Verso Thapsus.

Abbiamo proseguito fra il mare e i giardini; fra una rossa fiorita di melograni e le vele bianche. Aranci e mandarini, gli alberi del sole, ombreggiavano qualche solitario marabùt; grandi boschi di ulivi mettevano sul cielo il loro tremolìo d’argento.

Vedevamo piccole case bianche e minuscole. A volte, vicino ad un ajbab (pozzo) si udiva il suono dei campani di un vecchio cammello che faceva salire, girando, la guerba stillante acqua.

Alcuni villaggi; alcune rovine.

Ecco Lempta l’antica Leptis parva dei Romani. Città formidabile un tempo, ora misero aggruppamento di casette bianche.

Leptis-Parva era una città molto più antica di Cartagine. Rimangono i resti di un acquedotto, gli avanzi di un anfiteatro e qualche altra rovina dispersa. Gli Arabi ne fecero scempio.

Nel villaggio moderno si eleva il marabùt di un santone: Moudjadin, che i nativi venerano grandemente.

Oltre Lempta si attraversano i villaggi di Saiada, Kasser Hellal e Moknin per giungere a Tebulba, centro di una terra fecondissima ricca di selve di aranci e di mandarini.

A Tebulba segue Bekalta ed è dopo tale villaggio, su la sinistra della strada che conduce a Mahdia, che si trovano le rovine di Thapsus.

Sono abbandonate, nessuna cosa viva sorge intorno; dormono nel loro silenzio.

Sotto le mura dell’antica città della quale non restano che pochi ruderi fra le sterpaglie Cesare vinse Scipione.

Presso il capo Dimas si osservano ancora i resti di una diga in muratura che si avanzava per buon tratto nel mare.