequel le maître interroge sous le nom de Phébe (Phoebus ou Apollon), comme si ce fût un qui, en l'innocence de son âge, representât un oracle d'Apollon. À cet interrogatoire, l'enfant rêpond d'un mot latin: domine (seigneur, maître). Sur cela, le maître l'adjure de dire à qui il distribuera la portion de gâteau qu'il tient dans sa main; l'enfant le nomme ainsi qu'il lui tombe en la pensée, sans acception de la dignité des personnes, jusques à ce que la part soit donnée où est la féve; celui qui l'a est réputé roi de la compagnie, encore qu'il soit moindre en autorité. Et, ce fait, chacun se déborde à boire, manger et danser. Tacite, au livre XIII de ses Annales, dit que dans les fêtes consacrées à Saturne, on était dans l'usage de tirer au sort la royauté.»

[35] Rivista Europea — Anno III, vol. 2.º fasc. 1.º

[36] Rivista Europea. Anno V, vol. 3.º fasc. 1.º

[37] Ed. Th. Vallaurius: Quum amissa uxore aliam vellet ducere, genituras sponsarum requirebat, ipse quoque matheseos peritissimus; et quum audisset esse in Syria quamdam, quæ id genituræ haberet, ut regi jungeretur, eandem uxorem petiit....

[38] Nella versione Tibetana tradotta dal prof. Foucaux: Histoire du Bouddha Sakya Mouni.

[39] Op. cit.

[40] Nel Comasco è il proverbio:

La rôsada de san Giovan
La guariss tüc'c'i malann.

Vedi le Canzoni popolari comasche, raccolte dal dottor G. B. Bolza, Vienna, 1867; e un canto popolare spagnuolo, riferito dal Caballero (Cuentos y poesias populares Andaluces):

La mañana da San Juan
Cuaja la almendra y la nuez,
Asi cuajan los amores
Cuando dos se quieren bien.

[41] Noto, 1874.

[42] Cfr. pure per lo stesso uso Avolio, Canti popolari di Noto.

[43] Suppongo che il Pitré col nome di carciofo selvaggio intenda qualificare il semprevivolo.

[44] «Se tol tre amoli; uno e'l se pela tuto, e uno el se pela mezo, e uno el se lassa come ch'el xe; e se va via, e resta le amighe; e queste sconde sti tre amoli soto tre piati, uno per piato. Alora se vien fora, e se va coi i oci bendai, e se tol quel piato che se vol. Se se tol el piato dove ze l'amolo pelà, se va a star da povereta; se se va a torse quelo de l'amolo mezo pelà, se va a star cussì e cussì; e se se tol quelo de l'amolo intiero, se va a star da signora.» Credenze popolari veneziane raccolte da Dom. Gius. Bernoni; Venezia, Antonelli. 1874

[45] Da un articolo di Clemet-Mullet, pubblicato nel N. 56 della Revue Orientale et Américaine.

[46] La Baltique. Paris, Hachette.

[47] Si confrontino gli otto acervi dell'uso indiano, nel capitolo: [Gli sposi si provano], in questo medesimo primo libro.

[48] Vedi Tommaseo, Canti greci.

[49] Firenze, 1876, terza edizione, pag. 327-329.

[50] Vedi Mahàbhàrata, vol. 1, 5873-5875.

[51] Tuttavia era già romana la superstizione che fosse di cattivo augurio lo starnutare di primo mattino, e di buono invece lo starnutare nel pomeriggio.

[52] Vedi le mie Fonti vediche dell'Epopea.

[53] Quindi venne l'uso nostro di far riposare gli scuolari il giovedì.

[54] Vedi Rocholz, Deutscher Glaube und Brauch, vol. 2, pag. 42. Berlino, 1867. Le granate, con le quali la tradizione popolare si rappresenta le streghe, appartengono evidentemente al medesimo mito.

[55] Vedi, in questo libro, il capitolo che s'intitola: [L'autorità del padre e del fratello nelle nozze].

[56] Presso Orelli ed Henzen si trovano iscrizioni le quali ricordano mogli romane morte a 13, a 12 ed anche ad 11 anni. Trovo poi nelle Petri Excerptiones, come la fanciulla poteva a sette anni venir fidanzata e a dodici sposarsi. La stessa età per le promesse è fissata da Modestinus, Differentiarum, 4.

[57] Dovevano informarsi di certo a tale diritto gli Statuti di Lucca, editi a Lucca nel 1539, i quali concedevano la facoltà di menar moglie, quantunque non matura.

[58] Cesare: «Intra annum vero XX feminæ notitiam habuisse in turpissimis habent rebus.»

[59] Nell'editto di Liutprando, art. 112, ediz. Baudi di Vesme e Neigebaur, leggo: «De puella unde antea diximus, ut non ante XII annos legitima sit ad maritandum, sic modo statuimus, ut non intrante ipso duodecimo anno, sed expleto, sit legitima ad maritandum. Ideo autem hoc diximus, quia multos intentiones de causis istais cognovimus, et apparuit nobis immatura causa sit ante expletos duodecim quod annos.»

[60] Vi furono tuttavia eccezioni.

[61] A questo ideale s'accosta il proverbio palermitano: «Omu di vintottu e fimmina di dicidottu.» Termine estremo specialmente per la donna, poichè un altro proverbio, pure palermitano, soggiunge: «Figghia di dicidott'anni, maritala o la scanni.» Ciò non toglie naturalmente che donne di maggior età in Sicilia non si maritino, e poichè mi trovo col discorso a Palermo, mi piace riferire la descrizione assai lepida che fa Ricordano Malaspini, o chi per lui, nella sua Storia Fiorentina, del matrimonio e parto di Costanza, madre di Federico II:

Il papa Clemente «trattò con Costanza sirocchia del re Guglielmo che era monaca, e d'anni 50, e fecela uscire del monastero, e dispensò ch'ella potesse essere al secolo e usare matrimonio. E occultamente la feciono partire di Sicilia e venire a Roma; e la chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo imperatore. Onde appresso ne nacque colui che poi fu chiamato Federico secondo imperatore, che tante persecuzioni fece alla chiesa, indi dietro, e non senza giudizio di Dio essendo nato da monaca sacrata e d'età d'anni 50; che era quasi impossibile a natura di femmina di partorire figliuolo. E troviamo che quando la detta Costanza imperatrice era gravida del detto Federico, si sospettava per il paese, che per la sua antichità non potesse avere figliuoli nè essere grossa. Onde s'ordinò ch'ella partorisse nel mezzo della piazza di Palermo sotto un padiglione. E si mandò bando: che quale donna volesse andare a vedere, potesse. E assai ve ne andarono e vidonla; così cessò il sospetto.»

[62] Si confrontino nelle novelline, gli allievi e le allieve delle fate, che non dovevano mai vedere alcuno e star di continuo nelle tenebre, fino al dì delle nozze; il fondo di tali novelline è evidentemente mitico, e allude ora al sole, ora all'aurora che escono dalla notte.

[63] La suegra del diablo presso i Cuentos y poesias populares Andaluces, raccolti dal Caballero:

Yo te quisiera querer
Y tu madre non me deja
El demonio de la veja
En todo se ha de meter.

[64] Ib.

Aunque pongan a tu puerta
La artilleria real,
Y a tu padre de artillero,
Con tigo me he de casar.

[65] Atto 4.º, scena 6.ª.

[66] Fra gli altri si canta questo rispetto un po' ardito:

Fior di mentuccia
Pigliam lo scoppietto e andamo a caccia
Per dar l'uccelletto a Mariuccia.

Più assai decente un canto-serenata, che gli amanti nell'Abruzzo teramano vanno accompagnati da chitarra o cornamusa a cantare sotto le finestre delle belle ed incomincia:

Luna di notte e sol di mezzogiorno,
Stella Dïana e paradiso eterno, ecc.

[67] Zitella, e qui, particolarmente, fidanzata.

[68] Damigella, donzella, in accordo col damo, che è fidanzato.

[69] Fiore.

[70] Bellezza.

[71] Squaglia.

[72] A stilla a stilla.

[73] Bello.

[74] Codesta.

[75] Piccola mano.

[76] Bionda treccia.

[77] Quando.

[78] Si ingaggierà, si impegnerà.

[79] Spiega o spingi.

[80] Bandiera.

[81] Signora.

[82] Faccietta.

[83] Altiera.

[84] Bianchezze.

[85] Splendore.

[86] Di un sole nascente.

[87] Lo stendardo.

[88] Qui.

[89] Signora Filomena.

[90] Reco qui la traduzione italiana:

— Bella fanciulla dal grembiule a strisce,
Siete contenta che le mie brache tocchino il vostro grembiule?
— Il mio grembiule è di canevaccio,
Convien toccarlo con buona grazia.
— Oh! bella fanciulla, sta ella fresca l'acqua nella secchia?
— Ella sta fresca e dolente.
— Se io tornassi un'altra sera, sareste voi contenta?
— O contenta o no, per una volta, non conviene dir di no.—
— O bella fanciulla, che sapete tanto bene rispondere,
L'acqua del mare va a bell'onde.
— O bell'onde, o bei salti,
Io so rispondere questo ed altro.
— Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
— Se il mio fosse pari al vostro, saprei darvi risposta.
— Bella fanciulla, il vostro amore è egli pari al mio?
— Il mio è sotto il tavolo, il vostro è a casa del diavolo.

[91] Venite ad aprire.

[92] Aperto.

[93] Neanche vi voglio aprire.

[94] Io.

[95] State.

[96] Mi fate, o pure, secondo la lezione del Celesia, m'è fatt, cioè, mi è fatto.

[97] Dolore, crepacuore.

[98] A me, mi.

[99] Abbiate.

[100] Io vorrei scrivere.

[101] Vi lascio la buonasera.

[102] L'anello.

[103] Chi ha macinato, insacchi. Io debbo questi particolari al signor A. Bertolotti che primo pubblicò la canzone Martina de' Canavesani nelle sue geniali Passeggiate nel Canavese. — Vengo pure avvertito come nel Pesarese, a Fenestrelle e in Calabria usino canti improvvisi in occasione di nozze; ma non sono riuscito a procurarmene.

[104] La traduzione italiana suona così:

— Oh! buona sera, vegliatrici.
Pel corpo mio, buona sera.
Oh! buona sera, vegliatrici,
Vegliatrici, buona sera.
— Chi è egli che c'è lì fuori?
Pel corpo mio, chi c'è lì?
Pel sangue mio chi c'è egli fuori?
Chi è egli? chi c'è li?
— Io son Martino di Madonna,
Pel corpo mio, io son Martina,
Io son Martino di Madonna,
Pel sangue mio! Martino Martina!
— Dove se' tu stato, Martina?
Pel corpo mio, dove se' tu stato?
Dove se' tu stato, Martina?
Pel sangue mio, dove se' tu stato?
— Alla gran fiera, o vegliatrici,
Pel corpo mio, alla gran fiera,
Alla gran fiera vegliatrici.
Pel sangue mio, alla gran fiera.
— Che hai tu comprato per la fiera,
Pel corpo mio, che hai tu comprato?
Che hai tu comprato per la fiera?
Pel sangue mio, che hai tu comprato?
— Un bel cappellotto, vegliatrici,
Pel corpo mio, vegliatrici, un cappellotto,
Un bel cappellotto, vegliatrici.
Pel sangue mio, vegliatrici, un cappellotto.
— Apritemi l'uscio, vegliatrici.
Pel corpo mio, apritemi l'uscio,
Apritemi l'uscio, vegliatrici,
Pel sangue mio, apritemi l'uscio.
— Ecco aperto, Martina,
Pel corpo mio, l'uscio è aperto,
Esso è aperto, Martina,
Pel sangue mio, l'uscio è aperto.

[105] Phaedromus s'accosta alla porta della vergine Planesium e canta: «Quid si adeam ad fores atque occentem?» Palinurus: «Si lubet; neque veto, neque, jubeo, etc.» Phaedromus: «Pessuli, heus, pessuli! vos saluto lubens, vos amo, vos volo, vos peto atque obsecro, Gerite amanti mihi morem amoenissimi, etc.» Sembra una delle nostre serenate.

[106] A motivo del loro caldo negli amori, che li rende pure filarmonici alla loro maniera. I Romani nelle calende, e none di maggio, sacrificando al Dio lare, incoronavano di pani un somarello, probabile simbolo di fecondità.

[107] Canti popolari toscani, 2.ª edizione.

[108] Ciò appare da una nota di Benedetto Curzio al quinto Arresto d'Amore di Marziale d'Alvernia, ricordata dal Minucci, in una sua lunga nota al Malmantile del Lippi: «Prima die maii mensis juvenes pluribus ludis ac jocis sese exercere consueverunt, arborem sæpenumero deportantes, ac in loco publico, aut etiam ante alicujus egregii viri januam, vel frequentius amicae fores plantantes, vestitam nonnunquam promiscuis adamantibus, intersignis atque emblematibus.» L'uso de' maggi, è, del resto, popolarissimo in Francia ed in Germania.

[109] Luciano, Cenni sulla Sardegna.

[110] L'espressione italiana corbellare ha un senso somigliante, e proviene da corbello; corbelli o tasche chiamano in Toscana i testicoli; così pure l'espressione analoga minchionare.

[111] Riv. Europea, anno V, vol. I, fasc. I, pag. 90.

[112] Volete dunque toglier marito?

[113] Vi piacerebbe la mia persona?

[114] Vi piacerebbe la casa nostra?

[115] Magari fosse!

[116] Sentite il babbo mio o la mia mamma.

[117] Gli amori di Abrocome e d'Anzia volgarizzati da Anton M. Salvini. Pisa, 1816.

[118] Così è chiamato l'intromettitore Agnolo di Giovanni De' Bardi pel matrimonio di Francesco Guicciardini, ne' Ricordi autobiografici del medesimo, vol. X delle Opere inedite, pubblicate dal compianto Giuseppe Canestrini.

[119] In molti luoghi del Piemonte.

[120] Presso il Lago Maggiore.

[121] Nel Vogherese.

[122] A Riva di Chieri e a Gallarate.

[123] Nel Pesarese e nel Fanese.

[124] Nel Bolognese.

[125] Proxeneta lo chiamavano gli antichi. Vedi Hotman: De veteri ritu nuptiarum.

[126] Bacialer nel Canavesano.

[127] Vedi Villemarqué, Barzaz Breiz (Chants populaires de Brétagne).

[128] Vedi la Relazione del Symes.

[129] Gr'ihyasùtra.

[130] Tacito, Germania, rammenta fra i doni nuziali tedeschi: «boves et frenatum equum et scutum cum framea gladioque.»

[131] Semi-angioli e semi-demonii indiani.

[132] Mahàbhàrata, vol. 1, 3384, 3385.

[133] Vol. 1, 4091.

[134] Così Dràupadì incorona l'eroe vittorioso.

[135] E, a Lomello, si dice che matrimonio e vescovato sono da Dio destinati; nel quinto atto della Tancia del Buonarroti, scena ultima:

In buona fè gli è vero quel dettato,
Ch'un parentado in cielo è stabilito.

[136] Così portar caldo il latte da lontano, attraversare le fiamme, trovar l'acqua della vita, uccidere il mostro, strappare al mostro il vero tesoro, fabbricar castelli d'oro, combattere con la sposa stessa, travestita da Moro terribile, strappare al mostro tre capelli, ecc.

[137] Hahn, Griechische und Albanesische Märchen.

[138] Livorno, 1824, pag. 116.

[139] Vol. I, c. XIII, pag. 13.

[140] Vol. I, c. III.

[141] Questi ultimi, in un loro inno, presso il Kalevala, la chiamano la lunga panca dell'ospitalità.

[142] Le Monténégro contemporain, Paris, Plon, 1876.

[143] La vita della terra d'Otranto, nella Rivista Europea, 1876.

[144] Anco, presso i Germani, il bianco e il turchino erano due colori sacri. Vedi Rochholz, Deutscher Glaube und Brauch. Berlin, 1867, p. 191-285, II Band.

[145] Per informazione del prof. G. B. Giuliani, che la visitò e studiò a palmo a palmo.

[146] Vedi Lamarmora, Voyages en Sardaigne de 1819 à 1825; e il capitolo di questo libro che intitolo: [Come la fanciulla si domanda].

[147] Veggasi una prova dello sposo tedesco, nel capitolo che intitolo: [Mentre la sposa si prepara], in questo stesso primo libro.

[148] Vedi la Raccolta di viaggi del Ramusio.

[149] Vedi Camarda, Appendice alla Grammatologia comparata della lingua albanese, e, in questo primo libro, il capitolo che tratta della [Dote].

[150] Vedi più oltre il capitolo che parla della [Dote].

[151] Le 12 tavole: «In liberos suprema Patrum auctoritas esto, venundare, occidere liceto....»

[152] Petri Exceptiones: «Mulieres liberos in potestate non habent, ideoque filii et filiæ sine consensu matris matrimonia contrahere possunt. Quod non possunt facere sine consensu patris, in cujus potestate sunt.»

[153] Editto di Rothari, art. 214, ed. Baudi di Vesme. «Si quis liberam puellam absque consilium parentum aut voluntatem duxerit uxorem, componat anagrip solidos vigenti et propter faida alios XX; de mundium autem qualiter convenerit et lex havet, sic tamen si ambo liberi sunt.»

[154] Vedi Gar, Biblioteca Trentina, disª XVI-XVIII. Trento, 1861, art. 74: «Statuimus, si quæ fœmina ad sui postam, sine consensu patris, vel si non haberet patrem, sine consensu fratris, vel si non haberet patrem nec fratrem, sine consensu matris, nuberet alicui ignominioso, vel alicui longe minoris conditionis, quam ipsa, privetur et privata sit ab omni successione paterna, materna, fraterna et sororina ipso facto; et hoc si nupserit ipsi ignominioso ante vigesimum quartum annum; si vero post vigesimum quartum annum nupserit tali viro, tunc privetur tertia parte haereditatis tantum.»

[155]

Injuria abs te afficior indigna, pater;
Nam si Cresphontem existimabas improbum,
Cur me huic locabas nuptiis? sin est probus,
Cur talem invitam invitum cogis linquere?

Un somigliante rimprovero torna nello Stichus di Plauto, I, 2, 73:

Nam aut olim, nisi tibi placebant, non datas oportuit
Aut nunc non aequum est abduci, pater.

[156] In Piemonte, il proverbio dice:

Pan e nus
Vita da spus.

In Albania usano invece le nocciuole; quindi la chiesta nuziale, presso un canto popolare, edito dal Camarda:

M'ha mandato sua signoria
Per uno staccio,
Per una focaccia,
Per una fanciulla
Bellina,
Io non la tocco, non l'ammazzo,
Ma la regalo di pecore e di capre,
E le do pane e nocciole,
Or me la dai, o che mi dici?

Vedi il capitolo che tratta de' [cibi e banchetti nuziali], nel terzo libro di quest'opera, e il [capitolo primo] del quarto libro.

[157] Cap. 270; presso il Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Forismaritagium «Se aucun vilain de qui que se soit se marie avec vilaine d'autre liue, sans le coumandement dou Seignor de la vilaine, le Seignor dou vilain, à qui sera mariée la vilaine estrange, rendra au Seignor de la vilaine un autre en eschange à la vilaine, de tel auge par la connaissance de bonnes gens. Et se ils ne treuvent vilaine, qui la vaille, il li donra le meilleur vilain qu'il aura d'auge de marier; et cil qui sera marié à la vilaine estrange meurt, le Seignor dou vilain doit avoir son eschange, se la vilaine torne à son premier Seignor.»

E nel capitolo seguente: «Se aucune vilaine vait de aucun cazal en autre, qui ne soit de son Seignor, et le Seignor du lieue ou elle sera venue, n'a pooir de li marier, il doit donner à son Seignor une autre vilaine en eschange, à la connaissance de bonnes gens sans faillir.»

[158] Trovo ricordata, presso Rabelais, la livrea nuziale, quando Panurgo annunzia il suo proposito di menar moglie «Je vous convierai à mes noces; vous aurez de ma livrée.» Vedi ancora, per la parte del feudatario, nel terzo libro, i due capitoli che trattano de' cibi e banchetti nuziali e del jus primæ noctis. È tuttavia possibile che la livrea nuziale distribuita a tutti i convitati delle nozze sia un emblema della dignità signorile degli sposi, la compagnia de' quali rimane la loro corte. Veggasi il capitolo che tratta degli sposi incoronati.

[159] Vedi Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium, e Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France. «Dame, vous devez le service de vous marier.»

[160] Vedi, nel terzo libro di quest'opera, il capitolo che tratta del [jus primae noctis].

[161] Presso Du Cange, ed. Henschel, sotto la voce Maritagium: «Cum per experientiam didicimus quod quamplures Dominæ regni nostri, spreta securitate, quæ per legem et antiquam consuetudinem regni Angliæ capi solet et debet ab eis, ne se maritari permitterent sine consensu et voluntate nostra, non requisito super hoc nostri assensu, unde tam nobis quam Coronæ nostræ et damnum et opprobrium emerserunt.»

[162] Morale di Tiruvalluvar.

[163] E non sono i preti quelli che prima e dopo Gregorio VII l'abbiano fatta. Il loro vizio è antico, come possiamo rilevare dallo scandalo che ai padri della chiesa dava la condotta del primo clero, e dal passo che segue di Landolfo seniore cronista milanese, relativo ai tempi di Ariberto (II, 35): «Humanam ac fragilem naturam sciens; qui sine uxore vitam in sacerdotio agere videbantur viris uxoratis ordinis utriusque ne ab illis inhoneste circumvenirentur, semper suspecti erant.» Concordano i lamenti di Pier Damiano, di Andrea, monaco vallambrosano, e di altri scrittori contemporanei e posteriori, poco sospetti di parzialità verso i detrattori della chiesa.

[164] Nel parallelo fra Demetrio e Antonio.

[165] Scriptores Historiæ Augustæ, ed. Th. Vallaurius: «Uxores ducendo ac reiiciendo ac novem duxit, pulsis plaerisque praegnantibus.»

[166] Svetonio, Iulius Caesar: «Helvius Cinna, tribunus plebis, plerisque confessus est, habuisse se scriptam paratamque legem, quam Caesar ferre jussisset, cum ipse abesset, uti uxores liberorum quaerendûm causa, quas et quot vellet, ducere liceret.»

[167] XIII, 1.

[168] Vedi Gar, Biblioteca trentina, dispense III-VI.

[169] Statuti municipali di Rovigno, Trieste, 1851; III, 51.

[170] Volgarizzamento dell'anno 1451: «Ad emendare la malizia de li homini et la nequitia de le femmine le quali non desistono usurpare contro Dio la sancta madre chiesia et lo sancto matrimonio adunando moglie ad moglie fermamente ordinando dicemo che qualunque mosso da lo spirito cattivo havente la sua legittima moglie ardiscerà pigliare l'altra moglie, e se ne sarà facta accusa o querela de lui et serà facta legitima proba per testimonii o vero per publico instrumento paghi libre cinquecento, la quale pena se non poterà pagare sia arso.»

[171] Quello, per esempio, di Civitavecchia qui sopra ricordato.

[172] De bello Gallico: «Britanni uxores habent deni, duodenique inter se communes, et maxime fratres cum fratribus et parentes cum liberis; sed si qui sunt ex hi snati, eorum habentur liberi a quibus primum virgines quæque ductæ sunt.»

[173] Vedi il primo libro del Mahàbhàrata.

[174] Tuttavia una strofa dell'Atharvaveda (lib. XIV) lascia supporre la poliandria. Quando la sposa è giunta alla casa maritale, si invitano gli uomini a seminare in quel campo fruttifero. La legge permette poi alla donna che il marito non feconda di unirsi ad un altro parente perchè fecondi il suo campo o khsetra.

[175] Selections from the Mahàbhàrata, pag. 66, in nota.

[176] Le Mahàbhàrata; onze épisodes tirés de ce poéme epique; nell'Introduzione.

[177] Lalita Vistàra, tradotto sopra la versione tibetana dal professore Foucaux.

[178] VIII, 21.

[179] Statuti Criminali dell'isola di Corsica. Lione, 1843.

[180] Art. 222. Edicta regum Langobardorum, ed. Baudi di Vesme «Si quis ancillam suam propriam matrimoniare voluerit ad uxorem, sit ei licentiam; tamen deveat eam libera thingare, etc.»

[181] Pure furono sempre vietati dalla legge romana connubii fra patrizii, e, non che schiavi e schiave, liberti o liberte o figli di liberti e liberte, e specialmente istrioni. La legge su questo punto era tanto severa, che se la figlia di un senatore sposava un libertino, il padre veniva espulso dal Senato. E presso Paulus abbiamo: «Qui senator est, quive filius, neposve ex filio, proneposve ex filio nato, cujus eorum est, erit; ne quis eorum sponsam, uxoremve, sciens, dolo malo habeto libertinam; aut eam quæ ipsa, cujusve pater materve artem ludicram facit, fecerit, etc.»

[182] Seneca ha, nel lib. IV De Benefic. «Promisi tibi filiam in matrimonium; postea peregrinus apparuisti. Non est mihi cum extraneo connubium.» E Macrobio, nel primo de' Saturnali: «peregrinis nulla cum Romanis necessitudo.» L'avere sposata Cleopatra e Berenice, straniere, fece gran torto, presso i Romani, al triumviro Antonio e a Tito imperatore.

[183] Quelli di Gallese almeno ne adducevano una ragione scusabile; si temeva che l'ingresso di sconosciuti nella città, per via di matrimonio, vi portasse canaglia. Così, nelle Constitutiones di Ancona, si richiedeva, perchè il forestiero potesse pigliar moglie nella città, ch'egli vi dimorasse almeno da due anni; il che viene quanto a dire ch'egli vi fosse sufficientemente conosciuto.

[184] Elio Spartiano, presso gli Scriptores Historiae Augustae, ed. Th. Vallaurius. «Interest scire quemadmodum novercam suam Antoninus duxisse dicatur; quæ cum esset pulcherrima et quasi per negligentiam se maxima corporis parte nudasset, dixissetque Antoninus: vellem si liceret, respondisse fertur: si libet licet. An nescis te imperatorem esse et leges dare non accipere? Quo audito, furor inconditus ad effectum criminis roboratus est; nuptiasque eas celebravit, etc.»

[185] De vita excellentium imperatorum: «Neque enim Cimoni fuit turpe, Atheniensum summo viro, sororem germanam in matrimonio habere. At id quidem nostris moribus nefas habetur.»

[186] Il caso nefando è riferito così dall'oratore Lisia, presso Ateneo (XII, 16): «Navigando insieme nell'Ellesponto Assioco e Alcibiade, in Abido, menarono in comune due mogli, Medonziade e Xinocepe. Quindi essendo loro nata una figlia, nè sapendo essi se da Assioco o da Alcibiade, come fu in età da marito, dormirono pure con essa, con la quale se usava Alcibiade diceva essere dessa figlia di Assioco, se Assioco, di Alcibiade.»

[187] III, 18.

[188] Nella leggenda di Çakuntalâ presso il Mahâbhârata sono indicate otto maniere di matrimonii indiani, quello ad uso brâhmanico (brâhmah), quello ad uso degli dêi (dâivas), quello ad uso dei sapienti rishi (ârshas), quello a modo di Prâgèapati, cioè fatto col solo intento di ottener prole (prâg'âpatyas), quello ad uso dei demonii celesti (âsurah), quello ad uso dei musici, ballerini ed angeli celesti, cioè il matrimonio per amore, per inclinazione, il matrimonio gandharvico (gândharvah), quello ad uso dei rakshasi o mostri rapitori, cioè il matrimonio fatto col rapimento della sposa (râkshas), e infine il matrimonio a uso de' mostruosi selvaggi antropofagi piçâc'i (pâiçâc'as). Al guerriero erano leciti il matrimonio per amore e il matrimonio per rapimento; i matrimonii a uso de' demonii e de' piçâc'i, ossia la sola congiunzione carnale fatta per violenza o per sorpresa non erano leciti ad alcuno, od al più alle infime caste sociali.

[189] «Ieri a sera.»

[190] «La mia mammina.»

[191] «Mi osservò», ma come chi vuole interrogare.

[192] «Ove.»

[193] «Io ci vado.»

[194] «Bella.»

[195] «Guidamici, indicamelo.»

[196] «Un tantino.»

[197] «Io ne godo.»

[198] «Vossignoria.»

[199] «Non ho senso, son fuori di me.»

[200] «Non vedo.»

[201] Andria:

Hac fama impulsus, Chremes
Ultro ad me venit, unicam gnatam suam
Cum dote summa filio uxorem ut daret.
Placuit, despondi; hic nuptiis dictus est dies.

Propriamente, era il padre della ragazza o sponsa sperata quello che spondebat; il giovine o sponsus speratus dal padre suo stipulabatur.

[202] Cfr. i matrimonii di Devayánì e di Draupadì, presso il Mâhabhârata, I, 3379, 3380, 7341.

[203] Buonarroti, Tancia, atto 4.º, scena 4ª. E un canto popolare toscano, presso il Tigri:

Saprai pur, bello, che legati siamo,
E sposar tu non puoi altra persona.
Colla man destra femmo il toccamano,
E colla lingua ci demmo parola.
Se tu con altra in Chiesa ti dirai,
Le tue pubblicazion fermato avrai.

Secondo la Sporta del Gelli (scena 6.ª, atto 5.º), basta la stretta di mano fra il suocero e il genero:

Franzino: «Siate testimoni, spettatori; ponete su la mano.»

Ghirigoro: «Eccola.»

Franzino: «Padrone, ponete su la vostra.»

Alamanno: «Perchè? Eccola.»

Franzino: «Buon pro vi faccia a tuttaddua; la Fiammetta vostra figliuola è moglie qui di Alamanno mio padrone.»

[204] Isidorus Hisp., lib. 2. De Divin. Offic., cap. 15: «Quod in primis nuptiis, anulus a sponso sponsæ datur, sit nimirum vel propter mutuæ dilectionis signum, vel propter id magis, ut eodem pignore eorum corda jungantur.»

[205] «Anuli subarratio non est de substantia matrimonii, sed pro signo et pro quadam investitura.» Cfr. Monterenzio, negli scolii delle Sanctionum et Provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris Bononiæ. Bologna, 1569, t. 2.º

[206] Lib. 3, tit. I. Cfr. Baronius, Ann. 58, num. 51 et seg. — L'editto di Liutprando, art. 30: «Si quiscumque sæcularis parentem nostram saecularem disponsat cum solo anulo, eam subarrat et suam facit.»

[207] E un altro canto popolare toscano:

Dissi: Quell'uomo, datemi un anello,
Che c'è me' pa' che mi vuol maritare,
E mi vuol dare a un giovan di castello,
Io voglio un giovanin che sia 'l più bello.

[208] Per mezzo di un ambasciatore; così agli ambasciatori del re di pagania d'oltremare, la principessa Orsola di Ungheria, nella Leggenda di questa santa, presso il Del Lungo, dice: «ed allora compieremo il matrimonio e la convenzione carnale; e al quale se voi siete mandati a ciò e se voi avete balìa aiutoria, per cagione di compiere tutto lo suo intendimento, datemi l'anello per nome del figliuolo di messere lo re d'Oltremare.»

[209] Nella novella della Gualdrada, ove all'onesta fanciulla Ottone III consegna l'anello della promessa in nome di Guido, lo sposo che le destina.

[210] Novella ventesimaprima, ove si ricorda la sola buona azione di che abbia forse meritato lode in sua vita il duca Alessandro de' Medici. Udito come due cortigiani avevano tradito una povera fanciulla, egli si reca presso la medesima in compagnia di loro e «cavatosi un ricco anello di dito, lo porge a colui che promesso aveva di prenderla per donna e disse: «sposala.» In Francia, in simili casi, colui che era obbligato a sposare, dovea ricevere invece di un anello metallico, per segno d'infamia, un anello di paglia. La paglia ha un originario significato fallico. Cfr. Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France.

[211] Cfr. Weber. Op. cit.

[212] Io ricordo il caso di Maria di Borgogna, impegnata per tal modo col duca Massimiliano d'Austria, riferito nelle Memorie del Commines, Cologne, 1615, p. 507, 508: «Ainsi d'aucuns commencérent à pratiquer le mariage du fils de l'Empereur, à present Roi des Romains: dont autresfois auoit esté paroles entre l'Empereur et le duc Charles, et la chose accordée entre eux deux. Si auoit l'Empereur une lettre faite de la main de la dite Damoiselle, du commandement de son Père et un anneau, où il y avoit un diamant.»

[213] La nationalité Serbe d'après les chants populaires.

[214] «Despondeo tibi filiam meam in honorem et uxorem et dimidium lectum, in seras et claves.» Presso Stiernhoek, citato dal Mittermaier, Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts.

[215] Un simile uso viveva tra i Romani, quando si trattava dai loro ambasciatori per la pace; un lembo ripiegato della toga significava pace: disteso, invece, guerra.

[216] Ossia la sposa; cfr., nel secondo libro, il capitolo che tratta degli [Sposi incoronati].

[217] Lo sposo; come sopra.

[218] Tali fazzoletti e asciugamani sogliono essere riccamente ricamati in rosso.

[219] Cioè, «non fate il battimano.»

[220] Cioè, non avvicinate i due lembi delle pelliccie ripiegati.

[221] Vi si parla di Massimino Giuniore: «Desponsata illi erat Junia Fadilla, proneptis Antonini; quam postea accepit Toxotius eiusdem familiae senator, qui periit post præturam, cuius etiam poemata exstant. Manserunt autem apud eam arrhæ regiæ, quæ tales (ut Junius Cordus loquitur, harum rerum perscrutator) fuisse dicuntur monolium de albis novem, reticulum de prasinis undecim, dextrocherium cum costula de hyacinthis quatuor, præter vestes auratas et omnes regias, ceteraque insignia sponsalium.»

Nelle Petri Excerptiones poi trovo questo precetto: «Si quis uxorem ducere aliquam voluerit mulierem et in tempore sponsalium aliquid ei arrharum nomine, causa futuri matrimonii, dederit, veluti anulum, monile, pelles vel aliud simile, si per mulierem steterit, quominus matrimonium sequatur, nisi justa causa impediat, reddat arrhas in duplum, vel etiam in quadruplum, si forte ita pactum fuerit inter eos. Sin vero per virum steterit, nisi justa causa interveniat, tunc arrhas amittat, vel si pactus est, quadruplum.»

[222] Cfr. Glossarium Cavense, citato dal Du Cange sotto la voce Meta.

[223] Nella descrizione che ci fa Jacopo Salviati delle nozze di Bernardo Rucellai con Nannina de' Medici, la caparra o mancia che lo sposo dà alla sposa appare di fiorini 100 larghi e mani 1000 di grossoni.

[224] Abruzzo Ultra I.

[225] Venti centesimi.

[226] Intendi, sposa.

[227] Due lire italiane.

[228] Se lo sposo era un bràhmano, poichè, se guerriero, dovea cedere al prete maestro una terra, se agricoltore o mercante, un cavallo.

[229] Secondo il Birlinger, Volksthümliches aus Schwaben, usa tuttodì lo stesso dono in Isvevia; la vacca accompagna il carro della sposa. — Fra i doni nuziali germanici, figura pure il gallo. Cfr. Simrock, Handbuch der Deutschen Mythologie (nell'Arpinate si dà una gallina al prete); in Francia, usava il dono d'un cavallo alle ragazze che accompagnavano la sposa. Cfr. Chéruel, Dictionnaire des institutions, Moeurs et coutumes de la France.

[230] Cfr. Atharvaveda, lib. 14.

[231] «Lo sposo.»

[232] Anche fra i Turchi trovo ricordato un somigliante dono nuziale. Cfr. Ubicini, La Turquie actuelle.

[233] Miçkievic', Canti Illirici.

[234] Plinio, VIII, 48: «Lanam cum colo et fuso Tanaquil, quæ eadem Coecilia vocata est, in templo Sangi durasse, prodente se, auctor est M. Varro, factamque ab ea togam regiam undulatam in aede Fortunæ, qua Servius Tullus fuerat usus. Inde factum ut nubentes virgines comitaretur colus comta cum fuso et stamine.»

[235] Cfr. Tommaseo, Canti Côrsi. In Corsica chiamano freno la conocchia.

[236]

Die bekommt den besten Mann
Die am besten spinnen kann.

Cfr. Deutsche Lieder in Volkes Herz und Mund, Leipzig, 1864.

[237] Relazione della sua ambasciata al regno d'Ava.

[238] Presso i Romani doveva essere di lana pecorina; si confronti il nastro rosso e nero di lana, che le spose indiane portavano, secondo i gr'ihyasùtra, e le spose della Germania meridionale portano, secondo Schönwerth.

[239]

Robins m'aime
Robins m'a
Robins m'a demandée,
Si m'arà.
Robins m'acata cotele
D'escarlate bone et bele
Soukanie et chainturele
A leur i va.

Cfr. Nisard, Des chansons populaires, t. 1.

[240] Cfr. Der Nibelunge noth; la cintura sembra simbolo di verginità.

[241] Cfr. Léouzon Le Duc, La Baltique.

[242] Cfr. Tommaseo, Canti Greci.

[243] Così neppure la cintura di lana rossa e le calze bianche con impronta gialla, che, presso i Brettoni, i bazvalan e il breutaer ricevono in dono. Cfr. Villemarqué, Barzaz Breiz, Chants populaires de la Bretagne.

[244] Governo di Tver.

[245] Per notizia che me ne reca l'avvocato Valenziani di Roma.

[246] Cfr. Lamarmora. Voyages en Sardaigne — Domenech, Bergers et Bandits, Souvenir d'un voyage en Sardaigne. — Mercato è il bacio che Ottone III, presso il Bandello, e Piero d'Aragona, presso il Boccaccio, danno in fronte alla giovine sposa; essi se ne creano cavalieri, dopo averla dotata; e così hanno comprato il diritto del bacio.

[247] Cfr. Scriptores historiæ Augustæ; Aureliano fece sposare a Bonoso la gota Hunila, vergine di regio sangue, a fine di strappare dalle confidenze di lei i segreti della formidabile sua gente, e però scrisse, fra l'altro, a Gallonio Avito suo legato in Tracia: Nunc tamen quoniam placuit Bonoso Hunilam dari, dabis ei, iuxta breve infra scriptum, omnia quæ precipimus: sumptu etiam publico nuptias celebrabis. Brevis munerum fuit: tunicas palliolatas hyacinthinas subsericas: tunicam auro clavatam subsericam librilem unam, interulas dilores duas, et reliqua quæ matronæ conveniunt. Ipsi dabis aureos Philippeos centum, argenteos Antoninianos mille, aeris sestertium decies.

[248] Statuta Casalis Majoris, Milano, 1717; «Statutum est, quod Mariti de coetero non teneantur, nec debeant fecere uxoribus donationem propter nuptias, nec morgincap, nec aliquid aliud ultra promissionem dotis, quam acceperint ab Uxoribus.»

[249] Si veggano nella novella 137, di Franco Sacchetti, le beffe che vi si fanno già dello Statuto fiorentino, per ciò che spetta gli ornamenti delle donne, le quali, mutando nome alle cose, ingannavano facilmente la legge. E perchè i lettori possano formarsi un'idea delle minuzie nelle quali si perdevano i nostri Statuti, recherò loro un brano degli Statuti di Fano e alcuni brani degli Statuti di Firenze del 1415 (lib. IV. Ordinamenta circa sponsalia et nuptias). I primi dicono: «Declarantes quod nullus dare possit simil et semel uxori seu sponsæ pannum granæ sive scarlactum et pannum sirici; nec dare possit ultra duas vestes ut superius dictum est; neque possint dari d.nabus neque portari unquam valeant p. d.nas vestes aliquæ panni deaurati, nec possint portare supra dorsum vel in capite ornamenta aurea vel argentea vel de perlis; vel alicuius alterius generis in totum valoris ultra viginti ducatorum sub pœna et bamno cuilibet portanti vestes seu ornamenta contra formam p.entis statuti decem ducatorum pro qualibet veste et qualibet vice de dotibus earum applicandorum co.i Fani, etc.» E i secondi: «Nulla persona audeat, vel præsumat, nec etiam possit in forzerino, vel scatola, vel aliqua alia re alicui mulieri nuptæ, antequam viro tradatur, nec postea pro usu huiusmodi mulieris mittere, aut portare, aut mitti aut portari facere aliquas perlas, naccheras, vel lapides pretiosas in grillanda, in frenello, cordono, cordiglio, cintura vel alia re apta ad cingendam, vel in formaglio, vel in fregiatura, ricamatura, abbottonatura, aut fogliettis nec aliquo alio modo pro usu huiusmodi mulieris valoris ultra quadraginta florenos auri, sub poena, etc. Et quod nullus sponsus, quando in civitate Florentiæ vel ejus comitatu dabit anulum matrimonialem eius sponsæ seu uxori, possit eidem dare, vel mittere ultra duos anulos, qui non possint, nec valeant excedere valorem seu costum duodecim florenorum auri intra ambobus, etc.» Non meno intolleranti poi gli Statuti di Perugia (Perugia, 1526): «Quod nulla uxor cuiuscumque conditionis existat quæ ad maritum iverit possit nec debeat donare vel largiri alicui consanguineo mariti aut alteri cuicumque personæ aliquod munus vel aliquam rem consistentem in pondere numero vel mensura, nec ipsum munus aut rem possit accipere ab aliqua persona ex parte viri vel alia quacumque persona.»

[250] Al tempo di Giovanni Villani, come appare dalla sua cronaca lib. 2, c. 9, dovea già questa parola avere un altro senso: «E feciono la Legge, che ancora si chiama Longobarda; e tengono ancora e' Pugliesi, e gli altri Italiani in quelle parte, dove danno Monualdo, overo il volgare Monovaldo alle donne, quando si obbligano in alcun contratto; e fu buona e giusta legge.»

[251] Renier Michiel, Origine delle feste veneziane.

[252] Libro IX:

Ho di tre figlie nella reggia il fiore,
Crisotemi, Laodice, Ifianassa.
Qual più d'esse il talenta a sposa ei prenda
Senza dotarla, ed a Peléo la meni.
Doterolla io medesimo e di tal dote
Qual non s'ebbe giammai altra donzella.

[253] III, 2:

Nolo ego mihi te tam prospicere, qui meam egestatem leves;
Sed ut inops infamis ne sim; ne mi hanc famam differant,
Me germanam meam sororem in concubinatum tibi
Sic sine dote dedisse magis quam in matrimonium.

[254] Presso Nonio, XII: «Nubentes veteri lege Romana asses tres ad maritum venientes solere pervehere, atque unum quem in manu teneret et tamquam emendi causa marito dare, alium quem in pede haberent in foco Larum familiarum ponere, tertium quem in sacciperione condidissent compito vicinali solere resonare.»

[255] Tacito: Dotem non uxor marito, sed uxori maritus offert. E per il medio evo Germanico, il Mittermaier (Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts) scrive: «Der Ausdruck: Dos kommt zwar in den alten Deutscher Rechtsquellen vor; allein er bezeichnete damals nur ein vom Ehemanne der Frau bei Eingehung der Ehe angewiesene Vermögesstück, und noch zuweilen kommt in Mittelalter in diesem sinne Dos vor.»

[256] Cfr. Chéruel, Dictionnaire historique des institutions, moeurs et coutumes de la France.

[257] Se la fanciulla è forte, ben fatta e bella, il prezzo è di 100 toman o 160 toman (4640 o 6960 franchi circa). Per una donna ordinaria il futuro sposo paga una dote di 60 od 80 toman. Se la ragazza poi ha qualche difetto fisico, assai meno. — Per chi ami tal genere di confronti, rilevo da Ricordano Malaspini (o chi per lui), quali erano le doti che nel principio del secolo decimoterzo si davano in Firenze alle fanciulle da marito: «Libbre cento era comune dote, e libbre dugento o trecento era tenuta a quel tempo grandissima dote, avvegnachè il fiorino d'oro valea soldi venti.» E dal Chronicon Placentinum del Musso, presso il Muratori, Rerum Italicarum scriptores, t. XVI, quali erano nel secolo decimoquarto le doti a Piacenza; «Magnæ dotes nunc oportet dari. Et communiter nunc dantur in dotem Floreni CCCC et Floreni D et Floreni DC auri et plus.» Le principesse portano talora in dote regni ed imperi; quindi leggiamo, per esempio, nella vita di Marco Antonino scritta da Giulio Capitolino, presso gli Scriptores Historiæ Augustæ: «Multi autem ferunt Commodum omnino ex adulterio natum; siquidem in Faustinam satis constat apud Caietam conditiones sibi et nauticas et gladiatorias elegisse; de qua cum diceretur Antonino Marco, ut repudiaret, si non occideret, dixisse fertur: «Si uxorem dimittimus, reddamus et dotem.» Dos autem quid erat, nisi imperium quod ille ab socero, volente Hadriano adoptatus, acceperat?»

[258] Trieste, 1861, II, 24.

[259] Trieste, 1861, II, 77.

[260] Lucca, 1539, lib. II, c. 25.

[261] R'igveda, X, 85.

[262] Cfr. il Codice diplomatico del regno di Carlo I e II d'Angiò edito dal Del Giudice. Napoli, 1863, vol. I, pag. 45 dell'appendice.

[263] «Lectum genialem (che è il letto matrimoniale) quem biennio ante filiæ suæ nubenti straverat, in eadem domo sibi ornari et sterni expulsa atque exturbata filia jubet, nubet genero socrus.»

[264] Traduco dal Lamarmora, Voyages en Sardaigne.

[265] Anche nella valle d'Andorno (Biellese), sono parecchie fanciulle che portano in varii cestoni il corredo della sposa alla sua nuova dimora. A Monte Crestese, nell'Ossola, una ragazza porta la conocchia; un'altra, il corredo entro una gerla. A Civita di Penne una sola donna, al finire della funzione di chiesa, si avanza col carico di cuscini, lenzuola e coperte nuziali, e accompagna gli sposi alla loro dimora.

[266] Questo arancio de' Sardi può forse rappresentare i pomi d'oro, consueto dono per le nozze eroiche, presso l'antica poesia serba e scandinava.

[267] Anche nella valle d'Andorno, fanno parte del corredo due scodelle e due cucchiai; e la nuova coppia se ne deve servire, finchè duri la luna di miele.

[268] L'uso, come di sopra vedemmo, è intieramente romano.

[269] L'asino.

[270] Così gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV: «Quod nulla domina possit portare vel portari facere, mittere vel mitti facere forzerinos ad domum sui mariti valoris ultra sexdecim florenorum.» Gli Statuti di Perugia (Perugia, 1526) permettono al corredo delle spose due sole vesti di gala (honorabiles). Negli Statuti di Narni (Narni, 1716, lib. III, cap. 67) si concedono soltanto «panni lanæ pro Muliere, duo lecta pannorum, unum soppedanium de ligno.» Più liberali di minuzie gli Statuti di Gallese (Gallese, 1576, lib. II), ove si comprende pure il regalo per lo suocero e per la suocera. «Vestis ricca et zona argentea pro honore sit in arbitrio contrahentium matrimonium. Una reticella serici fini ponderis quinque unciarum, alia vera reticella similis serici ponderis trium unciarum. Lectum unum lanæ seu plumæ, cum capitale ponderis, scilicet lanæ librarum triginta quinque, si plumæ librarum quinquaginta, unum par linteorum sponsalium trium telorum quolibet linteo, justæ et decentis misure; una coperta lanea nova, una capsa lignea seu duo Forzerii lignaminis, una tobalia magna, duo tuballeoli albi, duo torzaroli bombacis, quatros bendoni etiam bambacis, septem toballeoli albi ampli, quinque alii toballeoli extremi, et si sponsa invenerit in domo viri socrum afferat secum unam petiam panni tele septem brachiorum canape, seu lini, si etiam invenerit socerum quod autem sit socer solus debeat secum afferre dictam petiam tele quatuordecim brachiorum: Quatuor subiculus seu camisas foemineas sponsalitias, unum sciuccatorium p. capite et unum toballeolum p. lecto.»

[271] Atto 4.º, scena 5ª.

[272] Cintura.

[273] Un ornamento del capo.

[274] II:

Officium cras
Primo sole mihi peragendum in valle Quirini,
Quae causa officii? quid quaeris? nubit amicus,
Nec multos adhibet.

[275] Cfr. Villemarqué. Chants populaires de la Bretagne.

[276] Cfr. il racconto di Auerbach: La pipa.

[277] Mi parrebbe che in questo caso, sia il senso che meglio convenga al disputato epiteto di puer felicissimus; ecco, del rimanente, il testo medesimo di Servio: «Aqua et igni mariti uxores accipiebant. Unde et hodie faces prælucent et aqua petita de puro fonte per puerum felicissimum vel puellam quæ interest nuptiis, de qua solebant nubentibus pedes lavari.»

[278] . . . . . λάβε μου, Σκάμανδρε, τὴν παρθενίαν

[279] II, 15.

[280] Cfr. Becker. Charicles, III.

[281] Libro XIV. Cfr. gli Indische studien di Weber.

[282] Considerato come purificatore. L'acqua che le fanciulle annoveresi gettano dietro la loro compagna che si marita, mi sembra pure avere un simbolo di purificazione. Cfr. Kuhn und Schwarz, Norddeutsche Sagen, Märchen und Gebräuche. Leipzig, 1848.

[283] Cfr. Plutarco, nella Vita di Romolo.

[284] Presso la Raccolta de' canti popolari Siciliani, ordinata da Lionardo Vigo.

[285] Cfr. Camarda. Appendice al Saggio di Grammatologia comparata della lingua albanese.

[286] Presso Festo: «Regillis, tunicis albis et reticulis luteis utrisque rectis, textis susum versum a stantibus pridie nuptiarum diem virgines indutæ cubitum ibant ominis causa, ut etiam in togis virilibus dandis observari solet.»

[287] Origine delle feste veneziane.

[288] Cfr. Simrock, Handbuch der Deutschen Mythologie.

[289] A Riva di Chieri.

[290] Cfr. la cronachetta, presso i Canti Côrsi del Tommaseo.

[291] Si rammentino le reticelle color d'arancio delle spose romane, citate da Festo.

[292] Queste ultime portano sopra la cuffia un fazzoletto di Cambrì o d'altra tela fina pendente sugli omeri.

[293] Nell'India meridionale usano il tali, una specie di figuretta di divinità fecondatrice, per un nastro, color zafferano, a 108 fili finissimi, sospesa al collo delle donne maritate. Cfr. Lazzaro Papi, Lettere sulle Indie Orientali.

[294] L'üss d'bosch.

[295] Cfr. Villemarqué. Op. cit.

[296] Cfr. Camarda. Op. cit.

[297] Anche nella poesia popolare russa vedemmo già personificato lo sposo in uno sparviero; nella poesia vedica, lo sparviero porta l'ambrosia, figura del fallo che porta il seme genitale.

[298] Dopo pubblicato questo libretto uscì a Londra (Ellis e Green, 1872) un libro prezioso intitolato: The songs of the Russian people by W. R. G. Ralston, ove un lungo e interessante capitolo (pag. 262-308) è consacrato ai canti nuziali della Russia. A tale capitolo rinvio il lettore che volesse più ampie notizie sopra le nozze russe.

[299] La palma si dà alle vergini; cfr. l'uso del vescovo di Como nel capitolo del primo libro che s'intitola: Ricambio di doni nuziali.

[300] Il padre, il babbo.

[301] Cfr. Tommaseo, Canti greci.

[302] Cfr. Tommaseo, Op. Cit.

[303] Cfr. Sztachovicz, Braut-Sprüche und Braut-Lieder auf dem Heideboden in Ungern. — Anche ne' Sassoni Siebenbürgen si accompagnano gli sposi che lasciano la casa della sposa, per recarsi in chiesa, con alcuni versetti di benedizioni. Cfr. Schuster. Siebenbürgisch-sächsische Volkslieder, Sprichwörter, Rätsel, Zauberformeln und Kinder-Dichtungen, Hermannstadt, 1865. — Leggo poi in una vita di Buddha (The life or Legend of Gâudama the Buddha of the Burmese, by the rev. P. Bigandet) come, per le nozze di lui, i Pounhas abbiano pure versato acqua benedetta sopra la testa degli sposi. L'uso dell'acqua benedetta versata sul capo degli sposi è pure vedico. Cfr. Weber, Indische Studien, v.

[304] In Piemonte, suole la stessa sposa portare tanti giri di dorini (ghiandette d'oro) intorno al collo, quante sono le migliaia di lire ch'essa ha di dote.

[305] Cfr. Villemarqué, Op. cit.

[306] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.

[307] Cfr. Domenech. Op. cit.

[308] Cfr. Martigny. Dictionnaire des antiquités chrétiennes.

[309] Libro IV.

[310] Cfr. nel [primo capitolo] di questo libro, l'uso delle antiche spose veneziane.

[311] Presso la Raccolta di Canti popolari Siciliani, fatta da Leonardo Vigo.

[312] Cfr. Festo, sotto la voce corolla; e Catullo, In Nuptias Juliæ et Manlii:

Cinge tempora floribus
Suaveolentis amaraci.

[313] «Jam quidem virgo tradita est, jam Corona sponsus, jam palmata consularis, jam cyclade pronuba, jam toga Senator honoratur.» — Cfr. pure i vetri del Garucci ove appare lo stesso Gesù Cristo ad incoronare gli sposi.

[314] Da un disegno presso il Lamarmora, entrambi gli sposi sardi appaiono incoronati.

[315] Uso di Sinigaglia, nelle Marche. — Dalla risposta di Nicolò I, papa, ai Bulgari, cap. III, presso il Muratori, Antiquitates italicæ, dissertatio vigesima, de actibus mulierum, rilevo come gli sposi bulgari dovessero portar corona e come gli sposi italiani fossero soliti ad assumere le due corone in chiesa «.... Post hæc autem de Ecclesia egressi Coronas in capitibus gestant, quæ semper in Ecclesia ipsa sunt solitæ reservari.» Forse dette corone erano metalliche.

[316] Nella risposta sopra citata del papa Nicolò I: «Velamen illud non suscipit, qui ad secundas nuptias migrat.»

[317] Tertulliano si lagnava già delle cristiane che non voleano velarsi, mentre le arabe si coprivano tutta la faccia: De Virg. vel. 17: «Indicabunt vos arabiæ ethnicæ, quæ non caput sed faciem quoque ita totam tegunt, ut uno oculo liberato contentæ sint dimidiam frui lucem quam totam faciem prostituere.» Che l'uso di velarsi poi presso le donne che si maritano o maritate, fosse pure indiano, lo argomentiamo da una prova negativa, presso il Lalita-Vistàra, secondo la versione che dal Tibetano ne fece il Foucaux: «Cependant Gopâ, la jeune femme de la famille de Çâkya, en présence de son beau-père, et de sa belle mère, et des gens de la maison quelqu'ils fussent, ne voilait pas son visage. Et ceux-ci se disaient, en la blâmant avec sévérité: Ne conviendrait-il pas de reprendre cette jeune femme qui n'est jamais voilée?»

[318] Flammeo amicitur nubens ominis boni causa, quod eo assidue utebatur flaminica, id est flaminis uxor, cui non licebat facere divortium. — Lo sposo indiano vela oggi egli stesso la sposa appena terminate le funzioni. — In Tessaglia, la sposa tiene il velo fino alla casa dello sposo.

[319] Cfr. Muratori. Antiquitates Italicæ, Diss. XX.

[320] In Germania, gli sposi devono stare tanto vicini, mentre il matrimonio si celebra, che nessuno possa fra loro vedere. Cfr. Kuhn und Schwarz, Op. cit.

[321] Cfr. Kalevala, 20 runo, versione di Léouzon Le Duc, Paris, 1868.

[322] L'uso è alquanto somigliante; ma ignoro di qual colore sia il tappeto che copre lo scanno e il tavolo, sopra i quali è fatta discendere in Sardegna la sposa, presso la soglia della casa maritale.

[323] Ecco il formulario:

Cfr. Chéruel, Op. cit.

[324] Lo Statutum Synodale Nicolai Episcopi Andegavensis, ann. 1277, cap. III (presso il Du Cange, Op. cit.): «Intelleximus nonnullos volentes et intendentes matrimonium ad invicem contrahere, nomine matrimonii potare, et per hoc credentes se ad invicem matrimonium contraxisse, carnaliter se commiscent. Verum cum per hoc nullum matrimonium contrahatur, et ob hoc quoniam plures jam fuerint decepti, vobis firmiter injungimus, quod frequenter et in publice Ecclesiis parochialibus vestris dicatis, quod per prædicta ejusmodi matrimonium nec sponsalia contrahantur.»

[325] Nella cena, che si fa la vigilia delle nozze, in Russia (governo di Mosca) i convitati bevono vino e dicono: è amaro. Allora i due sposi si abbracciano come a provare che l'amaro diviso diventa dolce.

[326] Cfr. Regaldi. La Dora.

[327] Cfr. Lamarmora. Op. cit.

[328] Op. cit.

[329] Symes. Op. cit.

[330] VIII, 4, 27 «hoc erat apud Macedones sanctissimum coeuntium pignus, quem divisum gladio uterque libabat.»

[331] Op. cit. «Cfr. Die sieben Schritte beim Ordale und vor Allem Kuhn's Angaben über den Siebensprung. Vestphäl. Sagen, wonach dieser Brauch bereits der indogermanischen Urzeit anzugehören scheint.»

[332] Scena ultima: il vecchio Nicolò dà in isposa al famiglio Bigio la serva Caterina:

Bigio: Io voglio tôr qui la vostra fante di cucina.

Caterina: Vedi, balordo, di' madonna Caterina.

Bigio: La signora Caterina, e copularmi come comanda la legge.

Nicolò: Fa prima un salto.

Bigio: Ecco fatto.

[333] Quindi Citranguy, nella tragedia Tamulica, sopra Saranga: «Regina, voi siete capace di legare e scuotere una montagna con un pugno di capelli; di innalzare un padiglione nuziale, senza aiuto di colonne.»

[334] Lib. IV «intrare debeant in unam ecclesiam ordinatam pro libito voluntatis et in eadem ecclesia sponsalitia huiusmodi debeant celebrari et non alibi sub poena, etc.»

[335] Modena, 1864.

[336] Sessione 24, c. I.

[337] Cfr. Manzoni, I Promessi sposi: cap. VI. «Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io invece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandoglisi davanti i due sposi, con due testimonii, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell'e fatto.»

[338] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.

[339] Lire 1, o 1 50 o 2 50.

[340] Centesimi 25.

[341] Cfr. Statuta Castri Fidardi (Castelfidardo), Maceratae, 1588, lib. quartus: «Item statuimus et ordinamus quod in sponsalitiis ipsis, vel postea quacumque ipsorum occasione, nullus audeat cereos vel cereum seu fatioletta apportare, sed pecuniam tantum solvat et offerat ad Altare; et qui contra fecerit. etc.»

[342] Cfr., nel terzo libro, i capitoli che s'intitolano: [La pronuba], e [Il Jus primæ Noctis].

[343] Cfr. Villemarqué. Op. cit.

[344] Cfr. Domenech. Op. cit.

[345] Cfr. Weber. Op. cit.

[346] De Rerum natura, IV:

Nec divina satum genitalem numina quoiquam
Absterrent, pater a natis ne dulcibus unquam.
Appelletur, et ut sterili Venere exigat aevom;
Quod plerumque putant, et multo sanguine moesti
Conspergunt aras, adolentque altaria donis,
Ut gravidas reddant uxores semine largo.
Nequidquam Divom numen, sorteisque fatigant.

[347] «Pervenit ad nos, quod dum quidam homines ad suscipiendam sponsam cujusdam sponsi cum Paranympho et Troctingis (specie di giocolieri che saltano) ambularent, perversi homines aquam sordidam et stercora super ipsum jactassent, etc.»

[348] Lib. III: «Si quis proiecerit lapides ad domum, vel super domum alicuius tempore quo ibi fierent nuptiæ.»

[349] Editi a Città di Castello, 1538: «Statuimus et ordinamus quod nullus audeat vel presumat projicere lapidem vel petrudinem (sic) aliquam vel facere aliquem rumorem ad domum alicuius nuptias celebrantis de die vel de nocte.»

[350] Cfr. Mutinelli. Lessico Veneto.

[351] Cfr. Miçkievic'. Canti Illirici.

[352] Tale, per esempio, è il tamburello a sonagli che usa negli Abruzzi.

[353] Cfr., di sopra il capitolo che intitolai: [La parte del prete].

[354] Cfr. Weber. Op. cit.

[355] Cfr. i miei Studi sull'Epopea Indiana.

[356] In uno studio speciale sovra l'Epopea latina, pubblicato nel Libero Pensiero di Parma, nell'anno 1868, ho tentato mostrare come la vera e sola epopea latina sia nella vita di Romolo, personaggio eminentemente mitico.

[357] Ἑλληνικόν τε καὶ ἀρχαῖον ἔθος

[358] Il Carmen nuptiale ci offre un'idea di tali contrasti:

At tu ne pugna cum tali coniuge, virgo.
Non aequum est pugnare, pater quoi tradidit ipse,
Ipse pater cum matre, quibus parere necesse est.
Virginitas non tota tua est, etc.

[359] Da lettera del prof. Ferdinando Santini.

[360] Cfr. il [capitolo seguente].

[361] Cfr. Sztachovicz. Op. cit.

[362] «Staccatu.»

[363] «Apparatu.»

[364] «Costui adunque (un tal di Prato) sapendo ch'un suo amico menava moglie, pensò subito, come è usanza di queste contrade, di farle un serraglio.»

[365] Dico forse inedito, perchè non vorrei che qualche eruditissimo e gentilissimo bibliofilo mi venisse tosto, se io pubblico per inedito ciò che forse non lo è più, a dare accusa di falso, come avviene tanto spesso in queste care controversie dei nostri letterati; quasi che ci fosse così gran merito a scoprire un manoscritto, quando questo manoscritto si trova inscritto a catalogo; quasi che provenga molta più gloria a chi copia da un manoscritto che a chi copia da un libro; quasi che ogni copiator di manoscritti diventasse un Angelo Mai. Io do per inedito lo scritto che segue; se non lo è, poco male; io lo ripubblico perchè nessuno lo conosce, o tanto pochi ne hanno notizia da non riuscire superflua una nuova edizione. Per dare poi il suo a chi spetta, debbo ancora soggiugnere come fu una indicazione del dotto ed ora compianto bibliotecario della Magliabecchiana cav. Canestrini, che mi pose il manoscritto fra le mani. È una inezia per la quale parrà che io spenda troppe parole; ma poichè sovra tali inezie si spacciano e si pretendono, in giornata, diplomi d'immortalità, è bene avvertire il lettore che io non vi pretendo affatto.

Considerazioni sopra l'usanze mutate nel presente secolo del 1600 cominciate a notare da me, cav. Tommaso Rinuccinj, l'anno 1665 e con pensiero d'andar seguitando fino a che Dio benedetto mi darà vita, trovandomi nell'età d'anni 69.

Nozze.

Concluso che era un Parentado, gl'interessati dell'una e dell'altra banda, ne davano conto, o in persona alli più prossimi parenti, o per mezzo d'un servitore ai più lontani; poi per il giorno stabilito a uscir fuori la fanciulla in abito di sposa s'invitavano le parenti fino in terzo grado ad accompagnarla alla messa; e nell'uscir di casa s'incontravano alla porta una mano di giovani, che facevano il serraglio, che era un rallegrarsi colla sposa de' suoi contenti, e mostrare di non volerla lasciar uscire, se non donava loro qualcosa, al che rispondeva la sposa con cortesia, e dava loro, o anello, o smaniglio, o cosa simile, et allora quello che haveva parlato (che era sempre uno de più giovani e riguardevoli della truppa) ringraziava e pigliava a servire la sposa, con darli di braccio sino alla carrozza o per tutta la strada se s'andava a piedi, come per lo più seguiva, e al ritorno a casa restavano a banchetto tutti quei parenti e parente che erano stati invitati, e quelli del serraglio restavano licenziati. L'anello si dava poi in altro giorno, nel quale si faceva una colizione grande di confettura bianca, et un festino di ballo, dove era sala capace, o pure si giuocava a Giulé, se era stagione da vegliare. Nel mettersi a tavola ai banchetti, c'era un uomo in capo alla sala che con una listra, che haveva in mano, chiamava per ordine de' gradi di parentela ciascuno; e così senza confusione andava ciascuno al suo luogo, le donne da una banda, e gli uomini dall'altra. Mentre erano a tavola al banchetto delle nozze, soleva ordinariamente comparire con mandato di quello, che haveva parlato nel serraglio, che riportava alla sposa in un bacile di fiori, o con guanti d'odori, il regalo che haveva havuto da lei, e lo sposo rimandava il bacile con 30-40, e fino in 60, e 100 scudi, secondo le facoltà, de quali se ne serviva poi quello con gli altri compagni in una cena tra loro, o in fare una mascherata, o altra festa simile.

Si dismesse poi il far il serraglio, perchè cominciarono alcuni a servirsi del denaro in uso proprio; onde questo costume non si riconosce adesso se non in Corte, che quando una delle dame della Ser.ma Gran Duchessa se ne va sposa a casa sua, i paggi del Gran Duca vi fanno il serraglio e la servono sino alla porta del palazzo, e fanno poi del denaro un banchetto tra di loro.

Si dismesse ancora ne' banchetti il chiamare i parenti nel mettersi a tavola con l'ordine del grado del parentado, onde pare ne siano nati due disordini, cioè, che non tutti gl'invitati sanno in riguardo degli altri il loro grado, e si mettono a fare insieme tante cerimonie, per voler mandare in su gli altri, che genera confusione, e disagio per chi è di già al suo posto. E l'altro, che in vece di molti parenti si invitavano degli amici, che si pongono a tavola mescolati tra quelli e qualche volta questi amici sono tanti, che escludono dall'invito molti parenti (per non esser la sala capace di tante persone) che si va perdendo quella famigliarità, che dovrebbe essere tra i parenti.

S'è anco dismesso il dar conto del parentado ai parenti in persona o per mezzo d'altri, ma s'è introdotto di farlo per polizza, scrivendosi in un quarto di foglio. N. dà conto a V. S. Ill. che ha maritata la N. sua figliola o sorella al sig. N. in via tale, e si consegnano ad un servitore o altra persona domestica di casa, che le porta dove vanno, lasciandole in casa di ciascuno. E perchè molti hanno cominciato, per meno briga, a fare stampare queste polizze, pare che si possa credere, che l'usanza s'introduce comunemente.

La funzione dell'anello s'è fatta quasi sempre in casa, se bene qualch'uno l'ha voluto, per devozione, dare in chiesa, e le spose vestivano quel giorno di bianco, e con una veste che aveva le maniche aperte fino in terra, ma poi s'è dismesso, e il colore, e la foggia, vestendosi ciascheduna sposa all'uso dell'altre donne, e di che colore più li piace.

[366] Plauto, nella Casina, IV. 3:

Age, tibicen; dum illam educunt huc novam nuptam foras,
Suavi cantu concelebra omnem hanc plateam hymenaeo.

[367] «Et se (lo sposo) menerà la ditta donna, fatta la festa delle nozze dal dì della ditta traduttione, guadagni i frutti, le rendite e l'entrate de' beni di essa donna. Et dal dì della ditta festiva e pubblica traduttione, tutti i beni della ditta donna, posti nell'inventario, si intendino e siano per autorità del presente Statuto assegnati et dati per dote allo sposo, sia, o non sia seguita la copula carnale, o che la ditta donna sia pubere, ovvero che la sia impubere.»

[368] Per esempio, nel Piemonte e nel Trentino.

[369] Histoire du Buddha Sakya Mouni traduite du tibétain par Foucaux.

[370] Sztachovicz. Op. cit.

[371] Tommaseo. Canti greci.

[372] Lib. IV: «In domo nuptiarum nocte sequenti post dictam diem nuptiarum post tertium sonum campanae, quæ pulsatur de sero alle tre, non possit danzari, sonari, carolari, vel tripudiari, et quod contra fecerit puniatur, etc.»

[373] Code du Cérémonial par Mme la comtesse de Bassanville. Paris, 1867: «La mariée se retire de bonne heure avec sa mère, en évitant d'être vue; c'est manquer de savoir-vivre, que paraître s'apercevoir qu'elle se dispose à s'en aller. Le marié quitte la soirée peu de temps après la mariée. Il choisit le moment où l'on danse pour ne pas être remarqué.»

[374] Cfr. Atharvaveda, lib. XIV, presso gli Indische studien di Weber, v.

[375] Zeitschrift für Deutsche Mythologie.

[376] Casina:

Sensim super attolle limen pedes, nova nupta.

[377] In Nuptias Juliæ et Manlii:

Transfer omine cum bono
Limen aureolos pedes
Rasilemque subi forem.

[378] De bello Pharsalico:

Turritaque premens frontem matrona corona
Translata vitat contingere limina planta.

[379] Cfr. Rossbach. Untersuchungen über die Römische Ehe, Stuttgart, 1853.

[380] Giornata terza, atto secondo, scena 18.ª.

[381] XXIV:

... E se talvolta o suora
O fratello o cognata, o la medesma
Veneranda tua madre (chè benigno
A me fu Priamo ognor) mi rampognava,
Tu mansueto, con dolce ripiglio,
Gli ammonendo, placavi ogni corruccio.

[382] Cfr. Foucaux. Histoire du Bouddha Sakya Mouni.

[383] La Dora.

[384] Un tinello di quagliata; cfr. Tommaseo, Canti Côrsi.

[385] Cfr. Mittermaier, Grundsätze des gemeinen deutschen Privatrechts. Cfr. la formola tedesca nel [XIII capitolo] del primo libro di quest'opera.

[386] Sant'Ambrogio, Epistola 47 a Syagrio: «Quo mulier offensa, claves remisit, domum revertit.»

[387] Ed. Henschel, 1840-50.

[388] Cfr. Kuhn und Schwarz, Op. cit.

[389] Abbastanza singolare è l'uso nei conviti nuziali della colonia tedesca di Val Formazza nell'Ossola, e poichè il libro onde lo rilevo ci offre un intiero capitoletto interessante relativo a quegli usi nuziali, lo riferisco qui nella sua integrità. Il libro porta questo titolo: Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed alpi, di Valentino Carrera (Torino, 1861), ed alle carte 249, 250, 251, 252 leggiamo il capitoletto seguente: «Stamane per tempissimo che appena la cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino, coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche carezze, ma cammina sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.

E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.

Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite canzoni, con moltissimi spari d'archibugio e di pistola, onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa dal natìo casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperto d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne, ond'ha ornato il capo, appare quale caraibo. Egli tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura, il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Questo altro che inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate, cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.

Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.

Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.

Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque ha diritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità della sposa.

Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a pensare a tutti.»

[390] «Hanno fatto tante nozze e tanta allegria; ed io ero dietro l'uscio; non mi hanno neanche dato una fetta di pera (peruzzo).»

[391] Perugino.

[392] Sardegna.

[393] Sicilia.

[394] Tal nome si dà ad una specie di pasticcietti abruzzesi, intrisi nel mosto.

[395] Trentino.

[396] Grecia antica. Cfr. Becker. Charikles, III.

[397] Cfr. Musso. Chronicon Placentinum, presso il Muratori, R. It. Ser. XVI: «Secunda die in nuptiis dant primo longetos de pasta cum caxeo et croco et zibibo et speciebus. Et post, carnes vituli assatas; et post, lotis manibus, antequam tabulae leventur, dant bibere et confectum zuchari et post dant bibere.»

[398] Antico uso fiorentino; cfr. gli Statuti di Firenze del 1415, lib. IV.

[399] Sparge, marite, nuces; jam deserit Hesperus Oetam

[400] In Nuptias Juliæ et Manlii:

Neu nuces pueris neget
Desertum domini audiens
Concubinus amorem.
Da nuces pueris, iners
Concubine. Satis diu
Lusisti nucibus. Lubet
Jam servire Thalassio.
Concubine, nuces da.
Sordebant tibi villuli,
Concubine, hodie atque heri
Nunc tuum cinerarius
Tondet os. Miser, ah miser
Concubine, nuces da.

[401] Pane e noci, Vita da sposi.

[402] Cfr. Caballero. Cuentos y poesias populares andaluces, nel cuento che s'intitola: La suegra del diablo. «Siendo para Panfila el pelar la pava una perspectiva mas halagüeña que la caldera de la lejía, dejò que se degañotase su madre, y acudió à la reja.»

[403] Lo riferisco in nota per la sua stranezza:

Che bel piasì ch' l'è p'r mi
Esse si tant bin vestì.
Im ved propi a sté bin
In grassia d'l spus Giuvanin.
S'era bütame a t'rmolé,
Quand la cüsinera l'è vnüme a ciapé;
Ma, avend sentì che, p'r mia mercede,
Am fasìu vnì a pusséde
Tüta la bela cumpagnia
D' sta spusiña tant'alegra e ardìa,
Sübit sunt vultame in alegrìa.
Oh! am pias pi esse an mes a ste spusiñe
Ch'andè tüt 'l dì cun cule galiñe.
An sissì i god üna perfeta tranquilità
Suvra sta taula tan bin parià.
Pitu l'é 'l me nom e sun ün nubilass,
L'ai mai fait nen autr che mangié e andé a spass.
Oh! l'ai propi sempre mangià e beivü alegrament
A vnì fin adess che vöi fé me testament.
Mi vöi pa fé cum a fan certi fasöi
Ch'as fan d'tuiru fin an s'y öi,
Pöi a fan nen testament p'r nen discürbì i so anbröi.
'L fatt me l'è franc e liber; d'nans e drè l'é tüt me.
A j'é pa ün ch'a pössa ciameme i me dui dné.
Andé dunque dal nudar; i vöi agiüsté bin i me afé,
P'r ch'ai sia pöi nen da litighé.
Sì a j'é i testimoni ch'a sun Simon Gervas e Peru
Carlin Bastian Giüspin e Toni 'l gneru.
Chiel, sur nudar, ch'a scriva vuluntré; che lu vöi cuntenté
P'r l'ultima scritüra che i l'ai da fé.
Lass i me oss a ün can bel gross.
La mia carn la lass a la cüsiniera e quand a sìa bin agiüstà,
A smijrà bin buña à tüta quanta la taulà.
Tüta la mia piüma pi fiña
Ch'a serva a fé la pajas'tta p'r büté ant cula cün'tta.
E arivand la necessità,
A sarà pöi già parià.
Oh! adess a j'é 'ncura 'l nudar,
Vöi pa passé da avar.
I lass dal bech an sü e dal pnass an giù:
E se a n'a pa pru, ch'as grata 'l cü.

[404]

Missa haec face,
Hymenaeum, turbam, lampadas, tibicinas.

[405] «O voi, padre della sposa, vi presenteremo la penna d'oca; ora che avete maritata la figlia conviene pagarle la dote. O voi, padre dello sposo, vi presenteremo il fior di ortica, affinchè non la teniate nè peggio nè meglio che se fosse vostra figlia. O voi, signora sposa, che siete sì ben vestita, ci sembrate il nostro mandorlo quand'esso è sì bene fiorito. O voi, signore sposo, che siete sì bene vestito, voi sembrate il nostro pesco quando è sì bene fiorito. O voi, signora sposa, vi presenteremo il ramo, e se l'uomo non è bello sarà tanto più gentile. O voi, signore sposo, vi daremo da intendere che abbiamo portati questi fiori, perchè ce li facciate vendere.»

[406] «Voi, signora sposa, vi presenteremo una ghianda bucata; quando l'uomo venga per battervi, pigliate la valle de' prati. S'ella si trova lesta, si butta giù dalla finestra; se si trova snella, essa piglia la valle dei prati.»

[407] Dintorni di Fenestrelle.

[408] In Nuptias Juliae et Manlii.

[409] Gli Statuti di Modena, pubblicati e illustrati dal Campori, prescrivevano che sole 12 persone, oltre la famiglia, potessero intervenire al banchetto nuziale; e lo stesso Campori cita il banchetto di un Rossi con una Sanvitale, al quale presero parte 1214 uomini, 386 donne e 300 servi; egli è vero che si trattava in questo caso di nobili, i quali si mettevano quasi sempre sopra la legge.

[410] Cfr. De Habitu Virginum, opera, 1726, p. 179: «Quasdam virgines non pudet nubentibus interesse, et in illa lascivientium libertate sermonum colloquia incesta miscere, audire quod non licet dicere, observare et esse præsentes inter verba turpia et temulenta convivia, quibus libidinum fomes accenditur, sponsa ad patientiam stupri, ad audaciam sponsus animatur.»

Varrone, presso Nonio Marcellino: «Pueri obscoenis novae nuptulae aures restaurant.»

Nè si risparmiavano le pronube; quindi San Gerolamo, nell'Epistola a Geronzia: «Responde mihi, carissima in Christo filia. Inter ista nuptura es? Quem acceptura virum? Cedo? fugitivum; an pugnaturum? Quid utrumque sequatur intelligis, et Fescennino carmine terribilis tibi rauco sonitu buccina concrepabit, ut quas habeas pronubas, habeas forte lugentes.»

[411] De Civitate Dei, lib. 6, cap. IX: «Cum mas et fœmina conjungantur, adhibetur deus Jugatinus. Sit hoc ferendum. Sed domum est ducenda quæ nubit; adhibetur deus Domiducus; ut in domo sit, adhibetur deus Domitius; ut maneat cum viro, additur dea Manturna. Impletur cubiculum turba numinum, quando et paranymphi inde discedunt. Adest dea Virginensis et deus pater Subigus et dea mater Prema et dea Pertunda et Venus et Priapus. Virginensis quidem ad hoc ut virgini zona solvatur; Subigus ut viro subigatur; Prema, ut subacta, ne se commoveat, comprimatur.»

[412] Cfr. Nieuport, De ritibus Romanorum.

[413] Veggasi quanto abbiamo scritto, in proposito, nel [capitolo dei pronostici].

[414] Cfr. Hotman, De veteri ritu nuptiarum: «rapi solebat fax nuptialis, qua prælucente nova nupta deducta fuerat ab utrisque amicis, ut ait Festus, ne aut uxor sub lecto viri, aut vir in sepulchro comburendam curaret, quo utraque mors propinqua alterius captari putabatur.»

[415] Cfr. il [cap. IV] del secondo libro.

[416] Antiquitates Italicæ, diss. XX. De actibus mulierum. Gli sposi «a sacerdote monebantur, ut ob reverentiam Sacramenti eo die et sequenti nocte a commercio carnali abstinerent. Imo erant, qui per biduum et triduum subsequens observandam indicerent continentiam.»

[417] Cfr. Becker, Op. cit.

[418] Cfr. Hotman. Op. cit. — Macrobio, lib. I, c. 15: «Primus nuptiarum dies verecundiæ datur.» — Ricordo poi ancora l'ordine che dà Romolo, presso Dionigi d'Alicarnasso, II, ai giovani romani che rapiscono le Sabine di serbarle caste per una notte, quindi menarle: «καὶ φυλάττειν ἁγνὰς ἐκείνην τὴν νύκτα.»

[419] In Allgäun e Bettringen; Cfr. Weber. Op. cit.

[420] Cfr. Ubicini. La Turquie actuelle.

[421] Cfr. novella 154 «.... essendo le nozze di Genova di quest'usanza ch'elle durano quattro dì e sempre si balla e canta, mai non si proffera nè vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino, e' confetti, è uno accomiatare altrui; e l'ultimo dì la sposa giace col marito e non prima.»

[422] Cfr. Kuhn und Schwarz. Op. cit.

[423] Cfr. Simbrock. Op. cit.

[424] Saturn. I. 16.

[425] Cfr. un contratto di matrimonio del 1462, presso il Du Cange. Op. cit. «Convenerunt ulterius dicti domini de Altoforti et de Ulmo, patres dictorum sponsi et sponsæ futurorum, facere sollempnisari dictum matrimonium de dictis sponso et sponsa in primo sponsalio, post festum nativitatis Domini proxime venturum.»

[426] Cfr. Ovidio. Fast. V:

Si te proverbia tangunt,
Mense malas Maio nubere vulgus ait.

[427] Op. cit., ultima edizione, sotto la voce Burghenglish: «Burghenglish, Rastallo vetus est Consuetudo in Burgo veteri, in quo, si pater relictis pluribus filiis decedat, secundogenitus ei solummodo succedit in terris et tenementis, quibus saisitus erat in burgo, cum decessit, vi istius consuetudinis; quam etiam locum habuisse in familia Hœstratam auctor est Ludovicus Guicciardinus in Descr. Belgii. Ea autem Lex obtinet in Comitatu et urbe Nottinghamensi, ut habet Christoforus de S. Germano in Dialogo de Legibus Angliæ cap. VI: Natu Minimus domicilium principale habebit, in Leg. Hoeli Boni ed. Wotton, pag. 346 Quem usum in pluribus locis viguisse testantur Mittermaier, princip. Jur. Germanici.

[428] Cfr. la mia Storia dei viaggiatori Italiani nelle Indie orientali. Livorno, 1874.

[429] Cfr. l'inno 85.º del 10.º libro del R'igveda.

[430] Cfr. ib. e il lib. 14.º dell'Atharvaveda, presso gli Indische Studien di Weber, V.

[431] Cfr. Chéruel. Op. cit.

[432] Op. cit. — «Sciendum est (così nelle Leges Scoticæ, lib. IV, cap. 31) quod secundum asisam terræ, quæcumque mulier fuerit, sive nobilis, sive serva, sive mercenaria, Marcheta sua erit una juvenca, vet 3 solidi, et rectum servientis 3 denarii. Et si filia liberi sit, et non domini villæ, Marcheta sua erti una vacca, vel 6 solidi; et rectum servientis 6 denarii. Item Marcheta filiæ Thani vel Ogetharii, 2 vaccae vel 12 solidi.... Item Marcheta filiæ Comitis, est Reginae, 12 vaccae.» In quem locum sic Skeneus (l'editore delle Leges Scoticae): «March equum significat prisca Scotorum lingua. Hinc deducta metaphora ab equitando, Marcheta mulieris, dicitur virginalis pudicitiæ prima violatio et delibatio, quæ ab Eveno rege, dominis capitalibus fuit impie permissa, de omnibus novis nuptis, prima nuptiarum nocte. Sed et pie a Malcolmo III sublata fuit, et in hoc capite certo vaccarum numero et quasi pretio redimitur.» — «Nemo (così le Leges Hoeli Boni Regis Valliae cap. 21) feminam det viro, antequam de mercede domino reddenda fidejussorem accipiat. Puella dicitur esse desertum Regis et ob hoc Regis est de ea amachyr (pretium virginitatis) habere» — «Scribit præterea vir doctissimus Daniel Pabebrochius ad Vitam S. Foranni Abbatis Walciodorosensis, eam præstationem pro redemptione primæ noctis nuptiarum a servis glebae exigi etiamnum a praediorum dominis in Belgii, Frisiae ac Germaniae aliquot tractibus: ad quam etiam consuetudinem referendum illud videtur, quod olim Ambianensis Episcopus in suos dioecesanos jus sibi competere asserebat, videlicet ut iis qui noviter nuptias inierant, tribus prioribus noctibus post earum celebrationem una non liceret, nisi certa pecuniæ summa ei persoluta; quod quidem (prohibitum Litter. Philippi VI anni 1336 et Caroli VI anni 1338) tandem penitus abrogatum fuit Abbavillensium petitione Aresto Parlamenti Parisiensi 19 Martii anno 1409; nisi forte id juris sibi arrogarit Episcopus, quod Concilio Carthaginiensi IV, can. 13 «sponsus et sponsa, cum benedictionem acceperint eadem nocte pro reverentia ipsius benedictionis in virginitate permanere» jubeantur — Oblinuit et in Galliis nostris pessima Marchetae consuetudo sub nomine Cullage vel Culliage, ut in hac voce observat D. De Lauriére in Gloss. juris Gallici ex Instrum. ann. 1507 cap. de Reditu Baroniæ S. Martini le Gaillard: «Item a le dit seigneur (le comte d'Eu) audit lieu de Saint Martin droit de Cullage quand on se marie.» Singulare autem factum hoc de re refert Boerius Decis. 297 num. 17: «Ego vidi in curia Bituricensi coram Metropolitano processum appellationis in quo rector seu curatus parochialis prætendebat ex consuetudine primam habere carnalem sponsae cognitionem, quae consuetudo fuit annullata, et in emendam condemnatus. Et pariter dici audivi, et pro certo teneri, nonnullos Vasconiæ dominos habere facultatem prima nocte nuptiarum suorum subditorum ponendi unam tibiam nudam ad tatus neogamae cubantis, ant componendi cum ipsis.» Eamdem hanc consuetudinem extitisse apud Pedemontanos, quam Cazzagio vocabant, testis est Historia Sabaudiæ. — Huius moris appendix est quod legitur in Pacto ann. 1318 inter. Joan. de Berbigny dom. de Dercy et habitatores ejusdem villæ ex Reg. 59 Chartoph. reg. 150: «Se aucuns de mourans en ladite ville de Dercy, il devoit et estoit tenut à amener sa famme de au giste en la devant dite ville de Dercy, la nuit que il s'esposoit, et se famme de Dercy se marioit à aucun de dehors, elle devoit et estoit tenue à gesir a Dercy la nuit qu'elle esposoit.» Mi sembra finalmente un resto del jus primæ noctis il tributo di una moneta d'oro che presso il Chronicon Poloniæ di Boguphalus, il tedesco, figlio del re, reclama da Walther, il robusto, che porta via Ildegonda (Heldegund) e da quanti altri passeranno con una vergine.

[433] Cfr. Bandello, p. terza, nov. 54.ª

[434] Trento, 1856; il documento, a proposito de' diritti abusivi assunti dal tiranno Gundebaldo e suoi antecessori, si esprime così: «Item quod hangarias et honera ab ipso Patre et Avo suis sibi factis in totum tollantur et cassentur uti sunt... et fruictiones primæ noctis de sponsabus.»

[435] Passeggiate nel Canavese.

[436] Così, per esempio, è noto che Federico Barbarossa distrusse Chieri; il popolo chierese, memore di quel terribile avvenimento, dice che il nome della città proviene dall'avere il Barbarossa, dopo averla distrutta, esclamato: non sei più chi eri. — La tradizione, conforme alla storia, fa discendere Annibale dal Cenisio, per Val di Susa, Giaveno, Avigliana. A Giaveno il rozzo popolo ritiene che Annibale passando di là abbia detto in latino jam veni, onde sia venuto il nome della città. Tali etimologie provano al tempo stesso la ignoranza del popolo e la tenacità della sua memoria tradizionale.

[437] «Posuerunt, ut vidi, bigliam unam in foramine culi per vim Joanninae De Rege, et ipsam per vim nudam ire et deambulare faciebant per locum Vischarum ponendo ignem in vulvam ipsius.» I popolani di Vische alla loro volta «illustrem Dominum Jacobum nihilomine suspicantem, dum venaretur armata manu circonvenerunt et multis illatis vulneribus misere occidunt et quod inauditum est et calamum a scribendo estrahit ob atrocitatem rei, membrum ejus virile abscindunt et in os inserunt.»

[438] Il solo che, a mia notizia, abbia discorso un po' lungamente del tusinaggio è il Durandi (Della Marca d'Ivrea. Torino, 1804, p. 118, 119); ma non ha di certo risoluta la questione, che meriterebbe, ci sembra, di fermare l'attenzione speciale di alcuno tra i più sapienti investigatori delle nostre storie. Ecco in quali termini il Durandi si esprime: «Alla relazione de Bello Canepiciano, che Pietro Azario finì di scrivere nel gennaio del 1363, si potrebbero aggiugnere altri accidenti occorsi di poi, se stesse bene continuar la storia degli orsi e delle tigri. Ma le popolazioni del Canavese, stanche di soffrire, fecero alla fine ciò che pur sogliono far i popoli stracchi e angarieggiati da troppe gravezze: ruppero ogni freno e si concertarono insieme per resistere ai loro signorotti e spegnerli. Dinominarono tusinaggio cotesta loro unione o lega e tusino o tuchino ciascun de' collegati. Intendeano d'indicar con siffatto nome una sola volontà in tutti di scuotere il giogo e vendicarsi. Assai uccisioni vi seguirono, e mali gravissimi. Il conte di Savoia s'interpose più volte tra il popolo e que' nobili e con la generosa sua moderazione gli riuscì di metterli di accordo, massimamente nel 1385. Ma coloro poi ritornavano ad affliggere il popolo e nei primi anni del secolo decimoquinto, e n'era freschissima la memoria di quello, allorchè in un contratto di affrancamento a pro de' terrazzani d'Agliè de' 20 giugno 1423 si scrivea che «Tempora dicti tusinaggii omnes homines Canapitii erant multum dominis rebelles, et dominos suos tradiderant oblivioni, nec in servitiis eorum dominorum ambulabant, sed potius in destructionem personarum et bonorum.» «Da più altri documenti di quella età ho pur raccolto che il mentovato tusinaggio veniva a dire una cospirazione di tutti i popolani contro de' feudatari dirizzata a liberarsi da mille gravezze e molestie, e a distrugger quelli ed usurparne i beni, per rifarsi de' mali insino allora patiti. Ma non è chiaro donde cotal nome derivi...»

[439] Op. Cit., V.

[440] Les parents et les proszci ayant achevé le contrat, on convient du jour où l'époux devra envoyer le cortége nuptial pour recevoir la prétendue. Dans cet intervalle le fiancé fait choix de deux parents ou de deux amis, chargés de servir de parrains à sa future; ce sont les djevers ou paranymphes de l'ancienne Grèce. Il invite également tous les jeunes gens de sa connaissance qui devront figurer dans le cortége destiné à aller prendre la fiancée; ce sont les svati. Dès l'aube du jour arrêté pour les épousailles, et même dès la veille, si la rèsidence de la jeune fille est éloignée, la joyeuse compagnie des djevers et des svati, formée tout entière de cavaliers, quand on le peut, et emmenant avec elle une monture destinée à la jeune épouse, après avoir bu le coup de l'étrier, quitte la maison du futur, et, précédés d'un porte-étendard ou bariaktar, chantant, caracolant, tirant des coups de fusil, se porte à la rencontre d'un cortége semblable envoyé par les parents de la fille. Au moment où les deux troupes sont en vue l'une de l'autre, les deux bariaktari, se portant en avant, simulent un combat de quelques instants, puis, mettant pied à terre, dansent, s'embrassent et déchargent leurs pistolets. Tous arrivent enfin devant la maison de l'épousée, sur le seuil de laquelle ils trouvent, prêts à les recevoir, les parents de la fille, à l'exception toutefois du père et de la mère. Les djevers se présentant alors réclament la mère, l'informent de leur mission, et demandent qu'il leur soit permis d'emmener la promise. La mère doit s'opposer à leur dessein, pleurer à la rigueur, jusqu'à ce que, calmée par les présents qui lui sont offerts, elle accorde un dernier consentement. Le cortége des svati pénètre alors dans la maison où se trouve ouvert un coffre, don du fiancé, et géneralement acheté au bazar de Rieka ou à Scutari. Ce grand bahut, peint en couleurs voyantes, est destiné a recevoir les cadeaux que chacun se fait un devoir d'apporter, et consistant en toute espèce d'objets de toilette ou même d'ustensiles de cuisine, destinés à constituer à la fois et le trousseau et le ménage de la jeune épouse. Pendant ce temps la mère et les amies de la jeune fille ont emmené celle-ci, et s'occupent à la revetir des atours qui ont été préparés, depuis la chemise de fine soie de Scutari, aux larges manches brodées, jusq'à la yaketa de velours surchargée d'or. Au frère de la mariée incombe le devoir de faire tomber de sa tête la kapa, emblème de verginité, qui couvrait son front de jeune fille, et qui le voile sévère dè l'épouse va désormais remplacer. Cependant la table est ouverte aux svati; les handjars entament à grands coups les moutons rôtis; le vin, le café et l'eau-de-vie circulent; et tandis que devant la porte de la maison retentissent, dans un cercle de danseur, les cris et les arquebusades, de joyeux brindisi saluent la mariée prête au départ.... Escortée à droite et à gauche par ses djevers et suivie par les bruyant svati, la nouvelle épouse gagne enfin la maison où elle va commencer une nouvelle vie. Sur le seuil de celle-ci elle aperçoit la starictchina qui vient à sa rencontre, portant dans ses bras un jeune enfant qu'il offre à ses caresses (conformemente al rito vedico, ed anche al brettone); cérémonie emblématique et présage heureux des devoirs maternels qu'elle aura bientôt à remplir. Au tour de sa belle mère de lui offrir ensuite une pomme qu'elle doit, autant que possible, jeter pardessus le faîte de la maison; si elle n'y réussit pas, c'est de moins bon augure. Le cortége tout entier a envahi la maison des époux, le festin des svati commence, tandis que les djevers vont sans façons s'asseoir sur le lit nuptial où le mari vient leur offrir les mets et les libations. A leur tour de s'occuper de la jeune femme, et de faire pour elle tous les frais de galanterie auxquels le mari, en qualité de maître, ne saurait condescendre sortout sous des yeux étrangers. Le soir venu, les parrains accompagnent encore la jeune femme dans la chambre nuptiale où l'époux se rend à son tour, après avoir reçu la bènédiction du chef de la famille. Les djevers rejoignent enfin la compagnie joyeuse, qui, rassemblée autour du foyer, en disperse les tisons et les cendres jusqu'à ce qu'on lui ait servi l'eau-de-vie et les figues sèches.» Frilley et Wlahovitj. Le Montenegro contemporain; Paris, Plon, 237 e seg.

[441] Cfr. Sant'Agostino. De Civitate Dei, VII: «Sed quid hic dicam? cum ibi sit et Priapus nimis masculus; super cujus immanissimum fascinum sedere nova nupta jubebatur, more honestissimo ac religiosissimo matronarum».

[442] Presso Plutarco.

[443] Cfr. Caballero, op. cit., cuento della Suegra del diablo: «Cuando los novios se iban a retirar a la camara nupcial, llamò la tia Holofernes a su hija y la dijo: Cuando estàn Vds. recogidos en su aposento, cierra bien todas las puertas y ventanas; tapa todas las rendijas, y no dejes sin tapar sino unicamente el agujero de la llave. — Toma en seguida una rama de olivo bendito, y ponte a pegar con ella a tu marido hasta que yo te avise; esta cerimonia es de cajon en todas las bodas y significa que en la alcoba manda la mujer».

[444] Traduco così l'epitalamio di Gallieno, presso Trebellio Pollione, tra gli Scriptores historiæ Augustæ: «Fuit autem Gallienus (quod negari non potest) oratione, poemate atque omnibus artibus clarus. Huius est illud epithalamium, quod inter centum poetas precipuum fuit. Nam quum fratrum suorum filios coniugaret, et omnes poetæ græci latinique epithalamia dixissent, idque per dies plurimos, quum ille manus sponsorum teneret, ut quidam dicunt, sæpius ita dixisse fertur:

Ite, ait, o pueri, pariter sudate medullis
Omnibus inter vos: non murmura vestra columbae,
Brachia non hederae non vincant oscula conchae.

Anche alle noci che lo sposo distribuiva ai fanciulli, Servio attribuisce lo stesso scopo che aveva l'epitalamio: «Vulgare est ideo spargi nuces, ut rapientibus pueris fiat strepitus, ne Puellae vox virginitatem deponentis possit audiri».

[445] Gli eleganti Fescennini di Claudiano, per le nozze di Onorio imperatore con Maria, possono essere un saggio dell'arditissimo genere di poesia:

Et labris animam conciliantibus,
Alternum rapiat somnus anhelitum.
Amplexu caleat purpura regio;
Et vestes Tyrio sanguine fulgidas
Alter virgineus nobilitet cruor.
Tum victor madido prosilias toro,
Nocturni referens vulnera praelii.
Ducant pervigiles carmina tibiae,
Permissisque iocis turba licentior
Exultet, tetricis libera legibus.
Passim cum ducibus ludite, milites;
Passim cum pueris ludite, virgines.

[446] Meritano, in proposito, di venire ricordati due proverbii tedeschi ed uno francese. I primi dicono: «Ist das Bett beschritten, so ist das Recht erstritten:» e «Wenn die Decke über dem Kopf ist, so sind die Ehegatten gleich reich»; e nei Coutumes francesi: «au coucher gagne la femme son douaire».

[447] Cfr. Mittermaier, Op. cit.

[448] Cfr. Edicta Regum Longobardorum, ed. Baudi di Vesme, e particolarmente l'editto di Luitprando, art. 7.º «Si quis Longobardus morgincap conjugi suæ dare voluerit quando eam sibi in coniugio sociaverit, ita decernimus, ut alia die ante parentes et amicos suos ostendat per scriptum a testibus rovoratun, et dicat, quia Ecce quod conjugi meæ morgincap dedi, ut in futuro pro hac causa perjurio non percurrat. Ipsum autem morgincap nolumus ut amplius sit, nisi quarta pars de ejus substantia qui ipsum morgincap fecit».

[449] Ont. It., De actibus mulierum.

[450] L'uso invece delle nocciuole nella valle d'Andorno, citato al [sesto capitolo] del primo libro, sembra invece contenere un opposto significato. Cfr. pure una nota del [nono capitolo] nel primo libro.

[451] Tolt sü el drapún, ossia preso il sacco vuoto, o sia che fu messo nel sacco.

[452] Cfr. L'uso abruzzese del chiedere la sposa, per mezzo d'un ceppo. A Ceppo di Natale, come ho già avvertito, incominciano generalmente tra noi a fervere gli amori che conducono a nozze; ma cavare un ceppo può forse avere un altro senso, cioè fare una fatica inutile, una grande fatica non compensata da un effetto corrispondente.

[453] Cfr. Hotmann, Op. cit. «Quod, si a pactione sponsus et sponsa discederent, repudiumque fierit, multabatur is qui causam praebuerat; si sponsa, arrhas in duplum reddere debebat; si sponsus, non repetebat.... Quod si neuter præbuisset causam dissolvendorum sponsaliorum, cessabat huiusmodi poena».

[454] Cfr. Sanctionum ac provisionum inclitæ civitatis studiorumque matris Bononiæ, t. II, Bononiæ 1569 «statuimus et ordinamus quod aliquis vel aliqui dictorum patrum, fratrum, patruorum et aliorum auctoritatem seu curam vel gubernationem habentium domicellaram postquam in sponsas promiserint, seu destinaverint, non audeant vel præsumant ipsas alicui alteri in sponsas promittere vel destinare vel in matrimonio collocare, sub pœna cuilibet prædictorum contrafacienti ducentarum librarum Bon. in quam ipso iure et facto incurrant».

[455] Cfr. Kuhn n. Schwarz, Op. cit.

[456] Chéruel, Op. cit.

[457] Cfr. Du Cange, Op. ed. cit., s. v. Asinus.

[458] Per relazione del prof. Cr. Baggiolini. — E, a motivo della sua singolarità, riferirò pure l'aneddoto di un marito piemontese che la moglie avea battuto in pubblico. «Nel 1858, alla Chiusa di Cuneo, certo M., per soprannome B., panattiere, si lasciò pubblicamente schiaffeggiare dalla moglie. I comuni di Chiusa, Peveragno, Beinette e Boves danno ricetto ad una società di cenciosi, per appartenere alla quale, ognuno deve provare di non avere alcuna camicia, che il cappello sia bucato in quattro punti almeno, i calzoni e l'abito a più repezzi di colori diversi, e che siano privi del necessario per campare. Questa società, che ha i suoi statuti e un proprio capo addimandato il re e residente a Boves, capitando qualche caso di cui facciano cenno i suoi statuti, e quello sopra descritto ne è uno, si raduna tutta nel paese dove il caso avvenne. Nel 1858, si portarono essi pertanto alla Chiusa, in numero di circa quattrocento, sulla piazza del Pallone, e vi si accamparono e attendarono colle loro marmitte. Allora il re, dopo averli arringati, li invitò a fare il debito loro, chiudere cioè, prima la bottega del M., apporvi i sigilli ed innalzarvi davanti come una barricata di letame. Messe poi le guardie, perchè non fosse distrutta l'opera loro, gli altri si facevano regalare dagli abitanti il vitto, promettendo restituzione. Ma questa non venne mai, ed il M., dopo otto giorni d'inferno, non aiutato punto dalla polizia, che, per rispetto alle consuetudini, lascia fare, dovette discendere a patti col re, sborsargli una grossa somma di denaro, e consegnargli molti ettolitri di grano e di vino, senza del che non avrebbe potuto liberarsi». Per relazione di mio fratello Luigi, ispettore delle tasse, in quegli anni, esattore alla Chiusa.

[459] Cfr. Mittermaier, Op. cit.

[460] Cfr. Chéruel, Op. cit. Vi si cita pure il caso di Carlo V, che prese parte ad uno di tali baccani nel 1392, e per la pece che aveva addosso, corse rischio di bruciar vivo. Del charivari o chiarivarium, chalvaricum francese così parlavano (presso il Du Cange, Op. cit.), gli Statuti Sinodali della Chiesa d'Avignone nel 1337: «Cum sponsæ ad eorum traducuntur hospitia de ipsorum domibus bona more prædonum rapiunt violenter, pro quibus pecuniarias ab invitis redentiones extorquent, quas expendunt in scurrilitatibus et comessationibus inhonestis, quæ Malprosiech damnabiliter appellant.... faciunt ludos obnoxios, quos ut eorum verbis contra honestatis labia utamur in placitis nominant Chalvaricum». «Qui dum contingit viros aut mulieres ad seconda vota pertransire et matrimonialiter conjungi, et dum in Ecclesiis matrimonia fidelium et benedictiones nubentium celebrantur sponsum et sponsam circumstantes vociferando percutiunt.... quod ipsi tales derisores, raptores divini, perturbatores officii et sacramentorum officia contemnentes, Chalvaritum in vulgari facientes seu fieri procurantes, a prædictis excessibus penitus et omnino desistant sub pæna excommunicationis».

[461] Cfr. Muratori, Op. cit.

[462] Cfr. Martigny, Op. cit.

[463] Cfr. Fleury, Les moeurs chrétiens.

[464] Ma, al ritorno, tre amiche comari l'attendono; l'una distende e liscia i capelli, un'altra li intreccia, la terza li annoda e fa su.

[465] Cfr. gli Statuti di Gallese, lib. II, Gallese 1576. «Volendo noi obviare a molti scandali e romori che potrebbono nascere per il far delle travate e scampanate alle vedove statuimo et generalmente ordinamo che nessuno tanto Gallesano come anche forestiero di qual si vogli grado o conditione ardischi sotto qual si voglia pretesto far campanate, ne travate alle vedove o vedovi che si rimaritano nella nostra Città di Gallese nè tanpoco alle case loro farci alcuno impedimento sotto la pena di scudi tre per chiasche persona e volta, non ostante altro abuso che in contrario de questo per l'addietro fosse stato tollerato».

[466]

Me vogio maridar, e no sò co chi;
Se passa Nane, ghe vôi dir de sì;
Se passa Toni, ghe vôi far de oceto,
Se passa Bepi: siestu benedeto!

[467]

L'omo senza la dona è 'na pignata
Piena de aqua, lontana dal fogo;
Chi ga giudizio pol considerare:
L'omo senza la dona no pol stare.

[468] Eccone un saggio:

Dago la bona sera a questa casa,
Al pare e mare e quanta gente siete!
E la Marieta xe mia inamorata,
Quela che in casa vostra voi tenete.
Mi passo per de qua e no la vedo;
Ela xe in leto, e mi tremo dal fredo:
Ela xe in leto col papà e la mama,
E mi, meschin, la piova me bagna.

E così le seguenti che diconsi serenade:

Vieni, cara, ala finestra,
Dal balcon butite fora;
Dame almanco un quarto d'ora,
Che co ti vorìa parlar.
Vieni, bela, a la finestra:
Xe 'l tuo amante che ti ciama,
E l'è quelo che ti ama,
Che te porta tanto amor.
Mi son soto i tuoi balconi
Co le mani giunte al peto:
Vieni, vieni, el mio dileto,
No me fare più penar.
Vegna lampi e vegna toni
Che paura no i me fa:
Co' so' soto i tuoi balconi
No me pare da morir.

[469] Nelle campagne di Spilimbergo, sopra Udine, e precisamente a Barcis: «El toso ciapa un soco (zocco) e el lo mete su la porta de la casa in dove che stà la regazza che el ga in idea, e se ela lo tira drento, l'è segno che la xe contenta de farghe l'amor; e se la lo lassa là, gnente, no la ghe ne vol saver.»

A Polcenigo, pure in provincia di Udine: «I se impianta co le nosele (nocciuoli). A la festa, dopo vesparo, i tosi va a ziron co ste nosele, e i ghe ne esibisse ale tose che i ga in idea: se le açeta, bisogna che le ghe ne toga çinque, perchè

Una no xe da dar,
Do no xe da tor,
Tre xe d'amor,
Quatro xe da mati,
Çinque xe da inamorati.

[470]

Moroso belo, fe' come i morosi:
Dal padre mio andeme a dimandare;
E se mio pare ve darà risposta,
Vegnì da mi, che so' la sposa vostra.

[471] La più comune è questa:

Ti passi per de qua, ti passi indano:
Ti frui le scarpe e no ti ga guadagno;
Ti frui le scarpe e po anca le siole:
No t'aspetar da mi bone parole.

[472] A mantenere viva questa usanza sembrami ispirato questo canto:

Mio pare e mia mare
I gera sul camin
E i fava discorseti
Per maridarme mi;
Ma mi so' stà più scaltra,
Me l'ò trovato mi:
M'ò tolto un ziogadore
Che zioga note e dì;
El m'à ziogà la dota,
E 'l m'à ziogà anca mi.

[473] Sfoglio la mia raccolta edita ed inedita dei Canti popolari, ed omettendo ogni commento, riporto i seguenti:

No vogio più garofoli in pitèri
E gnanca far l'amor co marineri;
I marineri spuzza da catrame:
Tute le pute i fa morir da fame.
Tuti sti marineri, quando piove,
Tira la paga e ghe ne magna nove;
Tuti sti marineri, co' è bon tempo,
Tira la paga e ghe ne magna çento.
Done, no ghe ste' crede a marineri:
I xe gelosi e pieni de sospeto;
'Na cossa sola mi ve vogio dir:
'Na note a l'ano i dorme sul so leto.
Tuti me dise: Bela, no lo tor
Lo mariner, chè 'l te farà morire;
Se el me farà morir, e cussì sia:
Sposar lo vogio, el xe l'anima mia.
No vogio nè limoni, nè naranze,
E gnanca pescaori cole calze;
No vogio nè limoni, nè çedroni,
E gnanca pescaori coi calzoni.
Ti credi d'esser nata 'na regina!
De un pescaor no ti te vol degnare;
E ti te degnarà d'un fornareto,
Ch'el te portarà el pan co'l fazzoleto.
No vogio un pescaor che sa da pesse;
Nè manco un ortolan che va sui orti;
Nè manco un mariner che va in marina:
Ma vogio un bel mercante da farina.
Pute, no fe' l'amor co calegheri!
I calegheri ga 'na trista fama;
I calegheri ga 'na trista fama,
Che tuto quel che i ciapa i se lo fragia.
No vogio nè garofoli, nè fiori,
E gnanca far l'amor co servitori;
I servitori toca come i gati,
La sera e la matina i lica i piati.

[474]

Ti passi per de qua gramo e dolente,
Ti credi de parlar col padre mio;
E ti te porti un aneleto in deo,
Ma el to pensier no 'l se confà col meo.
El to pensier no val 'na gazeta:
Ti ti xe rico e mi so' povareta.

[475] Ecco come nelle campagne sopra Spilimbergo, su quel di Udine, il giovane si presenta alla casa della fidanzata per chiederla ai genitori: «Vien el zorno dela dimanda, e el toso va a casa dela regazza, e co' el xe sula porta, el dise: «Se comandè che vegna drento, vegno drento; se de no, resto de fora». Alora, se i genitori dela regazza ghe risponde «vegnì drento che ghe xe logo anca per vu», l'è segno che i xe contenti de darghe la tosa; e se no i ghe risponde gnente, no i vol saverghene de elo.»

Questo uso può trovare spiegazione nella seguente villotta dettatami da una donna di que' dintorni:

Gaveva 'na chitera e l'ai venduda
Per no saver sonar napoletana;
Gaveva una morosa e l'hai perduda
Per no saver parlar cola so mama.

A Carpenedo, piccolo villaggio del vicino comune di Mestre, si dà alla dimanda un certo che di pubblicità: «La dimanda i la fa la terza festa de Pasqua. In quel zorno se tien fiera de nose, nosele, carobe, naranze, brustolini, e de botiglie de rosolio; e i tosi che fa la dimanda va da sti frutarioi e i se compra un tovagiol pien de ste robe e do o quatro botiglie. Alora i speta che sia terminà vesparo, e quando la zente vien fora de ciesa, i tol suso sto tovagiol e i va a casa dela morosa; e cussì tuti vede.»

[476] Detto anche: el pegno, el tempo e l'anelo.

[477]

In mezo al mare ghe xe ciare case,
La Rizziolina che tanto me piase;
Se so papà me la volesse dare,
L'anelo d'oro ghe voria donare:
L'anelo d'oro e la veleta fina,
Per contentar la bela Rizziolina.

Quest'altra ricorda forse un uso più antico:

E vustu che te ama? dame ete,
E dame la corniola e 'l cura-rece;
E vustu che te ama? dame ò,
E dame la corniola e 'l figarò.

Ad Alpago, in provincia di Belluno, lo sposo, per segno, dà alla sposa le gusele e un guselon (aghi d'argento da testa) co i tremoli, e corre obbligo alla sposa di acconciarsene il capo per farne mostra nel successivo primo giorno festivo, allorchè si porta alla chiesa.

A Polcenigo, in quel di Udine: «Una volta, la capara, gera un talero; adesso invece squasi tuti ghe dà 'na forfe co una caenela, una britola e i zocoli. Ela ghe dà un fazzoleto bianco e un altro scarlato.»

A Roveredo, pure in provincia di Udine: «El contrasegno xe do roche, una da filar canevo e una da filar stopa, ben tornìe e co le so figure de omo e de dona; un famegio per tegnir sula roca; una britola per scarsela, e una forfe cola so ranceta. Co se vede ste robe se dise: quela xe impromessa. Per tuto el tempo che i fa l'amor el toso ga da mantegnirghe ala tosa i zocoli e anca el capelo, e se lu va via militar, bisogna che fazza el dover la famegia de elo.»

Ad Azzano, pure su quel di Udine: «Per segno el toso ghe dà tre o quatro file de corai co una stela d'oro, e ela ghe dà un fazzoleto o un per de tirache.»

A Clauzetto, stessa provincia: «Perchè la regazza comparissa el moroso ghe dà un ciamisot (veste a sacco) cola so çintura, e un per de scapini.»

[478]

De quindese ani m'ò fato novizza,
De sedese ani so andada a l'altare,
De disisete go cantà la nana,
E de disdoto i m'à ciamato mama.

[479] Disgusti.

[480] A Roveredo su quel di Udine: «El moroso tien conto de tuto, e se caso mai ela lo lassa, bisogna che la ghe paga tuto dopio quel che la ga avuo.» E ad Azzano: «Se xe ela che lassa elo, bisogna che la ghe daga tuto indrio, e bisogna anca che la ghe paga i giorni che lu ga persi per ela e fin le scarpe che el ga fruà.»

In quest'ultimo paese (Azzano) corre poi l'uso che segue: «Quando un toso lassa la morosa, sto toso tol de le piante de fava e el buta sta fava dala so porta fin a la porta de la morosa; e cussì tuti sa che la tosa xe libera. El fa la sterneta la domenega de matina a bonora, e chi passa per andar a messa dise: «El fantat ga lassà la pupata.» Da ciò è derivato il detto dar la fava che si adopera colà per significare l'abbandono che fa un amante dell'altro e che corrisponderebbe alla stincata o gambata dei Toscani, ed al balo d'impianton dei Veneziani. A questa usanza, che io credo diretta allo scopo di rendere pubblica la libertà ridonata alla giovane anzichè intesa a colpirla di spregio, allude il canto che qui riporto, sebbene incompleto:

El mio moroso m'à cargà de fava
. . . . . . . . . . . . . .
E la to fava gera tuta sbusa:
L'ò semenada e no la xe nassuda;
E la to fava la gavea i carioi:
L'ò semenada e xe nassuo i fasioi.

A Vito d'Asio, su quel di Udine: «I ghe semena de la calçina, carboni, pagia, scartozzi su tuta la strada, scominziando da la porta de la tosa fin ala porta del moroso, e questo se ciama far la porcita, perchè la vien a esser na cosa sporca.»

[481] Bottone di rosa. La festa di S. Marco ricorre il 25 aprile, e quindi questo regalo, che in altro tempo sarebbe di poco o niun conto, in quel giorno ha un pregio non indifferente, come primizia della nuova stagione.

E a proposito di fiori, ecco una nina-nana che dà a conoscere il conto in cui è tenuta dagli amanti l'erba odorifera denominata maggiorana:

Fame la nana, pomo inzucarà,
Viso da mazorana strapiantada!
La mazorana è 'l megio fior di erba:
Meterla in boca par che la ve inçenda;
Meterla in sen, la sa da mile odori,
E la xe quela che sostien l'amore.

[482]

— Quel fazzoleto che ti porti al colo
L'astu rubato, o l'astu tolto a nolo? —
— No l'ò rubato e gnanca tolto a nolo;
La mia morosa me l'à messo al colo! —

[483]

Sia benedete le ricamadore,
Che ghe ricama el cuor ai so morosi!
Punto per punto le ghe fa 'na stela,
E in mezo 'l peto le ghe forma el cuore.

[484] Ad altri impegni probabilmente va incontro il compare, e chi amasse saperne, legga:

«El compare del'anelo xe de consueto anca el compare del primo putelo, che vol dir el compare de san Zuane.

»Apena che el xe avisà che la sposa ga partorìo, el ga dover de mandarghe una strica de carne, un polastro, e do vovi su un çestelo.

»Dopo i destina el giorno che i ga da batizar. El pare e el compare i va in ciesa a pie, e la comare-levatriçe, cola tosa che porta la creatura e co quela che porta l'arzentaria, le va in gondola.

»La gondola e la candela per el batizo ghe toca al pare, e al compare ghe toca pagar la comare-levatriçe, la tosa che porta la creatura e quela che porta l'arzentaria, e i do nonzoli.

»Dopo el batizo i fa el rinfresco: alora el compare va al leto de la partoriente, e, dandoghe la man, el ghe sporze el regalo per ela e per la creatura: a ela el ghe dà diese, dodese e anca quindese lire, e per la creatura, se la xe 'na putela, el ghe dà un bel per de recini, e se el xe un putelo, un per de veroni (recini da putei), o se de no, un granelo de diamante per meterlo a la recia dreta.

»Come santolo de sto putelo, o de sta putela, se sta creatura resta senza genitori, bisogna che el se la toga con elo, perchè el vien a esser so pare. Se po el bambin morisse, alora el ga dover de mandar la zogia, 'na bandina e quatro mazzeti de fiori per la cassa.

»Dopo vien la cresema, e se el xe un putelo, sta cresema la fa el santolo, e se la xe 'na putela, so mugier.

»E po, se sa, ghe xe i regai, e cussì el compare nol la termina più.»

[485] Ad Azzano, provincia di Udine: «I giorni per le nozze xe el luni, el mercore e el sabo. El marti no se deve mai far nozze, e gnanca po el zioba, perchè el zioba xe el giorno che le strighe se petena per andar a spasso.»

Così a Vito d'Asio: «De zioba no se se marida, e gnanca po se se petena, e quele che se petena xe rimarcae.»

A Burano, in provincia di Venezia: «El zioba xe el giorno che le strighe se parecia per andar a far strighezzi, e cussì de zioba nissun se marida.»

[486] A Clauzetto, su quel di Udine: «La domenega prima de maridarse, la sposa va a grim, che vol dir ala çerca. La va co una so àmia, o co un'altra dona, in tute le case del paese e anca fora via. Va avanti l'àmia, o la dona, e la dise: «eco qua la sposa»; alora quei dela famegia va e i ghe regala quelo che i crede: 'na tovagia, un tovagiol, del canevo, cussì... o anca soldi.»

[487] La vera è d'oro:

Gegia bela! co' te vedarò i anèi,
Alora podarò dir che ti è novizza;
E co' te vedarò la vera d'oro,
Alora mi dirò che per ti moro.

Allo stesso modo che, nel concetto popolare, l'anelo e la vera hanno un diverso significato (essendo l'anelo il simbolo di un legame tra amanti, e la vera il simbolo di quello tra sposo e sposa), così anche nella forma differenziano l'uno dall'altra. L'anelo è propriamente quell'anello che si vede adorno di fregi o che porta incastonata una corniola o qualche altra pietruzza, come la così detta turchina, e così pure quello che ha la forma di un serpente attortigliato; e la vera è invece quell'anello che non ha fregi od ornamenti di sorta ed è affatto liscio, il quale con questa sua semplicità e colla maggiore solidità che presenta, dinota come il vincolo che reca sia forte, e come ormai per gli sposi sia giunto il tempo dei serî propositi.

A Polcenigo, Azzano, Budoja: «La vera xe d'arzento, e cussì xe d'arzento anca le çinque o sie verete che el sposo deve dar a la sposa. L'anelo inveçe, che toca al compare, xe d'oro.»

[488] Così anche a Burano: «La sposa va in ciesa magari co l'indiana o un sial su la testa; al pranzo po la va col vestito che la s'à fato e co 'na bandina de fiori in testa.»

A S. Giovanni di Polcenigo, in provincia di Udine: «Tute le done che compagna i sposi ga qualche fior in testa e i nastri da drio le spale, e i omeni ga 'na girlanda sul capelo; ma la sposa e el sposo no ga gnente, e cussì se conosse quei che xe sposi.»

Ad Aviano, pure in provincia di Udine: «Tuti quei dela compagnia, omeni e done, porta sul capelo fiori e girlande, ma i sposi gnente, e i se veste de scuro». Da quest'uso trae argomento il seguente canto, che ebbi da una donna di quei paesi:

Se vado a nozze, vôi andar pulita,
Chè vôi parer più bon dela novizza;
Se vado a nozze, vôi andar galante,
Chè vôi parer più bon de tute quante.

A Sotto-Marina di Chioggia: «La sposa va in ciesa co un velo negro in testa e co una palma de fiori sechi in man. Quando che la xe viçina a l'altar, el campanaro ghe tol sta palma e el la mete su l'altar, e dopo terminà la messa, el ghe la dà ancora, e cussì ela torna a casa sempre co sta palma in man.»

[489] Ad Azzano, in provincia di Udine: «La benedizion el pare ghe la dà la sera avanti, dopo che xe stà stimà e portà via la dota: el ciama sta so fia sula so camara, e el scominzia sempre co ste parole: «Adesso xe andà via la to roba,. e.. e diman ti andarà via anca ti!..»

Nella campagna di Chioggia la sposa in atto di abbandonare i genitori così canta:

Tiogo partenza, la tiogo pianzendo
E lagrimando per tuta la via;
La mano al peto e la boca disendo:
A revederse, cara mama mia!

[490] Nella campagna di Chioggia allo sposo non è permesso entrare nella casa della sposa, ma conviene che il padre, o altra persona incaricata, si porti presso la sposa, e le dimandi formalmente se è persuasa e disposta di mantenere la data parola. Avuta risposta affermativa, entra colla sua compagnia, e allora si fa il così detto parentado, cioè lo sposo si rivolge ad ognuno dei componenti la famiglia della sposa, e dice ad alta voce: — alla sposa: vu sè mia sposa; al padre: vu, mio missier; alla madre: vu, mia madona; al fratello: vu, mio cugnà; e così via via.

A Roveredo, su quel di Udine: «El sposo lassa la compagnia su la strada, e el va in casa, e el ghe dise a so pare e a so mare de la sposa: — «Me permeteu che mena a messa vostra fia?» Lori ghe dise, che el la mena pur; alora el va in camara de la sposa e el ghe toca la man: — «Te dago la man da mario» — e ela ghe la dà a elo. Dopo el toco de la man, el va a levar la compagnia, e va drento tuti, e el compare va dala sposa e el ghe sporze la bona man (un fiorin), e la sposa ghe sporze un fazzoleto rosso a ogio.»

Lo stesso anche a Polcenigo di Udine: «El sposo lassa i parenti su la strada, e el va drento in casa, e el dixe: — «Madona, missier, me voleu dar la vostra fia?» — e lori ghe risponde: — «Tolevela pur e menèvela via.»

Nella campagna di Conegliano lo sposo regala la sposa di un per de scarpete. Ad Alpago invece il paio di scarpete è dallo sposo regalato alla madre della sposa.

Ad Annone, in provincia di Venezia, il compare dell'anello, nell'atto di invitare la sposa a recarsi alla chiesa, fa scorrere nelle mani di lei una moneta del valore di due o tre lire.

[491] A Burano, in provincia di Venezia: «In ciesa no i va che in çinque — i sposi, el compare, la comare, e un'amiga o 'na cugnada de la sposa — e nissun altro: la sposa va avanti in mezo a le do done, e el sposo stà da drio col compare.»

Ad Annone, in provincia di Venezia: — Prima del rito religioso la sposa è attorniata dai soli proprî parenti e lo sposo dai suoi: dopo il rito succede lo scambio, e così i parenti dello sposo passano a festeggiare la sposa, e quelli di questa passano allo sposo.

A Malamocco: «Tuti quei de la compagnia se provede de confeture, e i le buta a la zente che i incontra, e co' i va a casa i le buta dai balconi.»

Così anche a Sotto-Marina: «Quei de la compagnia tien confetura in scarsela, e tanto ne l'andar, che nel ritornar dala ciesa, i la buta a tuti quei che i trova per la strada, o che ghe va a drio.»

A Burano: «Apena che la sposa entra in casa del sposo, el capo de la famegia ghe va incontro e el ghe buta sul viso una brancada de confeture, e po el fa istesso col sposo. Al pranzo po svola sempre per aria confeture, nosele, bomboni, e se spande vin in tola.»

A Vito d'Asio: «Per dove deve passar i sposi, i ghe buta dei fiori». E ad Azzano: «Le famegie dei sposi tol del pan e i lo tagia a tochi e i ghe ne dà ai povareti.»

A Polcenigo: «El giorno che le spose va in ciesa per maridarse, le se mete 'na cotola roversa perchè nissun ghe possa far strigarie. Una, perchè no la s'aveva messo gnente, co' la xe stada in ciesa e che el prete ga dimandà se la xe contenta, ela no la ga savesto risponder nè de sì, nè de no, parchè i la gaveva strigada.»

Ad Azzano, in provincia di Udine: «Parchè le strighe no possa far gnente, la sposa destira un pinzo de la so traversa sula bancheta in dove che i se sposa, e el sposo ghe mete un zenocio suso.»

A Vito d'Asio: «Per no esser strigae, le spose, co' le va in ciesa, se mete 'na cotola e un corpeto roverso.»

[492] «Becaria vol dir che la sposa partorirà malamente.»

[493] E anche: i ga magnà fora del piato; e a Burano: i ga rascà la pignata; e ad Azzano: i à licà la farzora.

[494] A S. Giovanni di Polcenigo: «La vera, prima, el prete la presenta al deo: po, el compare la manda più suso, e po el sposo el la fa andar a so posto.»

[495] Nella campagna di Chioggia, dopo il rito religioso, si fa un momentaneo divorzio, poichè lo sposo con tutti gli uomini dell'una e dell'altra parte, e la sposa con tutte le donne, si portano a pranzare ognuno a casa propria.

A Mezzamonte di Polcenigo, provincia di Udine: «La compagnia, co la riva a casa del sposo, la se ferma in cortivo, la tol in mezo la sposa, e la scominzia a cantar:

Portène l'onoranze su la porta,
Se no la sposa la ne torna nostra;
Portène l'onoranze sul cortivo,
Se no la sposa la menemo in drio;
Portène l'onoranze su la strada,
Se no la sposa la menemo a casa.

Alora uno de casa vien fora co del vin e el dà da bevar a tuti quanti, e alora questi lassa la sposa, e alegri i va in casa, i va a tola e i magna. Se no i ga del vin, i ghe dà del rosolio o dei altri liquori.»

A Portogruaro, provincia di Venezia: «Apena che i vede rivar la sposa co la so compagnia, el mezzeta tira el colo a una galina, e el se mete a zigar: «Viva la sposa, la galina xe morta.» Alora va fora el pare del sposo co del vin e el ghe ne dà a tuti, scominziando da la sposa; e po va la mare che compagna la sposa a vedar la casa, e la ghe dà la scoa in segno che la deve star soto la madona, che la xe dipendente e che la madona ghe comanda.

La galina serve el diman per far el brodo ai sposi.»

Nella campagna di Chioggia, quando lo sposo va a ricevere la sposa, le intuona questo canto, coll'accompagnamento di strumenti, mentre la comitiva gli fa coro:

Aro, aro, co quei bovi bianchi,
Adesso vien co mi a vangar i campi;
Aro, aro, co quei bovi rossi,
Adesso vien co mi a vangar i orti.

Quando sono prossimi alla casa dello sposo, la sposa, da festevole, ridente e allegra che era, si fa appassionata e piangente: allora uno della comitiva, avanzandosi verso la casa, così canta:

Cara madona, vu butève fora,
Che vien vostro fio e vostra niora;
E vostro fio vien qua ridando,
E vostra niora vien qua pianzando.

Pronta all'invito la madona esce e si fa incontro alla sposa; si abbracciano, si baciano, e la sposa riceve una scopa, o un cesto, od altro oggetto di casa, a seconda delle incombenze alle quali la si vuole destinata, e viene quindi condotta a visitare le varie parti della casa.

Ad Azzano: «Va avanti el pare o el barba dela novizza a dimandar ai genitori del sposo se i xe contenti de riçever in casa la novizza: alora vien fora la madona, o la più vecia de la casa, co i brazzi averti e le maneghe revoltae suso, e la va incontro a sta novizza e la ghe dise: «Niora, se' parona de drento e po de fora!» e la la ciapa per man, e la la mena in casa. Intanto el più vecio de la famegia tira el colo a 'na galina, e alora tuti se mete a zigar: «Eviva, eviva! eviva la galina morta e la novizza viva!» e là i porta fora del vin e tuti beve e i fa alegrie.»

Ad Annone corre lo stesso uso. Il mezzeta, che è la persona che combinò il matrimonio, si fa avanti e chiede se si permette alla sposa di entrare in casa, e intanto che la suocera esce e va ad abbracciare e baciare la sposa, si fa il sagrificio della galina, fra gli evviva, alla galina morta e novizza viva, di tutti i parenti.

[496] Ad Alpago, provincia di Belluno: «I mazza un vedelo, e i lo cusina in tante maniere, e no i magna che vedelo.»

Ad Annone, in provincia di Venezia, le famiglie un po' comode fanno due desinari: uno di questi nella casa della sposa prima del rito religioso, e l'altro nella casa dello sposo dopo celebrato il matrimonio. Fra le vivande, il così detto sguazzett, che si fa con polli tagliati a piccoli pezzi e con molte droghe, gode di una speciale preferenza.

[497] A Sotto-Marina, di Chioggia: «El primo balo lo fa el compare cola sposa. Alora la sposa no intra più in balo: la va de suso su la so camara da leto, e là la riçeve le visite dei parenti e conossenti e a tuti la ghe dà el cafè e la ghe dà le cartoline dei confeti.»

[498] A Polcenigo (Udine): «La sposa ala matina la ghe dà a so madona, o a la più vecia dela casa, la megio camisa che la ga.»

Così anche ad Annone, Azzano, Budoja, e in altri luoghi.

[499] Ad Annone:Questo desinare si fa nella prima successiva domenica in casa degli sposi, e non vi intervengono che i soli genitori della sposa, il che dà motivo a dire che i va a stimar i dani: nella domenica poi che viene dopo si fa un terzo desinare, o pranzo, nella casa paterna della sposa, al quale intervengono anche i genitori dello sposo; e quest'uso è detto far la rebaltagia.

[500] Quest'uso si mantiene anche a Sotto-Marina di Chioggia. «Per oto giorni, sempre vestia da sposa, la resta in casa, la riçeve visite e la fa tratamenti.»

A Vito d'Asio, sopra Spilimbergo di Udine: «Le spose, che pol, rispeta i oto giorni, e le resta in casa, e le lavora de calze». A Budoja, pure in provincia di Udine: «Le spose stà in casa tre o quatro giorni o anca più, e perchè no le staga in ozio, so madona ghe dà da far 'na camisa per el sposo.»

A Burano: «Le spose che va ancora ala vecia resta in casa sie o sete giorni; le altre, po, sorte magari el giorno drio.»

Ad Azzano la cosa procede altrimenti: «La sposa se alza a scuro e prima de tute: la va in cusina e la impizza el fogo, po la va a trar do seci de aqua, e dopo la fa el magnar ai porsei e ale galine, e quel giorno ghe toca far tuto a ela. La seconda matina la va po a lavorar in tei campi col capelo da nozze in testa.»

Nei dintorni di Padova, lo stesso uso: «La sposa ghe toca levarse prima de la madona e de le cugnae e ghe toca destrigar la casa e lavar i piati, le pignate, le caldiere e tuto quanto à servìo per el pranzo de le noze, perchè questo xe el so dover del primo giorno.»

[501] Portatori della rocca.

[502] Accompagnatori della sposa.

[503] In sussiego.

[504] Al suono di cornamusa gonfiata.

[505] Villaggio nel distretto di Sartène.

[506] Serraglio.

[507] Dimora.

[508] Un secchio pieno di giuncata.

[509] Questa consuetudine si riscontra pure nei montanari scozzesi. Vedi fra gli altri The fair maid of Perth, or S. Valentine's day nella seconda serie delle Chronicles of the Canongate di W. Scott.

[510] Raccolta di proverbi còrsi del Tommaseo e del Mattei.

[511] È foggia che va declinando e non si porta per solito che in chiesa. Elegante non si può dire al certo, sì bene modesta al sommo e dicevole a vestirla nei sacri ufficj, perocchè sembra contribuire a raccoglimento della persona la quale nell'orare in siffatta acconciatura somiglia le immagini di alcune Madonne degl'insigni pittori antichi.

F. D. Falcucci. La Corsica antica illustrata nella storia, nella geografia, e nel dialetto. (Opera inedita).

[512] V. Grimaldi, Marietta di Vico, Racconto storico.

[513] V. Histoire illustrée de la Corse del chiarissimo abate Galletti.

[INDICE]

Prefazione [Pag. 9]
INNANZI DI ENTRARE IN MATERIA
Scopo del matrimonio [17]
LIBRO PRIMO
Prima delle nozze
I. Quando la fanciulla è bambina [21]
II. Quando la fanciulla cresce [ivi]
III. Pronostici [27]
IV. Come si fa l'amore [49]
V. Il messaggiero d'amore [66]
VI. Il matrimonio per libera elezione [68]
VII. Gli sposi si provano [74]
VIII. L'autorità del padre e del fratello nelle nozze [80]
IX. Nozze per ordine superiore [83]
X. Nozze per procura [87]
XI. Monogamia, poligamia e poliandria [88]
XII. Nozze fra parenti [93]
XIII. Come la fanciulla si domanda [99]
XIV. La sposa si accaparra [110]
XV. Ricambio di doni nuziali [112]
XVI. La dote [122]
XVII. Il corredo [128]
XVIII. Mentre la sposa si prepara [135]
XIX. Il bagno; la sposa si veste [139]
LIBRO SECONDO
Le nozze
I. Come sono vestiti gli sposi [145]
II. Lo sposo arriva [148]
III. Il pianto della sposa [153]
IV. Prima delle sacre funzioni [155]
V. Gli sposi incoronati [159]
VI. Gli sposi velati [161]
VII. Il tappeto degli sposi [164]
VIII. Gli sposi inanellati [165]
IX. Comunione di cibi e di bevande [166]
X. Intorno all'altare [168]
XI. Ove le nozze si celebrano [170]
XII. La parte del prete [171]
XIII. Augurii di fecondità alla sposa [174]
XIV. Allegrezze perchè si fa la sposa [176]
XV. Il rapimento della sposa [179]
XVI. Il serraglio [182]
XVII. Per istrada [187]
XVIII. Danze nuziali [189]
XIX. Sulla soglia [192]
XX. La suocera [194]
XXI. Il dominio della sposa [198]
XXII. Cibi e banchetti nuziali [199]
LIBRO TERZO
Il matrimonio si consuma
I. Si prendono gli augurii [211]
II. Giorni per le nozze e loro durata [214]
III. Il jus primæ noctis [219]
IV. Il paraninfo e la pronuba [227]
V. Gli sposi soli [231]
VI. Epitalamio [232]
VII. Il giorno dopo [234]
LIBRO QUARTO
Le nuove nozze
I. Quando le nozze vanno a monte [239]
II. Nozze di vedove [241]
III. Nozze d'argento e nozze d'oro [245]
APPENDICE
I. — USI NUZIALI VENETI
(Raccolti da Dom. Giuseppe Bernoni).
I primi passi [249]
El permesso [251]
La dimanda [252]
El segno [253]
Regai tra morosi [256]
El portar de la sposa [257]
El compare de l'anelo [ivi]
El giorno che i seglie [259]
Regai a la sposa [260]
La sposa se parecia [ivi]
La benedizion del pare [261]
El sposo ariva [262]
I sposi va in ciesa [263]
A l'altar [264]
El rinfresco [265]
El pranzo [267]
I bali e soni [268]
Soli [269]
I oto giorni che segue [ivi]
II. — USI NUZIALI CORSI
Raccolti da A. Provenzali [272]