Selìma.
Vorrei narrarvi la novella di Selìma che ho udita l’altra notte in una di queste enormi pianure circondate dai colli. Eravamo intorno al fuoco; un vecchio beduino cominciò a parlare e raccontò la novella salace della quale vorrei farvi compartecipi se sapessi ammantarla di ben sette veli. È riccamente poetica ma tanto scabrosa che temo possa allettar troppo i difensori della morale. È immaginata da un popolo immaginoso e voluttuoso il quale se si corregge un poco nella sua letteratura, è, nella comune parlata, terribilmente osceno.
Il Boccaccio o il Lasca che novellavano ad uomini sani i quali da tali storie non traevano che il senso ridevole l’avrebbero narrata bellamente senza timori; noi siamo troppo viziati per ascoltare con tranquillità. Ma ecco la novella.
In una tribù dell’interno, verso il deserto viveva un tempo Selìma, bellissima giovinetta, desiderata con ardore furibondo.
Un giorno vennero a mancarle il padre e la madre ed ella rimase unica padrona delle immense mandre che andavano pascolando all’intorno e padrona del suo destino.
Dormiva sola sotto la ricca tenda, sul giaciglio coperto da pelli di leone e una vecchia schiava ed un eunuco vegliavano il sonno di lei.
Il tempo trascorreva senza ch’ella si concedesse ad alcuno.
Era superba, ardita, dominatrice e bella e lontana quanto la stella polare. Disprezzava gli uomini schiavi, gli uomini che la guardavano col desiderio della bestia e non sapevano dominare l’istinto.
Un giorno la vecchia schiava che la teneva cara quanto una figlia, ricorrendo il quindicesimo anno della fiera giovinetta le disse:
— Selìma tu sei sola; che ne sarà della tua fortuna se invecchi senza figli? Pensa a sceglierti un uomo fra quelli della nostra tribù. Ve ne son cento che morirebbero contenti solo per averti baciata.
Selìma scrollò le spalle sdegnosamente e non voleva; ma disse poi:
— Ascoltami, Fatma: io non sceglierò un uomo che ad un patto!
— Quale?
— Ascolta. Io sarò di colui che pur essendo giovine e forte e nel pieno possesso della sua vita, saprà resistere al fascino della mia bellezza.
— E come?...
— Egli dovrà farmi vento per un’intera notte essendo io distesa sul mio giaciglio compiutamente ignuda e non dovrà dir parola nè guardarmi con desiderio.
Fatma scrollò il capo e tacque ma la nuova del patto singolare si sparse rapidamente fra i giovani della tribù.
Nel giorno che seguì si presentò il primo concorrente. Era un giovine gagliardo, alto, dalla barba rossa, bello come un nazareno.
Sul far della notte Selìma gettò ne’ suoi bracieri i profumi più inebbrianti dell’oriente, ne saturò la tenda damascata, rossa e turchina, cosparse il giaciglio di gelsomini e di rose rosse, poi, scesa alla fonte, si deterse e si unse di olî odoriferi.
Fatma l’attendeva.
— Vieni che è l’ora.
Selìma non aveva fretta. Si tolse le armille d’argento e d’oro, disciolse il nero gorgo de’ suoi capelli e vi intrecciò fiori di gelsomino, del gelsomino orientale dal molle profumo insidioso, poi, disciolta l’hamla serica, allargò le braccia e la fece discendere lentamente lungo il seno e le anche finchè apparve ignuda. Allora tolse da una piccola arca incrostata d’avorio, una spera d’argento e si guardò.
Si vide bella nella perfezione della sua forma intatta. La pelle di lei aveva il caldo tono dell’oro, ardeva come il sole. Sorrise, cedette la spera a Fatma e disse distendendosi sul molle giaciglio:
— Venga Selem; lo aspetto.
E Selem entrò; ma ancora non era a mezzo la notte che i servi lo avevano scacciato dalla tenda di Selìma.
L’identica sorte toccò a molti altri i quali giunsero di lontano e se ne andarono vinti.
Ultimo fu Mohamed, il bel lupo.
Egli trascorse l’intera notte al fianco della giovinetta; ma, sul far del giorno, dichiarandosi vincitore e negando ella di essere stata vinta, decisero di andarsene dal Kadi per aver giustizia.
— Se io ho torto non mi rivedrai più, — disse Mohamed; e partirono.
Ecco il racconto che il giovine fece al Kadi.
— Ora ascolta, — disse Mohamed, — e giudica secondo la tua sapienza.
Io giungevo da un lungo viaggio e avevo bisogno di riposo e di ristoro; andando così e cercando con gli occhi intorno, mi ritrovai su l’entrata di un magnifico giardino, un giardino promesso, Kadi, bello quanto il paradiso. V’erano giglieti e rosai e aiuole di gelsomini; vi cantavano fontane fra i molti prati. Ero stanco, affaticato. Discesi, legai il cavallo ben forte, a più doppi su la soglia vietata e entrai a riposare.
Avevo preso sonno allorchè all’improvviso mi destano le grida di quella che vedi qui, mia avversaria. Il cavallo era entrato nel giardino e aveva calpesto il fior dei gigli e delle rose e aveva fatta sua l’erba dei prati. Kadi.... di chi la colpa se la stessa mano di Selìma aveva disciolto le doppie ritorte alle quali il cavallo si trovava avvinto?
Il Kadi disse:
— Abbia torto chi disciolse i legami!
E i giovani partirono chè non poteron aggiunger parola; ma Selìma non si dette per vinta e disse a Mohamed:
— Io non sarò la tua donna se non supererai una seconda prova.
— E sia, — rispose Mohamed.
Si accordarono, ritentarono; ma alla seconda mattina le stesse contestazioni sorsero fra di loro e ritornarono dal Kadi.
E Mohamed disse:
— Ascolta e giudica anche questa volta.
Selìma ed io passeggiavamo per i sentieri di un orto; ad un tratto ci trovammo di fronte un magnifico mandorlo pieno di frutta e Selìma disse:
— Se tu con la tua fionda saprai abbattere dodici mandorle senza fallir colpo, io sarò tua. — Accettai. Raccolgo i sassi opportuni, armo la fionda e lentamente ma sicuramente abbatto le dodici mandorle; non un colpo è perduto.
Ora di chi la colpa, Kadi, se l’ultima mandorla non aveva il seme?
Rispose il Kadi rivolto al giovine:
— Abbia torto chi ti vuol troppo saggio!
Anche la seconda prova era perduta per Selìma ma ella ricorse a una terza, alla più disperata e disse:
— Se perdo questa sarò la tua agnella!
— E sia, — rispose Mohamed.
Andarono, ritentarono e alla terza mattina rieccoli dal Kadi.
— Ascoltaci per l’ultima volta, — disse Mohamed, — e giudica.
L’altra sera, Selìma ed io, eravamo pei campi; una moschea era in fondo, molto lontana da noi.
Quando il sole tramontava il muezzin salì sul minareto a invitare i fedeli alla preghiera. Selìma si ferma e mi dice:
— Se tu entrerai nella moschea prima che il muezzin discenda dal minareto io sarò tua.
La prova era ardua ma accettai. Partii correndo come un veltro e giunsi che il muezzin cantava ancora; ora di chi la colpa, Kadi, se trovando io chiusa la gran porta di bronzo entrai per la porta delle abluzioni?...
Il Kadi sorrise e disse:
— Andate e state in pace che siete nati per amarvi.
I giovani chinarono gli occhi, contenti.
Così la fiera cerbiatta fu tutta del bel lupo.
Una via a Candia.
Un villaggio distrutto dai turchi nell’isola di Creta.
Creta. — Kalives (le fontane).