XIII.

"Se Messenia piange, Sparta non ride."

Ai nostri lettori, i quali non hanno dimenticato Lilla di Priamar, traveduta a mala pena dalle indiscrete pagine di un antico carteggio amoroso, non sarà discaro che li conduciamo ora in via del Campo, nota per la lapide infame di Giulio Cesare Vachero, e che entriamo in un palazzo di severa apparenza, dove abitava nel 1857 la vedova marchesa. Colà, per le necessità del nostro racconto, dobbiamo seguire il padre Bonaventura.

Intorno al quale egli è tempo che diciamo alcun che di più intimo. Due o tre passi del carteggio accennato ci hanno già fatto trapelare una parte della sua giovinezza, e per qual cagione riposta lo Spagnuolo, ferito nel cuore, avesse consacrato l'animo a Dio, ma in quel solo modo che la sua indole consentiva, ascrivendosi alla operosa e battagliera compagnia di Gesù. Il Gallegos aveva amato fieramente la marchesa Lilla, e, cosa strana, l'amava tuttavia a cinquant'anni, con tutta la tenacità del suo gagliardo carattere.

Il salotto della marchesa di Priamar era un luogo assai malinconico, sebbene dagli affreschi della volta sorridessero ai visitatori mortali tutti gli dei dell'Olimpo, raccolti a convito dal pennello del Tavarone, e sulle vaste pareti un'Armida scollacciata trattenesse con isvariate lusinghe il suo Rinaldo nelle sbiadite verdure di quattro magnifici arazzi di Fiandra. In quell'ampio salotto si smarriva la luce, bevuta a larghe fauci da quattro alti finestroni, scarsamente illuminando i più suntuosi arredi che il Secento avesse tramandato alle cure restauratrici degli stipettai d'oggidì. Vi regnava il fasto per entro, pompeggiava nel damasco, splendeva nel bronzo, ma severo come le pieghe di quel superbo tessuto, contegnoso come i fregi di quel ragguardevole metallo. Un'aria grave di nobiltà ingombrava la sala; e tuttavia, all'entrarvi, si era colti come da un senso di freddo, sebbene l'apertura di un alto camino di porfido, alla foggia antica, il cui architrave era sorretto da due Telamoni di lodato scalpello, fosse ben suggellata da un paravento di stoffa. Tutto era sfarzo, come in una chiesa; ma severo e freddo del pari.

Da un lato del salotto e presso uno dei finestroni che abbiamo accennati, l'acconcia postura di un sofà, di un tavolino di lacca giapponese e di alcune scranne svariate di forma e di nome, aveva naturalmente foggiato un più geniale ridotto, dove sedeva la signora del luogo, intenta a leggere le novelle del giorno nell'__Armonia__ di Torino, in quella effemeride che pretendeva accordare la religione colla civiltà, e le pareva d'aver fatto il colpo, affermando la cosa nel titolo.

Anch'essa, la nobil signora, effigiava una armonia, ma più efficace e più vera, l'armonia della maturità colla bellezza. Le membra tondeggiavano, ma senza perdere la grazia dei contorni; e dall'imbusto, sebbene ella fosse seduta e un po' curva sul foglio, poteva argomentarsi che fosse di bella statura. Il suo volto era ammirabile per quella giustezza di lineamenti che si vantaggia ingrassando, e consente a certe donne gli splendori della seconda gioventù. Nè meno bella appariva la mano, che poteva essere lodata come quella di Anna d'Austria, vent'anni dopo che era stata baciata dal duca di Buckingham. L'occhialino cerchiato d'oro e ornato d'un manico di madreperla, che ella teneva accostato agli occhi, dinotava esser ella di vista corta; la qual cosa per le signore donne è un vezzo di più. Non si direbbe che il colmo della bellezza consista per l'appunto in certe imperfezioni? I greci pittori, non è chi nol sappia, per dar l'ultimo tocco alla bellezza di Venere, la dipinsero losca.

Sottili le labbra e naturalmente chiuse, la dimostravano punto cedevole ai sensi, e di carattere imperioso. Due fasci di rughe finissime, che dalle tempie andavano restringendosi verso le occhiaie, erano, insieme coi capegli già largamente brizzolati, i soli indizi della guerra degli anni. Era pur cosa facile cancellare quella ingiuria del tempo! Ma, fosse noncuranza di animo tutto rivolto a cure celesti, o quintessenza di quella civetteria che è innata in tutte le donne, e si ficca perfino nelle pieghe del cappello insaldato d'una suora di carità, o l'una cosa e l'altra ad un tempo, la marchesa Lilla non chiedeva ai trovati dell'arte quel nero lucente d'ebano che la natura, per vendicarsi in qualche modo di quella avvenenza ostinata, le veniva distruggendo a mano a mano colle sue nevicate.

Vestiva infine severamente, di seta a cordelloni, d'un pavonazzo carico; il seno, coperto bensì fino alla radice del collo, ma non dissimulato da pieghe, pareva non aver riconosciuto, oltre i trenta, l'impero degli anni. E la marchesa ne aveva quarantasette, o poco più; certo i quarantotto non erano anche suonati.

Superbo avanzo del passato, che vince soventi volte al paragone le più celebrate maraviglie del presente, ella era tuttavia una di quelle donne a cui tutti offrono il tacito omaggio di un alto stupore. Non è che si dimentichi l'età; ma ognuno dice in cuor suo: o come può durarla così? Per verità ci vergogneremmo di confessarlo, e sogliamo anzi celiare intorno a queste bisarcavole della bellezza; ma dentro di noi sentiamo verissima quella sentenza che il Guerrazzi pose sulle labbra d'un paggio innamorato: «non si fa all'amore col calendario alla mano.» Or dunque, vedendo costei, ognuno diceva: come può ella trionfare in tal guisa degli anni, che pure s'accrescono a tutti e si fanno maledettamente sentire? Pari alla famosa Ninon de Lenclos, ha ella avuto un filtro di giovinezza da un nuovo Fortunio Liceti?

Senonchè, per simili donne il filtro è spesso l'avere poco o punto patito, l'esser vissute senza affanni di cuore, l'aver goduto senza turbamento, considerando ed accogliendo felicemente la vita come una lunga sequela di soddisfazioni. Figlie di Eva, ma più avvedute di lei, dopo l'insegnamento della cacciata, gustarono il pomo della vita, dopo averlo diligentemente mondato; bevvero alla coppa del piacere, ma a sapientissimi sorsi, e cansarono i fumi dell'ebbrezza.

I lettori, rammentando la storia giovanile di Lilla e di Paris Montalto, ci noteranno di contraddizione. Ma aveva ella amato davvero? A noi pare più giusto il dire che era stata amata, che aveva ceduto, ma che subito, poichè non amava da senno, aveva badato a ritrarsi dal giuoco, ripigliandosi la posta. Tutto è lecito alle donne, e i giuocatori che lo sanno, le vedono di mal occhio sedersi al tappeto verde con essi.

E Lilla, che un giorno aveva creduto di amare, ma che non amava da senno, fu amata, adorata fino alla morte, da un povero esule. Bel sacrifizio di un nobile cuore ad un idolo muto! Se egli fosse sopravvissuto al marchese di Priamar se fosse tornato a lei, finalmente libera, chi sa?… Ma, vivi ambedue, il lontano si affacciava alla sua mente come la memoria d'un fallo; e quando il lontano morì, non lo pianse; pregò per lui, e le parve un conto saldato.

Nè vogliano reputarla cattiva i lettori; umana soltanto, nel senso che Terenzio ha dato al vocabolo, nient'altro che umana. Era una donna pentita, nè poteva operare o pensare diverso. Nobilissima com'era, non si rallegrò; ma tacitamente, quasi istintivamente, senza pure formarsi un chiaro concetto di ciò che sentiva, adorò in quella morte i decreti della divina provvidenza, che cancellavano in tal guisa un malaugurato ricordo. S'era data alle pratiche religiose come ad un rifugio dello spirito; vi perdurò senza fatica, ingannandosi anche nell'amor divino, come s'era ingannata nell'amore terreno.

La casa della marchesa di Priamar, come abbiam detto a suo luogo, era un ritrovo di gente posata, magistrati sputasentenze, dame contegnose, nobili parrucconi e simiglianti, tra i quali ella regnava, legittima Aspasia di quel fastoso consorzio. Le smancerie degli abati, le riguardose tenerezze dei vecchi Alcibiadi, le dicevano che era tenuta per bella; il che non guasta mai. Le dame anche più apertamente la decantavano bellissima, poichè non rapiva loro gli amanti, e la sua vanità femminile aveva largo tributo d'incensi, in quella che la sua ambizione si esercitava liberamente ne' suoi caritatevoli patrocinii, ne' suoi misericordiosi maneggi.

Poco dopo il Montalto, anche il marito morì, rendendo alla terra un corpo pieno di acciacchi e alla marchesa la sua libertà. Vedova, ella giunse all'età in cui la passione ridotta agli sgoccioli dà l'ultimo guizzo, e il più vivido, nel cuore della donna più austera per costume, più fredda per indole; vogliam dire a quello scoglio de' quarant'anni, tanto più pericoloso per lei, in quanto che la sua freschezza dimostrava non aver sentito alcun danno dal tempo. Ma il caso le diede di uscirne vincitrice, custodita come era da quel contorno di gente sciocca e cerimoniosa, e più ancora dalla sua medesima vedovanza, stato minaccioso che potrebbe paragonarsi a quelle fortezze abbandonate, dove il nemico non ardisce di entrare, per sospetto di agguati, o di mine pronte a scoppiare. Que' prosecutori di facili conquiste che sono certi zerbinotti, gente che va a cacciare nelle boscaglie di Pafo col biglietto d'andata e ritorno in tasca, non si perigliavano sull'orme di una selvaggina che li avrebbe condotti, Dio sa dove, fors'anco nelle ugne ai guardacaccia dell'Imeneo. Così ella varcò tranquillamente il tratto pericoloso; girò quel capo delle tempeste, oltre il quale l'anima che non vi giunse accompagnata è costretta a rimaner sola per tutto il rimanente del suo viaggio sul mare della vita.

C'era bensì il Gallegos, l'amante spregiato della prima giovinezza, pertinace nell'età matura, tanto più ardente quanto più taciturno e chiuso in sè stesso. Ma lo Spagnuolo, a lei fanciulla increscioso, non si impadronì più mai del cuor della donna. Tra quelle due anime fu sempre un abisso; e se le cime apparivano raccostate, il torrente romoreggiava sempre nel fondo, scavandolo sempre più addentro. I lettori rammenteranno ciò che la marchesa di Priamar scriveva al Montalto fin dal 1843: «Quegli che voi chiamate lo Spagnuolo, è in Genova; sì certamente, ma che importa a me? Egli è qui venuto, ma colla tonaca nera della Compagnia di Gesù, ch'egli ha indossata da ott'anni. Ho avuto a parlargli una volta. Egli non è più l'uomo di prima, nè credo ricordi il passato; ma se ciò pur fosse? Lilla non lo ha amato mai, lo sapete; ed ora ambedue non amiamo, non adoriamo altro che Dio. Questo è, io credo, il primo e l'unico punto di contatto che possano avere le anime nostre.» Ed aveva scritto il vero, e vero rimase pur sempre. Anche rammentando gli antichi amori dello Spagnuolo, fors'anco trapelando che non erano spenti, Lilla accolse il gesuita come un venerabile amico, il quale per tal modo si fece consigliero ed arbitro in casa sua, ed ella riuscì a non iscorgere altro in lui che l'amico, a riverirlo come un padre spirituale, in quella che pur lo temeva, come si temono instintivamente tutti gli uomini di gran levatura, di troppo gagliarda tempra per l'indole nostra più mite.

E Bonaventura, frattanto, col suo segreto chiuso nel cuore, portava la catena ch'egli medesimo s'era imposta votandosi agli ordini ecclesiastici, e corrucciato di quella immobilità volontaria, ma altrettanto pauroso di muovere un passo verso di lei, rimaneva muto, rannuvolato, scontento, sull'orlo dell'abisso.

Triste cosa, facile a dirsi, come il nome scientifico di certe orride malattie, solo che s'abbia dimestichezza colla struttura dei vocaboli greci e latini, ma terribile a sentirsi, chi n'abbia dentro di sè la malnata radice! Vivere, ombra eterna, accanto ad una donna fieramente amata; non poterle dir nulla: non vedere, non sentir nulla che raggi da lei e risponda alla fiamma che vi consuma; ardere e sentir freddo dintorno a voi; la vostra energia sempre viva e gagliarda spandersi da tutti i pori come un fluido magnetico, ma non poter correre una spanna più oltre, aggrumarvisi intorno, come il vostro alito denso in una regione di ghiacci eterni; orribile vita! Forte al cospetto del mondo, anima nata per comandare altrui, Bonaventura era debole innanzi a quella donna, non più giovine, già sparsa di rughe accusatrici e di capelli bianchi alle tempie. Lo spirito del male aveva la sua punizione in sè stesso. Se lo avessero saputo nel campo nemico!

Scriviamo per lettori i quali intendono questi viluppi del cuore umano, e non ci fermeremo a distrigarli con sottigliezze psicologiche. Quell'uomo così fortemente innamorato si struggeva di cogliere in fallo la donna amata. Che cercava egli? che sperava? Forse un istante d'ira feroce che gli desse ardimento a ferire un gran colpo, a farle paura, ad ottenerla colla violenza. Ma quella donna era muta, fredda invincibile, come una sfinge di granito. Però nell'amore di Bonaventura a lungo andare, s'era infiltrato l'odio; quel vino poderoso (ci si consenta il paragone) s'era inacetito nel vaso. Torturato nel profondo, pigliava un aspro diletto a torturare anche lei; mancandogli un fallo recente, almanaccava a rintracciarne un antico. De' suoi amori con Paris Montalto non aveva potuto sincerarsi mai, e la dolcezza di sale dell'aristocratico annotatore del Parafulmine lo faceva talvolta sorridere di compassione, tal altra uscire in maledizioni contro la umana sciocchezza. In quello spicilegio di errori e di colpe, di debolezze e di nequizie, c'era ogni cosa, salvo quel tanto che a lui metteva più conto sapere.

Ma il vecchio geloso aveva tutte le sottigliezze dell'inquisitore. Fiutata la colpa, andò difilato sull'orme; pose a raffronto le date; seguì il tenue filo delle ricordanze; pronunziò accortamente un nome d'estinto; notò gli atti e i sospiri; la parola e il silenzio gli giovarono egualmente. Il ripesco c'era stato; bisognava averne le prove. E i lettori già sanno in che modo il superstite dei Gesuiti genovesi, il vendicatore della espulsa compagnia, il capitano dei neri, tra i segreti dei rossi, tra i lembi scoperti del loro passato indovinò, e nelle battaglie del suo partito combattendo le sue, giunse a leggere il grande arcano, così gelosamente custodito fino a quel giorno nella casa di Lorenzo Salvani.

La sera del 29 giugno, nell'ansia della duplice lotta in cui s'era impegnato, tra le mille necessità di un'azione previdente e sollecita, egli non ebbe tempo ad assaporare i frutti della sua triste vittoria. Ma, per quel tanto che aveva a fare, una scorsa fuggevole al carteggio di Lilla, bastò. E il suo disegno fu pronto; condurre la marchesa, che era dama di misericordia, in casa Salvani, e trarne via la fanciulla.

Il colpo era audace; nella mente di un uffiziale della giustizia sarebbe stato agevole collegarlo con quell'altro dei falsi carabinieri. Ma Bonaventura era e sapeva d'essere onnipossente in certe anticamere, dove la legge è soverchiata dalla opportunità. Chi, degli offesi, avrebbe potuto farsi udire lassù? Chi, dei vendicatori, avrebbe voluto render giustizia, spontanea, a gente nemica dell'ordine? Da un pezzo è stato detto, le leggi esser come le ragnatele, che i moscerini vi restano impigliati, e i mosconi le sfondano.

Condotta da lui, indettata da lui, la dama di misericordia andò in quella notte in casa Salvani. Quel che avvenisse, s'indovina. Maria vide quella donna così austeramente bella, che, senza saperlo, senza formarsene un concetto nell'animo arrossiva dinanzi a lei; la guardò lungamente, mentr'ella le parlava con quell'accento soave e lievemente turbato; nel suo cuore fu un risvegliarsi confuso di sensi ignoti dapprima; sentì la voce del sangue, e spinta da una virtù inconsapevole, riparò sotto l'ala materna, senza pensare se ella avrebbe potuto, se pure avrebbe voluto proteggerla.

Il mattino vegnente, la fanciulla entrava di buon grado nel convento di San Silvestro, dove la superiora delle Clarisse l'accoglieva come una raccomandata della marchesa di Priamar, come una povera orfana, la quale sentisse nell'animo la vocazione di prendere il velo, sotto gli auspicii di santa Chiara. S'intende che una simigliante vocazione non era manifestata da Maria. La marchesa, tra mille soavi esortazioni, le aveva dimostrato il convento come un luogo di rifugio e di aspettazione. La povera fanciulla era affranta da tutto ciò che le era avvenuto il giorno innanzi, dai casi di quella notte, e dal non saper nulla di Lorenzo, dopo il tentativo della sera. Bonaventura aveva parlato, in sua presenza alla marchesa, di una mischia in piena regola, di morti e feriti, della presa e dell'abbandono di un fortino, di prigionieri fatti in gran numero, e la fanciulla aveva sentito un'acerba stretta al suo cuore, già travagliato da un'ansia febbrile. Che era egli mai avvenuto di Lorenzo, dell'unico suo protettore, dell'amico d'infanzia, dell'uomo a cui poche ore innanzi aveva detto il segreto dell'anima sua? Forse morto; forse in carcere, e condannato a tristissima fine! Sì davvero, il convento era un rifugio a tanta ad ineffabile angoscia.

E la marchesa, intanto? Che cosa le aveva detto Bonaventura? Tutto e nulla. Le sue parole avevano fatto intendere alla marchesa com'egli fosse consapevole dei natali dell'orfana. Lilla, che, alla vista di Maria, all'udirne il nome, al considerarne la giovinezza, s'era fieramente turbata, non ardì chiedere di più. E quando il gesuita, lasciando cader lentamente le frasi, toccò di alti natali, d'un segreto domestico di diciott'anni addietro, la nobile dama si fece tutta di fuoco nel viso, e tremò ch'egli proseguisse. Ma quel primo assalto bastava per quella volta al gesuita; si morse il labbro, e non disse più altro.

Quale aspra battaglia combattessero l'amore e lo sdegno nel cuore di Bonaventura, allorquando egli, raccoltosi finalmente nel silenzio della sua cameretta, si recò in mano il carteggio di Lilla, non istaremo a dir noi. Le forti commozioni si accennano, non si dipingono. Lesse e rilesse quelle pagine ingiallite dal tempo, e si abbeverò largamente di fiele. Rivide là dentro sè stesso, giovine, invaghito di quella donna, e posposto al suo nobile rivale. Ma lo aveva ella amato veramente, il Montalto? No; quella fiammata di gioventù s'era spenta al partire di lui, e Lilla era andata sposa al marchese di Priamar senza rimpianto per l'uno, senza amore per l'altro. E poi…. e poi!… Bonaventura avrebbe fatte in pezzi quelle pagine, se insieme avesse potuto distruggere quella ebbrezza di sensi che aveva tratto colei nelle braccia di Paris. Ed ella non lo amava! Ciò che avvenne di poi, lo dimostrava apertamente. Ma allora, perchè un altro amore, un'altra sollecitudine, un'altra agonia, veementi del pari, se non forse di più, non avevano ottenuto uno sguardo da lei, non avevano scaldato un tratto quel simulacro di donna? A Bonaventura il raffronto, anche lontano, cuoceva. Un altro! un altro! Non lo ha amato, lo ha respinto più tardi crudelmente da sè; ma che rileva ciò? Ella è stata sua un giorno, sua, tutta sua!

E l'amarezza s'era accresciuta in cuore al Gallegos, dopo quella lettura. Come avrebbe egli incalzata la sua preda? Pregare, inginocchiarsi, egli, dopo ciò che aveva letto? La odiava troppo, in quel punto. L'arma terribile gli era venuta alle mani, ma il furore ond'era invaso, gli impediva di usarla con frutto. Aspettò, ma fremendo, ruggendo dal profondo del cuore, come un vulcano che stenti ad erompere. E i fremiti, i ruggiti di quel cuore erano tronche frasi, lontane allusioni al passato, le quali facevano tremare ad ogni istante la marchesa di Priamar. La fanciulla che avevano salvata in due gliene offriva argomento ogni giorno. E Lilla taceva, non chiedeva mai nulla, nascondendo la sua ansietà sotto le apparenze d'una pietosa sollecitudine per quella loro protetta, che ella andava a visitar di sovente, ma senza dirle alcuna di quelle parole in cui si manifesta il cuor d'una madre; e anch'essa, come il gesuita, non risolvendo mai nulla.

—Ella si vergogna,—pensava il fiero Spagnuolo;—argomenta ch'io sappia ogni cosa, ma teme ch'io parli; ama sua figlia, ma trema pel suo buon nome nel mondo. Animo, dunque, ella è mia.—

Con questo fermo proposito, il padre Bonaventura, un giorno di settembre, metteva il piede nel salotto della marchesa di Priamar.

XIV.

Intimazione di resa.

—Lilla, buon giorno!—diss'egli alla gentildonna, con quella dimestichezza che gli era derivata da una lunga consuetudine e dal suo venerabile aspetto tra il padre spirituale e il vecchio amico di casa.

—Buon giorno, amico!—rispose la marchesa, con fievole accento, in quella che deponeva sul tavolino il clericale diario torinese.

Bonaventura notò quell'accento, e fu sollecito a chiederle che cosa avesse.

—Un po' di stanchezza;—disse la marchesa.—Sono tornata da pochi minuti in casa.

—Da San Silvestro, forse?

—Sì.

—E come va?—chiese il gesuita, a cui quella breve risposta non poteva bastare.

—La poverina era tanto abbattuta, che non ho ardito parlarle di nulla.—

E dette queste parole in fretta, come per farla finita più presto, la gentildonna trasse un sospiro.

—Eppure,—sentenziò lo Spagnuolo, scandendo le parole con molta lentezza e accompagnando ogni sillaba con un cenno del capo,—bisognerà che ella si rassegni, e che voi la riduciate a quel passo.

—Oh, io non ardirò mai….—proruppe la signora.

—Perchè?

—Perchè….—continuò ella, vedendo di non poter più cansare quell'argomento.—Lo so io, il perchè? Povera fanciulla! Se la vedeste, farebbe tenerezza a voi pure. Che volete, padre? La vocazione non viene a tutti, com'è venuta a voi e a tant'altri eletti del Signore. Il mondo, ch'ella ha a mala pena intravveduto, la chiama troppo fortemente a sè con tutte le sue liete speranze; gli affetti di famiglia, raccolti in un fratello, parlano ancora troppo caramente al suo cuore….

—È troppo più che non si convenga ad una fratellanza d'adozione, io m'avvedo;—interruppe il gesuita.—Ma non le avete voi detto, marchesa, che questo suo fratello, questo mal arnese, è a Londra, dove mena una pessima vita, in mezzo a tutta quella schiuma di fuorusciti?

—Sì, padre, fin dall'altro ieri le ho detto tutto quello che voi mi avete…. raccontato de' fatti suoi; ma temo non lo creda, o non giovi. Ella, anzi, quest'oggi ancora, s'è amaramente lagnata con me del furto commesso nella sua cella, mentr'ella dormiva….

—E non ha sospettato della Madre Maddalena?

—No, perchè alla Madre Maddalena non aveva confidato nulla di quel suo innocente segreto. Ella non sa di esser stata veduta da lei quando svitava la moneta, e crede ancora che le abbiano rovistato i panni e tolti que' pochi spiccioli per timore ch'ella non avesse a tentar di corrompere la suora conversa. Difatti, ella mi diceva stamane, combattendo i supposti timori delle monache: «A che mi servirebbero quelle sette lire? Nè io vorrei darle ad altri, poichè mi ricordano la mia povera casa e le mie modeste fatiche.»

—E dov'è, ora, quella moneta?—chiese Bonaventura, piantando i suoi occhi grifagni in volto alla marchesa.

Lilla si turbò a quella dimanda, e rimase un istante senza rispondere.

—Gliel'avete ridata?—proseguì egli, con piglio sarcastico, mentr'ella balbettava alcune frasi scucite.

—Sì, amico mio;—soggiunse allora la gentildonna.—Forse ho fatto male; ma, in verità, mi doleva troppo di vederla piangere. Le avevo detto, per chetarla, che quel poco denaro era in mie mani, e, cavata la borsa, lo feci vedere a lei, dicendole che lo tenesse pure, a patto di non farne mal uso. Poverina! Erano due monete da due lire, con altre poche di minor prezzo, sette lire in tutto. Ella cercò subito la moneta del segreto, la baciò, e restituendomi le altre, mi disse: «permettetemi, signora, che io tenga questa; è il primo frutto de' miei lavori di ricamo, ai quali avevo posto mano per non esser troppo d'aggravio al mio ottimo fratello.» Io m'ero bensì avveduta, che, innanzi di trascegliere quella moneta, ella aveva considerate attentamente le due consimili….

—Mentiva!—notò Bonaventura, col medesimo accento beffardo.

—No padre! Quando io le chiesi come avesse conosciuta la moneta, tra due che ce n'erano della medesima forma, ella mi guardò con aria di candore, mi baciò le mani, e in cambio di dirmi, come avrebbe potuto, che l'avrebbe conosciuta dall'anno o da altro segno particolare, confessò che era una moneta cavata da due altre, lavorate dentro a guisa di scatola, e commesse insieme la mercè d'una vite che girava internamente lungo la costa. Quelle quattro lire, ridotte a parer due, erano proprio il primo frutto delle sue veglie; ma dentro c'era il ritratto di Lorenzo Salvani, suo fratello, suo protettore. Voi ben vedete, o padre, che la poverina non sapeva mentire.

—L'amate molto! È strano!—saettò il gesuita, facendo sibilar le parole dai denti chiusi e dalla chiostra delle dita, che andavano tormentando irrequiete il campo raso del labbro superiore.

Lilla chinò gli occhi sul pavimento e non disse verbo.

—Queste figlie del peccato,—proseguì egli, dopo una breve pausa, per conficcar lo strale nella ferita,—hanno tutta la caparbietà della loro origine. Eppure, bisognerà ch'ella si disponga a farsi monaca; e voi, marchesa, vi adoprerete domani a vincere la sua ostinatezza.

—Padre!—esclamò la gentildonna, con accento supplichevole.

Bonaventura crollò superbamente le spalle.

—Orbene—diss'egli—sia come volete, e il mondo dica ciò che gli pare.

—Che cosa?—dimandò la signora.

—Che la vostra tenerezza è soverchia, per una semplice protettrice. La vostra assiduità, senza frutto di conversione, sarà notata, e la vostra misericordia sembrerà….

—Sembrerà, voi dite, sembrerà?…

—Che so io?—continuò Bonaventura.—Troppo…. materna!—

A quelle parole che finalmente svelavano il pensiero del gesuita, un lampo di sdegno illuminò il volto della marchesa di Priamar. Si rizzò in piedi, con piglio di regale alterezza; ed egli del pari si alzò dalla scranna, ma calmo e sicuro, guardandola fissamente, come un giudice il reo. Lilla vide allora quel volto severo, vi lesse in un'occhiata tutto il suo passato fatto palese; nè potendo sostenere la lotta, nè reggersi più oltre, ricadde, come sfinita da quello sforzo supremo.

Era stato un baleno; ma in quel baleno si era rischiarata ogni cosa tra i due.

Bonaventura si assise a sua volta. Un silenzio sepolcrale regnava nel salotto, lasciando udire i tocchi ricisi dell'orologio a pendolo, che dall'alto del camino veniva numerando con monotono metro i minuti secondi di quella pausa solenne.

Lo Spagnuolo squadrava Lilla con occhi torvi, che le avrebbero fatto sgomento, se ella avesse levata la fronte a guardarlo. Ma ella teneva il viso rivolto a terra, e le palpebre chiuse; nella sua mente era una confusione d'immagini che il martellare del sangue alle tempie agitava senza posa; le fischiavano gli orecchi; il lieve suono del suo respiro interrotto le giungeva mutato in un sordo rumore. E quando la voce di Bonaventura si fece udire da capo, parve a lei che venisse com'eco da luogo lontano, fors'anche dal passato, che è lontananza di tempo.

—Ricordo—disse dopo una lunga pausa lo Spagnuolo, con un accento solenne da cui trapelava l'amarezza dell'animo—che or fanno trent'anni era in Genova un uomo fieramente innamorato di Lilla Lercari. Quell'uomo era giovane allora, ma d'animo fatto; e in lei, a mala pena uscita d'infanzia, aveva presentito un miracolo di bellezza e di grazia. Lo ricordate, marchesa, quell'uomo? Lilla, quando ebbe la prima volta a vederlo, esclamò con fanciullesca sincerità: «che giovane vecchio!» E diceva il vero, e il giovane vecchio sorrise, scusandola amorevolmente presso i parenti, che la riprendevano di quella scappata infantile. Egli era giovine d'anni, ma vecchio d'esperienza; egli commise in vita sua un errore soltanto; e fu quello d'invaghirsi di Lilla, di credere che ella avrebbe potuto un giorno esser sua, e di darle intanto, consapevolmente e pur ciecamente, tutto sè stesso. Ciò avviene alle anime virili, sperimentate alle battaglie della vita, assai più facilmente ch'altri non creda.—

Così dicendo, trasse un sospiro, se pure non è più acconcio chiamarlo un ringhio; indi proseguì:

—Quando il cuore di Lilla si schiuse all'amore, non fu egli che ne colse le primizie; fu un altro, un altro che l'occasione profferse a' suoi occhi, e che altre cure assai facilmente allontanarono da lei. Questa è sorte di tutti gli affetti veri, che debbano esser turbati da qualche apparizione improvvisa e fugace. Nulla è, nulla giova la cura assidua, l'adorazione costante; al nuovo venuto le promesse, che non ha chieste, i baci, che non ha implorati colla tacita preghiera dello sguardo, specchio della interna agonia. Tacque il povero innamorato, ed attese; il caso, che aveva tratto quel nuovo venuto al fianco di Lilla, il caso lo sbalestrò lontano da lei. Ma mentre il cuore del disgraziato si riapriva alla speranza, mentre egli preparava la sua dignità di gentiluomo alla vergogna d'un rifiuto dei parenti di lei, pure ripromettendosi che il cuore di Lilla non avrebbe confermata la triste sentenza, Lilla Lercari si piegava facilmente ad un disegno improvviso de' suoi; poco stante, sposa ad un altro, si chiamava Lilla di Priamar. Che avvenne allora? Io vi prego di ascoltarmi, marchesa! Dei due amanti, il lontano e il vicino, quale la amava più veramente? Il lontano…. Ma che ne dirò io, del lontano? Questa parola non basta ella per chiarire ogni cosa? L'amore non era stato il gran tutto per lui; bensì un trastullo pei ritagli di tempo che gli erano lasciati dalle sue matte ambizioni politiche. Però durava tranquillo in un esilio ch'egli aveva voluto; pensava ad altro, laggiù, forse sapendo non aver da far altro che presentarsi da capo per vincere. Il vicino, intanto, a patire la più aspra delle battaglie; che inferno fosse nel suo povero cuore, egli solo lo sa, e il ricordarsene tuttavia lo sgomenta. Ma egli rispettò quella donna; imprecò a sè medesimo, non a lei, e riguardoso dinanzi al vincolo che univa per sempre due vite, fece della sua il più gran sacrifizio che un disperato amore inspirasse mai ad un uomo, sul fiore della balda giovinezza; la votò ricisamente, irrimediabilmente, a Dio, a Dio che non accolse il sacrifizio, a Dio che non volle sradicargli dal cuore quelle malaugurata passione. Sì, o signora; ciò ch'egli soffrisse allora, argomentatelo da questo, che trent'anni sono passati ed egli ama ancora Lilla di Priamar, e così fieramente, come in quei giorni di dolore infinito….—

Al prorompere di quella confessione, la marchesa non rispose verbo, non alzò neppur gli occhi. Se li avesse levati fino a lui, avrebbe veduto quel volto come trasfigurato dalla potenza arcana delle ricordanze. E in verità, da quella fronte corrugata nelle battaglie della vita, traspariva alcun che della giovinezza di Bonaventura; la passione, così a lungo rattenuta, lampeggiava dagli occhi, non già col soave baleno della preghiera, nè col torvo bagliore della minaccia, ma sì coll'aperto splendore, in cui si dipingeva l'audace alterezza del comando. Lilla non osava guardarlo, tremando tutta in cuor suo; non come si trema davanti ad un volgar tentatore, che un tocco di campanello può costringere alla temperanza delle parole e degli atti, ma come si trema al cospetto di un vincitore, che detta, superbamente composto, le sue condizioni. Perchè aveva egli tanto aspettato? Lilla lo intendeva assai bene; l'uomo forte aveva frenato gl'impeti del suo cuore, chiusi gli sdegni nel profondo, fino a tanto non avesse raccolte nella sua mano di ferro tutte le ragioni della vittoria. Epperò, indovinando, ella lo aveva sempre temuto; quell'apparenza di calma, a lei memore del passato, era sempre stata argomento di sospetto. Ed ora il sospetto diventava certezza; quelli erano tutti i segni della fiamma antica; l'incendio divampava tanto più forte, quanto più lungamente covato.

Fu un'altra pausa, durante la quale Bonaventura divorò degli occhi quella donna, quasi volesse trasfondere in lei quell'ardore che dal petto gli saliva alle tempie. Ed ella, sempre nel medesimo atteggiamento, pareva la statua dello stupore; solo il respiro affannoso la diceva viva.

—Votato a Dio!—ripigliò amaramente Bonaventura.—Sacrifizio fatto nell'ira colla preghiera sul labbro e la maledizione nel cuore, altro non porta che fumo ingrato lassù. Ho inteso allora perchè i sacrifizi di Caino non tornassero accetti al Signore. Ma che diceva quel sacrifizio, se non a Dio, alla donna? Io non amerò altra che voi; distruggo in un punto tutte le mie speranze; anniento la mia giovinezza; consacro tutta la mia operosità al nulla, tutta la mia vita all'inferno, e per voi, solamente per voi. E quell'altro, intanto, quell'altro? Egli che, amato da lei, non aveva saputo, nè voluto farla sua, egli ben seppe, ben volle insidiarla, quando fu d'altri, e la ottenne. Egli che aveva potuto vivere senza di lei, lontano da lei, volontariamente travolto nel turbine delle umane vicende, egli tornò, fu visto e vinse; poi sparve da capo, col frutto e colla testimonianza durevole del suo trionfo, lasciando a quella donna i dolori d'un tardo rimorso, e quel che è peggio, facendo di ghiaccio un cuore che avrebbe potuto riaprirsi alla compassione, all'amore, e condannando un altr'uomo a vivere obliato, non curato, fino alla tomba….—

In queste parole la voce di Bonaventura aveva trovato un accento malinconico, quasi soave, che commosse il cuore di Lilla.

—Non è egli il mio migliore amico?—diss'ella.—La gioventù e la bellezza passano; l'amore con esse; l'amicizia rimane.

—Lo credete?—diss'egli di rimando.

La marchesa sollevò allora lo sguardo, vide la faccia di Bonaventura, e n'ebbe sgomento.

—Vi amo!—soggiunse egli, alzandosi lentamente in piedi e andando a piantarsi vicino a lei, con una mano aggrappata alla ricurva spalliera del sofà dov'ella rimaneva accasciata.—Non m'inginocchierò a' vostri piedi; non piangerò. Queste sono le armi dei giovani, e la mia gioventù si è consumata in questa vana pugna contro il passato. Ma non vedete che soffro? che la vostra austerità mi ha scemate le forze, m'ha reso vile a' miei occhi medesimi? E quella vostra austerità ha pur ceduto ad un altro!…

—Il mio pentimento sarà eterno!—esclamò la marchesa, nascondendosi il volto nelle palme, come a celare il rossore che le era salito alle guance.

—Il pentimento! Che è ciò? a che serve, se non reca un conforto a chi per cagion vostra ha tanto patito?

—Che dite amico mio?—balbettò la marchesa, cercando, in quello stesso nome affettuoso, uno scampo.

—Dico, Lilla, che ho troppo sofferto, e che voi dovete esser mia.—

Un alito di fuoco sfiorò il capo di Lilla, a quelle parole, sommessamente profferite, e la povera donna ne fu sbigottita.

—I vostri voti….—accennò ella timidamente.

—I miei voti!—ripetè Bonaventura, la cui voce s'era fatta pari al sordo brontolio del tuono lontano.—I miei voti…. pronunciati per cagion vostra, per dimostrarvi che senza l'amore di Lilla il mondo non era nulla per me!… Io ho vissuto giorni d'angoscia ineffabile, patito tormenti, al cui paragone ogni tortura è nulla…. Che mi parlate di voti? Il mio cuore non li ha pronunziati; il mio cuore non ha accettato alcun vincolo oltre quello che lo stringeva a voi, e che stringerà pur voi, foss'anche a vostro mal grado!—

Come chi soggiaccia alle visioni d'un sogno pauroso, e, quasi sapendo di sognare, si sforzi con moto istintivo a liberarsi dalle strette dell'incubo, la marchesa di Priamar tentò sottrarsi a quella foga crescente del suo assalitore, e in uno sforzo supremo balzando in piedi, corse al lato opposto del ridotto, dove rimase, ritta, ansante e lo sguardo smarrito.

—Padre,—diss'ella con voce tremante,—non posso udirvi più a lungo.—

Bonaventura era rimasto fermo al suo posto, chiuso, accigliato, come il simulacro del destino.

—Mutiamo discorso;—rispose egli, asciutto.

—Sarà meglio per ambedue;—soggiunse la marchesa.

Egli fu per dare un sobbalzo a quelle acerbe parole; ma non si mosse, e finse non averle udite. In quella vece si morse il labbro, fino a far sangue; indi proseguì con piglio beffardo:

—Dov'eravamo rimasti, innanzi ch'io saltassi fuori a parlarvi di tutte queste sciocchezze? Ah, ecco! Parlavamo di vostra figlia, che, voglia o non voglia, dovrà farsi monaca. Mi sono pur fatto frate, io, che ero padrone di me, e non avevo da arrossire dei miei natali, come lei!—

Sentendo venir meno quel po' di forza che l'aveva tratta in piedi pur dianzi, la marchesa alzò la fronte al cielo, come implorando soccorso. Ma il cielo era muto: nessuna ispirazione le venne dall'alto, e flagellata in volto dallo scherno di Bonaventura, la povera donna andò ad occhi chiusi contro la vergogna.

—È orribile, orribile, ciò che voi dite!—esclamò.—Mia figlia…. sì! Credete voi che io abbia paura? Mia figlia! Orbene, io non la costringerò a maledirmi! Povera creatura innocente! Io non le farò espiare il mio fallo; ella sarà libera, uscirà dal convento, raccolta dalle braccia di sua madre….

—Adagio…. madre!—interruppe beffardo il Gallegos.—Anzitutto, come uscirà dal convento? Bisognerà parlare, dire come ella non sia una fanciulla orfana, derelitta. Bisognerà dire,—e qui la voce di Bonaventura andava facendosi a mano a mano più alta,—che la marchesa Lilla di Priamar, la severa matrona, la santa dama di misericordia, l'inflessibile giudichessa delle debolezze altrui, ci ha avuto ella pure le sue debolezze, le sue misericordie colpevoli; che Lucrezia rediviva ci ha avuto i suoi amorazzi, che ella non soggiacque alla violenza di Sesto Tarquinio, ma l'ebbe caro, e che quello stolido marchese di Priamar ebbe, senza volerlo, senza saperlo, una figlia….

—Parlate piano!—disse con accento supplichevole la marchesa.

Un lampo di gioia sinistra illuminò lo sguardo del Gallegos. Il suo trionfo cominciava in quel punto.

—Ah, voi temete!—soggiunse egli, con voce più
rimessa.

—E voi sfidereste lo scherno dell'universale, voi che ora paventate l'orecchio di un servo, che potrebbe passare in questo mentre dall'anticamera? Non avevate paura! Siete balzata contro di me, in atto di minaccia! Eccolo, il vostro coraggio, dove vi ha tratta, e come presto vi manca!—

La marchesa, ridotta allo stremo, s'era lasciata cadere come corpo morto su d'una scranna.

—Bisognerà pure che la fanciulla si faccia monaca!—proseguì spietatamente Bonaventura.—Sua madre non può arrossire per lei, non può dire oggi, manifestare in un giorno, ciò che ha nascosto gelosamente vent'anni, ciò che non può confessare, nè lasciarsi dire, a fronte alta, dall'uomo che, solo al mondo, conosce il suo segreto, dall'uomo che l'ha spiata giorno per giorno, seguita fedelmente come l'ombra il corpo. Il mondo è crudele, colle sue leggi; ma noi gliele abbiamo insegnate, e dobbiamo a nostra volta subirle. Mostrare i suoi falli, brutta cosa! Sono sciocchezze, lo so; l'amore si ride di certi nomi con cui si tenta avvilirlo, e dacchè mondo è mondo la infamia del nome non ha frenato mai gl'impeti dell'affetto prepotente. E tuttavia, voi lo sapete, marchesa di Priamar, si nasconde questo amore come un delitto; peggio ancora, come una vergogna. Si viola la legge, perchè è esorbitante; ma si rispetta, nascondendo la violazione. Non si vuole arrossire. Che direbbe la gente? Sapete la gran novità? Quella fanciulla, di cui non si sapeva l'origine, era sua figlia. Sì, davvero. Narrate; ha da esser sugosa, la storia. Sicuro! c'è di mezzo un amore antico, che nemmeno l'aria aveva a risaperlo; ma il diavolo, che fa le pentole, non sa fare i coperchi. Già, ci vuol pazienza; siam tutti fragili; ogni merce ha il suo calo, e la marchesa di Priamar, la Lilla, ci aveva pure il suo caro segreto. Tutte così, queste gran dame, che dànno la battuta alla plebe; più alte sono, e più cascano! E lei, anche lei come tutte le altre! Questa è ghiotta davvero; la racconterò in conversazione stasera.—

La marchesa si contorceva sotto quella scossa di sarcasmi feroci.

—Oh, la mia povera figlia!—gridò ella, perduta, tendendo le palme al suo flagellatore.—Pietà, Bonaventura, amico mio da tanti anni! Non avete voi cuore? Pietà, ve ne supplico a mani giunte! Debbo io abbracciare le vostre ginocchia!—proseguì ella, spiccandosi con impeto disperato dalla scranna.—Pietà, non per me, per mia figlia! Io l'amo. Alla sua vista ho sentito il mio seno commuoversi tutto, svegliarsi nel mio cuore un affetto ignoto dapprima, un affetto irresistibile, quell'affetto che senton perfino le belve per le loro creature. Perchè non lo sentirei io? Mia figlia! intendete? mia figlia! È stata una colpa; ma l'ho espiata con lunghi dolori; la espio terribilmente adesso, nella vergogna che mi assale e mi ricopre davanti a voi. Ma ella è innocente. Non fate che io la sacrifichi. Lasciate a me il mio buon nome. L'onore è la vita. Abbiate misericordia! Mio Dio! è impossibile che voi siate tanto spietato con me….

—Fanciullaggini!—disse Bonaventura, in quella che la respingeva tranquillamente da sè e la rimetteva a sedere sul sofà, presso cui era rimasto.—Vedrò piuttosto se l'amate davvero, la figlia vostra!

—Oh, dite, parlate!…

—Sì, c'è un mezzo. Ella potrebbe andar moglie a qualcuno che fosse di buon casato, degno di lei, ma che non avesse a domandare dond'ella venga….—

Gli occhi della marchesa pendevano da lui in quel punto; le labbra della povera donna mormoravano interrotte parole in guisa d'assentimento continuo alle parole di lui.

—Tutto ciò potrebbe ottenersi;—proseguì lo Spagnolo.—Voi sareste la sua protettrice, nient'altro, in apparenza, e l'apparenza tornerebbe tutta a vostro vantaggio. Voi che, per l'uffizio vostro di misericordia l'avete raccolta in mezzo alla strada, o quasi, voi potreste esserle madrina, voi darle uno stato. Nessuno ci troverebbe a ridire, anco se le assegnaste una dote. Siete ricca, siete sola, padrona di voi, e n'andreste anzi celebrata per ogni bocca, come esempio di onesta liberalità, di munificenza pietosa. E quella fanciulla, beneficata da voi, fatta felice da voi, vi amerebbe come una seconda madre, anzi come la vera madre, che ella non ha conosciuta. Non è egli ciò che vorreste?

—Sì, sì! ma come? dove trovare?

—È ufficio mio; ho l'uomo da ciò; giovine, costumato, ben avviato, diventerà anche un uomo ragguardevole in mezzo a questa turba di sciocchi.

—Oh, se faceste ciò!—

Bonaventura la interruppe, accostandosi a lei con satanico piglio, e sussurrandole due parole, due sataniche parole, all'orecchio.

Lilla abbassò gli occhi, e due grosse lagrime le scesero per le guance sul petto.

—Orbene?—chiese egli sommesso, ma con piglio
riciso.

—Che debbo io dirvi?—esclamò ella alzando al cielo le ciglia lagrimose.—Che io possa vedere contenta mia figlia, non farla infelice per tutta la vita….

—E lo giurate?—incalzò Bonaventura.

Lilla si recò una mano sul volto, e singhiozzando gli porse, o per dire più veramente, lasciò ch'egli afferrase l'altra e la stringesse nella sua.

—Marchesa,—disse Bonaventura, pigliando subitamente commiato da lei,—oggi stesso mi adoprerò per questo negozio. Domani, innanzi di andare a San Silvestro, aspettatemi.—

Ed uscì dal salotto, con passo lieve e guardingo, quasi ella dormisse ed egli non volesse turbarla. Lilla rimase ancora un tratto così abbandonata sul sofà, colla testa supina contro la spalliera e le palme raccolte sul viso. Si alzò finalmente, guardandosi intorno con occhi smarriti, e prese barcollando la via della sua camera, dove andò a cadere sulla predellina d'un inginocchiatoio, dando in uno scoppio di pianto a' piedi di un crocifisso che pendeva dalla parete, e col capo chino pareva guardarla e compiangerla.

Povera madre!