L’isola di Venere.
Abbiamo toccato Cerigo, l’antica Cythera, nella quale fiorì il culto della Venere fenicia. La terra della voluttà è apparsa in un mare chiaro quando l’alba rompeva all’oriente; è fiorita con l’alba dai fondi marini. Ero solo, i pochi viaggiatori dormivano sul ponte l’uno presso l’altro, avvolti nelle loro coperte. Il canto acuto di un gallo, chiuso in una stia, a poppa, si levava a interrompere il monotono pulsare delle macchine, il cigolìo delle catene, lo scricchiolìo degli assiti. C’era ancora una piccola lanterna accesa su la prua. Il timoniere ed il pilota, fermi sul ponte di comando, scrutavano l’orizzonte senza parlare. Una pesantezza di sonno era tuttavia su la piccola nave grigiastra. Il mare non aveva movimento, e su quell’immota serenità l’isola apparve quasi all’improvviso, quando il sole si affacciò sul mare. Una montagna azzurrina su le acque corse da sùbiti bagliori. Avrei voluto vederla non più di così; non avvicinarmi; non saperne l’arida povertà. Toglierle il colore, studiarne troppo da presso lo scheletro è un uccidere in noi il fantasma nato per il fascino di una fresca giovinezza appassionata che cantò remotamente la sua gioia bambina. Il nido di Cythera aveva allora il color delle viole e del rosso bronzo; i culmini erano accesi; le coste pallide smorivano nel mare magnifico. Le ombre e le penombre potevano sembrare tuttavia foreste e giardini; immensi roseti per la bionda Iddia che le ore trassero al trionfo dei cieli. Nessuna cosa velava il sorriso del mare, il sorriso dei grandi occhi turchini, dai quali traluceva il desiderio e la limpida anima giovanile aperta come un fior d’oro sotto il sole; nulla s’interponeva. Nella quiete immensa sbocciava l’isola dell’amore ricinta dalla luce dell’aurora, dal grande abbraccio del mare, tutta serena, senza asperità, senza particolarità, come qualcosa che era e non era nella lontananza, che poteva da un attimo all’altro dileguare, essere assorbita come un giuoco di nebbie dal concavo orizzonte. Incerta e affascinante a simiglianza della voce lontana che il tempo non seppe vincere e che ascoltiamo tuttavia col brivido di un bacio. Meglio era trascorrere, passar oltre con nella mente gli echi di un antico convivio, i ritmi delle elegie e degli iambi che servirono a misurare, a dar vita impareggiabile agli impeti della poesia erotica e simposica; meglio era dileguare ricordando il fantasma di Cythera e non più.
“Aveva un ramo di mirto e i bei fiori del rosaio, e si trastullava: la chioma le ombrava le spalle....„
Così appare ad Archiloco la donna inutilmente amata, appare in un segno di bellezza semplice e divina e dilegua nell’amarezza della realtà; così a noi l’isola dolce dell’aurea dea dell’Amore.
Quando vi abbordammo, il mattino era nei cieli. Un piccolo molo, qualche veliero, una tranquillità stanca, forse non turbata mai dall’affanno del lavoro; e intorno intorno l’ininterrotta aridità. Camminai per sentieri dirupati fra montagne riarse. Ricordo il canto di un giovine pastore seduto al sole sul culmine di una roccia rossastra; un canto di una malinconia inesprimibile, che mi seguì per lungo tempo fra le solitudini montane; ricordo, in un cortiluccio di una casa solitaria, tre belle giovinette che, per un attimo, rievocarono innanzi a me, inconsciamente, l’antica vita ellenica.
Ero uscito dal mio sacco di difesa dopo una notte quasi insonne; avevo aperto le finestre; guardavo sorgere il sole fra le montagne. Di repente apparvero in un frullo, nel cortiluccio sottostante, i capelli quasi disciolti, le vesti scomposte, nude le braccia e il collo, tre giovinette belle, fresche come il frutto di luglio su la rama. Avevano gli occhi umidi e grandi sul volto bruno; umidi di gioia, umidi di sorriso e una languida soavità accompagnava i loro gesti. Si fecero al pozzo, riempirono d’acqua le loro secchie di rame rosso, se ne irrorarono fra strilli e risate, poi, presesi per mano cantarono:
“Io mi lavo con fede davanti al Figlio di Dio e davanti alla stella del mattino che è la pupilla del mondo....„
Scomparvero, non mi fu possibile rivederle, furono non più di un bagliore, eppure, per loro virtù, rivisse innanzi a me fuggevolmente l’anima omerica:
“Quivi giovinetti e fanciulle, che portano in dote le mandre di buoi, danzavano tenendo le mani l’una nel carpo dell’altra.... Ora correvano con abili piedi assai facilmente.... ora ricorrevano in fila gli uni verso gli altri....„
Echi remotissimi che riempiono l’anima di nostalgica dolcezza, e solo per simili echi si è animato fulgoreggiando tutto il mio viaggio solitario.
Di Cythera, o meglio di Cerigo, non rammento se non scarsi ruderi informi, grandi cespi di mirto e di gelsomino e otri di miele, di un ottimo miele che sa di timo; e rammento altresì una ricetta per un filtro di amore donatami da una vecchia, nei dintorni di Hapsali. Sì come le feci l’elemosina, la scarna creatura volle farmi compartecipe di un suo segreto che potrebbe risalire, forse, al tempo del molle Adonis. A me non serve e lo comunico ai lettori:
“Si riempie di acqua di rose, per metà, una bottiglietta di cristallo e vi si pongono a macerare alcuni grani di incenso e qualche foglia, disseccata, di mirto e di santoreggia. Si chiude ermeticamente la bottiglietta e la si espone al sole per quarantott’ore, trascorso il quale periodo si filtra il liquido e vi si aggiungono trenta gocce del succo di un cedro di trecento anni e la rugiada di nove rose rosse e di sette rose bianche raccolte all’alba che segue l’apparire del primo quarto di luna; poi un chiodo di garofano e l’ultimo anello della coda di un serpente disseccato.„
Nient’altro.
La vecchia dagli occhi pallidi mi assicurò che tale ricetta era infallibile.
— Provala — mi disse —; non avrai più desiderio....
E si allontanò zoppicando sotto il crepuscolo violaceo.