Ismirn (Smirne).
Lieta mattina senza vento e senza nubi, gioiosamente calma nella tersa serenità. Oggi ogni volto è tranquillo, per poco che l’amarezza non aggravi il cuore; il sangue fluisce più rapido; ogni senso è più alerte. È finito il tempo delle piogge, e la terra si rasserena. Gli scarsi alberi tornano a verdeggiare sulle prode, sui monti, nel grande semicerchio della spiaggia. Esco che il sole è appena sui monti; un disco d’oro rosso su le vette inuguali che cingono la città del mare.
Il quai è già animato e così il porto e tutta la baia da Gruez-Tepè a Cordeliò; da Burnabà a Cocarialì. Uno sciame di velieri dalla poppa piatta, divisa in tanti riquadri e istoriata e densa di pitture simboliche e di fiori, si allontana, si divide, svaria, scompare, si rinnova.
Sono vele bianche o grige che pongono su la magnifica opalescenza marina un lieve palpito, l’ombra di una farfalla nell’immensità. E navi e navicelli e canotti guizzano, solcano in tutti i sensi la baia incantevole. Urlano le sirene lontane, vicine; getti di vapore, cigolìo di catene, grida, canti, bestemmie, in dieci, in cento lingue si incrociano, si fondono, salgono in un suono uniforme ed indeciso, nell’esaltazione di un’attività febbrile e sulla terra e sul mare.
I modesti cambiavalute hanno installato i loro tavolinetti lungo il quai e attendono pazientemente l’inesperto il quale, fra moneta buona e moneta cattiva, fra ottaraki e mezidiè e metallik e piastre e piastrine, per venti lire di moneta nostra se ne abbia quindici di moneta turca e se ne vada contento.
Passano gli acquaioli curvi sotto le loro anfore enormi, rivestite di metalli lucenti e di ciondoli e di catenelle e di amuleti che squillano e tintinnano seguendo il ritmo del passo; trascorrono i venditori d’uva col loro asinello carico di due corbe adorne di mirto, e ciccaioli e uomini coperti da tappeti e lustrascarpe.
I facchini, curvi sotto il loro grande basto, si seguono in fila ininterrotta fra cammelli e carretti policromi, fra monti di mercanzia e assi e travi e marmi gettati alla rinfusa lungo le banchine del porto.
Sacerdoti dell’Anatolia dagli enormi berrettoni bianchi, e pastori dell’interno coperti di pelli; tipi di briganti dalla grande fascia rossa, che giungono chi sa da quale remota provincia selvaggia; conduttori di cammelli; beduini; soldati straccioni e straccioni senza divisa; pattuglie in fila indiana, il fucile a bandoliera e le mani in tasca e l’aria svogliata; branchi di montoni; arabi con al guinzaglio piccole gazzelle saltellanti e spaurite; ulema dall’aspetto solenne; giovani ufficiali elegantissimi; donne ammantate e fanciulli seminudi; tale la folla che cresce sempre più col salire del sole e si urta e si accalca e si pigia fra carri e vetture e tramways in un urlìo senza posa.
Svezia. — Sundsvall in un giorno d’agosto.
L’Indalselven (Norrland).
Le isole Lofoten (Isole dei pescatori oltre il circolo polare).
Il picco della Capra alle isole Lofoten.
Mi allontano, oltrepasso il konak, cerco la quiete sussurrante della città turca arrampicata su pel monte Pagus fra minareti e cipressi. Per le viuzze tortuose ed anguste la folla non diminuisce. I cammelli, che quasi quasi oltrepassano le casupole, incedono solenni l’un dietro l’altro al suono di un loro grande campanaccio attraverso i neri e sudici bazars; si perdono nel laberinto di stradicciuole ugualmente fetide. Tutto è sporco e scintillante: è questo un controsenso che non si verifica se non in Turchia. Sporche le vie, i negozi, le vesti, le persone, ma pure non v’è cosa che non abbia parte che riluca. Il luridume sarà corretto da un cencio rosso fiammante, da un metallo lustrato con furia accanita, da carte colorate, da veli a lustrini; ma è corretto, è rivestito, direi quasi azzimato. I turchi, come le allodole, amano tutto ciò che riluce. I pesci e le carni esposti alla polvere e alle mosche su per le porte o dentro certi vassoi di colore oscuro si fanno perdonare e desiderare dai consueti avventori, perchè rivestiti di stagnola dorata ed inargentata; puzzano ma risplendono, e questo è l’essenziale. Tutto è bello ed è buono se in qualche parte riluca. Un lustrino fa perdonare il fango. Un fiore fa dimenticare il luridume. Il sudiciume è necessario e il colore è la sua poesia. Se l’occhio si inebbria, il naso può perdonare; è una concessione reciproca, un adattamento che non manca di una certa fastosità. Ma vi è cosa forse in Oriente che non tenda al fastoso? L’ultimo asinello spelacchiato, bistorto, pieno di guidaleschi, avrà, non foss’altro, intorno al povero collo striminzito, una collana di perle azzurre.
Evito i bazars e le strade dei mercati, mi arrampico su per stradicciuole gaie e quiete, arrise da pergolati e da fiammanti fiori di geranio. Dietro i musciarabì delle finestre cinguettano donne e bimbi; è un sussurrìo sul mio passare; uno squillare argentino di fresche risate, un fiorire di parole ignote e pur dolci nella loro musicalità indefinita. Salgo sempre più. Il profilo di una moschea, un lembo di mare, una distesa di giardini mi si offre a volta a volta nel panorama che si allarga, e il silenzio aumenta e il raccoglimento è più dolce.
Due giovanette dal volto scoperto mi passano d’accanto sorridendo e non si ammantano come sogliono se qualche turco sia in vista. Il loro ciarciaf azzurro e bianco riluce nel sole ondeggiando; scompaiono fra i cipressi nel fondo, dove si apre un cimitero.
I cimiteri sorgono nel cuore della città, piccoli e grandi, numerosissimi. A volte lo spazio che intercede fra due case è convertito in cimitero. Di simili se ne trovano fin nelle vie più popolose, e nessuno vi pone mente. Una piccola cancellata ne difende l’adito. All’interno, fra qualche albero, si levano cinque o sei lapidi annerite, poi erbacce e rovi e qualche gatto famelico. Non sono cupi nè malinconici, sono come vecchi cortili abbandonati, sui quali l’occhio si sofferma distratto. I più grandi, convertiti in vere selve di cipressi, sorgono sul pendio del colle; case e giardini li circondano. Le tortore e le colombe ne hanno fatto la loro dimora consueta; si allietano di bianchi voli e di canti; i bimbi vi penetrano, vi trascorrono, vi giuocano tutto il giorno fino a sera tarda, fino a quando il grande sole si addormenta e le colombe si rifugiano fra i cipressi.