Un cimitero israelita.

Mi ritornano alla mente i versetti del Deuteronomio:

E sarai in istupore, in proverbio ed in favola, fra tutti i popoli, dove il Signore ti avrà condotto....„

E il Signore ti disperderà, fra tutti i popoli da un estremo della terra all’altro estremo...„

E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo, in moltitudine....„

Eppure essi ubbidirono alla voce del Signore, Iddio loro, e Mosè non pensava essere così sinistramente profeta.

Oggi, qui, su questa costa di monte su la quale si distende il cimitero abbandonato, sopra alle ville di Guez Tepè, allargandosi intorno il grande arco della città turca ed europea fra una gloria di minareti sottili come steli, in questa solitudine sacra un tempo alla morte (ora non più, chè gli uomini hanno fatto scempio del luogo), guardando le pietre tombali infrante, sconvolte, accatastate, ridotte in ciottoli, ho ripensato al terribile destino di un popolo che pur ci impose le sue leggi, la sua poesia, il suo cuore tumultuoso e grande.

Sono solo. Il sole si abbassa sul mare. Odo salire il tumulto confuso della città operosa e i gridi delle sirene e qualche remoto tocco di campana.

Sotto di me, nel piazzale di una caserma, alcune file di punti neri si esercitano alla guerra; li vedo muoversi, incrociarsi, fondersi, disparire; ogni tanto da quelle piccole cose che si muovono sale un urlo altissimo. Due vele bianche si allontanano sul mare verso i monti Gemelli, vulcani spenti.

Mi aggiro silenziosamente fra i ruderi guardando le epigrafi monche. È tutto un popolo di parole sconvolte, dalle quali raramente si può trarre un significato.

A volte è come un guizzo dalla tenebra:

“.... ebbi vent’anni.... ma troppi....„

“.... vivrai.... nell’eterno dolore....„

Frasi monche, le quali, aggruppate così, hanno un significato diverso dal primitivo, ma che corrisponde tuttavia all’amarezza che vi ispira la rovina.

Le pietre tombali hanno la grigia patina del tempo.

Da quanti anni mai non sale il pianto degli uomini dispersi a questa terra? Chi ricorda più il nome, un gesto, un sorriso di qualcuna fra le tante creature sperdute in questo riposo?

Il libro è chiuso; le parole ne sono indecifrabili.

La vita è ritornata alla vita inconsapevolmente. Gli uomini che furono, sono; i gesti, i sorrisi, i pianti che furono, sono e saranno. L’acqua torbida che si inabissa, rizampilla limpida e fresca per le innumerevoli fonti.

Ogni rimpianto muore in apparenza, ma si rinnova in eterno.

Nulla più.

Altro non conosco del cimitero abbandonato.

Il suo nome mi è ignoto.