CAPITOLO XIV.
Dove si vede che la notte non è sempre fatta per dormire.
Che era egli avvenuto?
Per chiarire aggiustatamente la cosa, ci bisognerà saltare indietro un'ora ed un miglio, o giù di lì; non volendo io (e probabilmente neanco i lettori) far cammino a ritroso, fino alla tenda di messer Pietro Fregoso a' suoi abboccamenti, da prima col Sangonetto, indi con Giacomo Pico.
Intorno ai quali, basterà il dire che la Gilda, guidata dal filo della sua gelosia, aveva indovinato il loro disegno. Il Bardineto, per vendicarsi delle ripulse di madonna Nicolosina, vendeva ai genovesi il castello. Messer Pietro Fregoso, da buon capitano, profittava d'ogni occasione che gli venisse profferta; e questa del Pico, che gli agevolava di tanto il conquisto della terra assediata, doveva parergli la man di Dio, senza più.
Il castel Gavone, murato in alto, come ho già detto, a cavaliere del Borgo, su d'un contrafforte della roccia di Pertica, era un validissimo arnese che ai nemici non poteva neppur girare per la fantasia di pigliare d'assalto, almeno, fino a tanto non fossero padroni del Borgo e liberi di voltargli contro tutto lo sforzo delle loro soldatesche e dei loro ingegni di guerra. Anche dopo esser venuti a stringer l'assedio del Finaro dalla parte dell'Appennino, dovevano essi contentarsi di vedere da lungi quella mole solitaria e superba, poichè la roccia di Pertica, che si rizzava alle sue spalle, era inaccessibile ad un esercito; e quanto poi allo inerpicarsi sul greppo del castello medesimo, per dare a questo una brava scalata, le necessità quotidiane dell'assedio intorno alla città sottoposta, non ne concedevano loro il tempo, nè il modo.
E ciò senza mettere in conto che un assalto a quelle mura di granito, contro quelle torri di pietre sfaccettate a punta di diamante, non sarebbe servito a nulla. Soltanto una sorpresa notturna avrebbe approdato; ma questa richiedeva intelligenze segrete, amici, o a dirla più veramente, traditori nel castello.
Ora, da questo lato, il marchese Galeotto dormiva tranquillo i suoi sonni. E se non era che Santino da Riva, prigioniero dei finarini in castel Gavone, avesse fiutato nel Sangonetto una schiuma di ribaldo, se non era che Giacomo Pico, meditando del continuo vendetta, avesse dato facile ascolto alle suggestioni del sozio, e tutti poi avessero pigliato a pretesto della loro perfidia il malcontento di parecchi cittadini del Borgo, a cui pesava la lunghezza dell'assedio, chi sa? il marchese Galeotto avrebbe potuto ancor dire per mesi parecchi del suo dominio, ciò che disse Enea della sua patria a Didone:
Troiaque nunc stares, Priamique arx alta maneres!
Ma pur troppo il castel Gavone, che non doveva avere un Virgilio a cantare la sua misera fine, ebbe in quella vece il suo Sinone, come Troia; anzi peggio di Troia, poichè esso ebbe un Sinone domestico, non forastiero, a tradirlo. Vorrei qui proseguire il parallelo, confrontando l'Elena del Finaro a quell'altra dell'antichità; ma oltre a non essere Virgilio, siccome ho già detto, e come tutti sapevano, prima della mia confessione, non sono neanche Plutarco (e ci corre!); però, con quella discrezione, che dovrebb'essere la dote dei poveri ingegni, mi tiro in disparte e lascio operare a lor posta i miei personaggi.
Or dunque avvenne che l'accordo dei traditori con messer Pietro
Fregoso fosse compiuto la mattina del 5 febbraio, cioè a dire quando
Giacomo Pico si diede prigioniero, in pegno di sicurezza, ai nemici.
Il capitano generale credette allora che si potesse tentare l'impresa;
e Giovanni di Trezzo accettò di condurla.
Il Picchiasodo voleva pur dire qualcosa della fuga del Maso, che lo metteva in sospetto. Ma già, il dado era gittato, e pel solo dubbio che al castello fossero avvisati della trama, non si poteva mica rimandarne l'esito a più tarda occasione. Del resto, ogni indugio non avrebbe fatto altro che peggiorare le sorti dell'impresa. E poi, e poi, se il Maso aveva potuto cogliere a volo qualche indizio e andarlo a rifischiare al castello, la colpa non era tutta di lui, Anselmo Campora, che, cedendo a un moto compassionevole della sua ruvida ma schietta indole soldatesca, aveva pigliato a proteggere quel mariuolo del Maso? La conseguenza di questo ragionamento si fu che il Picchiasodo non rifiatò de' suoi dubbi ad alcuno, ma che egli promise a sè stesso di partecipare ai pericoli di quella notturna sorpresa.
Ora, siccome il nostro bravo Campora solea mettere in tutte le cose sue poco intervallo tra il pensare ed il fare, a mala pena ebbe pigliata questa risoluzione, uscì dalla sua baracca per andarne a chieder licenza a messer Pietro, padron suo riverito.
S'aspettava qualche po' di contrasto; ma, con sua gran meraviglia, non ci fu nulla.
—Bravo!—gli rispose il capitano generale.—Stavo appunto per mandarti a cercare e chiederti se volevi farmi compagnia.
—Che? come?—farfugliò il Picchiasodo, inarcando le ciglia.—Voi, magnifico messere?
—Sì, io. Che ci trovi di strano?
—Eh, mi sembra che ce ne sia la sua parte. Gli è un colpo ardito, quello che si tenta, con questi furfanti di tre cotte. E se ci andasse a male? Se quei di lassù stessero in guardia? Se fossero stati avvisati?
—Baie! Chi vuoi tu che li abbia avvisati? E fosse pur vero, che vuoi tu che s'aspettino proprio stanotte da noi? E poi, vedi, Anselmo; chi non risica… Lo conosci, il proverbio?
—Non rosica; lo capisco;—soggiunse il Picchiasodo, chinando la fronte.
—Orbene,—proseguì messer Pietro,—ce n'è anche un altro che fa al caso nostro. Dal farle tardi Cristo ti guardi! Ora, questa s'ha da far subito, o mai. Genovese aguzzo, piglialo caldo.—
A queste parole il Picchiasodo non potè ritenersi dal ridere.
—Scusate, messer Pietro;—diss'egli, con piglio di rispettosa dimestichezza;—siete tutto proverbi, stassera.
—Sì mio vecchio compare; perchè il cuore mi promette bene di questo negozio; perchè sono in vena d'allegria. Ah, credi tu che, dopo un anno di sopraccapi, di molestie d'ogni fatta, io non debba veder di buon occhio questa congiuntura propizia? E poichè la si profferisce a noi, e noi la cogliamo, non dovrei venirci io in persona, all'impresa, per ispingerla avanti, se c'è modo di venirne a capo, per rimetterla in sesto, se si fa un buco nell'acqua?
—È vero ciò che dite;—rispose il Picchiasodo;—ma dopo tutto, il vostro risico…
—Che!—sclamò messer Pietro, scuotendo alteramente la testa.—Ci ho la mia stella. Non ti rammenti di Gavi? Eppure, se non me l'hai cantato e ricantato le mille volte: «messer Pierino, badate, noi ci faremo impiccare come tanti assassini di strada!» Il che non toglieva,—soggiunse messer Pietro ridendo,—che in ogni occasione tu fossi il primo a seguirmi e negli scontri picchiassi più sodo degli altri, come non tolse che io fossi restituito alla patria, reintegrato in tutti gli onori della mia casa e fatto capitano generale della repubblica. Statti dunque di buon animo, Anselmo, mio vecchio compagno; il ferro che mi ha da colpire non è ancora entrato in magona.—
A intendere per suo verso l'allusione di messer Pietro Fregoso, bisognerà ricordare che egli, cinque anni addietro, essendo la sua fazione sbandeggiata da Genova ed eletto doge Raffaele Adorno, era stato dichiarato ribelle contro la repubblica. E allora, ridottosi nella terra di Gavi, la quale aveva dianzi ottenuta dal duca Filippo Maria Visconti, messer Pierino (come lo chiamavano ancora, a cagione della sua giovinezza) radunò partigiani, corse il vicinato a sua posta, recando alla repubblica quante più molestie potè. Monsignor Giustiniani, che non lo ebbe in troppo buon concetto, narra di lui negli Annali che «essendo di gran spirito e bisognoso di molte cose, quasi che si mise alla strada e faceva de' mali assai. Tra i quali, detenne cento venti some di mercanzia di gran valuta, che mulattieri portavano in Francia; e fra l'altre cose vi erano alquante arme per la persona del Re. Del qual fatto il duce Raffaello si risentì assai e ne scrisse lettera a Sua Maestà».
La qual cosa, m'affretto a dirlo, non tolse che fosse un compìto cavalliere, e che, il 3 di febbraio del 1447, tornata la fazione Fregosa al governo della repubblica nella persona di Giano, messer Pietro fosse restituito alla patria e fatto capitano generale della città, indi deputato all'impresa del Finaro, e da ultimo eletto doge a sua volta.
Ma non ci dilunghiamo dal nostro argomento. La notte è calata, notte buia e fredda, siccome si è detto, e gravida di tempesta. Giovanni di Trezzo e i suoi trecento fanti escono silenziosi dal battifolle di Pertica, sfilano leggieri a guisa di ombre davanti a quel pozzo, in cui, la mattina di quel medesimo giorno, aveva pigliato un bagno freddo il povero Falamonica. Spartiti in dieci bandiere, ognuna delle quali constava di trenta uomini, cioè a dire dieci balestre, dieci picche e dieci pavesi, i soldati di Don Giovanni di Trezzo (la dominazione aragonese nel reame di Napoli aveva già sparso l'uso del titolo di Don nella maggior parte dei condottieri italiani) si avviarono per l'erta, seguendo il sentiero indicato loro da Giacomo Pico e da Tommaso Sangonetto. Il quale, a dir vero, non ci andava di buone gambe; ma oramai, volere o volare, bisognava uscirne con manco disdoro e non esser nemmeno degli ultimi sulle mura, poichè il Bardineto gli aveva promesso la sua parte di preda! Tommaso Sangonetto se ne sentiva già correre l'acquolina alla bocca.
Il vento, che scendeva impetuoso dalle gole dei monti, cogliendo di fianco i notturni viandanti, non consentiva loro di correre così spediti come avrebbe desiderato messer Pietro; il quale venia dietro alle schiere, col Campora a lato, e tutto chiuso nel suo mantello, per non dar nell'occhio ai soldati, che dovevano vederlo soltanto ove ciò fosse stato mestieri. Per altro, se il vento rallentava il corso della gente, toglieva altresì che si potesse dall'alto udire il rumore dei passi e lo strepito delle armature.
Le prime ordinanze giunsero per tal guisa sotto alla beltresca che comandava il sentiero, deludendo la vigilanza del soldato di guardia, il quale fu colto nel suo aereo covo, prima che avesse potuto dare ai lontani compagni il grido di sveglia.
Povero Maso! Imperocchè gli era lui, proprio lui, piantato là, come Olimpia sullo scoglio, dal suo vecchio principale. Mastro Bernardo, tutto all'incarico che gli aveva commesso la sua bella nipote, nonchè andarlo a rilevare, non si era più ricordato di lui.
—Povero a me!—disse il Maso in cor suo.
E crebbe la sua giusta paura, allorquando, dietro a quella lunga processione di ombre che gli sfilava da vicino, gli parve di udire la voce del Campora, che sollecitava i più tardi.
—Son fritto!—soggiunse egli, a mo' di conchiusione, mentre due di quei manigoldi lo veniano legando per bene, come già avevano fatto tre giorni addietro il Tanaglino e il Vernazza.
La masnada frattanto si accostava con passo guardingo alle mura. Nessun rumore, nessun filo di luce, davano indizio di vigilanza nel castello. Don Giovanni di Trezzo incominciava a meravigliarsi della fortuna, che gli faceva guadagnare così agevolmente un premio di trecento scudi d'oro del sole, a lui promesso dal capitano generale se avesse condotta a buon fine l'impresa.
Il castel Gavone, lo rammenteranno i lettori, era munito di fosso da due lati soltanto, cioè da fronte e da tergo, dove perciò era stagliata ad arte la cresta del monte; laddove i fianchi, perchè fondati a scarpa sul masso o abbastanza forti di lor natura, non avevano alcuna di simiglianti difese.
Ad uno di questi fianchi, quello che guarda a levante, i soldati genovesi accostarono le scale. Giacomo Pico fu il primo ad appoggiarne una contro il davanzale di una finestra che metteva al secondo pianerottolo dello scalone interno.
—Che fai?—gli domandò il Sangonetto all'orecchio.—La finestra è chiusa, e a romperla daremo la sveglia.
—No;—rispose l'amico;—lascia fare. La notte scorsa ho tagliato una lista di piombo nella intelaiatura dei vetri.—
Poscia, voltandosi verso Giovanni di Trezzo, che gli stava sempre alle costole, soggiunse:
—Voi, messere, dovreste mandare una parte dei vostri uomini alle spalle del castello, là, dietro la torre della Polvere. Io stesso, appena entrato, andrò ad aprir loro la postierla.
—Sì, sì, non dubitate, compare!—gli rispose Giovanni di Trezzo.—Io salirò con voi e v'accompagnerò io stesso alla porta. Ma prima di tutto, aspettate; vo' fare un po' di rumore.
—Perchè?
—Il perchè va lo dico subito, A Venezia, dove ho servito qualche anno, ci ho imparato una gran massima, che credo l'abbiano trovata in Grecia, nella tomba dei sette Sapienti. «Da chi mi fido mi guardi Iddio; da chi non mi fido mi guarderò io.» Ora, vedete, messer Pico; io non vo' dar molestie a nostro Signore, e non mi fido mai di nessuno.—
Così dicendo, l'astuto condottiero col pomo della spada venia battendo sui muri del castello. Nessun rumore di dentro accennò che il suono dell'arme fosse stato udito dagli abitatori del luogo. Del resto, a quell'ora, null'altro si sarebbe potuto udire che il mugghio continuo del vento nelle gole e il baturlo del tuono sulle montagne vicine.
—Sta bene; ed ora insegnatemi la strada;—disse Giovanni di Trezzo.
Il Bardineto ascese prontamente la scala; Giovanni, presa la spada tra i denti, gli venne alle calcagna.
Frattanto un'altra scala era rizzata poco lunge da Tommaso Sangonetto. I suoi capi poggiavano sul davanzale di una finestra, che Giacomo Pico doveva aprirgli, a mala pena entrato nel castello.
L'ascensione fu compiuta senza ostacoli. Dietro al Bardineto e a Giovanni di Trezzo s'erano inerpicati quattordici soldati. Poco stante si udì un lieve scricchiolio. Giacomo Pico aveva potuto, mercè la sua precauzione della notte antecedente, togliere una lastra di vetro dai margini di piombo e giungere colla mano al paletto. L'imposta girò lenta sui cardini, e il Bardineto e Giovanni di Trezzo, afferrando il davanzale, sparivano prontamente nel vano. I quattordici soldati che li seguivano su per la scala, ad uno ad uno, lesti come scoiattoli, guizzarono dentro.
Il medesimo avvenne dei loro compagni che erano sull'altra scala, poichè il Bardineto ebbe aperta la finestra all'amico. E tutto questo in brevissimo spazio di tempo, senza strepito, o con pochissimo, che il vento non lasciò giungere fino alla sala di guardia; la quale era sulla fronte del castello, tra la saracinesca e il ponte levatoio, secondo il costume d'allora.
Messer Pietro mandò allora una parte degli uomini rasente il muro, fin dietro alla torre della polvere, in agguato alla postierla che doveva esser loro aperta da Giacomo Pico.
Ogni cosa procedette a seconda. Ma se non si aveva ad udire lo strepito di fuori, ben si ebbe ad udirlo quando fu dentro le mura e pe' corridoi del castello. E fu appunto il saltar degli uomini dal davanzale della finestra sul pianerottolo e il loro spandersi su e giù per le scale, che diè nell'orecchio alle due donne su in alto.
Lo strano rumore fu udito altresì in una camera appartata del primo piano, dov'era il più ragguardevole abitatore del castello e il più interessato in quella bisogna, poichè il colpo degli assalitori notturni era rivolto contro di lui.
Il marchese Galeotto si era da forse un'ora ridotto nelle sue stanze, per prendere un po' di riposo da tante fatiche e sopraccapi del giorno. Madonna Bannina, la fida compagna della sua giovinezza, ancora travagliata dalla sua ferita, dormiva accanto a lui d'un sonno leggiero, come soglion le donne e gl'infermi. In una cameretta poco lunge da essi, riposava lo scudiero del marchese e suo consanguineo, Antonio Porro, giovine robusto e valente, che molto amava Galeotto e in cui questi a ragione riponeva ogni fede.
Era triste in quell'ora, il marchese Galeotto, e i neri presentimenti, di cui aveva pur dianzi toccato madonna Nicolosina alla Gilda, gli giravano per la fantasia, disviandogli il sonno. Sopra tutto, e con una pertinacia di cui non poteva farsi ragione, gli tornavano in mente le parole della vecchia di Savona, Giacomo traditore? Giacomo, il suo antico scudiero, cresciuto al suo fianco, il suo compagno d'armi, il suo salvatore, tradirlo? e perchè? Come poi l'avviso salutare doveva egli venirgli così da lontano? Certo, taluno a cui sapea male di quella sua fede in un semplice vassallo, non osando assalirlo da vicino e di fronte, aveva soffiata quella calunnia negli orecchi alla vecchia pazza; ed ella, pur di parere illuminata da uno spirito, era corsa a recargli la malaugurata novella. E in mal punto, davvero; poichè Giacomo Pico, l'uomo contro cui si muovevano così nefandi sospetti, quel medesimo giorno, in servizio del suo signore, combattendo da valoroso, era caduto nelle insidie nemiche.
Questo diceva la fede, dall'animo di Galeotto. Eppure, bisbigliava il dubbio, eppure….
In quel mentre gli venne udito un insolito rumore, come d'uomini che cautamente, ma senza, poter spegnere affatto il suono dei passi e il tintinnio delle armi, battessero de' piedi sll'impiantito d'un corridoio lontano.
Si rizzò tosto fuor delle coltri e stette coll'orecchio teso in ascolto. Quello strepito continuava, anzi venia sempre crescendo; laonde egli fu pronto a balzare da letto, per correre alla volta dell'uscio.
Madonna Bannina si svegliò in soprassalto.
—Che è?—dimandò ella sbigottita, vedendo in quell'ansia il marito.
—Bannina mia, siamo traditi!—gridò egli, con voce tremante dallo sdegno.
E uscito dalle sue stanze, s'imbattè in Antonio Porro, il quale, non avendo ancora potuto pigliar sonno, stava al pari di lui in ascolto sull'uscio della sua camera.
Antonio vide il marchese, e i loro occhi si ricambiarono i comuni sospetti.
—Il nemico?—chiese Galeotto sommessamente ad Antonio.
—Chetatevi, mio signore! Vado a vedere.
—No, no! Ti faresti ammazzare senza alcun frutto. Non senti? Son già nella gran sala.—
Antonio, che già era persuaso della inutilità dell'andare, e soltanto si era profferto per divozione al marchese, si affrettò a sbarrare la porta.
—Fuggite, dunque, messere! fuggite!—diceva egli frattanto.
—Fuggire! e come? e lascierò i miei…. la mia casa?
—Provvedete alla salvezza vostra, Galeotto!—disse madonna Bannina, che lo aveva seguito.—Voi libero, niente è perduto. Accogliete il consiglio di Antonio e la mia preghiera.—
Il marchese non sapeva risolversi. Darla vinta del tutto ai traditori gli cuoceva; cadere in balìa dei genovesi gli parea troppo grande vergogna. E in tal contrasto esitava.
—Orsù, egli non c'è tempo da perdere;—disse Antonio Porro.—Madonna, vi prego, annodate le lenzuola del letto, il copertoio, quanto vi capita alle mani. Io faccio la via.—
E si volse alla finestra dell'anticamera di Galeotto, nella quale si erano in quel trambusto ridotti. Una inferriata diritta ne chiudeva il vano. Antonio Porro afferrò le spranghe e le scosse con tutto il vigore de' suoi polsi d'acciaio. Traballarono quelle; ma Antonio, dalla resistenza che avevano fatta, giudicò che troppi scrolli sarebbero bisognati a schiantarle, e in quelle strette ogni istante era prezioso, per la salvezza del suo signore.
Perciò, mentre Galeotto lo venia guardando ansioso, e madonna Bannina colla sollecitudine dell'affetto e dalla paura stava annodando i pannilini della sua camera a foggia di corda, Antonio Porro si trasse indietro alcuni passi, raccolse le membra, strinse le pugna sul petto, e veloce, impetuoso, come un braccio di catapulta, si scagliò contro l'inferriata con tutto l'urto delle sue spalle poderose.
Le sbarre percosse si piegarono in fuori, segno che parecchi dei capi si erano smossi dai loro alveoli di piombo. Un nuovo urto, non meno poderoso del primo, svelse a dirittura una parte dell'inferriata dal suo stipite di pietra.
Intanto nelle mura del castello il frastuono cresceva. I soldati di guardia, udito il rumore degl'invadenti nemici, erano accorsi a difesa, e per le scale, pe' corridoi, dovunque gli uni negli altri s'imbattevano, era una pugna cieca e feroce.
Antonio legò saldamente un capo delle lenzuola ad un tronco di sbarra, che era rimasto infitto nel davanzale, e senza far motto indicò la via di salvezza al padrone.
—Mio buon Antonio!—esclamò il marchese, con piglio amorevole.
—Andate, messere, andate!
—Raccomando alle tue cure la mia povera moglie!—soggiunse Galeotto, colle lagrime agli occhi.
E stretta al seno la fedele compagna della sua vita, a baciatala in fronte, si spiccò dalla camera, per raccomandarsi a quel fragile sostegno, che dovea porlo in salvo a' piè delle mura.
—Corro al Borgo!—diss'egli, nell'atto di scavalcar la finestra.
—No, messere, non lo fate!—gridò Antonio Porro.—Chi vi assicura che il Borgo non sia già caduto in potere dei nemici? Prendete la via dei monti; correte a San Giacomo.
—Addio dunque, Bannina!—ripigliò Galeotto.—Ma no, a rivederci, tra breve, in Millesimo, se mi sarà dato di giungere fin là. A te il capitano dei genovesi concederà prontamente il riscatto, che non vorrà infellonire contro una donna.—
Ciò detto, si aggrappò alla fune e si commise nel vuoto.
La discesa fu agevole e sicura fino a due terzi dello spazio che gli bisognava percorrere. Ma giunto a poca distanza da terra, o perchè uno di que' pannilini non fosse saldamente annodato, o perchè la bontà del tessuto non soccorresse, la fune si ruppe, e il marchese Galeotto percosse delle membra sui sassi, lacerandosi le piante, il petto e le braccia, con cui aveva tentato di schermirsi nel buio.
Madonna Bannina, che si era fatta al davanzale per cogliere l'ultimo saluto del fuggente, udì in quella vece il tonfo ed un gemito.
—Vergine santa! egli si è ferito!—gridò la nobil donna raccapricciando.—Antonio, per carità, soccorretelo; andate con lui. Io già non ho mestieri di nulla;—soggiunse, come per indurlo più facilmente a quel passo.—I nemici verranno; che importa oramai? Sono una povera vecchia e non ho niente a temere per me. Andate, Antonio, vi supplico; egli ha bisogno d'aiuto.
Il giovine, che l'aveva intesa alle prime, s'inchinò senza dir verbo, e d'un salto fu sul davanzale. Poco stante, facendo gran forza di braccia, si calò fino all'ultimo lembo del suo aereo sostegno.
—Messere,—dimandò egli a bassa voce,—ove siete?
—Son qua, buon Antonio. Hai voluto scendere anche tu? Pon' mente; s'è strappata la fune.
—Lo so. A che altezza da terra?
—Cinque, o sei braccia, mi pare. Ma bada a te; non ti gittar troppo in fuori, che potresti ruzzolare dai greppi.
—Non dubitate; conosco il terreno.—
E pigliando le sue misure così a occhio e croce, l'animoso scudiere spiccò il salto dalla parte opposta a quella donde aveva udito la voce del suo signore.
Agile e forte com'era, fu a terra senza farsi alcun male, e corse tosto in aiuto del marchese.
—Orbene?—gridò ansiosa madonna Bannina dal davanzale.
—State di buon animo, madonna. Qualche scalfittura, a cagione degli sterpi, e nient'altro.
—Ah, sia lodato il Signore! Andate dunque. Essi giungono.—
E toltasi dalla finestra, la nobil donna corse nella sua camera, dove stette in attesa.
Frattanto i nemici, giunti all'appartamento del marchese, tempestavano l'uscio di colpi. A breve andare le imposte volarono in pezzi, fu rotta la sbarra che ci avea posta a ritegno lo scudiero, e Giovanni di Trezzo fu il primo a dar dentro, colla spada sguainata. Dietro a lui una frotta di uomini, le cui facce iraconde e le armi erano sinistramente illuminate dalla torbida fiamma di alcune torce a pugno, intrise di pece.
Giunto che fu nella camera, e veduta la marchesana del Carretto, che si alzava con piglio austero dal suo seggiolone per muovergli incontro, Giovanni di Trezzo si fermò sui due piedi, tolse la spada nella mano manca sotto l'impugnatura, e, mentre inchinava la fronte, stese la mano in atto di cortese saluto.
La marchesa rispose con un cenno del capo.
—Che chiedete, messere?—diss'ella poscia, con accento tranquillo.
—Potete argomentarlo, illustre signora;—rispose Giovanni di Trezzo.—Chiediamo del magnifico marchese Galeotto del Carretto, già signore del Finaro.
—Egli lo è sempre per diritto ereditario de' suoi maggiori;—replicò ella nobilmente.
—Non piatirò di titoli con voi. Son uomo di spada, non già di toga. So che il castello Gavone per opera mia appartiene ora alla repubblica genovese, e cerco il marchese Galeotto per condurlo prigione, com'egli terrebbe me, se la fortuna delle armi non mi avesse assistito. Del resto, non temete, madonna; siam cavalieri e ai prigioni e alle dame non sarà torto un capello.
—Vi credo, e commetto alla vostra lealtà di soldato tante povere donne che sono in vostra balìa. Il marchese Galeotto non è nel castello; statevi pago, messere, di aver prigione sua moglie.—
Giovanni di Trezzo, che sapea far queste cose per bene, s'inchinò profondamente e non aggiunse parola. Per altro, egli non poteva capacitarsi di non aver trovato il marchese nelle sue stanze. Lo scompiglio che si vedeva per la camera, gli dava sospetto bensì d'una fuga; ma da dove poteva esser fuggito il nemico?
Uno de' suoi soldati, tornando dall'anticamera, gli disse dell'inferriata rotta e delle lenzuola ancora sospese al davanzale.
—Ah, ah!—sclamò egli,—Il merlo è volato via. Ma la gabbia è nostra; questo è l'essenziale.—
E pensava, così dicendo, ai trecento scudi d'oro del sole che gli fruttava l'impresa.
Un alto fragore di combattenti, dall'altra parte dei castello, venne in quel punto a rompergli il filo dello sue meditazioni e a distoglierlo altresì dal pensiero di mandar gente sull'orme del fuggitivo.
Che c'era egli di nuovo? Laggiù si picchiavano di santa ragione. Ma d'onde erano sbucati i nemici? San San Giorgio e Carretto! San Giorgio e Fregoso! Eran questa le grida che cozzavano insieme, come le mazze e le spade, facendo un chiasso indiavolato.
—Vi pigli un canchero!—brontolò Giovanni di Trezzo.—Il premio sarebbe ancora in sospeso?…—
E lasciata la marchesana del Carretto in custodia a due uomini, corse colla sua gente dall'altra parte del castello, donde gli era giunto all'orecchio il fragor della pugna.
CAPITOLO XV.
Qui si racconta delle valentie di due sozi, i quali non erano Teseo a
Piritoo.
Non credano i lettori benevoli che l'autore, avendo nel capitolo precedente chiamata madonna Nicolosina l'Elena di Castel Gavone, voglia venire in quest'altro a nuovi riscontri mitologici. Egli ha per contro già, confessato nel titolo che i due sozi di cui parlerà non erano da mettersi a paragone con Teseo e Piritoo, que' due famosi rapitori di donne.
Compagni di ventura, il principe d'Atene e il re dei Lapiti, rubarono Elena, ancor tenerella di età, la quale toccò in sorte al primo di loro; e il patto essendo corso tra i due che il perdente fosse dal vincitore aiutato a trovarsene un'altra, ne conseguì che Teseo accompagnasse l'amico di là d'Acheronte, per dargli mano al ratto di Proserpina; il secondo, e credo anche l'ultimo, attentato amoroso, di cui fosse fatta argomento quella povera dea. Il primo, se ben ricordate, fu commesso da Plutone, che poi consacrò la sua marachella con un bravo matrimonio e con un permesso alla moglie di andare in campagna da sua madre per sei mesi d'ogni anno.
Or dunque, s'avviarono i due amici all'impresa, ma senza aver fatto i conti con Cerbero. Il quale avventatosi alla gola di Piritoo, lo strangolò senza misericordia, dando tempo a Plutone di mettersi in arme e di far prigione il compare, che fu, anni dopo, liberato a stento da Ercole.
Ognun vede che questi non sono riscontri da farsi con Tommaso Sangonetto e con Giacomo Pico. L'antichità riverente ci ha fatto due eroi di Teseo e di Piritoo, forse perdonando, in ricompensa di più nobili imprese, queste ed altre loro scappatelle di gioventù; laddove i nostri due sozi, non che di lode, non sono pur degni di scusa. Epperò si ha da credere, se non c'è sotto un qualche artifizio acconcio a predisporre l'animo dei lettori, che i nomi de' due antichissimi eroi siano tirati in ballo per mostrare in che razza di dottrina è ferrato a diaccio l'autore di questo racconto, oramai presso al suo termine.
E per non indugiarci più oltre, facciamo ritorno alle due donne, rimaste così sbigottite al primo indizio della scalata e dello spandersi dei nemici entro le mura del castello Gavone. Vedremo più tardi Don Giovanni di Trezzo e sapremo che diavol fosse quell'altro tafferuglio che lo faceva accorrere con tanta fretta verso le scale.
Madonna Nicolosina, fortemente turbata, era corsa a rifugio nella cameretta di Gilda. Modesta e linda cameretta, già così lieta dimora di colei che chiamavano la più bella ragazza del Finaro, dopo la figliuola del marchese, che era per le grazie della persona e per l'altezza dei natali celebrata bellissima! Pochi e semplici in quel breve spazio gli arredi; un forziere di noce intagliato a rabeschi, nel quale la fanciulla custodiva le cose sue; una scranna, uno specchio alla parete, una lampada sospesa, un letticciuolo, un inginocchiatoio, su cui stava un picciol vaso di maiolica, con entro un mazzolino di fiori, davanti ad un trittico d'avorio, nella cui tavoletta di mezzo era dipinta la Vergine, e sulle altre due santa Caterina e san Biagio, patroni del Borgo. Una volta (e non era corso gran tempo) in quel vaso erano i fiori freschi ogni dì, anche nel cuor dell'inverno; chè ogni stagione, in questi lidi benedetti dal cielo, ne porta. Ma, da parecchie settimane, quel culto gentile era stato posto in oblìo, nè più i fiori erano stati cambiati dinanzi alle immagini dei santi. Sfioriva nel rimorso e nel dubbio la povera Gilda; diseccavano i vecchi fiori dimenticati nel vaso.
Il primo pensiero di Nicolosina fu di aprir la finestra e di spenzolare allo ingiù la lunga e salda appiccatura di lenzuola che avea preparata la Gilda. Il vento soffiava e i suoi buffi gelati entravano pel vano della finestra, facendo tremolare la fiamma nella lampada sospesa. Ma ella non se ne addiede, che in quello stremo d'angoscia niente più poteva ferirla. Gridò, chiamando i finarini, che dovevano essere in quell'ora appiattati nella macchia delle roveri: ma, o non l'udissero costoro, o ancora non fossero giunti, o la voce loro non vincesse le folate del vento, la povera Nicolosina non ottenne risposta al suo grido.
Incominciò allora a tremare. Il fragore dei nemici cresceva nel piano inferiore del castello. Già saliano le scale. Non parevano molti; erano due al più, i primi accorrenti; ma uno solo bastava ad atterrirla, a gelarle il sangue nelle vene. La misera donna già si vedeva dinanzi l'immagine di Giacomo Pico, del suo fiero amatore, non più ginocchioni, in atto supplichevole, bensì ritto e minaccioso su lei, prostrata, abbandonata, senza schermo e senza forza, a' suoi piedi.
Quella orrenda visione la comprese di spavento ineffabile. Entrando nella camera, aveva chiuso l'uscio dietro di sè. Ma questa difesa non poteva bastarle. Nicolosina corse allora a gittarsi sull'inginocchiatoio, e là, a mani giunte, lacrimosa, con rotti accenti, pregò, supplicò la vergine Maria, tutti i santi del paradiso, per suo padre, per sua madre, per sè. Pur troppo non era da aspettarsi più nulla dagli uomini; se una speranza di salute restava, questa non le appariva più che dal cielo.
Un passo concitato risuonò allora nel corridoio. Il nemico procedeva nelle tenebre, ma pronto e sicuro, come uomo che conosceva la via. Non era un genovese, di certo; lui, dunque, lui? La povera donna levò le braccia verso l'immagine di Maria; raccomandò, non più la sua vita, l'onor suo, a quella donna che in suo vivente aveva tanto sofferto. Se Dio accoglie la preghiera, sotto qualunque nome gli sia rivolta da creature infelici, per fermo doveva udir quella.
Ma invano ella pregava. Un urto poderoso schiantò il serrame che riteneva l'uscio alla parete. Il vento che s'ingolfò nella camera avvertì la povera donna che ogni sua speranza era perduta e che il nemico era giunto là dentro.
—Ah, ah!—disse una voce sarcastica.—La colombella s'è chiusa nel nido?—
Nicolosina fremette, si aggrappò colle mani e coi gomiti all'inginocchiatoio, come un naufrago alla sua tavola di salvezza.
—Per altro,—soggiunse la voce, che non era quella di Giacomo Pico,—meglio era chiuder la finestra che l'uscio. Con questo freddo morrebbe a ghiado l'amore, che pure è tutto di fiamma.—
E Tommaso Sangonetto (che era lui il nuovo venuto, come avranno già indovinato i lettori) andò verso la finestra, per richiuder le imposte.
—Ohe! che novità son queste?—proseguì, vedendo il nodo delle lenzuola raccomandato al colonnino che partiva la finestra.—Si lavorava a tirare il ganzo quassù? Ma bene! Questa non me l'avrei aspettata. Del resto, per gl'innamorati voglion essere scale di seta, o nulla. Stia al fresco, il babbione! Chi tardi arriva, male alloggia.—
Così dicendo, Tommaso Sangonetto, che non pensava una parola di quel che diceva, e bene aveva indovinato perchè ci fosse quella scala posticcia sul davanzale, spiccò il nodo e gittò le lenzuola al vento; indi richiuse le imposte.
—Ah; bene così!—ripigliò.—La lampada non darà più i tratti dell'impiccato. E adesso, vi volgerete da questa banda, bella schifa 'l poco, donna sgargiante, anima dell'anima mia.
—Tommaso Sangonetto,—interruppe Nicolosina, balzando in piedi, tutta fiammeggiante di vergogna e di collera,—rispettate la figlia del vostro signore!—
A quella vista inaspettata, il Sangonetto diede un sobbalzo, che lo ricondusse tre passi indietro, nella strombatura della finestra, da cui si era mosso pur dianzi. Madonna Nicolosina! madonna Nicolosina là dentro! che voleva dir ciò? O non era quella la camera della Gilda? quella stessa camera in cui era venuto la prima volta a portarle la nuova del duello e della ferita di Giacomo, e a sfrombolarle in pari tempo la sua prima dichiarazione d'amore, accolta da lei con tanto sussiego?
Senonchè, Tommaso Sangonetto non era uomo da perdersi d'animo davanti ad una donna, nè per una sostituzione di donna. Pensò brevemente, com'era consentito dall'urgenza dei casi, e disse tra sè: vedi, Tommaso; o viene Giacomo, che s'è accorto del tiro, e noi si cambia posto; o non viene…. e allora, che ci posso far io?—
Questo dilemma gli messe l'animo in pace. Quanto alla dignità di Nicolosina, e a' suoi alti natali, se ne rideva quel poco! Ci aveva in corpo un fiasco di vino, che doveva dargli coraggio come soldato, e lì per lì se ne trovava d'avanzo.
—Oh, scusate, madonna!—aveva detto a tutta prima, nel colmo dello stupore.—Credevo… non mi potevo immaginare…
Ma presto s'era rimesso in sella. Quel suo dilemma ne faceva testimonianza.
—In fede mia,—soggiunse, dopo un momento di sosta e facendo bocca da ridere,—qui c'è uno scambio. Non me ne lagno, perdinci, non me ne lagno. Direi anzi che ci guadagno un tanto, mia bella contessa.
Nicolosina si ritrasse indietro due passi. Gli occhi luccicanti di quell'uomo le faceano paura.—Sentite, madonna;—ripigliò il Sangonetto, che aveva notato quell'atto di ribrezzo.—Facciamoci a parlar chiaro. Per dare indietro che facciate, non uscirete di qui. Ancora due passi e vi troverete al muro. Non vi schermite dunque inutilmente; non guastate in vani contorcimenti la vostra serena bellezza.
—Mio Dio! mio Dio!—mormorò la povera Nicolosina, giungendo le palme sul seno e levando al cielo uno sguardo atterrito.
—Siete bella,—proseguì il Sangonetto—molto bella, troppo bella, ve lo dico io, che me ne intendo, e, da vent'anni in qua, non fo che studiare di questa importante materia. Non vi aspettavate la mia visita, lo so; ma fuggivate quella d'un altro. Vi basti di averla cansata e di averci, non fo per dire, guadagnato nel cambio. La Nena di Verezzi, che ci ha, senza farvi torto, il primo paio d'occhi di tutto il paese, dice che io sono il più bell'uomo del Finaro. Ah, ah! che ne dite? Non ha, buon gusto la Nena?—
La misera donna fremeva di paura e di orrore insieme, a vedersi quel ceffo dinanzi e a doverne udire le sconcie parole. Per fermo egli era preso dal vino. L'alito impuro dallo stravizzo le offendeva la nari.
Per altro, e non era forse a vedersi in cotesto un aiuto del cielo? che non avrebbe ardito prima d'allora il ribaldo, se i fumi del vino bevuto non gli avessero offuscato il cervello? A questo pensiero un fil di speranza le balenò nella mente, e, vincendo il raccapriccio ond'era tutta compresa, tentò, col dargli risposta, di guadagnar tempo su lui.
—Badate;—diss'ella.—Siam vittime di un tradimento e la vittoria di un istante vi accieca. Ma i vostri concittadini, più fedeli di voi al loro signore non tarderanno a giunger quassù. Non aggravate la vostra colpa, Tommaso Sangonetto. Siete un ribelle; non diventate un infame. Io stessa chiederò la vostra grazia a mio padre, e l'otterrò; ma uscite; uscite, se vi è cara la vita.
—Ah, ah! bene, in fede mia, questo è parlar da padrona!—replicò il Sangonetto, ghignando.—La mia grazia! Voi mi vendete il sol di luglio, mia bella ritrosa. La vostra mi preme, e l'avrò, per amore, o per forza; m'intendete? o per amore o per forza! Do la mia parte di paradiso per voi. Siete mia, per dritto di guerra; non vi pensate di sfuggire la taglia. Vi par dura? Avete il torto. Un po' per uno a comandare; questa è l'uguaglianza. Eravamo noi i vassalli, noi i censuarii, soggetti a tributo, noi le mani morte, taglieggiabili a misericordia. Ora tutto è cangiato. Non ci son più signori. Repubblica, mi capite? Comanda la repubblica di Genova e noi siamo i suoi mandatari, ci vendichiamo, occhio per occhio e dente per dente. Vi siete goduti per secoli e secoli ogni maniera di privilegi e diritti; parecchi di questi, assai ghiotti pe' vostri padri e mariti. Vivaddio, ne useremo un po' noi… E non c'è strilli che tengano!—
Nicolosina trovò nella sue braccia una forza di cui in ogni altra occasione non si sarebbe creduta capace. Tanto può in gentil cuore l'alterezza offesa e il ribrezzo che un tocco d'impure mani gl'inspira. E non pure si sciolse da quel braccio che aveva ardito posarsi su lei, ma colla veemenza d'un assalto improvviso fe' dare indietro e barcollare un tratto l'insolente ribaldo.
—Ah sì?—sclamò egli, facendosi pavonazzo dalla rabbia e fischiando le parole come un serpente il suo verso.—Dobbiam fare la guerra? Facciamola! Tu cederai, smancerosa, ingannatrice lusinghiera, dovess'io romperti le braccia, come rompo questa lampada che mi dà noia.—
E gli atti seguendo la minaccia, il prode Tommaso strappò la lampa dalla sua catenella e la mandò in pezzi sul pavimento.
Poco dianzi avea fatto quest'altra argomentazione tra sè:
—Giacomo non viene; dunque ha trovato il fatto suo; dunque a te,
Sangonetto, e fa conto d'essere andato per la prima volta a Verezzi.
Scivolata per scivolata, questa è la meno pericolosa di certo.—
E intanto che egli, non badando al grido di angoscia di Nicolosina, nè ad un altro suono più degno della sua attenzione, ha gittato a terra la lampada, e fatto buio pesto nella cameretta di Gilda, vediamo come e perchè il suo degnissimo compare Giacomo Pico non corresse a dargli la muta.
Salito con lui fino al secondo piano del castello, il Bardineto aveva svoltato da solo verso le stanze di madonna Nicolosina. Il cuore gli battea forte nel petto, così forte che sembrava dovesse ad ogni colpo schiantarsi. Lo compresse rabbiosamente col pugno, ma invano; quel battito gli suonava continuamente all'orecchio, e parea misurargli i minuti che ancora gli restavano a diventare il più infame degli uomini. Il tradimento consumato, la nefandità a cui si disponeva, e senza la quale il suo tradimento sarebbe stato il più inutile tra i delitti, gli turbinavano senza posa nell'anima, e, come le furie antiche, istigatrici e punitrici ad un tempo, lo incalzavano e lo inseguivano, gli toglievano il senno, ma senza levargli altrimenti dagli occhi l'immagine della sua abbiettezza.
Ma che era egli ciò, contro un'ora di vendetta e di ebbrezza? Fosse pur venuta a coglierlo in quel punto la morte! Tanto, egli lo intendeva, che in quell'ora di ebbrezza e di vendetta era pieno il suo vivere.
Sul limitare della camera di madonna, si fermò titubante. L'uscio era socchiuso e la luce trapelava dal vano. Il Bardineto si fe' scorrer le mani sulla fronte, come per cacciarne l'ultima vampa di rossore, ed entrò.
Il letto a baldacchino, guernito di pizzi d'oro, scorgevasi in fondo alla camera, ma vuoto, senza alcun segno di posatura recente. Giacomo Pico, meravigliato di ciò, corse cogli occhi in giro, e là, ai piedi del letto, ove la cortina pendente dal sopraccielo impediva la via alla luce dei doppieri, immobile, bianca come uno spettro, di rincontro al tappeto istoriato che copriva la parete, gli venne veduta una donna. Immobile, ho detto, ma non come persona morta; che viva, e agitata da una fiera tempesta di affetti, la dicevano gli occhi fiammeggianti nell'orbite, le labbra rattratte da un moto convulsivo, il pugno chiuso sul seno, perfino il tremito del braccio teso che si appoggiava contro la spalliera del letto.
Giacomo Pico rimase come inchiodato al suo posto. Quella donna era la
Gilda.
Fu un lungo silenzio tra i due, rotto soltanto dall'ansia dei loro petti frementi. Nessuno dei due abbassò gli occhi davanti agli occhi dell'altro. Si guatavano fisi, e le occhiate si scontravano, torve come folgori in un cielo tempestoso. Pure, nè l'uno nè l'altro avrebbe voluto trovarsi colà; tanto era triste la condizione d'entrambi, tanto sentivano nel lampo dei vicendevoli sguardi l'imminenza dello schianto che doveva lacerarli ambedue.
Giacomo Pico tentò di svagarsi, inebriandosi della sua collera. Si morse le labbra a sangue, diede in un ruggito di fiera e fu per muovere contro di lei. Ma Gilda non gli diede il tempo da ciò.
—Sapevate di trovarmi qui?—gli disse ella con accento vibrato, quantunque oppresso dall'ira.
La domanda poteva offrire uno scampo. Ma il Bardineto ricusò il giovarsene.
—No!—rispose egli furente.
—E allora?….—gridò di rimando la Gilda, mal chiudendo in quella sua reticenza la furia di mille rimproveri.—Badate, Giacomo Pico; voi sareste un infame. Per chi venivate voi qua?
—Per lei!—rispose Giacomo, sbuffando a guisa di toro ferito.
—Ah, uditelo, demonii d'inferno!—proruppe ella con voce di tuono.—Egli ardisce mostrarsi più nero, più malvagio di voi!
—Smettete i paroloni!—replicò il Bardineto.—Non vi ho amata mai; orbene, sì, questo è il mio torto, di non averlo detto prima! È anche vostra colpa di non averlo indovinato, di esservi abbandonata nelle mie braccia come una femmina sciocca. Maledizione, maledizione per voi e per me! dovevo io imbattermi in due donne, l'una così superba e l'altra così debole?
—Non proseguire, Giacomo!—-gridò la Gilda, impallidendo.—Se ami qualcheduno o qualche cosa, al mondo, non proseguire!
Ma Giacomo Pico, riscaldato com'era, inebbriato della sua collera, non le diè retta.
—Ah, voi credevate,—proseguì egli, mentre faceva per la camera le volte del leone,—che io potessi dimenticar quella donna? che io potessi acquetarmi a' suoi superbi dispregi? Mal conoscete il cuore dall'uomo.
—Disgraziato, fermati!—gridò per la seconda volta la Gilda.—Vive già nel mio seno una vita che ti può maledire!—
E mentre si contorceva nello spasimo, rasciugandosi con una mano il sudor freddo che le stillava dalla fronte, brancolava coll'altra per trovare un appoggio. In buon punto la spalliera del letto le sostenne il fianco spossato.
Il Bardineto la vide e n'ebbe compassione. Ma era detto che le parole sue non dovessero tornar di conforto a quella povera donna.
—È un acerbo dolore per voi; sì, pur troppo; ed una maledizione ch'io merito. Ci siamo ingannati ambedue. Io stesso non vedevo in fondo al mio cuore. È un abisso, credetelo, e più nero che voi non pensiate. Amo io quella donna, o l'odio? Non lo so. Eppure, ella ha da esser mia. È una rabbia in me, una feroce voluttà di vendetta. Sono un traditore per lei, mi capite? un traditore. Voi non potreste dirmi cosa che io già non abbia detto a me stesso. Traditore ed infame. A lei la colpa, a lei la pena di ciò! Dove è dessa? dove l'avete nascosta?
—Non la cercate;—rispose Gilda, con un filo di voce.
—Per l'anima tua, disgraziata, dimmi dov'è? Voglio saperlo, m'intendi?
—Non lo saprete…. dal mio labbro…. mai! Vi basti di avermi trovato qui, in vece sua, per salvarla da voi.
—Ah sì! Diffatti, perchè sei tu qui? e se tu sei qui nella sua camera,—proseguì egli, illuminato da un improvviso raggio di luce,—perchè non sarebbe ella andata a nascondersi nella tua?
—Ah!—sclamò ella, balzando in piedi e guardandolo in volto con occhi atterriti.
—Sta bene!—disse Giacomo Pico.—La tua paura ti tradisce. Essa è là.
Ed ora, vedremo se ella mi sfugge.—
Così dicendo, Giacomo Pico andò verso l'uscio. Ma la Gilda, ritrovò in un subito le forze smarrite.
—Voi non uscirete di qui!—gridò ella con piglio risoluto.
E veloce come la folgore, corse all'uscio, lo chiuse, trasse la chiave, e, innanzi ch'egli avesse avuto tempo a raccappezzarsi, andò a gittarla sotto un forziere, che stava in un angolo della camera.
L'arnese era di gran mole e appariva eziandio di tal peso da non potersi smuovere così agevolmente; inoltre, la Gilda si era aggravata colla persona contro la sponda del forziere, e, chiuse le mani intorno agli spigoli, mostrava negli atti e nello sguardo scintillante di esser pronta a resistere con ogni sua possa. Al solo vederla in quella sua minacciosa postura, il drago, custode geloso dei tesori nascosti, non sarebbe parso una favola.
Livido per rabbia impossente, Giacomo Pico ristette alquanto sopra sè. Gli pareva impossibile che una donna avesse a fare così grave ostacolo a' suoi disegni, alla sua volontà. Eppure, a tanto era giunta costei; e Giacomo Pico, nella incertezza in cui l'avea posto l'atto audace e repentino, cercava inutilmente il modo di romper gl'indugi, senza macchiarsi in un'altra viltà, percuotendo una donna.
Ad un tratto, parve ricordarsi di qualche cosa. Il pensiero doveva tornargli molesto oltremodo, poichè egli si cacciò a furia le mani nei capegli e mise un urlo disperato.
—Maledizione! Sai tu che fai ora?—gridò, avventandosi all'uscio e scuotendolo vigorosamente.
—Salvo la mia padrona!—rispose la Gilda, notando l'inutile sforzo di lui.
—No, per la tua dannazione, tu non la salvi;—ruggì il furibondo.—Tu fai un regalo a Tommaso Sangonetto. Ma se tu credi che questo serrame possa arrestarmi….—
E smesso di urtare nell'uscio, Giacomo Pico ficcò le dita tra il catenaccio e la parete, cercando di schiantare la staffa piantata nel muro.
—Un regalo!…. al Sangonetto!….—ripetè macchinalmente la
Gilda.—Che hai detto Giacomo? Dov'è il Sangonetto?
—Nella tua camera, perdio!—urlò Giacomo Pico.—Hai inteso ora?
E proseguiva, così dicendo, a trarre il catenaccio con tutta la forza delle sue dita ripiegate ad uncino.
—Nella mia camera!…. lui!….—sclamò la povera donna, a cui quelle parole mostravano una verità a gran pezza più triste che ella non avesse potuto immaginare da prima.—Ah vile, tre volte vile! Dio di Giustizia, tu lo hai udito, tu lo hai condannato!—
E mentre il Bardineto, con un ultimo sforzo, veniva a capo di schiuder l'uscio restìo, quella donna si scagliò furibonda come una tigre su lui, e, tratto un pugnale di sotto alla cintura, glielo cacciò nelle reni.
Era quello il pugnale che, il giorno della sua caduta, la povera Gilda aveva strappato di pugno a Giacomo Pico.
Si voltò in soprassalto il ferito, sentendo il freddo acuto della lama penetrargli nelle viscere. Voleva piombare su lei, e le sue mani si spiccarono dall'uscio che avea ceduto in quel momento a' suoi sforzi. Ma non gli venne fatto; e neppure gli bastò l'animo per sostenere lo sguardo iracondo di quella Nemesi vendicatrice.
Rimase attonito; mille pensieri, mille immagini confuse gli traversarono la mente. Il triste dramma della sua vita gli lampeggiò nello sguardo, in quello sguardo così fiero da prima, e in ultimo così raumiliato.
Sentì allora venir meno le forze. Con moto istintivo le mani si stesero, per aggrapparsi al catenaccio, da cui si erano un istante spiccate. Ma non fece più in tempo e cadde sulle ginocchia.
La Gilda buttò il pugnale lungi da sè, ruppe in un grido di terrore e forsennata si gittò ai piedi di Giacomo.
—Hai fatto bene;—le disse egli con voce interrotta.—Sono un vile… tre volte vile!… Eppure non ero nato per finire così!…
—Giacomo! Ed io ti ho ucciso! gridò ella con accento disperato, strappandosi i capegli dalle tempia.
—No… hai fatto bene… ti dico.—soggiunse il morente, con voce sempre più fioca.—Vile… tre volte vile!—
Così dicendo, girò attorno gli occhi smarriti, come cercando la luce che gli sfuggiva. Mosse ancora le labbra, balbettando parole confuse; allungò le braccia quasi volesse trattenersi anche un istante tra i vivi; indi reclinò il capo sul petto e stramazzò, colle membra prosciolte, sul pavimento. Giacomo Pico era morto.
CAPITOLO XVI.
Nel quale si narra come la signora Ninetta al disonore preferisse la morte.
È tempo di dire, poichè vien proprio a taglio coi fatti che abbiamo raccontati pur dianzi, da che avesse origine quel tafferuglio, che aveva distolto da un ufficio di cortesia Don Giovanni di Trezzo.
Mastro Bernardo, coll'amico Antonio Cappa e colla sua compagnia di finarini, s'era avviato per l'erta di castel Gavone, come aveva promesso alla Gilda. Pervenuto, con quella maggior sollecitudine che gli era consentita dalle tenebre, dal vento impetuoso e dalla asprezza del cammino, sotto alla macchia dei roveri, aveva udito il grido straziante di soccorso, che, come i nostri lettori già sanno, era stato gettato da madonna Nicolosina. A lui, per altro, era parso di riconoscere la voce della sua bella nipote. Rispose, con quanto fiato ci aveva in corpo, e pensò di essere udito; senonchè, quel rovaio indiavolato, che a lui portava i suoni dall'alto, impediva che giungesse la sua risposta lassù. Ma questo era il meno; giungere bisognava, e mastro Bernardo e il Cappa, sollecitati i loro uomini, s'inerpicarono di buona gamba per la costiera, e trafelati, ma contenti d'aver fatto quanto era in poter loro, afferrarono la cima del poggio.
Colà, alzati gli occhi alle mura del castello, mastro Bernardo vide la finestra della nipote, illuminata, ma chiusa. Stava per gridare; ma in quel mentre, un soldato aveva veduto biancheggiare alcun che tra gli sterpi. Era l'appiccatura delle lenzuola, per cui dovevano tirarsi in casa, secondo l'indettatura di Gilda, ma che oramai non poteva servire più a nulla.
Mastro Bernardo capì che quell'utile ordigno qualcuno lo aveva buttato dalla finestra, e che questo messer qualcuno non era un tale a cui mettesse conto la loro ascensione. E fin qui la prova della sua intelligenza non offriva niente di strano. Ma il buono venne subito dopo, e fu una vera alzata d'ingegno, che doveva raccomandare il suo nome alla memoria dei posteri.
—Presto, ragazzi, a tôrre una scala!—gridò egli ai vicini.—Andate dai Bonorini, dai figli della Rossa, che stanno qui presso. Presto, una scala, due scale, vi dico; tre scale, anzi, quante scale si trovano. Più saranno, meglio per tutti!—
I casolari a cui mastro Bernardo accennava, erano appunto a breve distanza, giù per la costa del monte. Però le scale furono tratte al piè delle mura, prima che il bravo ostiere dell'Altino avesse il tempo di perdere la pazienza. Due di esse, legate insieme, raggiungevano a mala pena l'altezza del davanzale; ma il valentuomo non desiderava niente di più.
Per contro, vedendosi aiutato dalla fortuna, alzò l'animo a cose più grandi. Gli veniva udito al primo piano del castello un insolito tramestìo. I nemici entravano dunque allora dall'altra banda? E non si poteva opporre sorpresa a sorpresa? Le scale c'erano, e per afferrare una finestra del primo piano non ne occorreva che una. Su dunque; egli al secondo, con pochi seguaci; il rimanente della compagnia, sotto il comando del Cappa, si sarebbe introdotto da quella finestra nel primo.
Era questa, nello spazio di pochi minuti, la seconda alzata d'ingegno di mastro Bernardo; ma ohimè, non così felice come la prima, epperò (s'ha da metterlo in sodo, quantunque a malincuore) meno degna del ricordo dei posteri. A scusa di mastro Bernardo non va dimenticato, per altro, che questa è la sorte di tutte le umane intraprese; chi fa falla, dice il proverbio, e non tutte le ciambelle riescono col buco.
Lasciamo il Cappa col grosso della compagnia, e seguitiamo mastro Bernardo. Egli giunse, colla sua spada appesa sugli òmeri, all'altezza della finestra di Gilda, proprio nel punto che si spegneva la lampada. Egli stesso la udì rompersi sul pavimento ed ebbe ancora il tempo di scorgere attraverso i vetri un'ombra nera, che si scagliava verso il fondo della camera. Afferrare la colonna che partiva in due la finestra, sfondare d'un pugno vigoroso la vetrata, urtar di spalle e rovesciarsi dentro, insieme colla imposta atterrata, fu un punto. Nicolosina n'ebbe animo e lena a respingere il suo assalitore; e il prode Tommaso, capito in di grosso che quello non era più luogo per lui, ebbe a mala pena il tempo di darla a gambe per l'uscio; e non baciò nemmanco la toppa.
Mastro Bernardo alzatosi appena sulle ginocchia, e notato con grande soddisfazione di non essersi levato di sesto, si diede in quelle tenebre a chiamar la nipote; ma per lei, non senza meraviglia del valentuomo, rispose la voce di madonna Nicolosina. Poche e rotte parole chiarirono ogni cosa, e l'entrata dei nemici, guidati da due traditori nel castello, e lo stratagemma della Gilda, e l'infame attentato del Sangonetto. Ma la Gilda? ov'era la Gilda? Nelle stanze della padrona, per fermo. E mastro Bernardo vi corse a furia, brancolando a guisa di cieco, urtando della persona nei muri, guidato dai cenni della contessa d'Osasco, non meno ansiosa, non meno trepidante di lui.
L'uscio era aperto. Si gettarono dentro, egli, madonna Nicolosina e i pochi che avevano seguito mastro Bernardo lassù. Un doloroso spettacolo si offerse ai loro occhi in quel punto. La Gilda, pallida, scarmigliata, noncurante di loro, stava acchiocciolata presso un cadavere. Invano la chiamarono per nome, la scossero, la incalzarono colle dimande; li guatava attonita, senza risponder parola; componeva le labbra ad un riso melenso; indi tornava a guardare il cadavere.
Madonna Nicolosina chinò gli occhi a sua volta e ravvisò Giacomo Pico, il suo fiero amatore; rabbrividì, pensando al pericolo ch'ella avea corso, e a quel nero tradimento che, nella profondità delle sue dolorose cagioni, nella fulminea prontezza del meritato castigo, e nei lutti che si seminava d'intorno, attingeva una specie di cupa maestà, siccome è dato anche al delitto di averla, quando esso derivi da una grande sventura. E cadde allora, combattuta da tante sensazioni angosciose; cadde a terra e pregò, colla fronte umiliata ai piedi di Gilda, che or lei, ora il morto, guardava con occhio istupidito e rideva.
Intanto, gli uomini che avevano seguito mastro Bernardo scendevano al piano inferiore, rincorrendo giù per le scale il Sangonetto fuggente. E là in cambio di trovar lui, che s'era accovacciato in qualche angolo per aspettare il destro di uscirne, s'imbattevano nelle tenebre in una masnada di gente, che diè loro addosso con furia. Era il grosso della compagnia, guidato dal Cappa, che spandendosi per le sale e non pensando agli amici del pian di sopra, li toglieva in iscambio, assalendoli vigorosamente, al grido di San Giorgio e Carretto. Nè valse a tutta prima il rispondere in quella medesima guisa; il furore è cieco, e sordo per giunta, e la prudenza, poi, teme sempre d'insidie. Allorquando i combattenti si persuasero d'esser tutti della medesima insegna, non era più tempo di far opera utile; che la gente di messer Pietro Fregoso era accorsa con impeto gagliardo ed alte grida di guerra, dal pianterreno, ove già aveva fatto prigione lo scarso presidio, e Giovanni di Trezzo giungeva dall'altra banda, pigliando in mezzo i mal capitati soccorritori. Violento fu l'urto, e più assai la confusione che la pugna. Le fiaccole portate dagli uomini di Giovanni di Trezzo, illuminando le sale, diedero agio ai genovesi di compir l'opera, cansando l'errore in cui erano incappati i nemici, col picchiarsi alla cieca tra loro. Molti in questa occasione furono i morti; i superstiti, come di leggieri s'argomenta, caddero tutti prigioni.
Fornita questa bisogna, e padroni oramai del castello nella sua parte più ragguardevole, i genovesi pensarono di occupare altresì il piano superiore, per sincerarsi che non vi fossero altri difensori appiattati. A tale impresa, che richiedeva, oltre il valore, un tal po' di riguardo, imperocchè lassù dimorava il grosso della famiglia, donne, la più parte, e innocuo servidorame, andò Giovanni di Trezzo in persona, col fiore de' suoi.
In mal punto fu visto allora da Anselmo Campora il nostro prode
Tommaso Sangonetto, che si era poc'anzi imbrancato tra i combattenti.
—Animo, a voi, Sangonetto, che conoscete il castello; insegnate la strada.—
Tommaso Sangonetto s'augurò in quell'ora d'essere almeno quattro palmi sotterra. Pure, gli bisognò fare di necessità virtù, e si mosse cogli altri verso le scale.
—Che diamine avete?—gli domandò il Picchiasodo, che nella allegrezza della vittoria avea preso a trattarlo più dimesticamente, e saliva con esso lui, appoggiandogli la sua larga mano sulle spalle.—Non mi sembrate troppo saldo sulle gambe.
—Io? che, vi pare? sono un po' scombussolato;—balbettò il Sangonetto.—Capirete bene…. in un momento come questo!… Neppur io m'aspettavo che la dovesse andar così liscia.
—Eh, non dico di no. Del resto, ci avete dato un buon colpo d'aiuto, e non dubitate; messer Pietro Fregoso vi compenserà a misura di carbone.—
Il dialogo dei due amiconi fu interrotto da un cozzo improvviso di spade là in alto. Mastro Bernardo ne faceva delle sue. Inviperito da tante disgrazie, ed anche un po' riscaldato, innalzato dalle circostanze a' suoi occhi medesimi, l'ostiere soldato menava colpi a dritta e a manca, sull'ingresso dell'appartamento di madonna Nicolosina, a cui i nemici, guidati dal chiarore dei doppieri, si erano allora rivolti.
—Sotto! sotto! pigliatelo vivo!—gridò Giovanni di Trezzo.—Vo' farlo impiccare per la gola, questo furfante, che s'ostina a resistere dove comanda la repubblica genovese.
—No, perdio, non comanda la repubblica!—rispose fieramente mastro Bernardo.—Comando io, qui; difendo due donne dai vostri tentativi ribaldi.—
E seguitava a menar colpi a tondo, per tenere in rispetto gli assalitori. La lotta, per altro, era troppo disuguale e non poteva durare più molto.
Madonna Nicolosina si fece innanzi e trattenne il braccio del suo furibondo campione.
—Smettete, vi prego;—diss'ella,—Colui che ha parlato è di sicuro il comandante di questi soldati. Egli non vorrà certo recare offesa a due donne.
—Ben dite, mia nobil signora;—fu pronto a rispondere Don Giovanni di Trezzo.—Dove noi comandiamo, degli insultatori di donne si sogliono caricar le bombarde.
—Ah, sì? Vediamo dunque la prova!—entrò a dire mastro
Bernardo.—Cercate pel castello il vostro amico e aiutante Tommaso
Sangonetto, che in qualche buco si sarà pure ficcato, e fategli fare
questa piacevolezza, che l'ha meritata davvero.
—Che dici tu ora?
—Dico, messere, che mentre voi facevate il vostro mestier di soldato a pianterreno, il vostro aiutante è salito quassù a ruba di donne, e già aveva ardito di mettere le sue sconcie mani sulla figliuola del nostro marchese, sulla illustrissima contessa di Osasco.
—Se la cosa sta come tu la racconti,—disse Giovanni di Trezzo,—sarà fatta giustizia.
—Ohè! che cos'è questo ch'io sento?—diceva intanto il Picchiasodo a
Tommaso Sangonetto.—Ma tu tremi a verga, furfante!
—Fate cercare quest'uomo!—gridò una voce imperiosa dal fondo, che fece dare indietro i soldati e lo stesso comandante, per modo che il passo fu subito sgomberato.—Madonna,—proseguì allora colui che aveva parlato in tal guisa, nell'atto che s'inoltrava verso la contessa d'Osasco,—vogliate condonare la poca vigilanza nostra ad un'ora di trambusto. Non sarà mai detto che l'esercito comandato da Pietro di Campo Fregoso sia contaminato da cosiffatte ribalderie. I miei soldati hanno ordini severi e consuetudini oneste di pugna. Ora, se il capitano si giova di tutti gli spedienti e accoglie ogni servizio che lo conduca più prontamente al suo fine, egli non può altrimenti sottrarre ad un castigo esemplare chi commette la viltà di oltraggiare una donna. Contessa d'Osasco, il vostro offensore sarà giudicato domani.
—O stamani,—mormorò il Picchiasodo,—perchè oramai si può cantar mattutino.—
Il Sangonetto faceva in quel mentre un passo indietro, sperando di mettersi lontano dal tiro e di darla a gambe non visto. Ma il Picchiasodo ci aveva gli occhi nella collottola.
—Ehi, dico, non mi dare la volta! Qua, mal arnese, e sentimi questo po' di tanaglia. A voi, dopo tutto; non cercate più altro, ecco l'uomo!—
Da questo breve discorso il savio lettore argomenterà i gesti del Campora, che io non mi fermo a descrivere. E nemmanco mi dilungherò a raccontare come il Sangonetto, tirato a forza davanti a madonna Nicolosina, che non voleva accusarlo, si buttasse vilmente ginocchioni ai suoi piedi, e ne implorasse la intercessione presso il capitano generale. Il lettore ne sarebbe stomacato come lo fu messer Pietro Fregoso.
—Basta!—diss'egli, stizzito,—Levatemi questo codardo da' piedi! Anselmo, tu sei pratico di queste faccende e sai che cosa ci voglia per mantenere la disciplina e custodir l'onore di un esercito. Ti dò questo briccone in governo; fanne giustizia a tuo senno.
—Eh! un bel regalo!—borbottò il Picchiasodo tra i denti.
Messer Pietro tornò poco stante alle cure del comando; chè, preso il castello Gavone, non era già finita ogni cosa, ma bisognava tener salda la preda e provvedere in pari tempo alla sicurezza dell'esercito, contro ogni colpo disperato del Borgo.
Le precauzioni non erano inutili. Gente risoluta ce n'era in buon dato nel Borgo, anche dopo la partenza, voluta a forza un mese addietro dal marchese Galeotto, di messer Barnaba Adorno e degli altri della sua casa; ai quali, perchè fuorusciti di Genova e mortalmente odiati dai Fregosi, dovevasi risparmiare ad ogni costo il brutto quarto d'ora d'una resa, oramai preveduta da tutti. Rimanevano adunque nel Borgo i congiunti e i principali aderenti del marchese; e bene pensava messer Pietro, che, pigliato di sorpresa il castello, bisognasse assicurarsene il possesso, rafforzandolo con molta mano di soldatesche e sussidio d'artiglierie, prima che i difensori del Borgo fossero per riaversi dallo stupore.
Frattanto, il nostro bravo Giovanni di Trezzo conduceva madonna
Nicolosina, la madre e l'altre donne, a riparo nella chiesuola di San
Giorgio, che era dentro al castello, e colà usava ogni maniera di
cortesi trattamenti ad essa e agli altri ragguardevoli uomini di casa
Carretta, che erano stati colti in quella notte lassù.
Tra queste ed altre cure simiglianti, giunse il mattino, lieto per gli uni, doloroso per gli altri, siccome avviene pur troppo di tutti i giorni dell'anno. Anselmo Campora era già sulla spianata davanti al castello, per mettere in sesto la signora Ninetta ed alcune bombardelle tirate in fretta lassù dal battifolle di Pertica, mentre i soldati di Trezzo e i mastri di legname, sparsi nei dintorni, lavoravano ad asserragliare il poggio dalla parte del Borgo. Lavoro arrangolato e sollecito, poichè si temeva che da un momento all'altro potessero i finarini tentare un colpo disperato sull'erta.
—Aspettate;—diceva il Picchiasodo;—or ora manderemo a quegli ostinati una nespola del nostro orto, e saprà loro d'acerbo. A proposito, s'ha a far giustizia di quell'altro. Ohè, Falamonica, dov'è il prigioniero?
—Sotto chiave nei fondi del castello, come avete ordinato;—rispose il Falamonica, che i nostri lettori avranno creduto morto, laddove egli non aveva preso che un bagno freddo.
—Orbene, vallo a pigliare e portalo qua. Quell'altro ha già avuto il fatto suo dalla donna; al suo degnissimo sozio glielo daremo noi, in lire, soldi e danari.—
Poco stante, un drappello di soldati conduceva sulla spianata Tommaso Sangonetto, il prode Sangonetto, bianco il volto come un cencio lavato, e già più morto che vivo.
—Messer Pietro mi ha posto un bel carico sulle braccia!—borbottò il
Campora, vedendo giungere quel disgraziato.—Che vi pare, amico
Giovanni? S'ha proprio a caricarne la bombarda, di quel batuffolo di
stracci?
—Perdio!—rispose Giovanni di Trezzo.—Fate come v'aggrada, Anselmo, poichè il capitano generale v'ha lasciato in governo il panno e le forbici. Ma io domanderò a voi che cosa si è sempre fatto delle spie, dei disertori e dei furfanti pari a costui. Per me, ve lo dico schietto; se fossi il mastro de' bombardieri, vorrei risparmiare una palla.
—E sia;—ripigliò il Picchiasodo.—a voi dunque, signora Ninetta; preparatevi a ricevere in casa un briccone.—
Il Sangonetto, come i lettori possono figurarsi, guatava con occhio smarrito ora il Picchiasodo ora Giovanni di Trezzo, e ansimava, sudava freddo e tremava; sopratutto tremava e gli battevano i denti, e gli si piegavano le ginocchia. I soldati, più assai che tenerlo stretto nelle ugne, dovevano reggerlo sotto le ascelle, che non avesse a cascare da senno, come un batuffolo di stracci.
In quel mentre, il Falamonica si messe a gridare.
—Ah, cane! eccolo là!
—Chi?—domandò il Picchiasodo.
—Vedete, messere; il vostro cucco, il vostro prediletto, il mariuolo che m'ha gettato nel pozzo.—
Colui che il Falamonica segnava a dito, era per l'appunto il Maso, fatto prigioniero nella beltresca, riconosciuto da alcuni soldati pel fuggitivo del giorno addietro, e condotto da essi al Campora, colla speranza di averne la mancia.
Anche il Maso riconobbe il Falamonica, e se fu contento di non averlo mandato a male, non si tenne altrimenti per salvo.
—Son fritto!—diss'egli un'altra volta in cuor suo.—Non c'è più scappatoie.—
Per altro, nell'avvicinarsi alla comitiva, l'animoso giovinotto volle ancor dire la sua.
—Ah, sia lodato il cielo, Falamonica! Siete voi, proprio voi, in carne ed ossa!
—E nervi, per stringerti il nodo alla gola, assassino!—rispose il
Falamonica, guardandolo a squarciasacco.
Il Picchiasodo entrò in mezzo al discorso.
—Furfante!—diss'egli, aggrottando le ciglia o ingrossando la voce.—Così hai risposto alle mie amorevolezze per te?
—Scusate, padron mio riverito;—rispose il Maso, facendo faccia tosta;—ero prigione, ma non già sulla parola, nel campo vostro. Sono fuggito, per tornarmene quassù, a fare il debito mio di finarino e di soldato. C'è la storia del pozzo, lo capisco; ma il pozzo era poco profondo, e difatti, ecco qua il Falamonica, più sano, e credo anche meglio pasciuto di prima, mentre io non ho più messo altro in corpo, dopo la vostra ultima minestra. Messere Anselmo, fatemi impiccare, se ciò vi dà gusto e se è necessario alla vostra felicità; ma ditemi in grazia una cosa: ne' miei panni, ieri, che cosa avreste fatto voi?
—Si domanda? Avrei dato fuoco alla baracca ed al campo;—rispose il Picchiasodo alzando la spalle e facendo cipiglio, per nascondere un sorriso che gli spuntava già sotto i baffi.—Dal resto,—aggiunse,—siccome io non ero ne' tuoi panni, ieri, non vorrei esserci oggi per tutto l'oro del mondo.
—Già, capisco;—borbottò il Maso;—puzzano d'impiccato un miglio lontano.
—Torniamo a noi,—ripigliò il Picchiasodo,—e sbrighiamo anzitutto quell'altro.
—Messere,—disse il Falamonica sottovoce al padrone,—sapete che la bombarda è carica.
—Eh lo so, bighellone! Prima si manda la nespola al Borgo, e poi metteremo dentro costui. Messere dell'archibugio,—soggiunse il Picchiasodo, volgendosi al Sangonetto con una celia da camposanto,—o quanto non era meglio per voi che vi foste fatto vivo con me, laggiù, all'osteria dell'Altino? Ma già,—proseguì borbottando,—se voi foste stato un uomo di polso, non vi sareste macchiato di tradimento e d'infamia. Animo, a te, bombardiere! Avanti l'uncino, e fuoco!—
Il bombardiere obbedì, togliendo l'uncino arroventato dal braciere e accostandolo al focone. Seguì un lampo e insieme col lampo un fragore, uno schianto, come di folgore, che intronò le orecchie di tutti gli astanti e a qualcheduno fe' peggio. La palla era uscita, ma in pari tempo era andata in frantumi la canna. La signora Ninetta, la povera signora Ninetta, amore e delizia di Anselmo Campora, era andata dove vanno tutte le cose vecchie, e talvolta anco le giovani; e ben se ne avvide il suo cavalier servente, quando fu diradata la nube che lo scoppio della polvere aveva prodotta, e si udirono le strida di parecchi soldati, feriti dalle scheggie del pezzo.
—Ah, per l'anima di!….—gridò il Picchiasodo, che non sapeva più in nome di chi bestemmiare con frutto.—Birbe matricolate! La mia bombarda! La regina delle bombarde! Vedete un po'! E stamane, poi, proprio stamane! Ma che diamine avete voi fatto? Forse nel trarla quassù l'avreste lasciata ruzzolare pei sassi?
—No, messere Anselmo; s'è portata con ogni cura e non le si è fatto alcun male;—gridarono ad una voce i soldati.
—Già,—entrò a dire Giovanni di Trezzo,—tanto va la gatta al lardo che vi lascia lo zampino. Anche le bombarde sono mortali, e voi saprete quello che ha detto il poeta: Cosa bella e mortal…
—Sì, sì, ho capito!—interruppe il Campora.—Questa è opera del Cattabriga, che, fedele alla sua praticaccia, mi avrà risciacquato la bombarda coll'aceto.
Il Picchiasodo si apponeva; chè infatti il mal uso di lavar le bombarde coll'aceto era spesso cagione di simili guasti, e non tutti se ne volevano persuadere. Il Cattabriga, bombardiere a cui Anselmo Campora avea dato cagione di quella disgrazia, era lì per rispondere, chiedendo scusa al suo comandante, allorquando il Maso uscì fuori con una delle sue solite arguzie.
—Messer Anselmo—diss'egli—credete a me, non è l'aceto. La signora Ninetta è una bombarda per bene. Ha veduto il brutto coso con cui volevate appaiarla, e al disonore ha preferito la morte.—
Il Picchiasodo lo guardò un tratto in silenzio, come se stesse in forse, meditando la profondità dell'osservazione. L'amore per la sua povera bombarda gli diede il tracollo.
—Tu hai colpito nel punto,—gridò,—ed ecco una osservazione che ti salva la vita. A te! ami quest'uomo?—gli chiese, additandogli il Sangonetto.
—Come il fumo negli occhi!—rispose il Maso.—È un traditore del mio paese; faceva l'occhiolino ad una certa persona che è sempre piaciuta a me; ha fatto, come sento or ora, un'azionaccia… Come volete che io l'ami?
—Ti sentiresti di fartela con lui?
—Perdio!—sclamò il Maso.—Ve lo infilzo come un tordo allo spiedo.
—Sta bene, hai qui la mia spada. Tienla per amor mio, te la regalo. E tu, mascalzone,—proseguì il Campora, contento di aver trovato una via così spiccia,—levati di qua; vattene al Borgo, se ti ricevono, e se questo giovinotto ti consentirà di arrivarci!—
Il Sangonetto cadeva, come suol dirsi, dalla padella nella brace.
—Messere,—balbettò egli, con voce piagnolosa,—chiudetemi in una prigione per tutta la vita, vi supplico…
—No,—rispose il Picchiasodo,—mi faresti scoppiar la prigione dalla vergogna. Va via! Fategli largo, voi altri! E tu, piglialo, da bravo!
—Ammazza! ammazza!—gridarono in coro i soldati, vedendo il
Sangonetto che batteva il tacco verso la china.
—Non dubitate,—gridò il Maso, correndogli sull'orme,—è un uomo morto.—
I soldati del Campora e di Giovanni di Trezzo ebbero allora uno spettacolo di corsa, che nel Circo massimo, ai giuochi gladiatorii, non ebbe l'uguale il più famoso popolo della terra, Il Sangonetto, veduto andargli a male la sua ultima speranza, s'era dato a fuggire, e volava via come il vento. Come fu al ciglione del poggio, piegò improvvisamente a dritta, e giù a fiaccacollo, guadagnando una cinquantina di passi sul Maso che lo seguiva furente.
I soldati corsero sui greppi per averne l'intiero.
—Lo perde!—No, non lo perde!—Vedrete; là dietro alla macchia dei roveri lo raggiunge di certo.—Che! vedetelo là, il furfante; va via come una lepre.—Sì, ma l'altro è buon cane da giungere, e non gli dà troppo campo.—Ah, diamine, eccoli là nel torrente!—Incespica!—Chi?—Il giovinotto, perdiana! Ma ecco, si rialza; non s'è fatto nulla.—E quell'altro, vedete un po'! Già, la fortuna aiuta i bricconi. Piglia la via della Caprazoppa.—E qual'altra volete che pigli? Se va al Borgo, è un uomo spacciato. Se volta a tramontana, intoppa nel battifolle di Gorra.—O come? Non si vede già più?—Lo nascondono quei massi sporgenti. Guardatelo ora, là tra quei due cespugli, che s'inerpica.—Ha da essere stanco la parte sua. Ma l'altro, dov'è?—Guardate è là sotto, a cento passi più giù.—Lo perde!—No, non lo perde. Vedete? lo fiuta da lunge, e si rimette sull'orma.—
Questi i ragionari dei soldati, lungo la costiera occidentale di castel Gavone. Intanto, era vero che il Sangonetto aveva fatto ogni poter suo, e che il petto non gli reggeva più oltre a sostener quella gara mortale. Giunto a fatica presso uno di que' massi biancastri che sporgono fuor della ripida costa, sotto la roccia dell'Aurèra, si gittò per morto a rifugio entro una fratta di arbusti e sterpi intralciati. Colà ristette, trattenendo a forza il respiro, sperando che il suo nemico avesse smarrito la traccia.
E ciò temettero dal canto loro i soldati genovesi. Il Campora già si pentiva di aver fatto al briccone un così largo partito. Ma poco stante comparve il Maso al piè dello scoglio; i soldati lo videro star perplesso un istante, indi con passo guardingo inoltrarsi, strisciar quasi a mo' di serpente lunghesso i fianchi scoscesi del masso. Quel che seguisse, non fu dato ad essi di scorgere; bensì parve loro di udire a qualche distanza un grido lamentevole. Indi a non molto, una massa informe, come un sasso, o un batuffolo di cenci (la frase era del Campora) precipitava da quel greppo, ruzzolava per la china paurosa del monte.
—Animo, ragazzi!—gridò il Picchiasodo.—Ci abbiamo avuto un'ora di svago. È tempo di tornare ai fatti nostri. E così vada bene ogni cosa per noi, come questa c'è andata, coll'aiuto di Dio.
—Amen!—risposero i bombardieri, che vedevano il loro comandante di buon umore e s'arrischiavano a far gazzarra con lui.
CAPITOLO XVII.
Che è il più breve, e che parrà anche, per virtù del commiato, il più bello di tutti.
La mattina del 6 di febbraio 1449, i genovesi si erano impadroniti, come ho raccontato, del castello Gavone. Il giorno 8 di maggio avevano a discrezione le mura e gli abitanti del Borgo.
Questa vittoria, siccome i tre mesi di estrema resistenza dimostrano, era costata sangue e fatica non lieve all'esercito. Gli assediati con uno sforzo inaudito avevano tentato perfino di ricuperare il castello, e in più d'uno scontro i genovesi si erano veduti a mal passo. Lo stesso capitano generale, entrando alla riscossa ed esponendo la persona, come del resto era suo solito in cosiffatti frangenti, toccò la sua brava ferita. Ma finalmente, veduti mancare i soccorsi che il marchese Galeotto cercava di raggranellare ne' suoi feudi d'oltre Appennino, e che chiedeva, ora a Torino, ora alla corte di Francia, i finarini si arresero, dopo quasi un anno e mezzo di lotta.
A Genova, tenendosi certa la vittoria, si era disputato nell'uffizio di Balìa se fosse ben fatto assaccomannare e distruggere in tutto la terra del Finaro; ma il consiglio deliberò (come dice quel candido uomo di monsignor Giustiniani) la parte più benigna ed umana. «E fu deliberato di dare a saccomanno solamente il borgo e di rovinare la fortezza del Gavone. E perchè si era promesso, in caso della vittoria, a Marco del Carretto e ai compagni la terza parte del Finaro, ovvero l'equivalente, fu deliberato di satisfarlo. E, ai nove di maggio, gli uomini del Finaro giurarono la fedeltà alla repubblica di Genova. E poi, ai quindici d'agosto, la repubblica li fece capitoli e grazie, come appàreno di tutte le predette cose autentiche scritture nell'archivio del comune. Tra queste larghezze è forse da notarsi il presente d'uno stendardo, che portava un leon d'oro in campo bianco, con questa leggenda tra le fauci: «Custos fidei sacrae populs finariensis».
Mario Filelfo, istorico di quella guerra per conto di casa Carretta, racconta che addì 24 di maggio, essendo già tratti a Genova come statichi cencinquanta dei più ragguardevoli cittadini, fu dato il Borgo alle fiamme e smantellato il castello. Ed altro narra eziandio, che non mi pare da credergli intiero; imperocchè, se di castel Gavone può ammettersi la rovina, almeno nelle parti più atte a difesa, non può credersi altrimenti che fosse distrutto il Borgo, ove il bellissimo campanile di San Biagio, la chiesa di Santa Catterina col suo convento di domenicani, la vôlta di Ramondo, e più altre fabbriche medioevali, fanno fede ai tardi nipoti di una certa moderazione, anche negli atti più vandalici, che erano pur troppo nel costume dei tempi.
Nè mancarono da parte di messer Pietro Fregoso gli atti umani e cortesi. Prima ancora che avesse fine l'assedio del Borgo, madonna Bannina e tutte le donne della sua nobil famiglia, tra le quali la bella Nicolosina, furono mandate in libertà e accompagnate alle Màllare, donde andarono a ricongiungersi col marchese Galeotto a Millesimo. Dopo la resa, anche il conte di Cascherano fu libero di andare a pigliarsi la moglie e di ricondursi seco lei al suo castello di Osasco.
Inoltre (e questo io l'ho di buon luogo, sebbene non ne faccia motto il Filelfo) Anselmo Campora, che si ricordava de' suoi amici, faceva rimandare a casa sua il povero mastro Bernardo; e messer Pietro Fregoso diede anche in regalo a lui e al Maso un bel gruzzolo di monete; colle quali i nostri due amiconi rinnovarono i mobili, l'insegna e la cantina, nell'osteria dell'Altino.
Insieme collo zio Bernardo e colla zia Rosa, si era ritirata all'Altino la Gilda, non più pazza, nè scema di mente, come da principio si temeva, ma assai giù dello spirito pei casi gravissimi che l'avevano afflitta, e quasi esangue per una grave infermità che da tanta commozione le era seguita. Dal tempo e dall'amor vigilante de' suoi, aspettiamo il rimedio efficace ai mali della Gilda, della più leggiadra ragazza del Finaro, ora che madonna Nicolosina è andata ad abbellire di sua presenza il castello di Osasco, sfuggendo al nostro tema e, come potete immaginare, anche alla nostra attenzione.
Il marchese Galeotto, poi ch'ebbe peregrinato qua e là in cerca di aiuti, e risaputo con suo grave rammarico della morte di Bannina, avvenuta a Millesimo in quel tempo che i genovesi entravano padroni nel Borgo, si recò in Francia e vi rimase a lungo, pigliando parte, da quel valentuomo ch'egli era, alle guerre di quel reame. Colà, in una pugna navale sulle coste di Bretagna, un colpo di bombarda ebbe a sconciargli un braccio per modo, che indi a non molto dovette morirne, ma colla consolazione d'aver riveduto il fratello Giovanni, uscito finalmente dalle prigioni di Genova.
Chi vuol saperne di più, intorno a questi due personaggi, faccia capo ai Filelfo e si misuri col suo latino indiavolato. Leggerà eziandio come Giovanni, aiutato dalle soldatesche dei cugini, da quelle de' suoi aderenti e infine dai soccorsi di Francia, ripigliasse più tardi il marchesato ai genovesi e desse opera a rifabbricare la città ed il castello Gavone.
Egli e i suoi discendenti godettero senza disturbo (poichè Genova, straziata dalle fazioni, aveva altro che fare) il loro marchesato insieme co' feudi di Stellanello in val d'Andora, di Calizzano in val di Bormida grande, di Massimino sul Tanaro, di Bormida, Pallare e Carcare sulla Bormida d'Acqui. Senonchè (vedete, egli c'è un senonchè!) un Alfonso II, o degenere da' suoi maggiori, o rifattosi per cagion d'atavismo alle costumanze dei più antichi tra loro, uscì in ogni maniera di prepotenze e di colpe. Dura infame la memoria di lui nella terra, ed io mi dispenso dal ripetere tutto ciò che di lui si racconta. Basti il sapere che fattosi senza licenza sua un matrimonio nel borgo, andò furibondo a turbare la serenità d'un convito nuziale e afferrata la sposa per le trecce, la tolse sull'arcione e la portò via a galoppo in castello. Narrasi altresì che usasse cavalcare a diporto verso la Marina, e di là fino a Pia, dove entrava col cavallo nella chiesa di Santa Maria ed egli e i suoi cortigiani, ritti sulle staffe, abbeverassero i cavalli nella pila dell'acqua santa.
Noti so quale dei due fatti tornasse più ostico ai vassalli del marchese. Cito a memoria cose udite da bambino, e non ho tempo a dilungarmi in queste minutaglie della storia. Il certo si è che i finarini perdettero la pazienza, e mentre Genova ne pigliava ansa a tornare su Castelfranco, i maltrattati e disputati sudditi si richiamavano contro il loro marchese e contro il doge di Genova, al tribunale del sacro Romano Impero; che, imitando il giudice famoso della favola esopiana, volle per sè il feudo aleramico e vi mandò commissarii a governarlo in suo nome.
Ciò fu nell'anno 1568. Tre anni dopo vi si allogarono gli Spagnuoli, per avere una rada sicura donde procurarsi la via più spedita al milanese; e signoreggiarono il marchesato, spendendovi tesori, fino al 1713; nel quale anno Carlo VI lo vendè per sei milioni di lire alla repubblica di Genova. Questa a sua volta lo tenne, quantunque agognato, e per due anni anche carpito dai duchi di Savoia, fino al giorno della ingloriosa sua morte.
Vedete mo' quante vicende in quattro palmi di terra! Ma altri luoghi d'Italia ebbero peggio, e per le divisioni dei popoli, e per le gare dei maggiorenti; donde le ambizioni dei condottieri, le male arti dei principi e le armi straniere in casa nostra. L'esempio di ciò che patirono gli avi, insegni la concordia e la temperanza ai nipoti.
Torno indietro fino al 1450, per dire ai lettori benevoli che questo racconto può non aver annoiati del tutto, come le cure affettuose d'una buona famiglia e la divozione sconfinata di un'ottimo giovinotto, vincessero il male e confortassero lo spirito della povera Gilda. La più leggiadra ed anco la più disgraziata donna del Finaro, era ben degna di questo dono celeste, che è una stilla d'oblìo.
Anselmo Campora, visitatore quotidiano della famosa osteria, s'invitò da per sè al modesto banchetto. Modesto, poi, si dica soltanto per la qualità dei commensali, non già per quella dei cibi, e molto meno per quella dei vini. Quel sornione di mastro Bernardo scovò ancora per la solenne circostanza, da una certa buca fatta due anni addietro in cantina, una mezza serqua di fiaschi di quella sua prelibata malvasia di Candia, che faceva arrovesciar gli occhi, in segno di beatitudine, al miglior bevitore dell'esercito genovese.
—Siete un brav'uomo, mastro Bernardo!—gridò il Picchiasodo, poi ch'ebbe trincato alla salute di Gilda, del Maso, della zia Rosa, e, a farla breve, di tutti gli astanti,—E vedo, stando qui di presidio, che questo popolo è buono, come si è mostrato valoroso in tante occasioni. Sentite ora un mio pensiero; in vino veritas, e se me ne versate dell'altro, mi spiegherò ancora meglio. Grazie infinite! Io dico dunque, che, come noi due non ci odiamo, perchè abbiamo potuto ricambiarci qualche servizio, così non debbono odiarsi finarini e genovesi. Che diamine? o non parliamo tutti lo stesso vernacolo? Meditate su questo punto, mastro Bernardo, che mi par l'essenziale. E non vi metta in pensiero qualche divario nella pronunzia, come a dire un po' di cantilena che noi sentiamo nella vostra parlata, e un po' di strascico che voi fiutate nella nostra. Son cose da nulla, e appunto perchè son cose da nulla, mi stanno a riprova di quanto io v'ho detto. Credete a me, mastro Bernardo; io non so che cosa avverrà di noi tra qualche anno, ma son sicuro che un giorno i nostri figli dimenticheranno queste bizze tra parenti, o non le metteranno in tavola che per ricordare le prodezze comuni. Il Finaro è un bel paese, ma Genova non gli sta di sotto, e ve lo provo. Voi ci avete il vino di Calice; noi quello di Coronata; sinceri ambedue come i nostri cuori, sfavillanti come i nostri occhi, generosi come l'indole nostra. A chi non piace il vino, Dio gli tolga l'acqua! Chi non vede di buon occhio l'amicizia e la fratellanza dei Liguri, abbia il canchero in casa. Pensateci su, mastro Bernardo! Con Genova a capo, si può far la Liguria, come è già stata una volta. E un giorno, chi sa?… Da cosa nasce cosa, e il tempo la governa. Ho detto.—
Così il buon Picchiasodo alle frutte. Ed io ho raccolto con riverenza queste briciole oratorie d'un capo di bombardieri, che precorreva di mezzo secolo Nicolò Machiavelli.