Chadliia.
Parto. Nell’immensa pianura si odono belati di agnelli e il sommesso parlare dei fellàh che vanno al mercato. Il sole è appena sopra la terra; illumina e non riscalda. Fa freddo. Dai sentieri fra i fichi d’India appaiono cammelli e beduini.
Grandi distese di grano verdeggiano come lo smeraldo e, dall’alto, le allodole salutano il sole e il loro nido.
Kairuan è tutta color di rosa, sola nell’immenso piano, senza l’ombra di un albero. Una visione che commuove come nessun’altra, una fantastica città d’amore in mezzo ai grani e alle acque stagnanti. La penso e la vedo così perchè è strana e nuova per il mio ricordo, per la mia conoscenza; non v’ha una linea nota; mi dà il brivido delle cose belle e inattese.
Dolce città saracina ignota al mio sogno! Sorride nella molle carezza del sole, chiusa sul suo mistero.
E mi allontano, mi allontano.
Tale è il destino del viandante.
Sorgere, tramontare, di terra in terra; raccogliere qualche fiore; vivere brevemente la vita delle varie genti; andarsene con un ricordo dolce nell’anima; lasciare, forse, nell’anima altrui un ricordo altrettale.... non più.
Qualcuno saprà di avervi veduto; qualche altro penserà di non avervi saputo che in sogno. Non rimarrà di voi che l’eco di una parola o di un sorriso così come la luce di un astro remoto che vi brilla negli occhi ma serba il suo segreto.
E mi allontano sempre più. Ecco un attendamento di beduini; quattro fanciulle cantano ad una pozza e sciacquano i loro panni.
Sfax. — Un arrotino.
Kairuan non è più di un nido di rose fra i grani ma io vedo tuttavia una piccola porta moresca, rossa come il fiore del melograno e, nel primo lucore dell’alba, mentre sono per varcare la soglia l’ultima volta e per sempre, rivedo Chadliia, prona, la faccia su la terra, piangere nella pena de’ suoi quattordici anni.
Povera cara usignoletta! Nessuno aveva pensato mai ch’ella avesse un’anima e allo straniero che non la volle schiava aveva dato tutto il suo amore riconoscente.