V.

Si dubitò per un tratto nel celeste impero che la razza dei letterati fosse sul punto di spegnersi. Ma non ne fu nulla: i letterati hanno l’anima dura, molto più dei bottoni. Del resto, sono essi la gloria degli imperi; l’Eminenza del cielo, Tien-tan, si accorda con l’Eminenza della terra, Ti-tan, per non lasciarne sparire la semenza.

Altri ha voluto (e se n’ha traccia nel «Pe-kuei-zi», ossia Tavoletta di diaspro giallo), che la giustizia sommaria di Khi-hoang-ti mirasse a colpire un ignoto, il quale aveva osato di scrivere in un biglietto di visita una dichiarazione d’amore, in versi, alla consorte del Figlio del cielo: delitto punito colla morte, come ogni altro di lesa maestà. Ma la cosa non ha ombra di probabilità. Se pure la dichiarazione d’amore fosse stata scritta da un letterato imprudente, come avrebbe potuto esser veduta e letta, fra cento cinquanta milioni di biglietti di visita, andati a far muro e spalto intorno ai palazzi imperiali?

È opinione generale che con quella giustizia sommaria l’Imperatore Khi-hoang-ti abbia preservato da un grande flagello il suo popolo. E la Storia della carta a fiori d’oro molto opportunamente cita a questo proposito gli armoniosissimi versi di Kon-fu-tse:

Hiven pien-King tan pi-tsciang

Si siu-ki hao-Khiou-cinang;

il che, tradotto in italiano, significa:

«Lo stolto aperse il pozzo delle amarezze;

Iddio sapiente si è affrettato a richiuderlo».

Ahimè, solamente in Cina!