XVIII.
Due mesi dopo.... Ci volete venire, fin là? Ho in animo, come vedete, di risparmiarvi le noie del racconto, e tutti quei minuti particolari di un lieto fine, che vanno lasciati alle favole. Due mesi dopo, Arrigo il Savio era guarito largamente, non pure dalla ferita, ma anche da quella saviezza precoce, che lo rendeva tanto uggioso alle dame. Il conte Guidi, poveraccio, con una costola rotta e una palla alloggiata a tempo indeterminato tra due apofisi della colonna vertebrale, incominciava a ricogliere il fiato, ma non a scender da letto. Orazio Ceprani, andato una volta in casa di Arrigo, si era veduto metter sott'occhio tre lettere che non aveva voluto riconoscere: ma un “vada via!„ proferito tre volte con fiera progressione di accento da Cesare Gonzaga, i cui occhi erano lì lì per schizzar fuori dalle orbite, lo aveva fatto correre come un veltro, e senza voltarsi più indietro. Non va dimenticato che il signor Orazio portava con sè la consolazione di non sentirsi più domandare quelle cinquemila lire che sapete; giusto compenso alla perdita di un'utile amicizia.
E due mesi dopo, il signor Cesare Gonzaga, alzatosi di buon mattino da letto, sentì che non poteva più reggere alla vita di Roma. Del resto, non sapeva come occupare il suo tempo, perchè le faccende per cui aveva fatto il viaggio erano tutte sbrigate.
— Happy, — diss'egli allora al servitore, — farai le mie valigie. Io me ne andrò questa sera.
— Vuol partire, illustrissimo?
— Sì, ritorno alle mie Carpinete.
— Mi duole! — disse Happy.
— Ti duole! E perchè?
— Perchè.... Scusi, illustrissimo, la familiarità del linguaggio. Ma ci sono dei momenti.... —
Cesare Gonzaga non gli lasciò il tempo di finir la frase.
— Nella vita degl'individui, come in quella dei popoli; ho capito, va in fondo.
— Mi ero avvezzato così bene a lei!
— Davvero! Ed io che volevo per l'appunto invitarti a venire con me!
— Dice da senno?
— Non ischerzo mai. Ne avevo anzi già parlato a mio nipote. Tu sei un giovanotto d'ingegno, Happy, e sai molte cose, molte cose! Il tuo posto è di segretario; ma non al fianco del cavaliere, intendiamoci bene, perchè egli non ha più segreti da confidare, nè da lasciar trapelare. Verrai con me; parleremo di storia antica, di numismatica, e se ti piace, anche di araldica.
— E si lascierà chiamare marchese?
— Se ciò ti consola, sì. Del resto, avrai anche da tacere su parecchie coserelle vedute ed udite. Io ti dirò come Filippo II al suo Gomez, o al suo Perez, che non rammento più bene, tanto si somigliano fra loro: — A me la fama — A te, se taci, salverai.... la pensione. Il verso non torna, e forse si potrebbe dire la paga.
— Il verso non torna, ma c'è l'idea; — rispose prontamente il servitore. — Aggiunga, illustrissimo, che la pensione ha un senso largo, che la paga non ha. Del resto, il tiranno dell'Alfieri, promettendo la vita al suo confidente, non rischiava di mandare la Spagna in rovina.
— Ed anche di letteratura, Dei immortali! Anche di letteratura! — gridò Cesare Gonzaga. — E d'agraria ne sai nulla?
— Così, qualche principio. È stata la mia prima occupazione, e non ci ho merito. Ma scusi la mia curiosità; verranno alle Carpinete i signori Valenti Gonzaga?
— No, rimarremo soli. Ma vedrai, faremo delle grandi cose; ristoreremo il castello, dissoderemo sterpaie, feconderemo greti di fiume, vivremo tranquilli, come i pastori delle Bucoliche; pianteremo anche un bel faggio, mio caro Titiro, un bel faggio, alla cui ombra non poseremo; ma che importa? Penseremo ai figli, che non saran nati da noi; faremo voti per il bene dell'umanità, amandola da lontano, nello spazio e nel tempo. Ti conviene? —
Happy sorrise e spiccò un salto prodigioso.
— Con lei, signor marchese! Quante cose imparerò! Come sarò felice!
— Già, — disse il Gonzaga, — perchè per la prima cosa ti leverò quella caricatura di nome inglese, e ti restituirò alla semplicità della tua fede di battesimo. —
Così partì Cesare Gonzaga dall'eterna Roma, dove aveva fatto tante cose bellissime. Il conte Pompeo Morati di Castelbianco volle accompagnarlo alla stazione, e ritornò a casa innamorato di lui. Ancora adesso, quando gli avviene di ricordarlo, non dà tregua alle lodi.
— Che uomo! Che giovanotto! Ma già, non fo per dire, i giovani siamo noi. —
La contessa Giovanna sorride, ma a denti stretti; occasione eccellente per farli vedere. Ella, del resto, è tranquilla e serena; non ha una grinza alle tempie, dove è fama che si raccolgano, disposti a ventaglio, i dolorosi ricordi della vita; mantiene in onore i suoi famosi mercoledì, e riceve sempre come una imperatrice. Chi ama, oggi, o a chi pensa, la bruna signora? Ah, scusate, sarebbe un'altra storia, e a me può bastare di aver condotto questa al suo termine.
FINE.
FRATELLI TREVES, EDITORI
I NUOVI ROMANZI
DI
ANTON GIULIO BARRILI.
Il critico più potente dei nostri giorni, il Bonghi, fra gli studi d'ogni genere a cui attende, si diverte anco a leggere i romanzi moderni, e li legge come nessun altro, giacchè li analizza e ne dà dei giudizi veramente originali ed arguti come ogni cosa sua. Non ha risparmiato le critiche al Lettore della principessa; ma per concludere che “si legge con piacere, e alle critiche che se ne può fare, non si pensa se non dopo averlo finito di leggere.„ (La Coltura) È quel che si può dire di tutti i romanzi del Barrili.
Ed è quel che è costretto a pensare press'a poco un altro critico severo, che è il signor G. A. Cesareo, di scuola affatto diversa. Il che bisogna aver presente quando si leggono le sue parole:
“Il Barrili cominciò veramente anche prima che il naturalismo recasse in Italia il suo grave bagaglio di tesi, di definizioni e di regole; ma progredendo, divenne più esperto, più franco, più amabile, ed ogni giorno guadagna terreno.
“Egli compensa il difetto di solidità de' suoi lavori con una grazia, una snellezza, una semplicità che innamora. — Certo, non ha quella tragica potenza di situazioni onde il lettore rimane anelante e perplesso: certo non sa dare ai suoi personaggi quello scultorio rilievo che li rende indimenticabili: certo non descrive con quell'animata efficacia di particolari sensibili, la quale sembra quasi evocare il paesaggio, no, ma il suo racconto si svolge vario d'avventura in avventura, e non s'indugia mai e senza scoter mai troppo il lettore, sa tenerlo desto ed attento sino alla fine. Inoltre ha spesso il Barrili un'invidiabile squisitezza di sentimento, una sottile giocondità d'osservazione, una viva freschezza di fantasia, un'ingegnosa novità di trovata, una ravvivatrice eleganza d'erudizione. Gli è un gentiluomo colto ed arguto che si piace di dipanare, per sollazzo d'una brigata di belle ed intelligenti signore, una sua confusa matassa di fili d'oro e di seta. Somiglia un poco a Vittorio Cherbuliez: ma si vede bene che non ne deriva.... E in fine è il solo fra tutti i romantici d'Italia, che sappia scrivere l'italiano senza affettazione accademica e senza incuria volgare. Il Val d'Olivi, il Come un sogno, sono due piccoli capolavori.„
Un giovine scrittore piemontese, il signor G. Depanis, che ha preso un bel posto nella critica italiana cogli studi che pubblica nella Gazzetta Letteraria, ha dedicato al nostro autore un articolo che riferiamo quasi per intero:
Fra i pochi romanzieri italiani, che hanno un'impronta loro speciale, Anton Giulio Barrili merita un posto distinto, se non per la potenza, per la squisitezza dell'ingegno fine e simpatico e per l'invidiabile spontaneità. Nello spazio di meno che vent'anni egli ha pubblicato trenta volumi fra romanzi, racconti e novelle, ed altri tre ne annunzia in preparazione. Egli ha tentato tutti i generi, dal semplice racconto sullo stampo di Capitan Dodero, al romanzo storico sullo stampo di Semiramide ed al romanzo sociale sullo stampo del Conte Rosso; ha tentato anche il teatro colla Legge Oppia, commedia non felicissima davvero, ma che pure rivela sempre un ingegno accoppiante all'erudizione l'arguzia — connubio non guari frequente; — ed ha dato all'Italia alcuni buoni romanzi, quali Val d'Olivi, e L'Olmo e l'Edera, parecchi discreti, altri ancora (a che dissimularlo?) che non si possono dire tali, ed un vero gioiello, Come un sogno!
Certo, non bisogna chiedere al Barrili ciò che egli non ci dà e non ci vuole o non ci può dare. Ogni scrittore ha la sua impronta, ed è strana pretesa quella per cui si richiederebbe, exempligrazia, dal Farina la forza drammatica e psicologica del Verga e dal Verga l'umorismo lacrimoso del Farina. Ciascuno ha le proprie predilezioni e ci tiene ai proprii gusti ed alle proprie tendenze, scrittore e lettore. Laonde io non verrò qui a ripetere ciò che altri già disse sul genere del Barrili: mi sarà più o meno simpatico, corrisponderà più o meno alla mia estetica particolare (Dio buono! e chi non si fabbrica a questi lumi di luna un'estetica per proprio uso e consumo?); non monta, accetto il genere qual è senza ricercar altro, magari lamentando in cuor mio che il Barrili si sia messo su di un sentiero fallace, anzichè su di una strada maestra.
È inutile ricercare nella più parte dei romanzi del Barrili la profonda analisi psicologica o la pittoresca riproduzione dell'ambiente o la rapida e drammatica concatenazione degli avvenimenti. Il romanzo, quale lo intende il Barrili, è un quissimile di colloquio o di conversazione tra lo scrittore ed il lettore; il primo racconta al secondo ciò che gli frulla pel capo, interrompendo tratto tratto la narrazione per dilucidare qualche punto oscuro o per ammaestrare in bel modo, preoccupandosi sovratutto di non suscitare passioni violente od eccessive, ma di restare in quel quid medium che costituisce il garbo della buona società e che basta a tener desta l'attenzione. Finito il discorso o letto il romanzo — è quasi la stessa cosa — e riflettendoci sopra un pochino si affollano alla mente le obbiezioni e le riserve; però dovete confessare a voi stessi che non vi siete annoiati, anzi, che vi siete divertiti, e, se siete di buon conto, non negherete un ringraziamento al bel parlatore che vi ha affascinati.
Il lettore della Principessa risponde appunto a questo che sembra l'ideale impostosi dal Barrili nella più parte dei suoi romanzi. Il bel parlatore non ascolta troppo il suono della propria voce, come gli è accaduto talvolta; non ci tiene neanche troppo a sfoggiare la propria erudizione o la propria filosofia; — cammina invece spedito, si fa sentire o leggere con diletto e non si stanca e non stanca mai. Non chiedetegli poi, ad esempio, perchè il dottorino Gualandi ricusi dapprima 50,000 lire di mancia dal conte di Loewenstein per avergli ritrovato il portafogli (un portafogli caruccio in verità) ed accetti, in seguito, un milione per essere stato da lui ritrovato in qualità di assistente ad una palazzina in costruzione; egli è capace di rispondervi con un sorrisetto canzonatorio o con una spallucciata. Rinuncio quindi a riassumere questo Lettore della Principessa. Un riassunto è di per sè stesso una birbonata; trattandosi del Barrili, diventa una doppia birbonata, perchè in un riassunto, per quanto fedele e coscienzioso, vanno smarriti il profumo e l'eleganza, precipui fra i pregi del Barrili. Dirò soltanto che, senza atteggiarsi neppur per sogno a romanzo sociale quale lo si volle gabellare, Il lettore della Principessa è un quadrettino della vita intima di certe famiglie principesche e “nere„ di Roma, ed ha macchiette felicissime, come quelle del cardinale Savarelli, dell'impresario di lavori pubblici Pecchioli, delle due cameriere Alice e Barberina....
Il romanzo incomincia bene, continua meglio, specie nei capitoli 13º, 14º, 15º, e 16º, e precipita alquanto verso la fine. Ma la forma civettuola, la lingua veramente paesana e lo stile arguto ed elegante non si smentiscono mai, neanche verso la fine, e cattivano al Barrili la simpatia del lettore e, più, della lettrice. Al postutto, credete voi che la simpatia di una bella lettrice sia cosa da prendersi a gabbo?
Il prof. Emilio De-Marchi parla così del Lettore della Principessa nel Corriere della Sera:
Questo romanzo che riproduce la vita aristocratica è e rimarrà importante per la storia morale di Roma moderna.... Io non dirò ciò che accadde all'avvocatino Lucio, posto fra una bella donna, la Principessa, e una bella ragazza, la principessina Ersilia, perchè è già scritto assai bene nel libro e forma la parte più curiosa di esso. A poco a poco nascono simpatie e contrasti, i rapporti si fanno più stretti, le passioni si scaldano e ne vien fuori un romanzo forse non dei più soliti nella vita reale, ma che si fa leggere di gusto....
Nel Giornale di Sicilia, il signor R. Barbiera scrive graziosamente:
Che penna prolifica quella d'A. G. B. Egli fra pochi anni, dovrà obbligare i bibliotecari del paese a consacrargli una sala tutta piena dei suoi romanzi: Sala Barrili! I tipografi non possono tenergli dietro; e notate che ne' suoi romanzi, come in Casa Polidori, l'ultimo suo, non è l'accuratezza che manca: l'euritmia del lavoro è mirabile. A lui basta un fatto comune della vita per isvolgere un romanzo nel quale vedete sempre l'uomo di mondo, che conosce bene la società e la deride con garbo.
Casa Polidori ci porta nella società elegante e galante di Roma: è una casa nella quale la giovane e capricciosa padrona si diverte a inghirlandare il marito di fiori nati nel giardino del dolce peccato; e il marito, che nulla sa, nulla immagina, spinge la propria affezione verso l'amico.... traditore a tenergli compagnia durante i giorni uggiosi di medicatura d'una ferita presa in un duello sostenuto... appunto per quella donnina!... Commedie solite, solitissime... pur troppo! “Il lettore aspetta il dramma, co' suoi caratteri energici e le sue commozioni profonde. Il narratore non può dare che la verità, senza contrasti violenti, senza impeti di passione, e, quel ch'è peggio, senza accomodata concentrazione di effetti. Il tempo è grigio, e i toni sono fiacchi; che ci posso far io?...„ Che briccone questo Barrili! N'esce sempre, magari per il rotto della cuffia; ma il pubblico lo segue, lo ama.
Ed ecco altri giudizi alla rinfusa:
A chi ama i romanzi a tinte forti, pieni zeppi di emozioni o di scandali d'ogni genere, a chi cerca le passioni violente, sfrenate, che conducono al delitto, non può piacere il nuovo racconto Monsù Tomè di quello splendido ingegno che risponde al nome di Anton Giulio Barrili, il simpatico autore di Capitan Dodero, dell'Undecimo comandamento e di tanti altri lavori che restano veri gioielli della letteratura romantica contemporanea.... La storia di Monsù Tomè, del vecchio comandante di spiaggia, che prende parte così attiva alle guerre di Napoleone e di Carlo Alberto è interessantissima, ricca di aneddoti e di avventure, abbondante di descrizioni innanzi alle quali, tanto sono vere, bisogna commuoversi, bisogna elettrizzarsi per forza.
(Rassegna Nazionale).
Monsù Tomè è una cosa prelibatissima. L'azione è qui più sviluppata che in altri libri del Barrili e l'interesse che ne deriva è maggiore.
(La Libertà, di Roma).
Monsù Tomè racconta le imprese alle quali ha partecipato nella sua gioventù, e, più specialmente, nel 1796, al tempo della guerra fra il Piemonte, l'Austria e la Repubblica francese, ed innesta al racconto delle battaglie quello di una storia d'amore con una vivandiera francese, ci-devant marchesa, ed ora, per amore della libertà, diventata la vergine del reggimento. Il racconto interessa di molto, perchè per due buoni terzi del libro procede spiccio, serrato, e ricorda glorie patrie; i capitoli relativi alla difesa di Cosseria ed al colonnello Filippo del Carretto sono in particolar modo da segnalare.
(Gazzetta Letteraria).
Il lettore della Principessa è il trentesimo romanzo che il chiaro autore genovese pubblicò dal 1865 in qua; eppure la sua verve, il suo brio non sono mai esauriti; il suo modo di raccontare, lungi dal risentire stanchezza, è sempre lo stesso, attraente, simpatico, perchè gaio, spigliato, quasi mai noioso, doti essenziali per un novelliere o romanziere....
I pregi indiscutibili di stile, di modo di narrare, che fanno di lui uno degli scrittori più simpatici e popolari d'Italia, si trovano tutti egualmente spiccati e profusi in ogni suo libro.
(Gazz. del Popolo di Torino).
Il lettore della Principessa è ricco di belle e nuove pagine.
(Capitan Fracassa).
Nel Lettore della Principessa mi è parso di trovare un'impronta più viva e marcata nei caratteri, una delimitazione più perfetta di sentimento, un corso più animato e violento di passioni, che hanno finito col render più attraente e interessante l'intreccio. — Non mi si dica, che i tipi sono fuggevoli e presto dimenticabili. — Basterebbe a provare il contrario, quello bellissimo e fiero di Lucio Gualandi il lettore, del cardinal Savarelli, “uno dei sette che, campassero pur cent'anni, non diventeranno mai papa„ della principessa donna Clara di Valgrana, di donna Ersilia la fanciullona “dai grandi occhi incantati da eterna educanda,„ dell'avvocato Verdini — tutti disegnati con rapidità e vigoria, dietro a cui si schierano delicatamente lumeggiati gli altri di donna Erminia e di don Alessandro di Barga, del conte di Loewenstein, di Pecchioli, di Barberina e di Alice.
A. G. Bianchi (Pungolo della Domenica).
A mio modesto avviso Casa Polidori è senza dubbio uno dei suoi migliori lavori.
(L'Alabarda).
La trama di “Casa Polidori„ è semplice, ma condotta con arte moltissima. Le cose che si narrano non escono dall'ordinario, ma le sono con bel garbo esposte. Le scene sono improntate di una naturalezza grande. I personaggi, poi, sono tolti su dalla massa viva, e come esseri vivi si muovono. In quanto alla forma letteraria la è del Barrili.... il che vuol dire che è buona.
G. Stiavelli (Ateneo italiano).
Casa Polidori è una casa di Roma, tutta facciata, intonacata di vanità, entro la quale spicca la figura di una madre affettuosa, la testina sventata d'una sposina capricciosa, e quella di stucco d'un giovane marito così poco accorto, così accecato d'amore per la sua mogliettina che diventa la favola dei circoli del così detto generone, dove la maldicenza mette presto le ali e dove molto si pecca e poco si perdona. Ada è fragile come una statuina di terra cotta del Belliazzi e cede alle seduzioni d'un bellimbusto titolato, che finisce col buscarsi una sciabolata e a starsene in conseguenza qualche mesetto a letto col conforto per altro del marito offeso che nulla sa e nulla immagina.
Per Casa Polidori passano scenette molto gustose; più d'un dialogo, ne' quali le minuscole preoccupazioni della gente ricca fannullona sono riprodotte con finezza comica vi divertirà.... I caratteri sono miniature. Un tipo di madre seria e buona, piacerà molto alle lettrici buone....
Con garbo delizioso è scritto tutto il libro, che può essere affidato anche a una ragazza, perchè ogni crudezza è sfuggita; la beltà di Venere è avvolta d'un velo.
(Illustrazione Italiana).
.... La Montanara è un piacevole racconto, scritto in una lingua che è un ristoro di italianità festevole ed elegante.
(Gazz. Letteraria).
La Montanara.... è una storia d'amore quale ne può udire l'orecchio più casto di fanciulla, ma è pieno di fierezza alpestre, di energia. Comincia in Modena, si continua sull'Apennino, passa un momento pei campi di battaglia del 59, ha la catastrofe nell'Ospitale di Sant'Eufemia a Brescia e si compie ancora sull'Apennino. L'ambiente morale è la vita dell'ex-ducato di Modena, durante la bassa tirannide dell'ultimo Lorenese. Il principio di contrasto che dà lo scatto all'elemento drammatico potente nel romanzo, è il pregiudizio di casta che attraversa l'amore della Montanara con un discendente dell'antichissima casa dei Malatesti.
La politica non è quasi nemmeno sfiorata nel racconto, ma gli effetti di infezione generale del governo ducale in mezzo ai sudditi vi si manifestano nei fatti che ne risultano in attinenza al romanzo e negli avvenimenti privati onde il romanzo ha vita e forma; questo elemento vi rappresenta la viltà, la bruttezza sociale, il male sotto una grande varietà d'aspetti.
La moderazione grande del Barrili, appare in queste che direi parti sordide della sua storia; egli le attraversa in punta di piedi senza insudiciarsi, sereno, senz'ira o sdegno irrompente; su tutto lasciando passare il lavacro di quella sua fluida corrente di superiorità signorile, di tolleranza elegante, di raffinatezza letteraria e mondana che non è certo l'ultimo elemento di meritata voga dei suoi numerosi romanzi.
Intorno alle figure principali e accanto agli avvenimenti direttamente necessari al romanzo, il Barrili fa vivere, parlare, agire figure accessorie, e svolge fatti e racconti di scene secondarie. Nessuno come lui riesce a popolare un romanzo di figure di fondo ammirabili e variarlo di studi sociali e schizzi di vita moderna, pieni di verità di animazione e di brio.
C'è un Lesarini che diventerà proverbiale, come il tipo del cavalier servente a uso moderno. Scena magistrale è una rappresentazione di gala al teatro Ducale di Parma; e la vita intima dei volontari nel 59 è ritratta a meraviglia.
(Nazione di Firenze).
Il Ritratto del Diavolo è stato tradotto in inglese dal signor E. Wodehouse, e pubblicato in due volumi quest'anno a Londra dagli editori Remington and Co. L'Athenaeum ne parla con grandi elogi nella sua rivista settimanale dei nuovi romanzi:
“The lively, amiable, at times a long-winded raconteur Barrili has told, after Vasari, the tragic story of the life of Arezzo's great fresco painter Spinello Spinelli. The tale is well worth reading, if only for the lively picture it furnishes of the manner and customs of the painters of the period; and these may be accepted as correct, for Barrili's strength lies in the historical novel. The translation is carefully and well done. While being pleasantly readable and quite English in tone, it yet preserves the frank, naïve manner of narration which is the marked peculiarity of Barrili's style.„
DEL MEDESIMO AUTORE:
| Capitan Dodero (1865). Settima edizione | L. 2 — |
| Santa Cecilia (1866). Quinta edizione | 2 — |
| I Rossi e i Neri (1870). Seconda edizione | 6 — |
| Il libro nero (1871). Quarta edizione | 2 — |
| Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ | 3 — |
| Val d'Olivi (1873). Terza edizione | 2 — |
| Semiramide, racconto babilonese (1873). _Terza edizione_ | 3 50 |
| La legge Oppia, commedia (1874) | 1 — |
| La notte del commendatore (1875). Seconda edizione | 4 — |
| Castel Gavone (1875). Seconda edizione | 2 50 |
| Come un sogno (1875). Sesta edizione | 3 50 |
| Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). Terza edizione | 3 50 |
| Tizio Caio Sempronio (1877). Seconda edizione | 3 — |
| L'olmo e l'edera (1877). Ottava edizione | 3 50 |
| Diana degli Embriaci (1877). Seconda edizione | 3 — |
| La conquista d'Alessandro (1879). Seconda edizione | 4 — |
| Il tesoro di Golconda (1879). Seconda edizione | 3 50 |
| La donna di picche (1880). Seconda edizione | 4 — |
| L'undecimo Comandamento (1881). Seconda edizione | 3 — |
| Il ritratto del diavolo (1882). Seconda edizione | 3 — |
| Il biancospino (1882). Seconda edizione | 4 — |
| L'anello di Salomone (1883). Seconda edizione | 3 50 |
| O tutto o nulla (1883). Seconda edizione | 3 50 |
| Fior di Mughetto (1883). Quarta edizione | 3 50 |
| Dalla rupe (1884). Seconda edizione | 3 50 |
| Il conte Rosso (1884). Seconda edizione | 3 50 |
| Amori alla macchia (1881). Seconda edizione | 3 50 |
| Monsù Tomè (1885) | 3 50 |
| Il lettore della principessa (1885) | 4 — |
| Casa Polidori (1886) | 4 — |
| La montanara (1886) | 4 — |
| Lutezia (1878). Seconda edizione | 2 — |
| Victor Hugo, discorso (1885) | 2 50 |
IN PREPARAZIONE:
- La spada di fuoco.
- La signora Autari, storia inverisimile.
- Uomini e bestie, racconti d'estate.
- Il giudizio di Dio.
- Il merlo bianco.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (follia/follìa, giudizi/giudizî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.