Buggià.

È un villaggio distante qualche chilometro da Smirne. Vi si giunge in ferrovia. È un’oasi di fresco verde, un paese di ville raccolte fra gli alberi e i giardini; è il luogo preferito dai residenti inglesi, che ne hanno fatto una loro villeggiatura, ed è a Buggià che sorge il convento dei cappuccini, dal quale escono i missionari che si spargono in tutto l’Oriente.

Il convento è internazionale, ma il rettore, padre Lorenzo Guidi, è italiano e buon italiano.

Sono giunto oggi, verso il pomeriggio, alla soglia del convento tranquillo ed ospitale.

Non appena la porta si è chiusa alle mie spalle, non appena sono entrato nel semplice giardino, come un’aria di intimità già nota e cara al mio cuore mi ha sorriso. Altra volta, in terre lontane, oltre il mare, avevo veduto alcunchè di simile; mi pareva di esser giunto ad una soglia remota, alla quale mi soffermavo talvolta nei pomeriggi domenicali e mia madre mi teneva per mano.

Ho rivissuto con tale intensità il tempo trascorso da averne una dolce angoscia, uno smarrimento.

C’era poca gente per via: qualche rivenditore di frutta, qualche vecchia seduta su la soglia a guardare. I più erano in piazza, intorno al palco della musica, o sparsi per i caffè, o lungo la passeggiata tradizionale: il borgo Cotogni, la via Emilia, il Ronco.

Noi si prendeva le viuzze secondarie, si usciva da Porta San Pietro su la strada che conduce a Ravenna.

Mia madre non parlava, andava col suo rapido passo tenendomi per mano ed io a seguirla sgambettando; ma gli occhi miei erano sempre assorti, ricordo bene, guardavano trasfigurando.

Ero un bimbo silenzioso che si accontentava di un niente, che di un niente faceva la sua felicità.

Dalecarlia. — Il lago del bosco presso Rättvick.

Il sole dorava le mura degli orti, le antiche mura dei monasteri sopra le nostre teste; noi camminavamo nell’ombra. Per uscire dalla città si compiva un lungo giro allo scopo di evitare le vie più frequentate; mia madre amava il silenzio e mi educava alla poesia del silenzio.

Come ricordo le stradicciuole lungo le quali non si incontrava nessuno! Tutte le porte erano chiuse e su le finestre aperte, toltone quello dei garofani e dei gerani, non v’era altro sorriso.

Non si udiva una voce; si udiva il rumore dei nostri passi frettolosi sui ciottoli della strada.

Eppure quelle case deserte vivevano nella striscia di sole che dorava i tetti e le finestruccie del primo piano; sorridevano, io ne sentivo l’anima e il tepore; mi parevano amiche, le riconoscevo per il colore, per la forma, per qualche particolarità, benchè si rassomigliassero un po’ tutte.

Potrei ora, a tanta distanza di tempo, descriverle ad una ad una, strette così come tante sorelle piccine che guardano ad occhi aperti, oltre il muro di un orto, il sole che si nasconde. Perchè si nasconde al sole?... Dove andrà?... Lo sapranno i lontani pioppi del fiume che vedono tanto cielo?...

Tali cose mi passavano per la mente mentre sgambettavo dietro i rapidi passi della mia povera mamma.

E si udivano le campane. Era l’ora della benedizione.

Le campane del Duomo più gravi, poi quelle del Carmine, quelle del Suffragio, quelle delle Suorine, e più lontana, qualche altra, tanto più lontana, che so, in fondo all’anima e nei cieli.

E se mi capita di riudirle, anche adesso che la vita ed il soffrire mi hanno fatto tanto diverso, se mi capita di trovarmi disperso, in un’ora simile, per le vie della città dove son nato, in me si ridesta il fanciullo di allora e riprovo la sensazione provata e mi attardo a continuarla, chè in lei vorrei disperdermi come il tocco di una campana nella malinconìa del vespero.

Giungevano dal cielo, sopra i tetti più alti, sopra le case grandi dei signori, di quella gente ch’io guardavo con l’ammirazione devota di un fanciullo ignaro, vissuto in povertà; ci passavano sopra il capo, scivolavano via radendo gli alberi e le casupole fino all’ultima zona del cielo.

Quale dimenticato tesoro ho dato io a quei suoni? quale mio sogno disperso hanno cullato che mi siano tanto cari? Non so questo; so che ancora le distinguo ad una ad una, ne conosco il suono pacato, ne ho come una visione circolare, la visione di allora, chè mi pareva il cielo si aprisse sul loro cammino in tanti arcobaleni.

Poi ci si fermava innanzi alla piccola porta grigia di un convento. C’era, di fronte alla chiesa, una croce che poi fu abbattuta in tempo di carnovale per fare una burla macabra. Un infelice, mascherato da diavolo, vi fu legato. Era nel sonno dell’ubriachezza. Quando si destò morì dallo spavento.

Si entrava nel giardino, poi nella piccola chiesa dove riposavano i nostri morti: Domenico il bisavolo e il nonno Antonio e altri ancora.

L’uno s’era dato ai campi, l’altro alla mercatura, un terzo alla chiesa.

Così mi sono soffermato, oggi, prima di entrare nel convento, seguendo la rievocazione improvvisa che mi ha portato verso i luoghi della mia fanciullezza.

Qualcuno è venuto ad incontrarmi.

Padre Lorenzo Guidi era nella sua piccola cella di asceta fra una montagna di libri e di carte. Ha tralasciato lo studio per accompagnarsi a me e mostrarmi il convento, dalla ricca biblioteca, al refettorio, al grande orto.

Tutto è italiano qua dentro; vi si sente il caldo amore di un uomo legato saldamente alla sua terra.

I frati quivi raccolti sono bulgari, georgiani, polacchi, greci, ma tutti indistintamente parlano l’italiano, che è diventato oramai la loro lingua madre. Tale convento fu istituito nel 1883 e, a quest’ora, ha mandato più di ottanta missionari in tutto l’Oriente. È una istituzione internazionale, ma in realtà, grazie al tatto, alla profonda dottrina e al patriottismo di padre Lorenzo Guidi, può considerarsi come istituzione italiana. E quando si pensi che in Oriente codesti missionari, per la loro vita raccolta, semplice, modestissima, godono grande stima e venerazione fra i mussulmani, i quali ne ammirano e ne apprezzano le virtù; quando si pensi che esercitano un’influenza non indifferente, non può sfuggire l’importanza dell’italianità dei loro sentimenti.

Passiamo dalla biblioteca al refettorio, dal refettorio alle celle, dalle celle alla cucina; ogni cosa è linda, da tutto traspira un senso di gaia e modesta semplicità. La vita non deve essere grave a questi frati.

Si conversa lietamente; padre Lorenzo è di un buon umore inesauribile.

Passando nel giardino vediamo alcuni turchi con certi loro asinelli carichi di due corbe piene di uva. Attendono ne sia verificato il peso, poichè quaggiù tutto si vende a oke.

Frattanto i conversi mostano allegramente il frutto della vite. Sono giovani, ridono, si divertono all’occupazione insolita.

Fra di loro parlano italiano e, toltone uno, credo, o due al più, che sono nati in Sicilia, tutti gli altri provengono dalle parti più lontane d’Europa.

Altri ne incontriamo nell’orto, intenti a varie culture.

Tutto si passa in armonia, tranquillamente.

Ritornando passiamo vicino a una botteguccia. Un vecchio falegname è intento a piallare un travicello.

— Questo è mastro Giovanni — mi dice padre Lorenzo. — È un vecchio garibaldino.

— Un garibaldino?

— Sì.

— E si è fatto frate?

— No, io l’ho raccolto; vive con noi da dodici anni. Aveva il vizio di ubbriacarsi, e quando era ubbriaco diventava il ludibrio dei ragazzi che lo inseguivano per le vie. Era ridotto in uno stato pietoso, non aveva più un soldo. Un giorno lo chiamai al convento, gli dissi: — “Che mestiere sai fare?„ — “Il falegname„. — “Qui c’è lavoro, vuoi rimanere con noi?„ — Il patto fu concluso e da dodici anni è qui.

— E non si è più ubbriacato?

— Due volte sole, ed è ben poco in dodici anni. Poi molto spesso scende a Smirne, ma ritorna senza aver bevuto.

Ci facciamo su la soglia della bottega:

— Addio, mastro Giovanni — dice padre Lorenzo —; c’è qui un signore italiano che vuol salutarti.

Leva la bianca testa, si avvicina sorridendo, mi tende una mano, pensa un poco, pare voglia dir qualche cosa, poi stringendo forte la mano, che ha tenuta fra le sue, mi grida:

Viva Garibaldi, sior, e viva l’Italgia!...