Bengasi.
Abbiamo costeggiato l’immenso altipiano deserto, animato solo, a grandi distanze, da qualche gruppo di palmizi; ora, fra le nebulosità del cielo e del mare, in una pianura rossiccia si distingue il minareto di una moschea; è l’unica cosa che soverchi all’intorno.
Bengasi appare fra una desolata natura, e, quando si discende, l’impressione non varia. Camminiamo fra la sabbia, nella quale il piede si affonda fino alla caviglia; il caldo è soffocante; tutto è arido, sitibondo.
Sorgono qua e là alcune case meschinissime, una montagna di sale, una piazza deserta.
Passano torme lacere di beduini incappucciati e grondanti sudore. Le vie sono disselciate, sabbiose, cosparse di immondizie e di pozzanghere di un’acqua nerastra che tramanda un fetore insopportabile.
Non un aspetto gaio, non un’ombra piacevole vi invita a riposare; tutto è riarso, stanco, inebetito nella gran calura.
Alle ombre brevi dei muri riposano lunghe fila di arabi taciturni; qualche lento cammello dalla bocca bavosa e dagli occhi malinconici passa nel sole ondulando.
Cammino a fatica.
Nelle strade solitarie gli arabi che riposano su le soglie mi guardano col disprezzo indefinibile che è in fondo agli occhi di tutta questa gente quando squadra un infedele.
Attraverso il Suk, che non ha altro carattere se non quello di una grande miseria. Tutto è misero, lacero, esausto. È il paese dello squallore.
Oltrepasso la cinta della città, e fra la sabbia ardente mi interno in un villaggio di neri.
Tutta una tribù si è stabilita alle soglie di Bengasi e vi ha elevato le sue misere capanne.
Le donne, per vezzo, hanno infilato nel naso un corallo; sul nero della loro faccia la piccola macchia rossa fiammeggia come una ferita.
In questo caldo meridiano quasi tutti dormono. Vedo donne e fanciulli sdraiati all’ombra delle loro capanne su la sabbia.
Intorno intorno si levano i ciuffi dei palmizi.
Questo villaggio africano si chiama Zraib.