II.

Entrammo, accolti con atti di giubilo dall’oste della Rettorica, uomo sulla trentina, atticciato e di buon umore a quel dio. Ordinammo, s’intende, pesce fritto in abbondanza; ed anche, accogliendo una sua sapientissima aggiunta, il pollo alla cacciatora, un piatto obbligato in chiave, che doveva costar la vita a due dei soliti infelici, ignari del fato, saltellanti e beccanti nel solito cortile annesso ad ogni osteria di campagna. Così la nostra colazione aveva doppio sostegno, la pesca e la caccia. E continuammo le nostre ciance erudite, mentre l’oste ci dava in tavola i soliti principii, salame, burro, sèdani, e l’eterna scatoletta di sardelle di Nantes.

— «Nantes.... in oleo»; — ricordo che disse uno della brigata, il quale non aveva aperto bocca.

Forse per questo egli meritò un sorriso probatorio del professore tedesco? Può darsi che lo ottenesse anche in grazia della freddura. Ho notato a questo proposito che i professori tedeschi gradiscono il bisticcio assai più dei professori italiani.

Non tutti si conveniva col Rauchen nella ipotesi d’una gens Albia e d’un fundus Albius, parendo a taluni che si dovesse pensare piuttosto ad un fundus Albarius, o per conseguenza ad una gens Albaria. Ma il Rauchen, pur non avendo forti ragioni di rifiutare il fundus Albarius, non ammetteva affatto una gens Albaria, di cui non era traccia nella epigrafia latina. A voler conceder molto, si poteva ammettere, secondo lui, che nel corso dell’èra imperiale, e nel tempo che si formavano tanti nuovi nomi senza più seguire le buone norme onomastiche, qualche personaggio d’origine straniera e servile avesse assunto il nome di Albarius; ma in questo caso non si poteva parlare di gens, cioè di vera e propria famiglia romana. E fosse pure così, od altrimenti; fortuna voleva che si fosse d’accordo sul punto capitale, che la lapide Deis Manibus doveva essere stata trovata sul posto, od essere indizio della ustrina di un vicus; parendo la cosa ben dimostrata dal fatto d’un tempio cristiano eretto colà, per santificare, purificandolo, il luogo pagano, secondo l’uso costante dei primi secoli del Cristianesimo.

Eravamo d’accordo, ho detto, parlando di tutti noi della brigata. Ma non era della nostra opinione l’oste degnissimo, che ci aveva servito il pesce, e lasciava alla sua dolce metà l’incarico di ammanirci i due polli in cazzaruola.

— Se mi permettono, — incominciò egli, — vorrei dire la mia.

— In materia archeologica? — domandai io, che gli ero più vicino.

— Perchè no? Anche l’opinione d’un ignorante può stare, se contiene una buona indicazione. E una cosa è certa, signori miei, che sul promontorio d’onde sono venuti, c’era un’osteria tanto fatta.

— Dove ne avete notizia?

— Dai miei vecchi, che l’hanno avuta dai loro, e quelli a lor volta.... mi capisce? Abbiamo dunque una tradizione costante. Del resto, i due santi che son venuti da queste parti a predicare il vangelo, sono stati onorati d’una chiesa nel luogo dove hanno alloggiato. Se ci hanno alloggiato, è segno che c’era un’osteria.

— Il ragionamento non fa una grinza; — risposi. — Ma si racconta ancora che un’altra chiesa fu dedicata ai due santi in città; ed è quella che si chiamò poi delle Grazie.

— Eh via! s’ha da credere che una chiesa dedicata a due santi di quella fatta si sbattezzi con tanta facilità, mentre nessuno ha osato sbattezzare quell’altra, vicina alle Grazie, dei Santi Cosma e Damiano? Chi lo dice, poi, che il fatto sia andato così? Autori tardi e senza ombra di documenti. Aggiunga quest’altro argomento, che mi par decisivo; la chiesa dei Santi Nazario e Celso era qui, sul colle d’Albaro, non mai sbattezzata. E vorrebbe che ad una medesima coppia di santi ne avessero edificate due, come se essi avessero proprio alloggiato in due posti? Or dunque, conchiudo io, quella che ha portato sempre il loro nome è quella che conta, e l’altra è una fiaba. Poi ripeto, c’è la tradizione costante.

— Dell’osteria?

— Sicuro, dell’osteria; che cosa ci trova di strano?

— Una cosa sola, mio caro; che smontassero ad alloggio così distante dalla città, due apostoli che in quella città volevano predicare la fede.

— Ci avranno avute le lor buone ragioni; — rispose l’oste riscaldandosi nella sua tradizione, più che non facesse il professor Rauchen nel suo vicus e nella sua gens Albia — È probabilissimo che amassero il meglio vivere e il meno spendere. Io qui, per esempio, non faccio agli avventori i prezzi della Concordia e del caffè della Stazione Principe; e i miei pesci non sono men freschi per ciò.

— Sfido io! li abbiamo visti trarre alla spiaggia; — replicai. — Vada dunque per la freschezza del pesce; e pei prezzi.... speriamo bene. Ma torniamo all’antica osteria. Se c’è una tradizione costante, come dite, vogliate anche dircene l’intero.

— E con che gusto, signori! Correva l’anno sessantasei della fruttifera incarnazione....

— Ohè! — interruppe uno della brigata, facendo le meraviglie. — Donde ci viene quest’apparecchio solenne? —

L’oste gli diede una guardata non scevra d’orgoglio, e sorrise.

— Signor mio, deve sapere che sono stato alle scuole, ed ho fatto il corso classico. Mi son fatto bocciare, pur troppo, e per causa della matematica, in terza liceale. Se no, creda, non avrei seguitato il mestiere di mio padre.

— E avreste avuto torto; — ripresi io. — Sareste professore di seconda o di terza ginnasiale, a mille quattrocento lire, ma con cento e più di ritenuta; un cento dieci lire al mese, da digiunarci in tre o quattro persone, secondo la prolifica virtù della sposina. Avreste fatto un bel negozio davvero!

— Lei ha ragione da vendere. Ma io volevo dimostrare al signore che se non sono rimasto un dottore, la mia buona infarinatura l’ho avuta.

— E non per andare a farvi friggere; meglio così. Per questo adunque v’hanno scritto accanto all’uscio: «Questa è l’osteria della Rettorica»?

— No, non concordi al femminile; perchè tranne l’ortografia, non c’è niente da correggere. Mi chiamano il Rettorica, forse per la mia parlantina; — disse modestamente l’oste letterato. — Osteria del Rettorica ha voluto scrivere l’anonimo burlone, ed io ho lasciato scritto quello che mi si dice ogni giorno a voce. Io non me l’ho per male. Del resto, chi l’ha per male si scinga, come dicono i puristi.

— Ho ben capito; — conchiuse quello delle maraviglie. — Siamo in casa d’un dottore.

— Ci aggiunga fallito, e avrà detto giusto; — ribattè pronto quell’altro. — Ed ora, se vogliono sapere....

— Sì, per bacco, ne abbiamo una voglia matta. —

L’oste incominciò, anzi diciamo pure ricominciò. Per non avere a tener conto d’altre interruzioni, ripiglio io il filo del suo discorso, che piacque a tutti abbastanza, ma che fu ascoltato con religiosa attenzione dal nostro dotto Alemanno.