II.
— Sfiorire ed intristire.... — Le due melanconiche parole ossessionarono Vilia per parecchi giorni. Ogni volta che si guardava nello specchio diceva a sè stessa: — Tu sfiorisci ed intristisci. — Poi i doveri della vita quotidiana la chiamavano, la distraevano; doveva ordinare il pranzo per Gino, riordinare la casa per Gino, mettere ordine nelle carte di Gino; doveva sorvegliare i compiti di Luciana, condurre a passeggio Luciana; ed ecco che quando andava a passeggio si accorgeva di non essere nè sfiorita, nè intristita. Tutti la guardavano; gli occhi degli uomini si fermavano su di lei insolenti ed insistenti, e le donne la fissavano, la studiavano, la analizzavano colla disapprovazione più lusinghiera.
La cura di Jodarsol consigliatale dal suo dottore — la cura derisa da Claudia — fece miracoli; Vilia non soffriva più nè di palpitazioni, nè di aritmie, nè di vertigini. E la vita le parve buona a viversi.
Claudia era andata in Sicilia con suo marito, e Vilia fu contenta di non vederla più.
Un giorno, in Villa Borghese, incontrò Renzo Galimberti; lo vide appoggiato alla ringhiera del galoppatoio intento a guardare delle amazzoni che passavano al piccolo trotto. Vilia sentì una improvvisa voglia di ridere al pensiero che Claudia l'aveva chiamato un «Institut de Beauté».
Il giovane Galimberti la scorse e la salutò; poi, vedendola così rosea e ridente, si avvicinò premuroso e offerse di accompagnarla.
Si parlò di cavalli, di società, di danze moderne; egli disse che sarebbe andato l'indomani a un concerto al Grand Hôtel. Poi si parlò di Claudia; e Vilia rise, e Galimberti sorrise.
Luciana camminava davanti a loro, composta e snella, a braccetto di una sua piccola amica. Galimberti osservò che la bimba aveva dei meravigliosi capelli — erano infatti lunghi, rossi e ricciuti — e soggiunse rivolto a Vilia:
— Ecco una personcina che tra pochi anni le darà assai da pensare!....
Vilia si sentì seccata da quell'osservazione senza sapere perchè. E dopo un istante lo congedò. Egli, alto e ritto, a capo scoperto nel sole, tenne un momento stretta la sua mano.
— Verrebbe con me al lunch domani all'Excelsior?
Vilia scosse il capo.
— Ad ogni modo.... io ci sarò, — disse l'Institut de Beauté, con uno sguardo significativo.
Vilia chiamò a sè Luciana, salutò e tornò a casa.
Guardandosi nello specchio, mentre toglieva il cappello, si trovò bella. E per tutto il resto del pomeriggio si fece del massaggio alla faccia e si aggiustò le mani e le unghie. Alle sette fece una toilette ricercata, indossando una veste gialla e nera che non metteva quasi mai. ( — Sembri un affiche di qualche marca di Champagne, — le aveva detto suo marito la prima volta che gliel'aveva veduta, soggiungendo in francese perchè Luciana non capisse: — Tu es très troublante et émoustillante!).
Ma Gino quella sera non tornò a casa. Telefonò dallo studio che doveva andare in casa Ricci ad incontrare un deputato che forse si sarebbe interessato al Credito Fondiario, e ch'ella non lo aspettasse a pranzo.
Vilia, vestita di giallo e nero, pranzò sola con Luciana, la quale fece molti capricci e pianse e dovette essere mandata a letto prima delle frutta.
Vilia girellò un poco per sala e salotto, suonò un poco il pianoforte, lesse un poco il Giornale d'Italia, poi fece i conti colla cuoca, si tolse la veste gialla e nera e si coricò. Disse a sè stessa che la vita era una vacua e noiosa istituzione; e nella notte ebbe nuovamente dei ronzii nelle orecchie e delle palpitazioni di cuore.
Da parte sua Gino si seccò molto col suo deputato che non s'interessò affatto al Credito Fondiario; la cucina di casa Ricci essendo detestabile — il vecchio Ricci era stato in Inghilterra e voleva sempre le salse al curry indiano — Gino mangiò poco, digerì meno, e tornò a casa di cupo umore. Andò da Vilia per farsi consolare e la trovò sveglia, ma fredda e sarcastica; e per di più assolutamente scettica riguardo alla storia del deputato.
— Ma fammi il piacere.... ma che deputato! non parlarmi di deputati.
— E di che cosa devo parlarti? — brontolò Gino, togliendosi la cravatta. — Del curry indiano?
Vilia voltò le spalle e si sprofondò nei cuscini.
— Io conosco la signora Ricci; è un'isterica che ti vuole nella sua collezione. E tu te ne compiaci, la incoraggi, la lusinghi....
Il curry indiano è cattivo consigliere. Gino uscì dalla camera sbattendo l'uscio e andò a dormire nella stanza degli ospiti accanto alla sala da bagno. Lasciò aperte le imposte e si coricò.
Dalla finestra circondata d'edera entrò lungo la notte un avventuroso insetto, che porta il nome imponente di «formica punzaiola». Questo girò nel buio lungo la parete, soffermandosi, voltando la testa in qua e in là, aprendo e chiudendo le piccole forbici maligne; girò nello spiraglio della porta socchiusa che metteva alla sala da bagno, e, continuando la sua peregrinazione, avvertì che la parete di mattonelle di maiolica offriva ai suoi passi una sgradevole superficie lucida e bianca; affrettò il passo, tastando colle pinze frementi le mattonelle fredde, e scese correndo verso un rifugio più grato. Lo trovò in una spugna, piacevolmente soffice, un poco umida, piena di ombrosi corridoi; e penetrandovi frettolosamente, inconscia arbitra di due destini, vi si annidò.
L'indomani mattina Vilia si svegliò presto, ma non aprì subito gli occhi. Collo spirito ancora sommerso nel dormiveglia, tentava di ritardare l'ora del ritorno alla cruda vita mattutina, riluttante a lasciare le vaghe luminosità dei sogni per rientrare nell'aspra e materiale realtà giornaliera. Con senso fastidioso udiva battere un tappeto nel cortile, udiva nell'appartamento sopra al suo l'andirivieni di passi e lo smuovere di mobiglio. Indefinitamente, nebulosamente sentiva che era meglio dormire che svegliarsi; nello sfondo del suo pensiero ancora assopito vi era come un senso premonitore di cose disaggradevoli che l'attendevano sulla porta del giorno.
Il battito del tappeto continuò, irritante, insistente; e, nell'appartamento vicino la figlia dell'ingegnere fece i due soliti accordi al pianoforte, preludianti alle solite scale.
Vilia sospirò e aprì gli occhi. Era sveglia.
Che c'era di sgradevole a ricordarsi? Ah sì! Gino. Gino non era tornato a pranzo iersera. E, tornato, era stato antipatico e scortese. La Ricci.... già, la Ricci. E lei, Vilia, aveva passato il pomeriggio stupidamente a lucidarsi le unghie, ad aggiustarsi la faccia e ad arricciarsi i capelli, e poi aveva passato la serata stupidamente sola. Dunque, dalle quattro del pomeriggio alla mezzanotte quando s'era addormentata, otto ore gettate via; buttate nel vuoto, sprofondate nell'abisso. Otto ore non vissute e che non tornerebbero mai più. Che spreco, che sciupìo! Alla sua età non doveva permettersi di questi lussi. Alla sua età ogni ora della vita dovrebbe contare; non si poteva gettar via così il terzo d'una giornata....
Alla sua età! Odiose parole. Le pareva di non avere ancora incominciato a vivere, e già doveva dire di sè — perchè, tanto, gli altri lo avrebbero detto — «alla mia età non si fa questo.... non si fa quello».
Col subitaneo istinto di chi annega e stende la mano a un'asse di salvezza, il suo pensiero corse a Gino. Gino era buono; Gino l'amava; Gino l'avrebbe sempre amata. La Ricci non lo interessava affatto; la Ricci non serviva che di pretesto a Vilia per qualche rara rappresaglia, quando, ogni tanto, sentiva il bisogno di tempestare un pochino, di fare qualche piccolo litigio.
Vilia si alzò rapida e si vestì.
Gino che aveva dormito male nel letto non suo, e a cui bruciava ancora il ricordo del deputato, del curry e dell'ingiustizia di Vilia, si alzò anche più tardi ed entrò frettoloso e rabbioso nella sala da bagno. Trovò il bagno preparato, la stufa a gas accesa, la bottiglia dell'acqua di Colonia a portata di mano, e subito il suo rancore cadde e si spense. Vilia si era pentita, aveva fatto onorevole ammenda; Vilia era un angelo, la Ricci era una bestia, la Ricci che gli serviva un curry indiano e un deputato ancora più indiano — puh!
Gino con un colpo del piede gettò lontane le pantofole come se fossero state la signora Ricci, scagliò via il pygiama come se fosse il deputato, e risolvette che dopo il bagno sarebbe andato a baciare le mani a Vilia e dirle che l'adorava.
Come al solito, prima di entrare nel bagno afferrò la spugna, la tuffò nell'acqua e se l'applicò sulla faccia. Subito sentì correre sulla guancia una cosa, e si sbattè la mano sul viso; la cosa gli corse nei baffi e sull'altra guancia. Che cos'era? Gino si guardò nello specchio. Era una «forbice», era una formica punzaiola uscita dalla spugna!
— Porcheria! — urlò Gino, gettando da sè la spugna e sbattendosi dal collo la bestia che gli correva verso l'orecchio. Gino sentì la sua pelle nuda incapponirsi. Non solo schifo aveva, aveva anche paura! Una vecchia domestica gli aveva detto, anni fa, che quelle bestie entravano nelle orecchie e facevano impazzire la gente. Egli non aveva mai dimenticato quella disgustosa storia.
L'immondo insetto dov'era? Era sparito! Ma dov'era? Gino si cacciò le dita nelle orecchie, e pestò i piedi nudi profferendo molte bestemmie. Suonò per la cameriera e le gridò traverso la porta chiusa:
— Questa casa è una porcheria. Le spugne piene d'insetti!... È una vergogna.
Non fece il bagno, non baciò le mani a Vilia, non entrò neanche nella sala da pranzo dov'ella con Luciana l'attendevano per prendere il caffè. Uscì sbattendo l'uscio di casa e prese un esecrabile caffè in un bar.
A mezzogiorno tornò a casa, ammansito e compunto. Vilia non c'era.
Non c'era che Luciana, lagrimosa e spettinata. La mamma era uscita alle undici dicendo che non sarebbe tornata fino a sera.
La formica pinzatola, avendo compito la sua missione, passò una giornata febbrile sotto al bagno, e la notte tornò fuori nell'edera; dove, quando fu giunta la sua ora, un passerotto la mangiò.
VII.
Lezioni di Felicità
Il Destino sonnecchiava, stanco dopo le fatiche d'una giornata occupatissima. Aveva rovesciato le sorti di ventisette nazioni; aveva gettato nelle fauci spalancate della Morte qualche milione d'uomini e ne aveva messo al mondo altrettanti; aveva spezzato molti cuori teneri e ferrei; aveva fatto dei milionari e dei mendicanti; aveva sparso per l'orbe terracqueo gioie e sventure, ed ora si sentiva in diritto di riposare.
Ma, appena assopito, si udì invocare a grandi grida, e, brontolando come un vecchio medico condotto un po' rimbambito, si alzò, mise le pantofole e si affacciò a vedere chi lo chiamava.
Era tutta una folla — c'era mezzo il mondo. Allora, sospirando e soffiando, il Destino si rimise in giro, coi suoi occhiali da orbo sul naso e la sua vecchia scorta di rimedi in tasca.
La sua prima visita fu per una donna che piangeva, e la sua voce era più forte di tutte le voci. — Cosa volete? — chiese il Destino.
— Mio figlio!... Fatelo tornare. Fate che non sia morto!... Rendetemelo, e non vi chiederò mai altro.
— Sta bene, — disse il Destino. E, scostandosi sul limitare per lasciar entrare un soldato, se ne andò piegando il capo sotto un turbine di benedizioni.
La seconda visita fu ad una giovinetta.
— Fammi sposare Gigi! — gridò lei, aggrappandosi convulsa al manto lacero del Destino. — Se non sposo Gigi, muoio!...
— Prenditi il tuo Gigi e non seccarmi più.
— Mai! Mai! Te lo giuro. Non ti chiederò mai altro!
.... Poi c'erano delle donne senza figli che ne volevano, e delle donne incinte che non ne volevano; e dei malati che volevano la salute; e dei poveri che volevano l'agiatezza; e dei poeti che volevano la gloria.... E tutti giuravano che non volevano altro; che se il Destino stavolta li accontentava, non avrebbero mai chiesto altro favore.
E il Destino li accontentò.
Ma ecco che appena fu tornato a casa — e non era passato per i mortali un anno e pel Destino un'ora — che già tutti quelli ch'egli aveva assistito erano a battere alla sua porta, chiamandolo a gran voce.
— Ma cos'avete tutti quanti? — brontolò il Destino affacciandosi; — non avevate promesso...?
— Sì, — strillò la vecchia, — ma c'è mio figlio che mi vuol portare in casa una nuora senza cuore e senza dote.
E la giovane piangeva: — C'è Gigi che mi tradisce....
E le donne che avevano voluto dei bambini erano piene d'ansie e d'angoscie; e le donne rimaste sterili erano piene di rimpianti e di struggimenti; e gli ammalati che avevano ricuperato la salute ora volevano l'amore; e i poeti che avevano la gloria volevano anche dei denari....
Allora il Destino gridò — Basta! avevate promesso di non chiedere più niente, e non vi dò più niente.
Chiuse la finestra e tornò a dormire.
Morale: Bisogna guardarsi dal fare delle promesse al Destino; poichè non accade mai che, ottenuta una cosa, non se ne voglia un'altra.
Oppure — morale alternativa — : Se avete ottenuto una grazia, accontentatevi di quella, e fatela durare il più possibile. Perchè non sempre ve ne sarà concessa un'altra.
. . . . . . .
Questo io pensavo, la sera di San Silvestro, mentre legavo i ricordi del passato alle speranze dell'avvenire, come un mazzo di fiori da offrire ai Fati sulla soglia di un anno nuovo.
E tra i ricordi ne sorgeva uno, della mia lontana infanzia.
Eravamo un gruppo di bambini nel giardino di Park House a Norwood; e ciascuno diceva ciò che avrebbe desiderato essere quando sarebbe grande.
— Io sarò pittore, — disse Arnaldo, il maggiore di noi sette. — Ed io cavallerizzo, — dichiarò Ferruccio. — Io palombaro, — disse Anselmo. — Io sarò capo di una tribù di pellirossi, — disse Eva, ch'era fantasiosa e selvaggia. E rivolta a me ch'ero la più piccola, e tacevo: — E tu, Annie, cosa vuoi essere?
— Felice, — diss'io.
Tutti tacquero un momento, riflettendo. Poi il futuro cavallerizzo disse: — Che sciocchina! La felicità non è.... una professione.
Allora io, mortificata, dissi subito che volevo essere padrona di una pasticceria; e questo mi riabilitò agli occhi dei miei fratelli.
Ma un po' più tardi chiesi ad Anselmo: — Che cos'è una «professione»?
— Una professione.... — spiegò lui, con pittoresca ambiguità, — è quello che s'impara ad essere.
Ed a me stessa io posi la domanda: — E non si può imparare ad essere felici?
***
Oggi più che mai sono convinta che si può. Sono anzi dell'opinione che bisognerebbe istituire dei corsi di lezioni speciali per insegnare alla gente — soprattutto alle donne! — come si fa ad essere felici.
Siamo tutti d'accordo nell'ammettere che una vita, una giornata, un'ora in cui non si è stati felici (o, ciò che è sinonimo, in cui non si è reso altri felici), sono un'ora, una giornata, una vita perdute.
Ma la felicità non è cosa semplice ed elementare. La felicità è un'arte difficile e complessa; per possederla occorre un'educazione speciale; per apprezzarla ci vuole coltura, esperienza e raffinatezza.
Naturalmente, il concetto della felicità è assai diverso secondo le persone e i temperamenti. Quello che rende felice me, per esempio, lascerebbe perfettamente indifferente la mia amica Dora; mentre ciò che rende felice Dora....
E qui apro una parentesi. La felicità di Dora è una cosa così strana che sento di doverla raccontare.
Essa mi venne a trovare ieri, raggiante, trasfigurata. Prima di salutarmi corse allo specchio e si guardò lungamente, facendo molte smorfie colla bocca e movendo il capo in su e in giù come un idolo chinese un po' pingue.
— Cos'hai? — le chiesi attonita.
— Tu vedi in me, — diss'ella, — una donna felice!
— Che cos'accade? Sei divorziata? Tua figlia si sposa?
— Ma che! — esclama lei. — Figurati che ho trovato il modo di far sparire il doppio mento. È una americana che me l'ha insegnato. È un metodo miracoloso e semplicissimo!... Tre volte al giorno ti metti ritta e pieghi il collo all'indietro, forzando tutti i muscoli; poi giri il capo lentamente da destra a sinistra, e viceversa, sessantaquattro volte. Poi pizzichi fortemente ottanta volte la carne sotto al mento; e, dopo un grande lavacro con acqua gelata contenente venticinque goccie di benzoino, spalmi la pelle colla crema hazeline; poi percuoti il collo colla punta delle dita articolando in gola — ma senza proferirla — dodici volte la vocale a; indi....
— Stop! — esclamo io — mi dirai il resto un'altra volta.
— L'americana mi garantisce — dice Dora, sedendosi con aria di tranquilla soddisfazione, — che con questo sistema, tra sei mesi avrò a sostegno del mio capo una perfetta colonna d'alabastro.
Io rido. Ma ella seguita con gravità:
— Ti assicuro che tale certezza ha portato nella mia vita un nuovo senso di felicità. Questo doppio mento mi amareggiava l'esistenza.
— Ma dimmi, — le osservo, — e quei dieci anni, o quei ven....
— Non fare dell'aritmetica, — mi interrompe essa.
— Ebbene, durante tutto quel tempo in cui non avevi il doppio mento, sei stata sempre felice?
— Ma no: non ci pensavo, — dice lei.
Ecco, ecco l'errore! È questo. Non ci si pensa. Nelle mie Lezioni di Felicità s'imparerebbe a pensare, a pensare a tutto ciò che di buono si ha, a tutto ciò che di sgradevole si potrebbe avere, e a rallegrarsi del contrasto.
Ma Dora continua: — Quando penso che a ventotto o ventinove anni ero così magra e carina.... — S'interrompe con un sospiro. — Com'è detestabile ogni mattina davanti allo specchio constatare che si hanno quei dieci anni di più....
— Ma io, tutti i giorni, constato che ne ho dieci di meno! — esclamo, lieta. — Vado allo specchio e mi dico: — Che gioia essere quale sono oggi! Tra dieci anni, avrò dieci anni di più. Ma oggi.... non li ho.
— Già, — dice Dora, — ma tra dieci anni....
— Tra dieci anni potrò dire la stessa cosa.
Dora mi fissa pensierosa. — È un'idea, — dice lei.
— Tutto, vedi, dipende dal nostro atteggiamento mentale di fronte alle cose. Prova, — continuo, sentendomi saggia come il mago Alfesibeo, — a guardare la vita sempre da un punto di vista di gratitudine e di letizia. Aprire gli occhi al mattino e dirsi: «Che gioia aprire gli occhi!... Vi è, ahimè! chi non li apre più». Alzarsi, traversare la camera e spalancare la finestra: «Che beatitudine poter salutare, ritta in piedi, la nuova giornata!...» Ascoltare, se sei in campagna, il grido degli uccelli; udire, se sei in città, battere i tappeti nel cortile pensando con giubilo: «Quale privilegio, udire questi suoni! Vi è chi vive in un eterno e terribile silenzio!...» E così di seguito per ogni cosa che si fa. Credimi, quando non esiste una vera e seria ragione di affliggersi, è un delitto il malcontento, un crimine il malumore....
Strano a dirsi, si è sempre inclini a credere che i felici.... sono gli altri.
Per i bambini sono felici i grandi. Per i grandi sono felici i bambini. Quest'ultima asserzione, pur così abituale, è falsa anch'essa come la prima. I bambini non sono felici perchè non sanno di esserlo. E, prima condizione della vera felicità, è la consapevolezza.
Quindi nelle mie Lezioni di Felicità si farebbe un elenco di tutte le cose buone, belle — o anche solo normali — che si posseggono, con relativo atto di grazia per ognuna di esse.
Si insegnerebbe ai bambini che il fatto di avere due occhi che vedono, due orecchie che odono, due piedi che camminano, sono altrettante fonti di felicità. Imparerebbero a rallegrarsi di tutto: C'è il sole — che gioia! Piove — che bellezza! Tira vento — che allegria! Fa caldo — che gusto! Fa freddo — che piacere!
Nel mio corso per gli adulti vi saranno altri esercizi: Sono innamorata — quale estasi! Non sono innamorata — che tranquillità!... Ho tanta gente d'intorno — che divertimento! Sono tutta sola — che pace!... Sono giovane — che giubilo! Sono vecchia — che riposo!... E così via.
E tutti i frequentatori dei corsi, i grandi come i piccoli, dovranno tutti i giorni e a tutte le ore dire a sè stessi e agli altri: — Io sono felice! — Solo così sapranno di esserlo; e solo sapendo di esserlo lo saranno.
Si dirà che questa è una specie di felicità.... forzosa. Ma non c'è come farsi delle abitudini! E, come ci si esercita negli sports, o nelle lingue estere, così si può esercitarsi alla gratitudine e alla letizia, e formare un'abitudine preziosa: l'abitudine della felicità.
Le lezioni si dividerebbero in corsi speciali. Le lezioni sulla «Felicità nell'Amore», per esempio, sarebbero senza dubbio assai apprezzate e frequentate....
Espongo queste teorie a Dora, che le ascolta con scettico sorriso. Ma a questo punto m'interrompe:
— Tu affermi delle cose insensate, — dice. — La felicità nell'amore è una contraddizione in termini. L'amore, lo sanno tutti, è sinonimo di sofferenza.
— Chi non ama, — sentenzio io — non può essere felice.
— E chi ama, — ribatte Dora — non può essere che infelice.
Ma io non mi lascio turbare da questi cavilli. — Le classi di Felicità nell'Amore, — continuo imperterrita, — saranno le più ardue, ma saranno anche tra le più utili. Le allieve di questo corso si divideranno in due categorie: quella delle «Amate» e quella delle «Amatrici». La grande maggioranza delle donne appartiene senza dubbio a quest'ultima categoria; ma vi sono donne che, per caso fortuito o per qualità intrinseche, appartengono alla prima.
— È vero, — dice Dora con un sospiro.
— Strano a dirsi, quasi tutte le «Amatrici» preferirebbero appartenere alla categoria delle «Amate....» ed hanno torto.
— Hanno torto? — esclama Dora. — Perchè?
— Mia cara, la felicità della donna più amata che amante, è apparente più che reale. Non è forse più felice l'artista che il suo modello? Non dovremmo noi preferire all'inerzia passiva dell'ispirare una passione, lo struggimento divino del risentirla?
— Mah!... — dice Dora stringendosi nelle spalle.
— Eppure, troviamo che le «Amatrici», le donne nate col fuoco sacro della passionalità nel cuore, guardano con invidia, invece che con pietà, le fredde e passive loro sorelle — le «Amate» — che come statuette d'amianto, s'ergono illese tra le fiamme dell'amore altrui, insensibili alle passioni ch'esse ispirano senza condividerle.... Perchè, bada bene, non appena le condividono, ecco che passano anche esse nell'altra categoria, quella delle «Amatrici....» e allora devono seguire un corso di lezioni del tutto diverso....
— Comincio a confondermi, — dice Dora, fissandomi con occhi alquanto vacui. — Lìmitati a spiegarmi il tuo «corso di Felicità per le Amatrici». — (E noto che Dora arrossisce).
— Questo, — sentenzio io, — si suddividerà in tre classi: la felicità cinica; la felicità magnanima; e la felicità assoluta. Alle allieve che prescelgono la «felicità cinica» si insegnano vari precetti, utili ad evitare gli amori sfortunati. Per esempio: La donna, nella relazione amorosa, sia sempre l'ultima a cominciare e la prima a finire; cioè, non s'innamori mai lei per la prima, nè si disinnamori lei per l'ultima. — (Vedo le labbra di Dora che si muovono ripetendo sottovoce questo saggio ammonimento). — Secondo precetto: «Non correre mai appresso a un uomo nè a un tram, perchè ce n'è sempre un altro che segue....». E così via.
— Cinico davvero, — dice Dora. — Passiamo all'altra classe.
— La felicità magnanima? In questa classe impareremo a trovare in noi stesse tutta quella gioia che, erroneamente e illogicamente, abbiamo l'abitudine di esigere che altri ci diano. Una volta convinte che ogni gioia deriva da ciò che noi sentiamo, e non da ciò che gli altri sentono per noi, si arriva a non preoccuparsi se, o no, il nostro amore è contraccambiato. È una forma, questa, di superiore e sagace egoismo. — Io sono brutta? Che importa! Purchè colui ch'io amo sia bello. — Io non gli piaccio? Che importa! Pur ch'egli piaccia a me! — Egli mi è lontano? Ma io lo tengo chiuso nei miei pensieri dove lo trovo quando voglio. — Si noti che queste teorie, esposte con tutta franchezza all'oggetto amato, hanno un altro vantaggio. L'uomo, lo sappiamo, è assai vano. Quindi non accadrà mai che, di fronte a un simile atteggiamento, l'idolo mascolino non finisca col commuoversi. Egli si dirà che questa donna che l'ama senza scene, senza pianti, senza rimproveri, senza esigenze, che gli parla sempre di lui, approvando tutto ciò ch'egli fa, ammirando tutto ciò ch'egli dice, in fondo lo interessa più di un'altra. Egli si abituerà a mirarsi in lei come in uno specchio — uno specchio alquanto adulatore — e così avverrà che un giorno l'«Amatrice magnanima» si troverà d'un tratto promossa nella categoria delle «Amate»!
— Oh, guarda un po', — mormora Dora, impressionata. — Hai forse ragione.
— Ed ora veniamo alla terza classe: la felicità assoluta. Qui si avrà l'insegnamento più prezioso di tutti; qui si insegnerà alla donna ad amare unicamente ciò che ha. Amica mia, quando noi avremo imparato a dirci che la cosa, o l'essere, che possediamo è l'unico che desideriamo, quando saremo convinte che ciò che ci appartiene, per il solo fatto che è nostro è l'unico degno del nostro amore — ecco che avremo trovato invero il segreto della felicità!
— Va bene, — ribattè Dora, dopo un attimo di silenzio, — ma se questa cosa, se questo essere, che oggi è nostro.... domani ci sfuggisse....
— Ah! — rispondo io, — appena ci sfugge, non è più nostro; quindi, automaticamente, cessiamo di amarlo. E cessando di amarlo cessiamo — o evitiamo — di soffrire. Del resto, ciò che è nostro bisogna saperlo tenere. E lo si tiene appunto colla felicità. Colla felicità nostra! Poichè non è che la donna felice che può rendere felici gli altri. Credimi; la Malinconica, la Rassegnata, la Sacrificata, nella vita quotidiana, è un tribolo a sè stessa e un tormento agli altri.
Dora ride e mi abbraccia.
Da quel giorno Dora ed io cogliamo la gioia a piene mani dovunque la troviamo; ed è sorprendente in quanti e quali angoli vicini e remoti la troviamo, per quanti sentieri romiti e battuti essa sboccia e fiorisce!
Volgi il capo, sconosciuta amica mia che leggi, e vedrai che tu pure già ne hai piena la casa, il giardino e il cuore....
VIII.
“L'Apollinea Fiera”
(RICORDI DI CARDUCCI)
Carducci mi disse:
— Vuoi parlare colla Regina?
— Sì, caro Orco, — diss'io, molto contenta.
— Allora, aspetta qui. Vado a dirglielo.
E Carducci si avviò per la salita ripida e verde sopra a Gressoney la Trinité, verso un gruppo di ufficiali, brillanti nel sole in cima all'altura.
In mezzo a loro un fluttuante velo cerulo, un bagliore di chiome dorate: era Margherita che passava in rivista le sue truppe alpine. Vestiva il pittoresco costume Gressonese: breve gonna scarlatta e corsetto di velluto nero; intorno al capo un gran velo celeste.
— Un momento! un momento! — Corsi dietro a Carducci che si fermò. — E alla Regina che cosa dovrò dire?
— Non tocca a te dire; sarà lei che ti parlerà. E tu, bada di rispondere assennata e di non farmi sfigurare.
Carducci riprese la via; ma fatti pochi passi si fermò di nuovo e si volse a me. — Spero che frattanto non andrai a vagabondare pei boschi secondo il tuo solito, — ammonì severo. — Hai capito? Stai lì, fin che ti chiamo.
— Starò qui, — diss'io. E rimasi ferma, col cuore un poco agitato; mentre vedevo allontanarsi la breve, poderosa figura col suo bastone ferrato e il gran cappello di feltro grigio alla Buffalo Bill.
Subitamente un pànico mi colse. Più lo vedevo avvicinarsi al risplendente gruppo in cima al colle e più cresceva la mia trepidazione. Pareva che la salita la facessi io; mi mancava il respiro e mi batteva rapidissimo il cuore. Laggiù a sinistra la foresta d'abeti oscura e silenziosa m'invitava alla fuga.
Allora ricordai la poesia inglese «Casabianca», che narra del mozzo sul bastimento incendiato a cui il padre dice: «Rimani qui finch'io torno».
«The boy stood on the burning deck
Whence all but he had fled....»
Invano i marinai dalla scialuppa gli gridano: «Vieni! Salvati!» Al fanciullo fu detto: «Rimani»; ed egli non si muove. — Il padre non torna perchè le fiamme l'hanno divorato. Ed egli non si muove e le fiamme divorano anche lui.
Avevo sempre di queste immaginazioni epico-romantiche nella mente; mi figuravo di essere l'eroina di grandiose ineffabili avventure anche nelle circostanze più semplici e negli avvenimenti più comuni della vita.
Questo certo non era un avvenimento comune. Parlare con una regina! Parlare con quella regina, che pareva uscita fuori — per un istante solo, in punta de' piedi! — da un meraviglioso racconto delle fate, nel fluttuante velo celeste, sullo sfondo abbagliante delle Alpi nevose e del cielo....
Vidi il gruppo dividersi per lasciare il passo al poeta. Poi si richiuse ondeggiando intorno alle due figure centrali.
Quasi subito il gruppo nuovamente si aperse; una figura si staccò dalle altre e scese verso di me. Non era Carducci. Era un ufficiale — un colonnello di artiglieria — risplendente e magnifico. E a me, cui sempre danzavano nella testa i versi, balzò subito in mente la canzone puerile e deliziosa di Giovanni Rizzi che avevo imparato non molto tempo prima, a scuola.
«C'era una volta un cavalier cortese
Colto, leale e pieno di valor,
Combattuto egli avea pel suo paese
Ed era detto il Colonnello d'or!
Chè d'or gli sproni avea, d'oro il caschetto
E, sopra tutto, il cor.»
Il Colonnello d'or si fermò davanti a me, presentandosi in un fiero e cavalleresco saluto.
— Allason, — disse.
Io risposi inclinando il capo.
— Sua Maestà m'incarica di condurla presso di lei.
— Grazie, — mormorai tremante; e al suo fianco ascesi il verde e ripido pendìo.
. . . . . . .
O Colonnello d'or!... Ti ho riveduto poco tempo fa per la prima volta dopo quel giorno; non eri più Colonnello; in grige chiome portavi la divisa di Tenente Generale.
Accanto a te le tue due figlie sorridevano.
Col fiero e cavalleresco saluto militare, ti ripresentasti a me: — Allason. — E subito mi riparlasti di quel lontano giorno radioso.... — Gressoney.... la Regina.... si ricorda?...
Sì, sì; ricordavo.
Ed ecco che ieri ti ho riveduto ancora. Ieri! Eri steso, fermo e immoto, sul tuo letto. E non salutavi più nessuno. Se anche la tua Regina, che tanto amavi, fosse entrata nella tua camera, tu non ti saresti alzato, non ti saresti mosso per renderle omaggio o per offrirle uno solo di tutti quei fiori che ti circondavano in fasci profumati.
Accanto a te le tue due figlie piangevano.
Ma! oh miracolo! tu, uscendo dal tempo, ne avevi trionfato. I grigi pesanti anni tra quel lontano giorno luminoso ed oggi erano svaniti, erano caduti da te come un logoro mantello da trincea, e tu uscivi fuori nella morte, bello e baldo nella superba divisa, colle medaglie sul petto e la sciabola vicina alla mano.... Guardandoti, mi balzarono ancora nella mente i vecchi versi da tanti anni scordati:
«C'era una volta un cavalier cortese
Colto, leale e pieno di valor....»
. . . . . . .
«Nell'adamàntina luce del serto» la Regina mi aspettava. Accanto a lei ritto e immobile stava Carducci; mi pareva di scorgere nel suo sguardo rivolto a me una certa trepidanza e preoccupazione. Anche gli ufficiali in cerchio guardavano tacendo.
Il mio spavento crebbe. (Oh silenziosa selva di abeti!).
Ma la sovrana mi tendeva sorridendo la mano e davanti a quel sorriso la mia timidezza svanì. Mi parlò. Subito mi parve d'essere sola al mondo con lei. Virtù veramente regale, ella dava, parlando, l'impressione che tutto di me le fosse noto e che nulla all'infuori di me la interessasse.
.... Quel meriggio alla table-d'hôte del Miravalle (io sedevo tra Carducci e Piero Giacosa) si parlò molto della regale udienza. Cioè io parlai poco e Carducci non parlò affatto. (Già, egli era «d'indole orsina» e amava di tacere quando non aveva nulla d'importante a dire). Ma Piero Giacosa raccontava molte cose; e, passando dagli eventi del mattino ad apprezzamenti generali sull'augusta dama, osservò:
— Sì; Margherita è veramente regale. Ma è anche.... veramente donna.
— Perchè? Come mai? — chiesero le molte signore presenti.
Il professor Piero si volse a me.
— Quando per la prima volta le parlai di voi e delle vostre poesie, Sua Maestà m'interruppe subito colla domanda tutta femminile: «Ma.... è bella?»
In coro io colle altre signore chiedemmo:
— E che cosa rispondeste?
Confesso che attesi non senza trepidanza la risposta.
— Risposi, — e Giacosa si volse a me con un affabile sorriso: — «Bella? È.... peggio, Maestà».
— Peggio? Perchè? — chiesero le signore.
— Peggio? Che cosa vuol dire? — chiesi io, non poco mortificata.
Giacosa mi guardò di nuovo con quel sorriso.
— Non ve ne lagnate. Era una risposta lusinghiera, — disse.
E sorrisi anch'io assai riconfortata.
— Era una risposta scorretta, — tuonò Carducci d'improvviso. — Ella non aveva alcun diritto di fare simili apprezzamenti.
Tacemmo tutti, mortificati e compunti. Io non sapevo cosa fare del mio sorriso. Fortuna volle che i camerieri entrassero nella sala portando maestosamente, nel nostro silenzio, dei polli arrosto, supini in un'insalata smeraldina.
Contemplando il piatto che il cameriere mi porgeva con benigno sussiego, sentenziai con voce alta e melliflua:
«Del pollo il vol, e del tacchino il passo.»
E presi un'ala di pollo.
Carducci si volse di scatto con fosco cipiglio.
— Eh? Cosa? Cos'hai detto?
Io ripetei la sagace sentenza.
— È una poesia, — spiegai, — e significa che bisogna prendere l'ala del pollo e la gamba del....
Carducci m'interruppe sdegnato: — Ma che poesia! — esclamò, crollando le spalle con ira ed impazienza.
Qualcuno rise (probabilmente ero io!) e il temporale si dileguò.
Non fu quella l'unica volta che Carducci si adirò con Piero Giacosa, a cui tuttavia era legato da viva amicizia. Giacosa era spiritoso e brillante e amava gli scherzi. A Carducci gli scherzi non piacevano. O allora dovevano essere degli scherzi assolutamente puerili e semplici. Le parole ambigue e le frasi a doppio senso gli erano odiose e lo incollerivano subito.
Già, egli sorrideva poco. E non rideva mai.
In quello stesso pomeriggio venne nel giardino del Miravalle il conducente Ciocca da Pianazzo; teneva per le redini un cavallo da sella per una delle tre signore Serra-Zanetti che abitavano l'albergo. Ma poichè il tempo si guastava, la signora non volle uscire e il buon Ciocca se ne tornava via col suo cavallo allorchè, uscendo dall'albergo con Carducci per andare a pranzo alla «Cascata», io lo vidi.
— Lascia stare quel cavallo, — mi disse subito Carducci scorgendolo da lontano; poichè io avevo l'abitudine di accarezzare il muso ad ogni cavallo che vedevo. Anche in città, egli s'irritava molto a vedermi andare con mano tesa verso tutti i cavalli di «brum»; e sempre, avvistando qualche malinconico ronzino fermo accanto al marciapiede colla testa bassa e un ginocchio ripiegato, Carducci esclamava da lontano: — Lascia stare quel cavallo.
Ma era impossibile lasciar stare il cavallo di Ciocca, fermo nel giardino a portata di mano, che aveva un naso marrone, lungo e aristocratico, un ciuffo tagliato a frangetta e una stella bianca in mezzo alla fronte.
Poichè si andava verso Pianazzo, Ciocca mi offerse di montare ed io con entusiasmo accettai.
Ma nè lui, nè Carducci sapevano farmi montare in sella; e stavo per l'appunto ignominiosamente tentando di arrampicarmici coll'aiuto di una sedia portata da un cameriere, allorchè apparve Giacosa, che accorse e con pronta destrezza mi issò in arcione.
— Che strana sella, — osservai, quand'ebbi il piede nella staffa e le redini incrociate all'inglese sulle dita. — Mi pare che vi sia un corno di troppo.
Giacosa rise. — Paese che vai.... corna che trovi, — disse. E si volse a Carducci con un sorriso.
Ma «l'Orco» aveva subito assunto la sua fisonomia dei momenti foschi. Con occhi lampeggianti e feroci squadrava il professore.
— Come sarebbe a dire? — domandò con voce fremente.
— Sarebbe a dire niente, — rispose l'affabile Piero.
Quella serenità parve incollerire ancor più Carducci. Lo vidi stringere le mascelle e chiudere i pugni.
— Misericordia!... — pensai, — bisogna intervenire! — E dall'alto del mio cavallo (ricordando il successo della mattinata) sentenziai: — «Del pollo il vol....»
Ma non essendovi alcun pollo la frase mancò totalmente il suo effetto e la collera di Carducci non si placò.
Giacosa ebbe il cortese pensiero di allontanarsi rapidamente, ed io cercai con furtivi calci di far impennare il cavallo di Ciocca onde creare una diversione.
Ma il cavallo non era di quelli che s'impennano. Era un cavallo pensieroso e circospetto che ogni momento si fermava a scacciare con un calcio languido qualche mosca che lo disturbava.
— Aspettate, Ciocca, — dissi, — questo cavallo vuol sedersi a guardare la vista. Preferisco scendere.
— No, no! — esclamò Ciocca, afferrando la redine e trascinando il letargico quadrupede per la via maestra. — Stia pur su. Non abbia paura!
Paura, io, che montavo come un fantino!...
Così, scortata da un lato da Carducci e dall'altro da Ciocca che mi teneva le redini, proseguimmo nel sole del tramonto; e in cuor mio pregai che nessuno c'incontrasse. Ma per fatalità tutti i villeggianti di Gressoney, di Saint-Jean e della Trinité parevano essersi dati convegno in quell'ora su quella strada. C'era il dottor Ry, c'era il professor Vivante, c'era il giovane Dezza, c'erano tutte le signore e le signorine della vallata. La mia vergogna era grande. — Se mi vede anche la Regina, muoio, — pensai.
Ma la Regina non uscì dalla luminosa Villa Peccoz e, come il cavallo volle, si arrivò all'Albergo della Cascata.
Umiliatissima mi lasciai scivolare dalla sella e misi piede a terra.
— Tu monti molto bene, — disse Carducci, che aveva scordato le sue ire. — Guardandoti, pensavo alle Valchirie.
Allora, per fargli piacere quasi ogni giorno Ciocca portò all'albergo uno dei suoi alti ed asimmetrici bucefali ed io salivo in sella e uscivo per sentieri e praterie, mentre Carducci camminava accanto senza parlarmi e senza guardarmi, mormorando tra sè e sè, gesticolando un poco, pensando o componendo.
«Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de' cavalli,
Sovra i nembi natando, l'erte criniere al cielo....»
. . . . . . .
Sull'altipiano della Trinité una sera si fermò a guardare le cascatelle che tutt'intorno dall'alto delle rocce scaturivano scintillanti, incendiate dallo splendore del tramonto.
— Guarda l'oro sull'acqua, — mi disse.
Obbedii. — Non è acqua, — osservai (a Carducci dicevo tutte le fanciullaggini che mi venivano in mente). — Lassù in alto stanno sdraiate supine le fate, e lasciano pendere lungo le rocce i loro capelli sciolti.
— Sarà così, — disse Carducci contemplando le cascate increspate e rutilanti e facendosi schermo agli occhi colla mano. — Sarà precisamente così. Lo dirò anch'io.
E difatti lo disse più tardi in una lettera a me. Quella lettera è ristampata nelle sue Opere col titolo «Elegìa del Monte Spluga».
L'estate finì; e Carducci doveva ritornare a Bologna. Ma io volli rimanere a vagabondare pei monti, nel freddo e nelle bufere.
Lo vedo ancora alla partenza, seduto in carrozza — e Ciocca già a cassetta — guardarmi con quegli occhi vividi e sempre un poco corrucciati sotto l'ombra del grande feltro.
— Addio, — mi dice, alzando il cappello e scoprendo le grige chiome.
— Addio, caro Orco. — E soggiungo: — Vi ringrazio di essere stato così paziente e buono con me.
— Va, bene, — dice lui. E ripete — Addio. — Poi volge lo sguardo in giro sulla spianata dove tutto è gelido e scintillante, sugli abeti già incappucciati di bianco e sull'immensa cerchia di cime algide nel cielo freddo. Certo, io gli appaio solinga e sperduta in tutto quel grandioso biancheggiare, poichè d'improvviso, rivolto ai monti e al cielo, e stendendo la mano come se volesse additarmi a loro, grida:
— Ecco la piccola Annie che se ne va tutta sola, per il mondo pieno di neve!
Ciocca fa turbinare la frusta in un gran gesto che a Carducci piace, e i cavalli partono al galoppo verso la valle.
Io resto sola nel mondo pieno di neve. Ma mi sembra che Carducci mi abbia raccomandata alla cura dei giganti montani, e mi par di sentire che essi si chiudano amici e protettori intorno a me.
Quando sotto alle nevi le capanne spariscono, piegano i pini, si spezzano i fili telegrafici e sui «Pass» non si passa più, io, in una slitta aperta — ritta, rigida e gelata accanto a due guide e un pecoraio — scendo alla valle.
A Pont-Saint-Martin il proprietario dell'«Albergo Posta» mi accoglie stupefatto, e corre a prepararmi un thè di tiglio fumante col kirsch. Sua moglie mi sveste degli abiti irrigiditi e gelidi, e appena sono a letto riappare con una boccia d'acqua calda in una mano e una grande fetta di lardo nell'altra.
— Questo per i piedi e questo per lo stomaco, — dichiara risoluta.
Inorridisco.
— Ma è impossibile ch'io mangi quella roba! — dico coi denti stretti, contemplando la fetta di grasso che le penzola bianco e lucido dalla mano.
— Ma che mangiare! — esclama lei, ridendo; e, maternamente, me lo applica sul petto. — Non vorrà mica morire di polmonite!
Il tiglio, il kirsch, la boccia e il lardo esplicano i loro benefici effetti e al mattino mi sveglio gaia e affamata.
Prendo il treno per Milano, dove fa molto più freddo che a duemila metri d'altitudine, e dove — non più difesa dai miei giganti amici — il Naviglio mi getta al collo il suo abbraccio di grigia umidità.
Mi ammalo; ho la febbre, la tosse. Invoco il tiglio e il lardo; invano! Il dottore mi prescrive altri rimedi.
Al mio capezzale siede una dolce amica mia e di mia madre: Emilia Luzzatto. Sono stata a scuola coll'unica sua figlia, Evelina — rapita dalla tisi nello sbocciare dell'adolescenza — ed ella mi adora.
— Signora Emilia.... vieni qui!... (l'abitudine mi fa rispettosa, la malattia mi permette la familiarità). Senti.... se devo morire....
M'accorgo con un piccolo tremito che ella nè protesta nè ride, come avrei sperato. Dice: — Ebbene? — e le lagrime le scendono dagli occhi.
— Se devo morire.... avverti....
— Chi?
Chi? Me lo domando anch'io. Papa è a Yokohama con la sposa nuova che ancora non ho potuto imparare a chiamare mamma. I miei fratelli? Arnaldo è a Tokio, Ferruccio a Nuova York; Anselmo a Buenos Ayres; Louise a Kew; Eva a Petermaritzburg. La più vicina è la mia mamma.... che dorme nel piccolo cimitero protestante di Milano.
Allora dico:
— Avverti Carducci.
Carducci arriva, più fosco e accigliato che mai. Mi guarda un pezzo, senza parlare, poi dice:
— Guarisci; e ti farò un regalo.
— Che regalo? — mormoro io.
— Vedremo, — risponde. E se ne va. Sparisce. Sparisce anche la signora Luzzatto.... Sparisce tutto.
Non perchè io muoia; ma perchè dormo. Dormo per quattordici ore e mi sveglio senza febbre.
— Che regalo? — dico appena apro gli occhi, a Carducci che è riapparso; e accanto a lui sta la signora Emilia tutta ridente.
Carducci ripete: — Vedremo. Adesso pensa a guarire.
Pensai a guarire. Carducci tornò via tranquillizzato e ritornò a trovarmi qualche mese più tardi.
Andai alla Stazione Centrale ad incontrarlo. Molta gente lo conosceva e lo salutava. Come ero solita, gli diedi due grandi baci, uno di qua uno di là sulle guancie, ed egli li subì col suo abituale cipiglio; io mi appesi al suo braccio e uscimmo dalla stazione a cercare una carrozzella.
Ma prima di salirvi Carducci a un tratto si volse a me con severità: — Mi farai il piacere, — disse, — di non baciarmi sempre nelle stazioni:
Io rimasi sorpresa e mortificata.
— Ma altrove non vi bacio!... Non vi bacio che quando partite e quando arrivate, — esclamai.
Carducci crollò il capo. — Appunto. Non è necessario, — disse seccamente.
— Ma sì che è necessario! Vi bacio quando arrivate per la gioia di vedervi, e alla partenza per il dolore di lasciarvi.
Carducci scosse di nuovo rabbiosamente il capo, e fece il suo gesto abituale d'impazienza battendosi un dito sul labbro per farmi tacere. Se non era che il vetturino ci guardava credo che avrei pianto.
Salimmo in carrozza per andare al suo albergo; io ero molto mortificata e non parlai.
— Sei guarita? — diss'egli dopo un poco.
— Sì, — mormorai.
— Ti ho promesso un regalo.
— Ma allora ero ammalata.
— Io non prometto per promettere, — disse Carducci iroso. — Ti ho promesso un regalo e lo avrai.
— Che regalo? — feci flebilmente.
— Ho pensato che ti darei un cavallo.
Un cavallo! Io subito ebbi l'impulso di gettargli le braccia al collo, ma memore dei suoi divieti me ne astenni. Gli afferrai la mano.
— Quando?
— Subito, — disse lui.
Subito!... Mi sentii mancare.
— E dove si compera un cavallo?
— Non lo so, — disse Carducci. — Domanderemo al cameriere del Savini. Tanto, bisogna far colazione.
Fermò la carrozza all'Albergo Àncora dove sempre alloggiava e vi lasciò le valigie; indi proseguimmo fino alla Galleria.
Al Savini il cameriere, il maître d'Hôtel e il direttore ci dissero che i cavalli si comperavano al Tattersall. Anzi, mandarono subito ad avvisare il proprietario, cavalier Rossi, che ci saremmo andati.
A tavola mi colse un dubbio.
— Ma siete abbastanza ricco, caro Orco, per comprar cavalli. Avete denari che bastino?
— Sì. Ne ho molti, — disse Carducci. — Ho venduto ieri un libro a Zanichelli.
— Che libro?
— Non importa. Tanto tu non lo leggi. È una nuova edizione d'antiche cose; e lo Zanichelli me lo ha pagato moltissimo. — Carducci pose la mano sulla tasca della giacca. — Me lo ha pagato tremila lire.
— Tremila lire! — Io rimasi sbalordita davanti ad una simile cifra. — Tremila lire!...
Passata la prima meraviglia, osservai: — Dunque, in fondo.... conviene anche molto, di essere poeti.
Carducci sorrise. — Sì, sì. Conviene. E adesso taci un po'.
Ma io non potevo tacere, e dopo un istante ricominciai.
— Forse non vi dispiacerebbe se parlassimo un poco.... del colore e della forma....
— «Del Colore e della Forma?» — fece Carducci aggrottando le ciglia. — Non conosco. Di chi è? Sarà qualche pedanteria.
— Questo libro che tu dici.
— Ma no! ma no! Del colore e della forma del cavallo!
— Già, — brontolò Carducci, crollando le spalle, — mi pareva impossibile.... Basta. Adesso lasciami mangiare in pace.
Sulla forma convenne con me: il cavallo doveva essere grande. Grande e grosso, dicevo io; grande e magro, diceva lui. Ma sugli altri particolari non fummo d'accordo. Io lo volevo bianco colla coda mozza. Carducci lo voleva nero colla coda lunga.
— Ma, caro Orco....
— Basta; — fece Carducci, — ti ho detto di lasciarmi mangiare in pace.
Ma Carducci non doveva mangiare in pace. Un professore di filosofia, che faceva colazione a un'altra tavola, lo scorse e venne a parlargli. Dopo che ebbero discusso varie cose io riparlai del cavallo; e il professore si offrì di venire con noi al Tattersall.
A me parve provvidenziale. Un professore! Ci aiuterebbe nella scelta. Tanto più che se ne intendeva, avendo un fratello capitano di cavalleria.
Al Tattersall il direttore ci accolse con agitata e premurosa affabilità. Era circondato da molti uomini — maestri d'equitazione, palafrenieri, garzoni di stalla, che in cerchio ci contemplavano.
Allora davanti a noi passarono i cavalli: passarono cavalli grigi e morelli, cavalli bai, cavalli sauri, cavalli pomellati; passarono al passo, al trotto, al galoppo destro, al galoppo sinistro, in appoggio e caracollo.
Carducci ed io li fissavamo incerti. Ad ogni nuovo cavallo che appariva io dicevo: — Voglio questo!
Specialmente mi colpì un magnifico baio con due belle calze bianche sulle gambe posteriori.
Ma il professore di filosofia con cipiglio da conoscitore sentenziò:
— «Balzano da due vale quanto un bue».
E questo mi raffreddò.
Indi ne apparve uno tutto bianco, colla coda lunga e la criniera increspata come se gli avessero fatto l'ondulation Marcel.
— Questo! — esclamammo in coro tutti e tre; ma il cavalier Rossi si affrettò a spiegarci che il puledro — un arabo puro sangue — apparteneva alla cavallerizza di un Circo Equestre Americano; e lo fece ricondurre via.
Ma ecco comparire un altro stallone, un morello altissimo, quasi gigantesco: breve coda irrequieta, orecchie mobili, nervose; occhi lampeggianti in cui balena nell'angolo il bianco iniettato di caffè.
Entrò con passo danzante, alzando i piedi come se la terra gli facesse schifo. Era tutto nero, eccetto due calzerotti bianchi alle gambe posteriori e uno alla gamba anteriore.
— È magnifico! — esclamai.
Il professore al mio fianco citò: — «Balzano da tre, cavallo da re!».
— È questo, è questo ch'io voglio, — dissi con fervore a Carducci; e anche lui guardava assai ammirato la formidabile bestia.
— Pare il cavallo dell'Apocalisse, — disse il professore.
Il cavalier Rossi vedendo il mio entusiasmo mi chiese se volevo provarlo.
Mi prestarono una amazzone, e hop! eccomi in sella, così in alto che mi sembrava d'essere in cima a una torre.
Feci dapprima a passo il giro del maneggio: veramente non era a passo, ma sempre a quel trottigno saltellante e caracollante; mi pareva che facessimo, il cavallo ed io, come nella Mignon, la «danza delle uova». Poi partimmo al trotto, un trotto molto alto, un po' duro, che a scosse e sbalzi mi fece cadere il cappello e spuntare la treccia; indi dal piccolo galoppo ci lanciammo al galoppo allungato; e lì veramente sentii il cavallo perfetto sotto di me. Pareva alato!
Facemmo alt; e mentre io, ancora in sella, mi riappuntavo le treccie, Carducci si avvicinò ad accarezzare il collo lucente del morello.
Anche il Professore si avvicinò, ma guardingo.
— Vedono che mantello? — diceva il direttore, — vedono questa rete magnifica di vene?...
Difatti sul collo e sulla spalla del morello fremente si disegnava tutto un intrico di delicate venature pulsanti. Il professore le esaminò con diffidenza.
— Che non sia un principio d'arteriosclerosi! — mormorò.
Scesi di sella, e dietro richiesta del direttore, provai vari altri cavalli. Ma tutti mi parvero meno interessanti della grande bestia nera. Allora mentre quattro o cinque dei cavalli venivano condotti a passo in giro alla pista, Carducci in mezzo al silenzio domandò:
— Quale di quei cavalli non costa più di tremila lire?
Per un momento tutti tacquero. Poi il direttore si passò due o tre volte la mano sui baffi prima di rispondere. Fu per me un momento di grande ansia. Finalmente con gesto regale stese la mano.
— Quello lì.
Era il cavallo dell'Apocalisse — era il balzano da tre!
— Glielo lascerò per duemila settecento lire, — disse il magnanimo cavaliere.
Carducci mise subito la mano al portafogli; ma il direttore con un gesto lo fermò e lo invitò ad entrare nel suo ufficio. Insieme si allontanarono.
Io mi volsi tutta agitata a uno stalliere che stava vicino. — Come si chiama? — domandai.
— Francesco Impallomèni, — rispose quello.
— .... Ah sì?
Per non offenderlo attesi qualche minuto prima di spiegarmi meglio. — E.... il cavallo che nome ha?
— Il morello? Si chiama Rebecca.
— Rebecca! Che orrore! Perchè Rebecca?
Lo stalliere cacciò in fuori il mento e abbassò gli angoli della bocca fino a parere una rana.
— Mah!... Lo sa Lei?
— Rebecca? — ripetei desolata, volgendomi al professore.
— Sarà forse Babieca, — disse l'erudito. — Babieca è il nome del celebre cavallo del «Cid el Campeador».
— Non mi piace affatto quel nome, — diss'io; e siccome Carducci ricompariva (a fianco del cavaliere, tutto sorrisi) io dissi subito che volevo cambiar nome al mio cavallo.
— -E che nome vuoi dargli?
— Voglio chiamarlo: «O Sauro Destrier della Canzone».
— È troppo lungo — disse Carducci. — E poi non è sauro.
Il professore suggerì molti nomi classici: Pegaso.... Chirone.... Bellerofonte.... e vidi che Carducci si stancava e s'impazientiva.
Allora tagliai corto.
— Che ne direste, caro Orco, se gli dessimo il vostro nome? Mi pare che nello sguardo.... e forse nel carattere.... assomigli un poco a voi. Potremmo chiamarlo «Giosuè Cavallo», per distinguerlo da «Giosuè Poeta».
Carducci tornò di buon umore. — Sta bene, — disse. — E adesso basta. Io devo trovarmi alle quattro col marchese Visconti Venosta a visitare il Castello Sforzesco.
E con un breve gesto di saluto se ne andò.
Il professore mi salutò anch'esso frettolosamente, e lo seguì.
E io?... E il cavallo?... Dove l'avrei portato? Che cosa ne avrei fatto? Ero ospite in casa della mia cara amica, signora Luzzatto, che abitava un piccolo appartamento in via Borgo Spesso. Mi vedevo, io, arrivare alla sua porta con quel cavallo!... Spiegai al cavalier Rossi la situazione, ed egli fu gentilissimo; si offrì di tenerlo al Tattersall finch'io non avessi trovato una scuderia conveniente. Avrei semplicemente pagato la pensione. Un'inezia! Dodici lire al giorno.
Dodici lire al giorno! Una specie di formicolìo mi percorse, fermandosi soprattutto nelle mie ginocchia.... Dodici lire al giorno!
Mio padre mi mandava un assegno di duecento lire al mese; e ogni qualvolta passavo un mese in villeggiatura o all'albergo, per tre mesi non avevo più nulla. Allora andavo a rinchiudermi in campagna in casa di mio fratello dottore; oppure, come ora, mi rifugiavo dalla signora Luzzatto e stavo un po' di tempo con lei.
Corsi subito in via Borgo Spesso. Arrivai pallida e stravolta.
— Che cos'hai? — esclamò con ansia la dolce signora.
— Ho un cavallo! — balbettai. — Un cavallo nero, grandissimo, balzano da tre.
— Riposati un poco, — disse la signora Emilia, con dolcezza ferma. — Mettiti subito a letto.
E vidi che andava verso l'armadietto delle medicine per cercare il termometro clinico.
La convinsi, con qualche difficoltà, che non deliravo. La pregai anzi di venire a vedere Giosuè Cavallo; ma ella, che aveva di tutte le bestie e in ispecial modo dei cavalli un'invincibile paura, non ne volle sapere.
— E che cosa ne farai? Dove lo terrai?
— Non so.... non so, — balbettai smarrita. — Non crede che.... l'onorevole Riccardo.... forse.... saprebbe dove metterlo?
— Mio marito?
— Sì. Potrebbe anche montarlo qualche volta, se volesse.
La signora Luzzatto alzò gli occhi al cielo.
— Meglio non parlargliene, — disse.
E non gliene parlai.
La mia vita fu allora tutta subordinata a Giosuè Cavallo. Volevo stare in città? No; dovevo andare in campagna perchè Giosuè Cavallo ci stava meglio e costava di meno. Volevo restarmene tranquilla? No; mi toccava andare di qua e di là, per monti e valli, al trotto e al galoppo, per passeggiare e disciplinare Giosuè Cavallo (che se stava due giorni in scuderia diventava una belva). Volevo fare un viaggio a Londra a vedere mia sorella? Impossibile lasciare Giosuè Cavallo; e ancora più impossibile condurlo con me. Mi affondavo sempre più in difficoltà finanziarie per far nutrire, albergare, governare Giosuè Cavallo.
Tutte le mie conoscenze mi consigliavano, chi una cosa chi l'altra.
— Bisogna renderlo. Bisogna venderlo. Bisogna dirlo a Carducci.
Dirlo a Carducci? A che pro? Relativamente povero anche lui, — che cosa avrebbe potuto fare? E poi egli era così felice di avermi fatto questo regalo, che per niente al mondo avrei voluto dargli un simile dispiacere. Subito, il giorno seguente alla compera, egli aveva voluto vedermi cavalcare all'aperto. Andammo sui bastioni ed io gli passai davanti a galoppo molte volte. Egli era raggiante.
— È bello Giosuè Cavallo, — diceva.
— Io vado a Legnano, — soggiunse, — domattina, in carrozza col prefetto. Potrai venire anche tu; a cavallo.
Così feci. Nell'amazzone presa a prestito dal Tattersall, issata a sommo di Giosuè Cavallo negro-splendente al sole, trottai e galoppai ora davanti, ora dietro, ora a fianco della carrozza, a grande soddisfazione di Carducci e divertimento del prefetto.
La strada era lunga — trenta chilometri! — ed era dura al trotto rigido del morello; dopo un'ora circa io sentivo già ogni singola vertebra della mia spina dorsale, e avevo il torcicollo e un crampo indescrivibile nel braccio sinistro. Giosuè Cavallo non andava mai al passo. Neppure per un istante cessò dal suo trotto rigido e sobbalzante se non per mettersi a quel caracollante trottigno, quasi un passo di danza, così bello a vedersi e così estenuante per chi è forzato ad eseguirlo.
Ma dalla carrozza Carducci mi guardava con un sorriso pacato e soddisfatto; e chiudendo i denti sul labbro repressi le mie sofferenze.
Nulla ricordo del breve soggiorno a Legnano; certo all'indomani mattina stavo abbastanza bene per escogitare delle sciocchezze; così, allorchè Carducci e il prefetto furono scesi nel vestibolo, mi feci portare dal cameriere della legna in fascina, e rompendola a pezzetti ne riempii la valigia di Carducci. Accadde poi che, a metà strada del ritorno, volendo egli mostrare al prefetto certi suoi appunti, aprì la valigia, e il «ricordo di Legnano» che io gli avevo preparato gli si presentò agli occhi.
— Ma come? Ma questa non è la mia valigia! Che cos'è tutta questa legna? — esclamò Carducci incollerito.
Allora al galoppo precedetti sempre di gran tratto la carrozza, e voltandomi scorgevo Carducci feroce che, aiutato dal prefetto, buttava via i pezzetti di legno sparsi tutt'all'intorno.
— Se tu mi fai ancora di codeste stoltezze, — gridò Carducci appena fui a portata della sua voce, — bada bene che ti porto via il cavallo. — Ma la sua ira non mi impressionò troppo. Visto che per lo più quelli che lo avvicinavano — intimiditi dal suo cipiglio o dalla sua grandezza — mantenevano intorno a lui un'atmosfera di gravità e soggezione assai noiosa, credo che, in fondo, le mie monellerie lo riposassero da tanta grigia solennità. Quanto alla minacciata punizione di portarmi via Giosuè Cavallo, certo nulla lo avrebbe più stupito, o addolorato, che se io gli avessi detto: — Sì, sì! Portatemelo via; esso rappresenta per me sotto ogni rapporto una bestia nera!
Me ne guardai bene. Ed egli ripartì per Bologna convinto di avermi fatto il più meraviglioso dei doni; soddisfatto di sè, di me e di Giosuè Cavallo; felice di aver speso così bene — lui, che non era nè ricco nè prodigo — una così importante somma.
Dopo tre mesi Giosuè Cavallo mi aveva completamente rovinata. Per lui mi arrabattavo in una continua ricerca di denaro; per lui mi guastai coi miei parenti più cari a cui chiedevo costantemente denari in prestito; per lui annunciai sulle quarte pagine dei giornali che davo lezioni d'inglese, tedesco, francese, italiano, di pianoforte, chitarra e canto. Il suo baldo passo caracollante mi conduceva, smarrita, dai neri abissi della disperazione alle verdi vette del monte di Pietà.
E per lui io nutrivo quel sentimento complesso fatto di passione e d'ira, di angoscia, d'amore e d'esecrazione che si prova per chi ci costa molto dolore, molte umiliazioni e molti denari.
Egli prosperava, superbo, prepotente, lucente, facendo i passi sempre più alti, sempre più sdegnoso di toccare la terra. Ed io lo guardavo, spaurita e rapita, e sognavo di balzargli in arcione un giorno e via! a carriera, traverso monti, valli e frontiere, fino a giungere ad una certa rupe gigantesca che sovrasta la Via Mala — da Carducci amata e cantata — ed ivi precipitarmi con lui nella voragine....
«Dammi dunque, apollinea, fiera, l'alato dorso
Ecco, tutte le redini io ti libero al corso....
O indòmito destrier,
Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
Cavallo e cavalier.»
Perchè non lo feci! Sarebbe stato un gesto degno di lui e di chi me l'aveva dato. Forse non ero degna io di una fine così gloriosa. Disertai. Come quegli amanti che dicono: «Moriamo insieme», e poi al supremo passo l'uno vilmente si ritrae, così io lanciai solo nella morte Giosuè Cavallo invece di balzare grandiosamente nel buio con lui.
Volli che morisse? Non lo so; nè voglio oggi ricordare la folle catastrofe che lo spezzò, e che portò me pure vicino alla morte. In ciò ch'io feci ebbi coraggio e viltà.
Ma la viltà maggiore fu che non osai dirlo a Carducci.
Sapevo che gli avrei dato un vero e grande dolore. Egli mi scriveva ora — più sovente del solito — per domandarmi notizie di Giosuè Cavallo.
«Mi piace pensare che è tua quell'apollinea fiera. Mi piace pensare che ho potuto farti un dono così bello. In cima alla mia mente sta l'imagine tua e sua, lanciati al galoppo, ondeggianti la nera criniera e le tue lunghe chiome al vento.... Così, o Loreley pellegrina, sei volata fuor della veduta mia».
Io aborro ed esecro la menzogna. Tutto mi sembra comprensibile e perdonabile all'infuori dell'inganno. Ebbene, io allora — credo di poter dire che questa fu l'unica volta! — ho mentito e ingannato. Alle sue domande rispondevo brevemente, evasivamente, ma non avevo il coraggio di dirgli la verità.
Un giorno mi annunciò prossima una sua visita.
Tremai. Scrissi che dovevo recarmi subito a Napoli. Mi pareva assai lontano.
Ma Carducci ne fu contento.
«Via, dunque, bionda di cavalli agitatrice, a riva più cortese!».
Anch'egli sarebbe venuto tra breve per un sol giorno laggiù, onde salutare una regale Amica, e vedermi passare, sull'azzurro sfondo del Mediterraneo, lanciata a volo «sulla fiera gentil».
Allora, giunta a Napoli confidai la mia angoscia a un poeta — Arturo Colautti — che era venuto a trovarmi. Lo pregai di andare incontro a Carducci e dirgli subito la verità.
Non volle; non osò.
Un ufficiale ch'era con lui mi disse:
— Perchè dargli quel dispiacere? Troveremo un cavallo che per un'ora personifichi il tenebroso corsiero da lui regalato.
Allora fu per tutta Napoli un febbrile cercare di cavalli neri. (Se ne ricorderà forse ancora quell'ufficiale — Maggiotto, allora capitano dei bersaglieri; oggi solennemente installato nel Ministero della Guerra. E il marchese Lillo Catalano.... e il conte Bruno Torri....). Davanti al balcone della casa in strada Caracciolo dove io avevo preso alloggio, fu uno sfilare di foschi corridori: di morelli grandi e grossi, di morelli lunghi e magri; di morelli ombrosi e morelli generosi, di morelli con balza e senza balza.... Ma nessuno — ah! nessuno — che assomigliasse a quello donatomi dal poeta.
La scelta cadde finalmente su di uno portatomi da Maggiotto.
Il cavallo si chiamava «Ras Alula»; era nero, era grande, era balzano da tre. Ma qui la somiglianza cessava. Ras Alula era un mite, era un remissivo, un rinunciatario, un vinto della vita. Per quanto io lo molestassi con morso, scudiscio e tacco per animarlo, per farlo inalberare come soleva il mio nobile corsiero, Ras Alula scoteva la testa placidamente, partiva a un piccolo trotto, e se a furia di strappi e strapponi, di frusta e sperone riuscivo a farlo galoppare, si dimenava nel molle movimento d'una sedia a dondolo, con pendula coda e testa ciondolante.
Io ero disperata.
— Non si sgomenti, — disse Maggiotto, lisciandosi la barba nera e fissando lo sguardo, più focoso assai che non quello del suo cavallo, sul mite e gigantesco Ras Alula. — Ci penso io.
E ci pensò. Appena annunciato l'arrivo di Carducci alla Villa, io che aspettavo, già troneggiante sul titanico e quiescente Ras nel cortile di via Caracciolo, vidi arrivare di corsa Maggiotto col suo attendente. Maggiotto afferrò la redine, mentre il soldato passava dietro la groppa del cavallo.
Sentii un improvviso fremito percorrere la bestia, che nitrì, e tirò un violento calcio.
— Ma che cosa gli fate? — gridai.
— Niente, niente, — rise Maggiotto; — un po' di zenzero sotto la coda! — E abbandonò la redine mentre il soldato balzava indietro.
L'effetto dello zenzero fu magico. Ras Alula si impennò, fremente, annaspando l'aria, rizzandosi quasi volesse rovesciarsi all'indietro. Cedetti le redini e con una scudisciata sulla testa lo richiamai; allora, tuffando il capo, partì forsennato, battendo scintille dai ciottoli del cortile, scivolando sul selciato, lanciandosi a carriera per la passeggiata di Chiaia.
Così, a volo, passai davanti a Carducci, che tra un gruppo d'altre persone, era fermo all'angolo della Villa ad aspettarmi; ebbi solo per un attimo la visione della sua faccia alzata a guardarmi — e odiai Ras Alula, e Maggiotto, e la vita.... e più di tutto odiai me stessa, che recitavo questa vile, questa ignobile menzogna. Con frusta e sprone aizzai la bestia già frenetica che come una folgore infilò la strada lungo la marina.
Ed ecco a un tratto, ancora lontano davanti a noi, un brillìo d'argento e di rosso vivido — era la carrozza reale, era Margherita preceduta dai suoi staffieri, che faceva con regale dignità la sua consueta passeggiata a mare.
Allora con quanta forza avevo tirai le redini: bisognava rallentare la corsa, per non raggiungerla, sopratutto — imperdonabile violazione d'etichetta! — per non oltrepassarla.
Ras Alula non obbedì, non sentì; aveva il morso tra i denti e andava come il vento, pazzo, cieco, frenetico. Invano con strappi alternati tirai e cedetti le redini, invano strappai a destra e poi a sinistra, segandogli la bocca.... la bestia in furore continuò la sua corsa! Fu miracolo se, con uno sforzo che quasi mi slogò i polsi, riuscii a farlo deviare quanto era necessario per non andarci a fracassare contro l'equipaggio reale.
In un fulmine passammo dinanzi alla Regina: ella deve aver visto, come un lampo nero e villano, comparire e sparire le mie esili spalle e la coda sbandierante dell'insano Ras Alula....
Allora più che mai sentii di aborrire tutto e tutti e avrei voluto lanciarmi dalla sella a capofitto nel mare.
Quando fummo all'altezza della chiesa di San Ferdinando, Ras Alula subitamente si calmò: sulla via traversa fece due o tre scivoloni, salì sul marciapiede come se volesse entrare nella chiesa.... e si fermò ansimante, coperto di schiuma.
. . . . . . .
Allorchè trovai finalmente il coraggio di scrivere a Carducci che Giosuè Cavallo non era più mio.... che non era più di nessuno.... egli non rispose. Nè so che cosa abbia pensato.
I casi della vita mi trassero lontano. Quando, dopo molti anni, rividi Carducci nè io osai rammentarglielo nè lui me ne parlò.
. . . . . . .
Oggi nella Villa di Napoli, al posto dove in quel giorno vidi alzato verso di me il suo viso fiero, c'è un rigido busto di marmo che porta il suo nome.
E che non gli assomiglia.
OPERE DI ANNIE VIVANTI
Naja Tripudians. — Romanzo. (Bemporad — 2ª edizione, 1921) L. 6,50
Lirica. (Bemporad, 1921) L. 6, —
I Divoratori. — Romanzo. (Bemporad) L. 10, —
Circe. L. 7, —
L'invasore. — Dramma L. 6,50
Vae Victis! — Romanzo L. 6,50
«Zingaresca.» L. 7, —
Le bocche inutili. — Dramma L. 6, —
Marion. — Romanzo L. 7,50
GIUDIZI DELLA STAMPA SU «NAJA TRIPUDIANS»
Corriere della Sera (Ettore Janni).
Ed ecco ora il romanzo che avvince e fa rabbrividire, l'opera d'arte che spicca il volo dalla realtà ed è fantasia, Naja Tripudians di Annie Vivanti. L'idillico e il tragico vi fanno un violento contrasto.... ma l'idillio è come una maschera lieve che cade e scopre il volto dell'orrore.
La catastrofe è presentata con una potenza a cui non si resiste. Singolare nella sua sobrietà formidabile è la chiusa.
Un romanzo che non si confonde con gli altri: la voce che canta più alta e più sicura sulle mediocri orchestre e sui cori sguaiati.
Il Secolo (Paolo De Giovanni).
.... Un fiume di delicata poesia.
Giornale d'Italia (Diego Angeli).
.... E in queste parole è tutta la morale e tutta la spiegazione del bello e crudele romanzo che Annie Vivanti pubblica in questi giorni pei tipi del Bemporad di Firenze. Bello e crudele e sotto un certo punto di vista altamente morale nella sua immoralità.... Quest'ultimo capitolo ha la durata di poche ore,... capitolo terribile, dove la descrizione di quella società equivoca è descritta con grande sapienza e dove tutti i vizi — dall'omosessualità alla cocainomania, dall'ubriachezza dei liquori forti allo stupore dell'oppio, dalle sottili dissertazioni sul godimento e sul desiderio, alla rivelazione brutale della voluttà — sono trattati con mano maestra.
.... E Annie Vivanti è un'artista e il suo romanzo è tanto più pericoloso in quanto che è più bello.
Idea Nazionale (Umberto Fracchia).
Naja Tripudians si legge con foga. Ecco stabilita la superiorità di questo romanzo femminile su tanti romanzi maschili che sono terribilmente noiosi....
Il Marzocco (Luigi Tonelli).
.... Qui abbiamo una scrittrice nel vero senso della parola, che concepisce con potenza d'intelletto, e s'esprime con una sicurezza ed efficacia mirabili. In Naja Tripudians riconosciamo l'autrice sorprendente de I divoratori, fosca di Circe, violenta e smagliante di Vae Victis: la creatrice d'immagini sfolgoranti, la coniatrice di frasi sintetiche e potenti, la calcolatrice sapiente d'effetti irresistibili.
È impossibile resistere al fascino di questa scrittrice interessante che quando pare abbandoni, ti riprende di colpo, e t'inchioda allo scrittoio, finchè hai letto l'ultima pagina.... che ti lascia scosso e turbato fin nell'intimo dell'anima.
Il Tempo (Nicola Moscardelli).
Qui tutto è logico, naturale, musicale: il racconto precipita verso la conclusione fatale, così, come quella notte precipitava verso l'alba. Con quale modestia di mezzi è descritta l'aria in cui vive la mondana!
Come leggermente si insinuano nell'anima delle due colombe i profumi e gli stordimenti emanati da quel mondo nuovo.... accennando appena un particolare, come una piccola fiammella che s'apre e chiude improvvisa, come se una musica sonnolenta impregnasse di sè tutta l'aria, scivolando, le immagini si precisano, emergono, si realizzano.
L'impressione che dà il libro è profonda e profondamente morale: è l'orrore del male, la nausea per il vizio, il ribrezzo per la impurità scandalosa delle città cosidette morali.
Nuova Antologia.
Tutto il romanzo è un potente contrasto tra l'innocenza più pura e la depravazione più abbietta. A pagine fresche come un riso di puerizia, seguono pagine torbide di una drammaticità che turba e commuove.
L'Italia che scrive (Fernando Palazzi).
Qui veramente Annie Vivanti s'è abbandonata a sè stessa, ha svelato sè stessa. Forse non s'è neppure accorta di fare dell'arte, perchè in fondo non ha fatto altro che confidarci l'anima sua. Io non conosco Annie Vivanti, se non da un verso del Carducci.... ma noi conosciamo adesso la vera fisionomia dell'anima sua, che è bionda, romantica, timida, ingenua, sentimentale, fanciulla.
Si è discusso se Naja Tripudians sia o no il capolavoro di Annie Vivanti. Io capisco benissimo come altri possa preferire I divoratori o Vae Victis, romanzi assai più forti. Io preferisco Naja Tripudians, specialmente per la dolcezza.
Tutto (Cesare Sobrero).
Ecco un nuovo libro casto ed orribile ad un tempo.... Casto poichè la scrittrice riproduce le impudicizie col ferro rovente di una nausea profonda, di una desolazione accorata. Orribile, poichè la degenerazione psichica, e non psichica soltanto, vi è riprodotta colla precisione di altrettanti casi clinici.... Ricercando i gradi di parentela che possono esistere fra Naja Tripudians e le opere di altri artisti, viene fatto di pensare che Annie Vivanti abbia invocato, compiendo la sua nobile fatica, due grandi ombre: Victor Hugo ed Octave Mirbeau. Victorughiana è la concezione del libro per il senso profondo dei contrasti, per la tragicità del contenuto umano. La seconda parte del volume, cioè le pagine vigorosamente realistiche ricordano invece le acri, inesorabili pitture del Mirbeau.
.... Raramente in un libro, evocazione fu più dolorosa, pittura più straziante, lettura più struggente di questa orribile profanazione impunita.
I libri del giorno.
.... Qui veramente la forza del libro sta nella poesia della forma, nella efficace evocazione degli ambienti, nella leggera e quasi trasparente musicalità dei periodi. Il libro incomincia con capitoli di una delicatezza e di una grazia squisitamente femminili.... qualche cosa che fa pensare alla freschissima «Primavera» del Grieg.
.... Ma a un punto la tinta rosea del romanzo viene interrotta improvvisamente da qualcosa di oscuro e misterioso.... Le pagine si fanno inquiete; a quel profumo di innocenza che aveva fin qui accompagnato il racconto si mescola uno strano e tentante odor di peccato.
.... Corre per tutte le frasi come un misterioso brivido, un serpeggiare di febbre.
Aprire il romanzo e leggerlo è come entrare in una serra dove tra i più semplici e delicati mughetti, alcuni strani fiori effondono un loro acuto e perverso profumo. Non si ha il tempo e forse nemmeno il coraggio di avvicinarli, tanto quel profumo ci prende, ci stordisce, ci travolge. Esciremo dalla serra, opporremo gli occhi e la fronte ai rudi baci del vento, ma il ricordo di quei terribili fiori resterà a lungo entro di noi, come di un sogno bello e perverso....
Il Giorno (Carlo de Flaviis).
Pagine belle e tristissime: due piccoli mondi; scolpito, il primo, con una perfezione d'arte impeccabile, descritto il secondo, con una verità a volte piena di impudica baldanza a volte piena di titubante sgomento.
La Chiosa.
Tutta Annie Vivanti è qui: con le sue mani cariche di poesia ch'ella profonde in così bizzarro modo: qua, là, dovunque un dettaglio svegli la sua vibratilità, soffermi la sua commozione, desti la sua sensibilità.
Non ci soffermeremo a evocare le bellissime tra le molte belle pagine del romanzo. Al pari di tutti i libri della Vivanti esso afferra alle prime pagine e non lascia più.
L'interesse che suscita vi è graduato così che dall'incantesimo di una dolcezza piana e serena si passa a poco a poco per tutti gli stadi dell'ansia e della trepidazione fino a raggiungere l'angoscia piena d'orrore che strugge l'anima alla fine del racconto e del libro. Si esce da questa lettura sotto il peso di un incubo.
Poesia! questo è il segreto di Annie Vivanti. Il segreto della sua malìa e della sua arte; dei suoi occhi ancora pieni di stellante azzurro e dei suoi libri sempre saturi di freschezza; della sua giovinezza sempre intatta e delle sue pagine sempre avvincenti.
La Donna (Nicola Moscardelli).
Il libro si chiude con un senso di soffocazione.
Sebbene sia composto con un'arte squisita, nulla rivela in esso l'artefizio, nel quale era così facile cadere.... Non c'è nulla da aggiungere, e nulla da togliere.
Don Marzio.
Squisitezze psicologiche, gioielli d'osservazione, un profumo di grazia inarrivabile....
Gazzetta di Messina (G. Gigans).
Colei che seppe costruire coll'aiuto del suo potentissimo genio un'affascinante, vicenda — I divoratori — ; colei che seppe nel poema vibrante di verità accomunare la fede al dolore — Vae Victis — .... ci regala quest'opera semplice e possente.
La Vivanti quando vuole appassionare il lettore, sceglie un argomento semplicissimo, un argomento di vita vera.
Questa la sua arte. La semplice verità.
La Scuola (Antonio de Filippis).
Il poeta è vate. Gli basta uno sguardo, ed egli intravede il futuro. — Carducci, da profeta, intravide il genio di Annie Vivanti e disse: «canta!».
.... Annie dimostrò il suo vero temperamento di artista col romanzo. Nel romanzo appare grande, perchè originale, strana, ardita, ma sempre vera. Tutta la vita di Annie è una battaglia contro la ipocrisia.... E con Naja Tripudians ella compie una lotta ancor più potente.
Storia triste che risalta sulla tavolozza di un Rembrandt!
Il Pungolo (Giuseppe Scaglione).
La poetessa squisita di «Lirica» la narratrice intensamente drammatica dei casi pietosi e terribili di Maria Tarnowska, l'autrice di «Zingaresca» di «Vae Victis» di «Bocche Inutili» ha creato ancora un'opera di grande bellezza artistica e di appassionata, travolgente poesia. Sopratutto da questo ultimo libro bisogna veramente riconoscere ad Annie Vivanti, una grande forza di pensiero e di forma; di pensiero ricco, elevato, profondo, di stile deciso, rapido, serrato, in alcuni momenti quasi convulso.
Ella non soffre infingimenti e contraffazioni del pensiero e della forma. Ribellandosi a falsare la propria natura impetuosa e serena, e la natura delle cose e degli uomini, porta nei suoi libri una veemenza ed un pathos, una sincerità di vita che incatena l'attenzione del lettore di pagina in pagina e di libro in libro, con un continuo crescendo.
I suoi libri sono morali, non di una morale stentata, arcigna e cattedratica, ma libera e spontanea.
Con quale signorilità e sicurezza d'intuito, con quale potenza di analisi e semplicità di espressione è narrato questo documento umano così tragico e così patetico!...
Il Pungolo (Rodolfo Guido de Marsico).
.... Questa la vicenda di «Naja Tripudians». Vicenda terribile che martoria lo spirito, che esaspera, che accende una ribellione, che ci fa bestemmiare la vita!
E più terribile è il romanzo perchè scritto da una artista. Annie Vivanti ha adoperato i colori più delicati, le sfumature più evanescenti, perchè più fosca noi sentissimo la tragedia che quella luce distruggerà.
Don Quichotte (Parigi).
.... Madame Vivanti y confirme une fois de plus son grand talent. Les derniers chapitres constituent un morceau de haute littérature horrifique.
GIUDIZI DELLA STAMPA INGLESE SU «I DIVORATORI»
Herald.
Qui ci troviamo davanti a quella rara cosa — un'opera di genio.
Telegraph.
Questo meraviglioso libro è un'opera di bellezza creata da chi possiede il più grande dono dello scrittore — lo stile.