XVI. “Zefiro torna e il bel tempo rimena„.

Come l’uomo che si desta in soprassalto da un sogno felice e si vede ripiombato nella realtà dolorosa, così Almerico di Montegalda rimase, all’annunzio dell’usciere. Nondimeno, aiutando la consuetudine al mancamento dello spirito, le sue labbra mormorarono istintivamente un: «fate passare».

Si era alzato frattanto e andava incontro al visitatore, nel salottino attiguo allo studio.

Massimo, l’elegantissimo e sorridente Massimo, apparve poco stante sull’uscio.

— Buon giorno; — gli disse Almerico, non trovando lì per lì una frase più lunga, nè, sopra tutto, più calda.

— Come? — gridò Massimo. — E non mi abbracci nemmeno.

— Ma.... — balbettò Almerico. — Sei tu veramente?

— O l’ombra mia, volevi soggiungere? Son io, non dubitare; — rispose Massimo. — E se dubiti al vedere, ti permetto di fare come l’apostolo Tommaso.

— In verità, — disse Almerico, sorridendo alla celia, che gli dava modo di attaccare discorso, — io dovevo crederti morto. Vieni da Napoli?

— No, da Venezia e da Padova. Non volevo passare che dieci giorni tra i miei, e mi sono fermato un mese. L’uomo propone e gli zii dispongono. Sai, son l’erede naturale, ed ho fatto il mio dovere di erede. Ma eccomi qua, finalmente. E tu che fai?

— Come vedi, lavoro, dalla mattina alla sera; e qualche volta dalla sera alla mattina.

— Non ti rovinerai la salute? Sei molto pallido, infatti. Abbiti cura! La patria, di solito, non è riconoscente che ai morti, ed anche di questo lascia l’incarico agli scalpellini. Essa ad ogni modo non ti darà in gratitudine quello che tu spendi in salute per lei.

— Che pensieri! — disse Almerico. — È un lavoro, il mio, da meritare che se ne rammenti la patria? Mi dica un «bene» il mio ministro, e mi stimerò pagato ad usura.

— Sempre lo stesso! — esclamò Massimo, chiudendo con quella brevissima lode il capitolo delle occupazioni di Almerico. — Ma tu non mi domandi neppure che cosa io abbia fatto, in tutto questo tempo che non ci siam più visti.

— Sei stato a Venezia.... a Padova.... Non me l’hai già raccontato tu stesso? — rispose Almerico.

— Sta bene; è l’ultimo mese. Ma dell’altro passato a Napoli, non hai curiosità di sapere?

— Non ne avrò che fin dove ti piacerà di confidarmi; — rispose Almerico. — Sai che sono discreto. Tu, poi, avrai fatto quel che ti sarà piaciuto di fare. Ricordo di averti sconsigliato il viaggio; ne sarò lieto, se saprò che ti sei divertito.

— Ma sì, perbacco, ma sì! — disse Massimo. — Come ci si diverte in tutte le follie passeggiere.

— Ah, passeggiere? Non c’è dunque più nulla?

— Fuochi di paglia, mio caro! Gran fiamma, e poi.... neanche un pugno di cenere.

— Me ne consolo; — rispose Almerico; — tu fai così tutte le cose tue, non è vero? Prendi il mondo come viene, e lo lasci andare come va.

— Sì, questo è il mio sistema, e mi pare il migliore; — disse il conte di Riva. — Accade negli amori come nelle ubbriacature, che la ragione sembra smarrirsi; ma poi ritorna, quando i primi fumi ti son passati dal cervello, e sei ancora quello di prima.

— Che paragoni! — mormorò Almerico, torcendo la bocca.

— Di che ti lagni? — chiese quell’altro. — Offendo io forse il buon vino, paragonandolo all’amore?

Almerico si avvide che la volgarità del pensiero entrava come parte essenziale nel discorso di Massimo, e lo lasciò dire e pensare come voleva oramai.

— Sicchè, — riprese egli, — ti è passata, per parlare il tuo linguaggio, ti è passata l’ubbriacatura di Napoli?

— E come, mio caro! Vedi un po’; c’ero cascato da sciocco, da ragazzo, da vero collegiale. Non penai troppo a riconoscerlo, là, sotto quel cielo, dove certe malinconie non attaccano. Avvedermi e cambiare, è stato un punto solo. Ma la cosa non era facilissima, per quanto riguardava le convenienze sociali. Se ho voluto cavarmene con onore, o almeno con mediocre infamia, ho dovuto lavorare per un altro.

— Per un altro?

— Sì; non lo sapevi ancora?

— Io non so nulla.

— Come? Nessuna notizia è giunta a Roma.... della mia sublime trovata?

— Nessuna, ch’io sappia.

— È strano, perbacco! — gridò Massimo ridendo. — E poi diranno che la buona società si occupa dei fatti altrui! La buona società è calunniata. Eccone una, la prima d’Italia, poichè qui siamo nella capitale, che ignora il matrimonio di Don Memmo Savelli. —

Almerico era già cascato dalle nuvole una volta; egli non ebbe da cascare un’altra; ma certamente rimase stupito di quella gran novità che l’amico Massimo con tanta sicurezza annunziava.

— Il Savelli sposa la tua americana? — esclamò.

— Non la mia, poichè io l’avevo ripudiata; — rispose Massimo. — Ma egli la sposa, e diventerà per sua moglie l’erede di una miniera d’argento.

— Che tu hai ripudiata! — soggiunse Almerico. — Te ne faccio le mie congratulazioni sincere.

— Grazie, ma in verità, quello era sempre stato l’ultimo dei miei pensieri; — disse il conte di Riva, facendo una spallucciata. — Tu conosci le mie opinioni. Non ho mai badato al denaro, io, e la fortuna mi ha posto anche in uno stato da non dover cedere a queste tentazioni. Ti confesserò, per altro, che son felice di una rottura, la quale farà evitare perfino il sospetto di un secondo fine da parte mia. —

Qui il signor Massimo, vedendo l’amico ben disposto, prese a raccontargli ogni cosa per filo e per segno. Era andato a Napoli, fieramente invaghito di miss Madge. Il paragone della ubbriacatura scusava quella grande follia. Ma giunto a Napoli, e vissuto qualche giorno nella intimità dei signori Lockwood, aveva incominciato a pensare che egli commetteva una insigne sciocchezza. Quei signori Lockwood, con tutti i loro quattrini, erano gente volgare. Un po’ di vernice esotica poteva a prima giunta farli parere una gran cosa; ma guardando meglio, e più da vicino, quella vernice non era di qualità sopraffina. Comunque fosse, non era poi che vernice, e il legno che stava sotto non era àcero, nè palissandro. Ma che palissandro, e che àcero? Non era neanche pitch-pine. La ragazza, sì, era belloccia; ma infine, Dei immortali! una vanerella, una puppattola, un grazioso automa, che apriva la bocca per dire: «Veramente?». Tutto ciò avrebbe potuto far grande onore all’arte di un Vaucanson e di un Faber; non ne faceva altrettanto a quella di casa Lockwood; e il signor Massimo, come gli si fu snebbiato il cervello, sentì che non avrebbe potuto vivere una settimana al fianco di quella donna meccanica.

Egli era nondimeno gravemente impacciato. Voleva escirne, ma non trovava la gretola. «Cerca, cerca, alfin trovò» come il re della canzone di «Cenerentola». I suoi compagni di viaggio, democratici di tre cotte, non vedevano in lui, non amavano veramente che il suo titolo di conte. Quella era stata una luminosa scoperta. E da quel giorno aveva incominciato a fare un corso di araldica, dimostrando prima di tutto che marchese val più di conte. Come li ebbe persuasi di questa superiorità marchionale, Massimo presentò ai suoi compagni di viaggio un marchese; ma invano; i Lockwood non avevano forse riconosciute in lui tutte le qualità necessarie. Allora egli aveva seguitata la lezione, dimostrando che duca era da più di marchese, e principe da più di duca. Gli era per l’appunto capitato fra i piedi un principe duca: i due più alti gradi di gerarchia in un solo personaggio; e allora, messo l’esempio di costa all’insegnamento, aveva presentato il principe duca, marchese, conte, barone, tutto quello che si poteva desiderare, di meno e di più.

— Mi rallegro; — disse Almerico, approfittando di una pausa che Massimo aveva fatta nel suo gaio racconto. — Ma tu non hai pensato che spesso una famiglia illustre si compiace di un titolo minore nella scala gerarchica, e lo antepone ai maggiori, quando quel titolo ricorda importanti fatti di storia a cui il nome della famiglia è associato.

— Verissimo, quel che tu dici; — rispose Massimo. — Ma per quella gente là sarebbe stato come dar perle.... alle galline. Del resto, capirai, mi sarei dato della zappa sui piedi. Mi è parso meglio star fermo alla gerarchia moderna. Avevo un principe; ho pensato che fosse la man di Dio, ed ho scaraventato un principe nelle braccia dei Lockwood. Non m’era andata bene con un marchese, forse perchè non giovanissimo, e squattrinato per giunta; mi andò meglio con un principe, giovane abbastanza, ricco egualmente, se la fama porge il vero, ed anche provveduto del nome storico. Due papi in famiglia, che si canzona? anzi, due santi in cielo, ad intercedere per tutta una razza di metodisti! Ah, ah! non ti pare un bel colpo?

— Se debbo dirti quel che ne penso, — rispose Almerico, — mi pare che tu abbia condotto quel povero principe a fare un grosso sproposito. Quello non è un matrimonio da pari suo.

— Ecco una delle tue esagerazioni cavalleresche; — replicò il conte di Riva. — All’onor del blasone ci ha da pensar lui. Del resto, senti, una ventina di milioni.... mettiamo anche una diecina, perchè non saranno poi tanti come ne corre la voce.... non sono neanche da disprezzare. L’argento può ridursi in oro; ed oro ed argento sono metalli di grande riputazione, anche in araldica. Aggiungi che gli è piaciuta la ragazza meccanica; che egli è piaciuto molto al vecchio minatore; moltissimo alla sua degna metà. Io allora ho colto la palla al balzo; ho fatta una scena di gelosia.... Se tu mi avessi veduto in quel punto! Otello poteva andarsi a riporre. Ho gridato, ho fatto casa del diavolo; mi perdonino l’ombre degli avi, ho detto perfino qualche impertinenza. Ma era necessario, per escirne. E ne sono escito, mio caro, escito sano e salvo, che proprio non era più da sperarlo.

— Bravo! — disse Almerico, quantunque avesse poca voglia di lodare. — Ecco un talento di commediante che io non conoscevo ancora nel signor conte di Riva.

— E m’è costato, sai, m’è costato! Fino a quel giorno io non avevo saputo mai fingere. Tu mi dirai che con una finzione sono escito da Roma.... È vero; ma non ho saputo sostenerla io, la parte; ho scritto, ho pregato te di aiutarmi.... E che follia fu quella! fu la peggiore di tutte! —

Almerico lasciò cascar l’allusione al fatto di Roma, e alla parte che ci aveva dovuto sostenere egli stesso.

— Così, sei andato a riposarti della tua grande fatica a Venezia? — diss’egli, per dare un altro giro al discorso.

— Naturalmente; ero così stanco e seccato! — rispose Massimo. — Avevo bisogno di dormirci, su quella maledetta ubbriacatura. Ed eccomi ora libero e sano, nella nostra gran Roma.

— Quando sei arrivato?

— Stamane alle sei. E tu capirai, Almerico mio, che la mia prima visita doveva essere per te.

— Grazie! — mormorò Almerico, che volentieri avrebbe rinunziato ad un onore così grande.

— Non sei tu il mio migliore amico? — riprese Massimo. — Anzi, diciamo pure l’unico amico. Tu senti il valore dell’amicizia: lo senti all’antica, come ai tempi di Niso ed Eurialo, di Oreste e di Pilade. Tu non sei capace di tradire l’uomo che ha riposta in te la sua confidenza. Oh, ti conosco bene, io! Sono anche certo che tu hai eseguito fedelmente tutto ciò che io ti avevo raccomandato, partendo. Non è così? Non hai tu parlato in quel senso che io ti scongiuravo di fare?

— Certamente; — rispose Almerico. — Non una parola di più, non una di meno.

— E sei stato creduto? — domandò Massimo, ansioso.

— Debbo confessartelo; — rispose Almerico chinando la testa; — assai poco.

— Ah! — gridò Massimo. — E come? Quella che tu dicevi era pure una ragione, a giustificare la mia partenza precipitosa.... e vergognosa per giunta!

— Era una ragione, sì, ma stravagante; — rispose Almerico. — Io te lo avevo pur detto, che non sarei stato creduto. Nessuno, tra le conoscenze.... di quella persona, sapeva di grosse perdite al giuoco. Si seppe invece che tu, la notte prima della partenza, eri stato al Circolo, e molto tranquillo, anzi allegro....

— O come? — interruppe Massimo. — Un cavaliere che ha perduto centomila lire al giuoco, sulla parola, e si dispone a partire, per trovar modo di pagarle, o per farsi saltar le cervella, non ha neppure il diritto di fingere allegria, in una brigata di amici, o di nemici intimi, che torna lo stesso?

— Sarà come tu dici; — replicò il Montegalda, pacato. — Ma il fatto sta ed è che non sono stato creduto; che nessun cenno d’altra parte venne a corroborare il mio racconto; che anzi parecchi indizi gli furono contrarii. Da amico leale, questo io ho l’obbligo di dirti. —

Massimo di Riva non diede tregua all’amico, fino a tanto che questi non gli ebbe raccontato minutamente ogni cosa. Contro sua voglia, anzi profondamente seccato di dover toccare tutti quei tasti, il Montegalda ritornò sui particolari di due conversazioni che gli spiaceva perfino di ricordare. Due conversazioni soltanto! La cosa parve strana al conte di Riva. Ma come? la duchessa non aveva parlato con Almerico che due volte di lui, del gran Massimo, del prezioso, del non mai dimenticabile Massimo? Così era, pur troppo! e la vanità del personaggio toccava un colpo fatale. Si aggiunga che Almerico accennando i discorsi della duchessa, senza metterci malizia, e solamente per un intimo senso di delicatezza, attenuava le frasi, o non le rendeva intiere, o non dava loro il colore, il sentimento di tristezza profonda che avevano avuto sulle labbra della duchessa di San Secondo. E il signor Massimo, sapendo tutto, non aveva a insuperbirsi di nulla; ciò che in altri tempi, cioè due mesi prima, gli sarebbe parso un bel guadagno, gli suonava male all’orecchio, in quel punto, gli dava una noia ineffabile.

— Ma tu, almeno, — diss’egli, dopo che Almerico ebbe finito di raccontare, e di ripetere ciò che aveva raccontato, — hai sempre negato che altre ragioni mi facessero partire da Roma? Non ti sei sbilanciato mai, nè con discorsi tuoi, nè con cenni di consenso alle notizie degli altri?

— Ne dubiti? — rispose il Montegalda. — Io, quando non ho più potuto dir nulla che giovasse a te, mi sono chiuso nel più rigoroso silenzio. Avrei anche sfuggite le occasioni di fare il menomo cenno, che ti potesse nuocere. Ma le occasioni non sono venute, e ciò mi è stato di sollievo, te lo confesso; perchè infine, persistere in una bugia, sapendola tale, ostinarmi su ciò che tu avevi creduto necessario di dirmi, mentre tutte le prove erano contrarie, sarebbe stato un passare agli occhi della gente per uno sciocco a cui si può dar bere ogni cosa, o per un furbo che ha il suo tornaconto a mentire. —

Il dilemma era stringente, e Massimo non ardì replicare.

— E poi.... — diss’egli, invitando Almerico a proseguire il racconto. — Che cosa venne a pensare di me la duchessa?

— E poi, non so dirtene nulla; — rispose Almerico. — La mia amicizia non era tale da permettere nessuna confidenza. Ella taceva, nè io ho ardito di domandarle nulla, o solamente di ricondurre il discorso su certi argomenti. Poi ella fece un viaggio a Parigi....

— Ah, davvero? — interruppe Massimo. — È stata a Parigi?

— Sì, col cavaliere Buonsanti....

— L’eterno, l’inevitabile Buonsanti! — borbottò Massimo, che aveva bisogno di sfogarsi su qualcheduno.

— E con la marchesa Terenziani; — soggiungeva frattanto Almerico. — Anch’io, dopo una ventina di giorni, ebbi occasione di andarci. —

Gli esciva a stento, la confessione; ma era necessario che escisse.

— Anche tu? — gridò Massimo stupito. — Anche tu, a Parigi?

— Sì, per un incarico governativo.... ed anche urgente. Dovevo trovare ed ottener copia di certi documenti, al ministero di grazia e giustizia della Repubblica francese; documenti che erano necessarii al mio ministro, e che ho avuto la fortuna di trovargli.

— Ah, già! dicevo bene, io! — esclamò allora il conte di Riva. — Tu non ti muovi così facilmente dal tuo guscio. E dimmi, era calma, a Parigi?

— Calmissima.

— Ne godo; — disse Massimo. — Ed ora.... non c’è nessuno.... sui ranghi?

— Che ranghi? Non ti capisco.

— Sì, dico, sulla linea, alle viste, come vorrai tu. Mi hanno parlato del Mattei, questa mane. —

Almerico era infastidito di quella conversazione, e lo muoveva a sdegno la leggerezza con cui Massimo buttava là quegli accenni pettegoli. Si fece forza, nondimeno, ed eludendo la domanda, rispose con un’altra all’amico.

— Hai già avuto di queste confidenze, stamane? Non sono dunque io il primo che tu vedi!

— Per via, sai! — disse Massimo. — È stata una combinazione. Si parlò di conoscenze, e venendo per caso al Mattei, mi fu detto che corteggiava assiduamente la duchessa. Io, come puoi immaginarti, non andai al fondo di nulla. Non volevo aver l’aria di chiedere informazioni, di prendere interesse a certi particolari....

— Sei stato prudente, per la prima volta in vita tua; — notò il Montegalda. — E lo saresti anche più, non prestando fede alle chiacchiere degli sfaccendati. Nino Mattei è un grazioso giovanotto, ma niente di più, come sai.

— Eh, caro mio, son così strane, le donne!

— Che discorsi son questi? Non farai strada presso di loro, se incomincierai a stimarle così poco.

— Lascia correre; — disse il conte di Riva. — Io non mi lagno di farne poca, come non mi vanto di farne molta. Ho il mio modo di vedere, e non lo muto. —

Almerico si chiuse nelle spalle, come se volesse dirgli: fa il comodo tuo.

— Del resto, — proseguiva Massimo, — ammettendo ciò che tu affermi del Mattei, le cose vanno bene. Niente è dunque perduto. —

Quella conclusione inaspettata fece rizzar la testa ad Almerico.

— Niente perduto! — ripetè egli. — Che cosa vuoi dire?

— Che non c’è nessun aspirante, nessun pretendente, nessun preferito, ad impedirmi la strada; — rispose Massimo. — Un solo guaio ci vedo, e non gravissimo: ch’ella non ha creduto alla storia della mia perdita al giuoco.

— Aggiungi, poichè io te l’ho detto, ch’ella ha saputo del tuo viaggio a Napoli; — disse Almerico.

— Questo si capisce. Partito da Roma, poco importava che io andassi a destra piuttosto che a sinistra. L’essenziale è che tu sia stato fermo nella versione a te nota, e che dev’essere la vera, tranne un piccolo inganno, fatto anche a te, intorno alla strada che ho presa, partendo. Così tu puoi rendermi ancora un servizio da amico.

— Ancora! e quale?

— Ecco qua: devi dirle che son ritornato, e che imploro la grazia di esser ricevuto da lei.

— Io? io dovrò dir tutto questo?

— Sì, tu; non sei forse più il mio amico?

— Sono, sicuramente; — balbettò Almerico di Montegalda, confuso da tanta audacia di Massimo. — Ma tu mi domandi una cosa....

— Naturalissima. Non vedi come sono pentito!

— Tu sei pentito? tu?

— Ne dubiti forse? quando io te lo giuro?. —

Almerico rimase un istante pensoso; poi disse:

— Caro mio, vedendo la leggerezza con cui cambi d’amori, sì, ne dubito. Non ho forse ragione a dubitare?

— Ebbene, — rispose Massimo, — sappi che soffro; sappi che nel mio volontario esilio da Roma non ho fatto altro che piangere. Amico mio, — soggiunse il giovinotto, con voce lagrimosa, — io sono il più infelice degli uomini. Piango, ora, non vedi? piango come un bambino. —

E piangeva davvero, a lagrime dirotte. Pareva che tutto ad un tratto si fossero squagliati i ghiacci del suo cuore, e che un fiume si gonfiasse di quella piena improvvisa. Ma non diciamo il fiume, per carità; diciamo piuttosto il torrente. Le piene improvvise son proprie dei torrenti, anzi che dei fiumi, generalmente più calmi nella ampiezza del letto e nella costanza del corso.

Almerico frattanto pensava. Ma che uomo era quello che piangeva così? Un carattere esagerato, sicuramente. Tutto, nella vita, gli era andato a seconda; ragazzo viziato dalla fortuna, era diventato un uomo prepotente. Non cattivo, per altro, se Almerico lo aveva conosciuto tanto da poterne giudicare con qualche fondamento. Ad ogni modo, non ricordava di averlo veduto mai vile; scettico sì, qualche volta, ma per capriccio di atteggiamento; volgare, anche, ma per originalità; pieno di difetti, insomma, non di vizi propriamente detti. Anche i difetti vanno biasimati; ma notate che Almerico non doveva fare lì per lì il moralista; ricordava e notava; notava tra l’altre cose che i difetti di Massimo erano quelli che comunemente piacciono, ottenendo ogni maniera di fortune a chi li possiede. In verità, bisogna credere che tanta varietà d’uomini civili possa ridursi a due specie, per ciò che riguarda i sorrisi della cieca Dea: i modesti e i vanagloriosi, i quieti e i romorosi; gli uomini che sentono e soffrono davvero, non conosciuti, nè apprezzati; gli uomini che fanno chiasso d’ogni cosa, anche del loro amor proprio ferito, e ingannano tutti, perfino la gente da bene, coi loro orpelli, con le loro mostre da cerretani. E Massimo, frattanto, il fortunato Massimo, dopo tanti errori che ad ogni altro avrebbero meritata una severa lezione, veniva ancora in tempo per guastare i bei sogni di Almerico, per rapirgli il fiore delle sue prime speranze. Ahi povere speranze, tenute così gelosamente, così scioccamente chiuse nel più profondo del cuore! E in quel punto gli veniva davanti agli occhi l’immagine del Buonsanti, del vero amico suo, che avrebbe voluto spingerlo innanzi, obbligarlo a parlare.... Ah sì, lo aveva ben secondato, l’onesto desiderio! lo aveva ben seguito il consiglio amorevole dell’amico Buonsanti!

Così pensava Almerico di Montegalda; e a Massimo che piangeva non seppe dir altro che questo:

— Calma, ti prego! che cosa sono queste lagrime?

— Calma! calma! — ripetè con accento drammatico il conte di Riva. — Tu ne parli facilmente, tu che hai il cuore di ghiaccio. Io, vedi, son fatto così: quando soffro, è uno schianto dell’anima. Ah, tu non sai che cosa sia l’amore; no, non lo sai, te lo dico io; tu non conosci, tu non senti che l’amicizia; l’amore ti è ignoto. È una fiamma, l’amore, una fiamma che divora. Ed io che avevo creduto, sciocco, di non amar più quella donna! Ben mi avvidi da lontano, e più veramente là, sui nostri colli Euganei, vulcani spenti, che potrebbero riaccendersi un giorno, dar fiamme, come il mio povero cuore. Almerico, te ne prego, non mi abbandonare, in questo frangente. Mi sei amico? Devi assistermi; non puoi ricusare; io non ho più speranza che in te. Ebbene, parla, rispondi! che cosa pensi tu, ora?

— Penso al modo di servirti; — rispose Almerico, sospirando. — Farò anche questo; ma senti, vorrei che tu mi domandassi un altro sacrifizio.

— Che paura è la tua? — disse Massimo. — Ti negherà di ricevermi. Ma tu la pregherai tanto.... le dirai tante cose del mio stato compassionevole!... Infine, se anche negherà, sarà almeno avvertita del mio ritorno e del mio vivo desiderio di ottenere il suo perdono. Assistito da te, farò io il rimanente; scriverò....

— Potresti farlo prima; — mormorò il Montegalda.

— No, il primo annunzio deve giungerle per bocca tua. Ella andrà in collera, lo prevedo; ma una tua parola, come sai dirne tu, la calmerà. Ad ogni modo, il primo urto sarà sostenuto, e sarà come averlo respinto. —

Almerico pensò che il suo caro Massimo, per un amante acciecato dalla passione, ragionava assai sottilmente.

— Sia come vuoi; — gli disse; — parlerò. —

Il conte di Riva diede una rifiatata; le lagrime cessarono come per incanto, e i suoi occhi mandarono un lampo di gioia.

— Quando? — gridò egli.

— Questa sera.

— Così tardi? Non potresti prima? Va, te ne prego. Cerca un pretesto; ti sarà facile di trovarlo per via. Io ritorno da te alle sette. Si pranza insieme?

— No, grazie, non posso; — rispose Almerico, che non sentiva affatto la voglia di passare altre due ore a quella tortura. — Vieni pure alle sette, anche alle sei, e ti darò la risposta.

— Grazie! tu mi rendi la vita.

— Ma bada! non ti prometto di vincere.

— Oh, tu vincerai, ne son certo; — rispose Massimo, stringendo la mano del suo Montegalda. — Tu sei il più fortunato degli uomini; tutto quello che vuoi ti riesce a bene.

— Ahimè! — mormorò Almerico, quando fu solo. — Gran fortuna, la mia! —

Il conte di Riva se ne era andato via saltellando, come un cardellino spensierato. Almerico di Montegalda era rimasto accasciato al suo posto, in un angolo del canapè. Pochi minuti dopo si affacciò sulla soglia l’usciere.

— Signor conte, che ha? si sente male? — domandò, vedendo Almerico in quella postura.

— No, grazie, — rispose questi; — non è che un capogiro, per il gran discorrere che s’è fatto, con quell’ottimo amico.

— Debbo dire a Sua Eccellenza che lei ha bisogno di riposarsi un pochino?

— Perchè? mi voleva forse?

— Sì, mi aveva detto di pregarla a passare di là quando fossero partite le visite.

— Bene! vado subito; — disse Almerico, facendo uno sforzo per levarsi di là.

Il ministro era ritornato da una mezz’ora nel suo studio, e desiderava sapere dal Montegalda se fossero state scritte certe lettere. Almerico le presentò, perchè veramente ci aveva pensato assai prima che gli capitasse tra capo e collo quella mazzata del conte di Riva. Sua Eccellenza lesse, approvò largamente, ringraziò l’estensore; ma notò che questi aveva la cera stravolta.

— Che c’è, conte, — disse il ministro, — che mi parete anche voi in una giornata di nervi?

— Nulla, Eccellenza! — rispose Almerico, sforzandosi di sorridere. — Sono stato affogato per un’ora dalle ciarle di un amico, che non vedevo più da tre mesi.

— E che voleva vuotare il sacco delle notizie, non è vero? — disse il ministro. — È una assai brutta usanza, questa di venirsi a sfogare con chi ne ha già troppo del suo lavoro! Dev’essere una eredità delle tragedie dell’Alfieri; non vi sembra? Prime e seconde parti debbono versar tutto nel seno del confidente. Ma ora io non voglio fare come uno di quei personaggi. Andate a prender aria.

— Se Vostra Eccellenza non ha altro da comandarmi....

— Nient’altro. —

Il ministro consigliava bene: una passeggiata era il meglio che per allora potesse fare Almerico. Escì dal ministero, e prese aria, ma non andò veramente a passeggio; come va la biscia all’incanto, andò verso il palazzo San Secondo. Aveva promesso, e voleva mantenere; al resto avrebbe provveduto il destino.

Era degli intimi; non doveva aspettar giorni fissi, nè fare anticamera. Donna Serena lo ricevette subito nel suo salottino.

— Novità! ed anche bella! — esclamò la duchessa, stendendogli la mano. — Che buona ispirazione vi ha condotto?

— Ero triste, signora, — rispose il giovanotto, — e son venuto da Donna Serena.

— Per rasserenarvi lo spirito? Avete fatto bene; — diss’ella; — e vorrei che questo non fosse solamente un giuoco di parole. Animo, dunque! raccontatemi le vostre pene.

— Ahimè, signora! — esclamò egli allora. — Ce ne ho tante di quelle degli altri, che debbo pur mettere da banda le mie, quantunque non possa dimenticarle.

— Mi fate tremare, signor conte. Di che si tratta.... e di chi?

— Di un amico.... che è ritornato. —

Era detta, e Almerico trasse un respiro, dopo aver così incominciato il discorso.

La duchessa fremette, involontariamente; ma il Montegalda era così turbato egli stesso, che non si avvide di nulla.

— Ritornato! — esclamò Serena. — Di chi parlate voi?

— Del conte di Riva. —

Quelle parole furono seguite da una pausa, che ad Almerico parve lunghissima. Nè egli osò levar gli occhi a guardare che senso avessero fatto sull’animo di lei. Certo, se la duchessa fu colpita dall’annunzio inaspettato (e non poteva essere altrimenti), ella si riebbe subito, poichè con voce tranquilla rispose:

— Ebbene, speriamo che ci ritorni in salute. Non si viaggia, quando si è ammalati.

— No, non è ammalato, fisicamente; ma moralmente sì, — riprese Almerico. — È molto triste; è venuto da me poc’anzi, con le lagrime agli occhi, per chiedermi una grazia. Non a me, veramente; — soggiunse il giovane; — io non dovrei essere che il messaggero. La grazia egli la chiede a voi, Donna Serena. E voi la indovinate già.... Egli implora di essere ricevuto da voi.

— Quanta paura!... — esclamò la duchessa. — Ed ha bisogno d’intercessori, per fare una visita? Di gran peccati deve aver commessi, quest’uomo? E poi, a quale intercessore si volge per aiuto!...

— Signora, se potete.... — supplicò il Montegalda. — Egli mi ha detto di soffrir tanto.... di aver tante cose da dire! —

La duchessa stette alquanto in forse, guardando negli occhi il suo interlocutore, che veramente aveva un’aria molto compassionevole. Poi volle parlare, e già aveva dischiuse le labbra ad un «ma voi....» che rimase interrotto. Poi mutò pensiero, evidentemente; e la frase escì in questa forma dalle sue labbra:

— Me lo consigliate voi? Sta bene. Sentiremo quello che ci dirà. Egli può presentarsi. Del resto, signor conte, la porta di casa mia non era stata chiusa a nessuno.

— Ah! dunque.... gli perdonate? — domandò allora Almerico.

— Dunque, — rispose ella placidamente, — lo riceverò. Non si concederà qualche cosa all’intercessore? Il conte di Riva non deve credere di essersi male appoggiato. Piace a voi che ritorni? Lo aspetto. —

Era un dire e non dire. Almerico non vide se non ciò che era detto.

— Signora, — mormorò egli, — voi mi togliete un gran peso dal cuore. Io vi ringrazio.

— Perchè? — disse a lui di rimando Serena. — Dovete ringraziarmi voi, conte Almerico? In verità, siete il re degli amici. —

Sì, povero conte Almerico; diciamolo anche noi con la duchessa Serena: il re degli amici, ma anche il più umile degli innamorati. Altri direbbe: dei poveri di spirito; ma io non l’ho per tale, e non posso farne un eguale giudizio, che sarebbe veramente eccessivo.

Il Montegalda stette alquanto senza dir nulla, non avendo nulla da dire, ed ascoltando la duchessa che aveva preso a parlar d’altro. Donna Serena, non mentendo al suo nome, appariva tranquilla. Poco dopo, giunse la Terenziani, e la duchessa, di tranquilla che era, diventò anche ilare, espansiva, abbondante di parole, com’egli non l’aveva vista mai.

Ah, proprio ci voleva il leggerissimo tra gli uomini, per vincere la più seria tra le donne? Ma così è, pur troppo, così è, nell’ordine delle cose naturali. Almerico rammentava in quel punto d’aver letto, nella sua infanzia, un graziosissimo verso, posto ad epigrafe d’una bella scena campestre: «Zefiro torna e il bel tempo rimena». Zefiro ritornava, infatti, ed era bel tempo nel palazzo San Secondo.

Almerico era diventato triste, tanto più triste, quanto più la duchessa gli appariva gioconda. Si congedò il più presto che potè, con un pretesto facilmente trovato. E quella sera disse al conte di Riva:

— Ho parlato alla duchessa. Va pure liberamente; sarai bene accolto. —

Massimo non s’aspettava una così pronta vittoria.

— Come? — gridò egli. — E non ha detto nulla? non ha resistito alle tue preghiere?

— No, affatto; mi ha ascoltato, e molto benignamente; poi mi ha risposto: ditegli che venga a vedermi; la porta di casa mia non è mai stata chiusa per lui. —

Massimo stette a lungo pensoso.

— Ebbene, — gli disse Almerico, — che hai? Ti dispiace ora di avere ottenuto ciò che desideravi tanto ardentemente stamane?

— Mi dispiace, sì, — rispose Massimo, — mi dispiace una cosa, in tutto questo: la facilità con cui ella mi ha dato licenza di ritornare. E senza chiederti nulla delle cagioni che mi avevano fatto partire, che è peggio! Perchè sicuramente, se ella non ha voluto credere a quella che tu le avevi detta, e sulla quale avevi anche insistito....

— Sì, e di questo puoi esser certo, — disse Almerico. — Sebbene dentro di me avessi a vergognarmi di sostenere una cosa non vera, non ho mancato alla mia promessa, e quando mi sono avveduto di non poterla convincere, poichè tutte le prove erano contro di me, mi sono chiuso in un silenzio assoluto.

— Ed ella non è ritornata oggi su quella ragione che tu le avevi detta? — replicò Massimo. — Non ha ricordate neanche le prove in contrario?

— No, ed io ne fui molto contento, come puoi immaginarti. Che cosa avrei potuto risponderle? Ho solamente accennato a giuste discolpe, che potevi fare tu solo.

— Capisco.... — mormorò Massimo. — Capisco, ed è giusto che le spiegazioni debba darle io. Ma per intanto, andare al primo fuoco.... Senti, Almerico; sarà meglio che ci presentiamo insieme.

— Oh, questo poi no, — rispose Almerico.

— No? e perchè? Quale amico sei tu? Si va dovunque, per un amico.

— Non lo credo: e ad ogni modo, non mi sentirei di servirti. Ognuno fa quel che può, ed io quel che potevo ho lealmente fatto; non mi domandare di più.

— In verità, non ti capisco, — riprese il conte di Riva. — Hai fatto il più; potresti aiutarmi nel meno. Tu vieni con me, per sostenere il mio coraggio; poi, se credi, e appena lo credi opportuno, te ne vai.

— Una cosa io credo, — rispose Almerico, mettendosi sul grave; — che tu ora voglia ridere.... e far ridere di me.

— Perdonami! — disse l’altro. — Riconosco di averti domandato troppo. Ma che vuoi? Ho tanta paura!... La tua presenza mi avrebbe dato un po’ d’animo. Non se ne parli più. Andrò io, solo, e succederà quel che vorrà succedere. Infine, ho meritato il mio male, e questo non sarà poi un mal da morire. —

Massimo se ne andò, ringraziando il re degli amici, in cui spero oramai che nessuno vorrà vedere un povero di spirito. Buono, troppo buono, lo doveva giudicare per altro il Buonsanti. Quella sera i due inseparabili cavalieri della duchessa Serena dovevano trovarsi insieme a pranzo. Ora, prima che il pranzo finisse, il Buonsanti chiedeva ad Almerico:

— Si va a salutar la duchessa?

— No, — rispose Almerico, turbato. — Questa sera no; debbo lavorare.

— Benedetto il tuo lavorare! Andrò io solo, allora.

— E se non ci andassi neanche tu?... — disse Almerico. — Senti, mio caro, — soggiunse, vedendo l’atto di stupore con cui accoglieva la sua proposta quell’altro; — lasciamola libera, per questa sera. La duchessa riceverà la visita di.... qualcheduno, la cui presenza ti seccherebbe.

— Ah diavolo, diavolo! — gridò il cavaliere. — È ritornato?

— Sì.

— Ed è venuto da te?

— Sì. —

Il monosillabo di Almerico diceva assai più di quello che domandava il Buonsanti.

— Non sarà dunque nemmeno il caso di chiederti se tu hai accettato l’incarico di negoziare questo trattato di pace! — disse il Buonsanti, con accento severo.

Almerico chinò la testa, senza risponder parola.

— Di te non mi maraviglio, — rispose quell’altro. — Tu sei un uomo d’altri tempi. Mi maraviglio invece ch’egli abbia avuta la sfrontatezza di chiedere a te un simile servizio.

— Che vuoi? Pare che abbia delle buone ragioni; — rispose Almerico; — Io penso che si sia pentito, subito dopo commesso l’errore. Certo, egli era in tempo per tirarsi indietro e cedere il suo posto di pretendente ad un altro. Fatto ciò, egli viene a ridomandare il suo, presso la signora.

— Che storia è questa? — borbottò il Buonsanti. — Come ha ceduto egli il posto ad un altro? —

Almerico raccontò tutto quello che aveva saputo da Massimo. Il cavaliere ascoltava, tentennando la testa e collocando qua e là, nel discorso dell’amico, certe sue interiezioni e certi suoi atti, che dimostravano la più ostinata incredulità.

— Capisco, — gli disse finalmente Almerico. — Tu non credi nulla, perchè non lo vedi di buon occhio.

— E ci ho, per bacco, le mie brave ragioni! — rispose il Buonsanti. — Tutti si può fallire; ma una volta presa una strada, non si ritorna più indietro.

— Neanche per segno di ravvedimento? Neanche per chiedere ed ottenere perdono? Tu sei più severo di Dio padre!

— E tu vuoi avere una virtù che è tutta propria della bontà infinita, — replicò il cavaliere, stizzito. — Perdono! perdono!... Lo abbia da Dio, non dagli uomini; e molto meno dalle donne.

— Sia come tu dici. Ma se le donne perdonassero, dovremmo perdonare anche noi. Vorrai tu esser più realista del re?

— Sì, perbacco, è la mia divisa. Quando si crede che una causa sia giusta, bisogna difenderla ad ogni costo. Io non credo alle invenzioni di quel.... figuro. Egli non ha ceduto nessun posto, ci giocherei la testa: è stato cacciato dalla miniera, e ritorna ai primi amori; non lo hanno voluto laggiù, nell’orto delle Esperidi, e tenta di rientrare nel paradiso perduto. Ah, per tutti i diavoli, glielo darò io, il paradiso!

— Buonsanti!

— Non mi dir nulla. So quello che debbo fare, e lo farò.

— Quello che tu farai, — disse Almerico, — non sarà contrario alle convenienze, m’immagino. Tutte queste cose le sai in confidenza da me. Passerai sul mio corpo, prima di fare uno scandalo. —

Il cavaliere Buonsanti diede al suo giovine amico una guardata, che parve volesse passarlo fuor fuori.

— Ah, sciocco! — gridò poi. — Sciocco! Tre volte sciocco! Sii almeno sincero. Ami tu la duchessa?

— L’amo, sì, immensamente l’amo; — rispose Almerico. — Che importa ciò?

— E tu, amandola così, — riprese il Buonsanti, senza rispondere alla domanda, — non hai bocca per dirglielo! E ti ricordi di averla, quando si tratta di parlare per gli altri!

— Era l’obbligo mio; — disse Almerico. — Non potevo dimenticare di aver conosciuta la duchessa per lui. Ebbi, non chiesto, la confidenza di lui; costretto da un ufficio, leggermente accettato, se vuoi, ma pur sempre accettato, ebbi la confidenza delle tristezze di lei. Tutto ciò pesava sulla mia coscienza, sull’amor mio vivo, e grande e profondo, come pesa una pietra sepolcrale. Non mi far dire di più. Soffrirò, perchè amo quella donna. Amandola veramente, debbo soffrire; ella deve esser libera....

— Di scegliere, sì, — replicò il Buonsanti, compiendo egli la frase, che esciva stentata dalle labbra di Almerico. — Ma perchè ella scegliesse, tu dovevi metterti innanzi. E questo non lo hai fatto. Per buona sorte, sono qua io.

— E tu non farai nulla! — disse Almerico.

Il cavaliere Buonsanti guardò ancora il suo giovane amico, ma accompagnando l’occhiata con un riso sarcastico.

— Ancor qui dovrò passar prima sul tuo corpo? — gli disse. — Bada, Almerico! non saresti più in tempo. Quello che tu non osavi fare, io l’ho fatto.

— Che? tu le hai detto?...

— Che sei innamorato, sicuro. Non ho detto immensamente, perchè il tuo avverbio lì per lì non mi è venuto alle labbra. Credo per altro di averle detto che sei innamorato violentemente di lei; che l’amor tuo è così grande da non poterti escire neanche la confessione sua dalla bocca, quantunque tanto già ne tralucesse dagli occhi.

— Tu hai detto ciò? Ed ella?...

— Ed ella, capirai, ha sorriso.

— Non era una risposta.

— Chi lo sa? Volevi forse una confessione per interposta persona? —

Almerico di Montegalda strinse la mano del suo caro Buonsanti; gliela strinse con violenza, quasi a sfogo della passione ond’era sopraffatto in quel punto.

— Bada, — gli disse il cavaliere, ridendo, — ho un pugno di ferro; non riescirai a stritolarlo.

— Ah, Sandro mio! — mormorò Almerico, non raccogliendo la celia, che non era tempo da ciò. — Vedi allora il bel guadagno che hai fatto, con le tue indiscrezioni. Ella ha sorriso a te; ma non ha detto nulla a me. Le ho parlato del conte di Riva, ed ella mi ha risposto: venga pure liberamente. A quest’ora egli è ricevuto da lei.

— Verissimo, — rispose il Buonsanti. — E ciò mi pare un po’ strano, e mi mette in collera con te. Vorrei andare a vedere quel che succede.

— Non lo farai! — rispose Almerico. — Te ne supplico. Lascia che il mio destino si compia.

— Che storie son queste? — gridò il Buonsanti, spazientito. — Io sarò, come tu dici, più severo di Dio padre e più realista del re. Ma tu, caro Montegalda, sei più fatalista dei Turchi. Pure, vedi quel che è successo ai tempi della Crimea. Se si lasciava fare il destino, addio Impero Ottomano. Ma noi siamo entrati in ballo, e le cose si sono mutate. Anche quello era destino.

— Come ti piacerà, — disse l’altro. — Ma tu mi vuoi bene, e lascerai per amor mio che le cose non si mutino dal loro corso naturale. Del resto, a quest’ora, sarebbe troppo tardi. Lasciami soffrire. Io ho fatto quel che dovevo. Sciocco fin che vorrai, e tacendo per me stesso, e parlando per altri!... Il cuore mi si spezza, ma la coscienza non mi rimorde.

— Che nobili sentimenti! O eroe, lascia che io ti ammiri! O santo, lascia che io baci un lembo della tua giubba! — esclamò il cavaliere Buonsanti, con un accento d’ironia, donde pur traspariva una grande benevolenza, mista di ammirazione. — Tu hai una bella forza, dentro di te: una forza maravigliosa, che non va lodata solamente in prosa, ma celebrata anche in versi. Di miei non so fame; ma ho ancora tanto di buoni studi, da citarti quelli di Dante. —

E il buon cavaliere di Carpigliano ripetè enfaticamente la famosa terzina:

Se non che coscienza m’assicura,

La buona compagnia che l’uom francheggia

Sotto l’usbergo del sentirsi pura.