L’EREMITA.

C'era una volta una baracca sbilenca innalzata vicino ad una spiaggia da un uomo errabondo in cerca di fortuna. Oltre tale baracca, per chilometri e chilometri intorno, non sorgeva altro rifugio.

L’uomo errabondo aveva ben fondate le sue speranze. Si era detto:

— C’è una strada che conduce al mare, e questa strada finisce fra le sabbie e non c’è altro. La gente vi passa coi carri e coi barrocci quando fa l’estate. Se io faccio il mio nido dove finisce la strada e incomincia il mare, la gente verrà da me ed io ne guadagnerò!

E le cose si svolsero come l’uomo errabondo aveva preveduto.

Codest’uomo si chiamava Palma, era solo, ed aveva sulla coscienza una interminabile serie di furti e qualche delitto. Per venti anni aveva meditato nelle patrie galere; a cinquanta anni ritornava fra gli uomini.

Bisogna dire che Palma non aveva un soldo quando arrivò sul luogo destinatogli dal caso; aveva bensì qualche idea. Fra queste, una brillava che gli parve buona e se ne assicurò meditandola. Ma come porla ad effetto? Per far nascere un’ombra sotto il sole occorreva dire agli uomini ben baffuti: — Dammi questo che ti darò questo! — Ed egli che poteva dare? Il suo lavoro; ma a quale pro, data l’idea che meditava? Allora s’incamminò lungo la spiaggia deserta e cammina e cammina.... ecco che vede, abbandonata fra sabbia e mare, mezzo sepolta, quasi sfasciata, la carena di un vascello. Un cadavere. Ma anche i cadaveri valgono qualcosa pei corvi e Palma non era che un corvo. Si avvicinò, considerò il carcame e disse: — Sì! — Poi soggiunse: — Farò da solo!... — Ma per cominciare gli occorreva almeno una vanga e non l’aveva. La rubò e fu l’ultimo furto ch’egli commise al di fuori della legge. Poi per tre giorni e per tre notti scavò, si affannò e riuscì a trarre la carena sotto la luce del sole. Era meno peggio di quel che non avesse pensato. Ma da quel punto incominciava la vera gravità del suo disegno. Come fare a trar quel carcame al punto che egli aveva prescelto? Occorrevano per lo meno due paia di buoi. Dove trovarle? Allora assottigliò l’ingegno e pensò: ormai egli possedeva qualcosa e poteva essere creduto. Egli aveva creato un’ombra sulla terra; da quella qualsiasi ombra doveva nascere il credito. E il credito nacque. Un contadino si prestò. Palma gli disse:

— Vi pagherò fra due mesi.

Il contadino rispose:

— Mi pagherete quando vi farà comodo.

Perfettamente. Allora Palma fece trasportare la nave al termine della strada che si apriva sul mare.

— Che ne volete fare? — gli chiese il contadino.

Palma rispose:

— Un’osteria!

Il contadino lo guardò in tralice. Palma soggiunse:

— Un’osteria ed è una bella pensata!

— Ma come farete?

— Datemi aiuto e vedrete.

— Oh!... Ed io vi aiuto!

Infatti l’aiutò. Ormai la Provvidenza si era incaricata della faccenda e Palma se ne accorse, ma non rifiatò. Perchè con la Provvidenza non si uccella. Essa non incappa nelle reti e nelle panie degli uomini, anzi appare a coloro che non la invocano. Dunque Palma si ebbe un aiuto. Il contadino chiamò i suoi figli. Furono cinque uomini di buona volontà, data la qual cosa, la baracca alzò la sua gobba al cielo. Tolte le monche alberature e sgombrato l’interno del vascello dai rottami e dagli intoppi non rimase che la carena ignuda, malconcia qua e là e con una rispettabile falla sotto la prora. Palma non si occupò della cosa; capovolse la nave in un punto stabilito della spiaggia e domandò al contadino dieci lire in prestito. Il contadino glie le dette e disse:

— Mi dovete in tutto venticinque lire.

— Ed io ve ne darò trenta! — rispose Palma.

Ormai Palma aveva una casa e un capitale. Incominciò col comperare chiodi e martello. Assai ne aveva con tutti i rottami del vascello. Prima mangiò, chè non aveva mangiato da qualche tempo, poi si mise all’opera. E tappa, e inchioda, e rappezza, in due giorni la casa era fatta. Non più uno spiraglio. Nell’interno, buio perfetto.

Ora si trattava di praticare una porta e una finestra e di innestare un camino sul dorso della novissima abitazione.

Cosa semplice. Una sega servì per la prima bisogna; una vecchia grondaia funse da camino. Dopodichè l’esterno era compiuto e Palma passò all’interno che divise in due parti. Da un lato la cantina che doveva servire anche da stanza da letto per l’oste; dall’altro la cucina. E basta. Il contadino gli venne in soccorso ancora per l’arredamento, finito il quale, Palma si dette all’opera artistica e presa una piccola tavola rettangolare e alcune vernici, dipinse su detta tavola la sua personale sensazione di una Sirena e con non meno personale ortografia vi scrisse sotto: — Osteria della Sirena — compìta la quale opera inchiodò la tavola a sommo della sua abitazione e attese.

Attese un uomo, il primo. In verità non avrebbe potuto offrire al suo primo avventore se non dell’acqua limpida; ma anche l’acqua limpida aveva il suo valore in quelle latitudini perchè per molte miglia all’intorno non esisteva un pozzo. Palma non possedeva tuttavia una botte, ma sì bene due latte da petrolio. Dette latte erano piene d’acqua e costituivano un valore. Non mancava che li assetati. Anche di questo doveva incaricarsi la Provvidenza e siccome Palma non aveva fretta e si accontentava di ben poco per arrivare da un giorno all’altro, attese in tranquillità.

Ed ecco che una notte, dormiva sulla sua paglia fra le due latte di petrolio, quando sentì qualcuno alla porticciuola serrata. Si levò sui gomiti. Chiese:

— Chi è?

— Si può entrare? — fece una voce dal di fuori.

— Cosa volete? — domandò Palma.

— Bere! — rispose l’estraneo.

— Non ho che dell’acqua.

— È lo stesso.

Bene.

Palma non aveva bisogno di vestirsi perchè non si svestiva mai; si rizzò ed andò ad aprire la porta. Entrò un uomo; un vecchio barbuto con gli occhiali sul naso. Un par di occhiali a stanghetta, arrugginiti, e un cappellaccio di traverso.

Sedette sulla panca innanzi a una tavolaccia nera e quando fu seduto disse ancóra:

— Bene!

Palma lo guardò; il barbone incrociò le braccia sulla tavola.

— Di dove venite? — gli domandò Palma.

— Datemi da bere — rispose l’uomo.

Palma prese il suo unico boccale che era un coccio senza manico e senza beccuccio, pose innanzi all’ospite una ciotola sboccata e scomparve in cantina. Poco dopo rientrò col suo vin di nuvoli e l’ospite non si era rimosso. Aveva una faccia da ceffautte da guardarsi a stupore: o da dove discendeva nel pieno della notte quell’individuo? E dove andava e che cercava mai? Palma sentiva queste domande dentro di sè, ma le trattenne chè si investiva del suo nuovo còmpito di oste.

L’uomo bevve tutto il boccale e quando ebbe bevuto disse:

— Buona!

— È acqua di fonte — fece Palma.

E l’estraneo ridisse:

— Buona!

Evidentemente il barbone non era un parlatore, ma ciò non preoccupava Palma il quale diceva fra sè: — Anche se mi dà quattro soldi, son tutti guadagnati! — Ed in questo pensiero si accosciò in disparte presso la parete della sua bicocca. L’olio non mancava alla lampada ma se ne consumava troppo. Trascorso qualche tempo Palma disse all’ospite:

— Volete dormire?

— Perchè? — fece l’ignoto.

— Perchè l’olio si consuma.

— Ed io ve lo pagherò.

— Ah, se volete pagare fate ciò che vi accomoda!...

E Palma chiuse gli occhi e stava per addormentarsi tranquillamente quando l’ospite suo gli chiese levando gli occhi:

— Da quanto tempo state qui?

— Da venti giorni.

— E che cosa volete guadagnare fra queste lande?

— Aspetto che venga l’estate! — fece Palma ammiccando.

— E con l’estate?

— Con l’estate? Ma vengono a migliaia quaggiù i contadini!

— E se vengono?

— Se vengono, lavoro!

— E il vino?...

— Il vino.... il vino!... Si troverà!

Il vecchio tacque e Palma lo guardava sempre più incuriosito. Chiese, dopo una sosta:

— E voi cosa siete, un pastore?

— No — fece l’uomo. Poi guardò Palma negli occhi e soggiunse: — Io sono un frate!

— Un frate?

— Sì. Ma se mi va bene una cosa non torno più al convento.

— E la veste dove l’avete messa?

— In casa del contadino che mi ha dato questi panni.

— Ed ora dove andate?

Il vecchio si levò e disse:

— Hai una vanga?

— Sì.

— Sai dove sia la Torraccia?

— Sì.

— Vuoi condurmi alla Torraccia?

— A quest’ora?

— Sì.

— E che cosa volete fare laggiù? — Palma non voleva compromettersi. Gli erano bastati i suoi vent’anni di prigione e più non voleva farne.

— Se vieni faremo a metà — rispose il vecchio.

Palma si convinse; prese la vanga e il suo coltello e seguì l’ospite.

Dopo due ore di strada erano ai piedi del rudere solitario. Il vecchio entrò nella torre e Palma dietro.

Dopo aver misurato a passi lo spazio rinchiuso fra le mura pericolanti l’uomo si fermò e disse a Palma:

— Scava qui!

Palma si mise all’opera. Dopo più che un’ora di lavoro aveva scoperto una scaletta che scendeva in un sotterraneo.

L’uomo disse:

— Non mi sono sbagliato! — Poi accese una candela che aveva con sè ed entrò per primo nell’antro oscuro.

Era vicina l’alba quando uscirono dagli antri sotterranei. Primo fu il vecchio; Palma venne dopo. Erano ambedue irriconoscibili per il terrame che li ricopriva.

Quando ebbero fatto qualche passo, Palma si fermò innanzi all’uomo sconosciuto e gli disse:

— E adesso che cosa mi darete per la mia fatica?

— Aspetta — disse il frate.

— Che cosa devo aspettare?

— Quello che ti dirò.

— Le parole non si spendono!

— Sei uno stupido!... Le parole si spendono benissimo!

— Ma insomma che cosa siamo andati a fare laggiù?

— A cercare un tesoro!

— Infatti abbiamo trovato da stare allegri!

— Questo non importa!

— Sì, che importa!

— Tu avrai sempre guadagnato qualcosa.

— Che cosa?

— Vedrai!

E ripresero la strada. Quando furono all’osteria della Sirena si vedevano già le vele raminghe per il mare.

Entrarono. Il frate sedette innanzi alla tavolaccia ed abbandonò la fronte fra le mani. Dopo una pausa domandò:

— Hai un calamaio, una penna, della carta?

Palma guardò il vecchio in tralice e chiese a sua volta:

— Siete matto?

— Sai leggere?

— No.

— Bene. Allora stammi a sentire.

Palma lo ascoltò.

Il frate ritornò al convento senza lasciare una palanca a Palma, ma Palma fu contento ugualmente. Da quella volta il vecchio barbone non comparve più nè di notte nè di giorno al vascello capovolto, ma il suo passaggio non fu più dimenticato.

Ora giunse l’estate. Cominciò il giugno con certe giornate ardenti che valsero più di qualsiasi consiglio a cacciar le turbe assetate di frescura dai piani al mare.

Cominciarono a giungere le carovane urlanti e si accamparono per la spiaggia.

Bisogna dire che Palma aveva tolta dalla sua baracca la dipinta insegna dell’Osteria della Sirena e che l’aveva sostituita con una rozza croce formata da due avanzi di naufragio legati insieme con una corda.

Giunsero le carovane adunque, ma Palma non si mostrò. Vestito di un sacco stava rannicchiato in fondo al suo rifugio aspettando che qualcuno dischiudesse l’usciuolo. Pareva non volesse uccellare anzi attendesse di essere uccellato. Ma la gente si sbandava all’intorno volgendo appena una fuggevole occhiata allo strano rifugio. Diceva tutt’al più:

— Sarà la casa di qualche poveraccio!... Di qualche pescatore di arselle!...

E non sapevano che un pescatore in realtà si accucciava là dentro, ma un pescatore di uomini.

Aspetta e spera. Passavano i giorni. Palma cominciava a bestemmiare, cosa quant’altra mai indecorosa per un uomo che vestiva il saio all’ombra della croce.

Ma nessuno lo udiva. Si udiva la gazzarra, il frastuono delle turbe che esulavano al mare. La spiaggia pareva convertita in un cocomeraio chè ogni brigata traeva seco sui biroccini e sui carri oltre a qualche lenzuolo, larga copia di cocomeri e ne faceva festa tra un bagno e l’altro ingoiando fette su fette del saporoso frutto vermiglio.

E il nudo trionfava e l’ebbrezza della frescura e del mare.

Palma pazientava e non usciva a mostrarsi alla turba, ma già nell’anima sua incominciava a infiltrarsi il dubbio, quando avvenne che due fanciulli ignudi, ruzzando un giorno fra le arene, venissero a sedersi all’ombra della singolare baracca E com’è dell’età loro curiosa, dopo alcun tempo incominciarono a considerare la novissima capanna e pensarono di visitarla anche all’interno.

Palma udì e lasciò fare. Si avvicinava il momento buono. Infatti, non appena i due fanciulli ebbero messo il capo all’uscio ed ebber veduto quello strano uomo accoccolato in un canto e tutto ravvolto in un sacco, ne ebbero tanta paura che fuggirono come lepri e mai più non si rividero presso la baracca. Ma la voce si diffuse fra le turbe.

— Nella baracca c’è un eremita!... C’è un santo eremita!... È coperto di un solo sacco!... Non mangia mai!... Ha la barba lunga due metri!... Non vede il sole da vent’anni!...

E vai dicendo. La necessità del fantastico si liberava a carriera e qualcuno giunse a sostenere che si trattava di un turco convertito.

Ma tutto ciò poteva ancóra interessare le donne non già gli uomini, i quali fra cocomeri e bagni avevano in superbo disprezzo ogni santocchieria e preti e frati ed eremiti e ogni altro tipo del genere che non era, presso le faticate turbe, se non un vagabondo.

E Palma udiva questi discorsi e incominciava a disperare. Il contadino che gli aveva fatto credito giungeva tutte le notti a reclamare il suo e già minacciava uno scandalo. Un giorno Palma si disse:

— Se oggi non vien nessuno, domani metto fuori l’insegna dell’osteria e si vedrà!...

Ma appunto quel giorno era il destinato.

Era il meriggio, forse, quando una voce si udì dall’esterno; una voce di donna:

— Si può entrare?

— Avanti! — fece Palma.

Entrò una donna che recava in braccio un suo marmocchio, giallo come lo zafferano. Palma non si rimosse.

— Voi che siete un sant’uomo.... — disse la donna e si fermò.

— Che cosa volete? — domandò Palma.

— Voi che siete un sant’uomo dovreste guarirmi questa povera creatura!

Palma chinò il capo e non rispose.

La donna, a tale mimica, fu sempre più compresa della virtù taumaturgica del solitario.

— Se voi voleste.... — continuò.

Palma alzò un braccio e disse:

— È Dio che deve volere!

Poi si stupì di aver detto tanto. Ma la donna aveva molta fede.

— Se voleste pregare il Signore....

Palma si levò e la donna si fece il segno della croce.

— Fatemi vedere questo bambino! — disse Palma.

La donna glielo mostrò mormorando:

— È molto malato!... Deve morire!...

Dopo un lungo silenzio speso a considerar la creatura da tutti i lati Palma disse:

— Non morirà!

Fu colpito dal suono della sua voce e dalla promessa formale. Oramai si era compromesso. O riusciva o ritornava alla sua prima Sirena.

La donna disse:

— Se me lo salvate siete il più grand’uomo del mondo!...

Palma si sarebbe accontentato di meno; di quattro palanche.

Disse alla donna:

— Aspettate!

E passò nel secondo stambugio della sua capanna.

Ritornò poco dopo con un cartoncino in cui erano tre pillole. Le porse alla donna, disse:

— Queste sono tre pillole fatte con erbe che hanno virtù non conosciute da nessuno al mondo. Dovete darne al vostro bambino una oggi, una domani e una posdomani.

— E guarirà? — fece la donna.

Palma chinò la testa, susurrò:

— Vedrete!... Vi aspetto fra tre giorni!...

La fortuna o la disgrazia erano in via. Palma attese con un certa ansietà ciò che gli avrebbe fruttato la ricetta del frate.

A vero dire Palma non aveva mai pensato a Iddio. Non gli era venuto in mente mai, neppure in prigione quando poteva meditare a tutto suo agio.

Ricordava che da piccino sua madre gli aveva parlato qualche volta del Signore, ma Palma era un ragazzo distratto e non era stato mai tanto curioso da voler sapere che cosa ci fosse in fondo ai cieli. Per lui l’uomo era una bestia che deve lavorare e morire. E basta. Lavorare e morire come un bove con la semplice differenza che gli uomini mangiavano i bovi e questi eran più miti chè si accontentavano dell’erba. Dunque se un Dio doveva esserci sarebbe stato giusto avesse preferito il bue che era migliore dell’uomo. Ma tale idea poteva essergli balenata innanzi forse una volta in tutti i suoi cinquant’anni di vita. Per il resto si era accontentato di passare da un governo all’altro con l’unica preoccupazione di trovare un modo per trarre in inganno i suoi simili e far danaro. Egli era dunque un ignaro di cose divine quando fu costretto a formarsi una chiara convinzione in proposito.

Fino a quel punto aveva seguito il consiglio del frate senza derogarne in nulla; si era costretto ad una prigionia che non gli riusciva importuna per la lunga consuetudine a tale stato, aveva atteso come il ragno, sperando che tutto si risolvesse in un commercio lucroso e nulla più.

Palma attendeva il lucro e il suo fato lo pose di fronte a Iddio. Tale cosa lo sbalordì. Non se l’aspettava, ma tacque.

Trascorso adunque il secondo giorno e incominciato il terzo, appena era sorto il mattino che un insolito vocìo giunse all’ignaro eremita e lo chiamò sulla soglia della sua acquatile casa.

Come volse intorno gli occhi, ecco venire di lontano una turba di donne.

Palma rimase perplesso. Gridavano, dunque il bambino era morto e, se era morto, l’unica cosa che gli restasse a fare era quella di darsela a gambe chè ormai la sua fortuna gli aveva volte le spalle.

Tale la prima considerazione e la risoluzione prima che gli balenarono innanzi.

Su tale proposito rientrò in casa, ma sul punto di uscirne troppo gli dispiacque di abbandonare il suo nido fra le sabbie sì che, passato nella seconda stanza, e rifugiatosi in un angolo, nel buio, attese senza rifiatare l’arrivo della strillante turba.

E poco attese che le donne furono innanzi alla soglia e incominciarono a gridare:

— Palma.... Palma.... apriteci.... apriteci!...

— Sì, aspettatemi per l’anno del mai!... — diceva fra sè l’eremita e più si rintanava nel buio.

E le donne:

— Palma.... Palma!... Veniteci ad aprire, per carità!...

— Ve lo domandiamo per carità!...

Palma stette in orecchio. Trasentiva o non piuttosto le femmine lo imploravano?

— Venite da queste disgraziate, Palma, che Iddio ve ne rimeriti!...

Davvero?... Dunque le pillole erano state efficaci!... Il frate aveva detta la verità!... Si levò; si riaggiustò addosso il suo sacco grigio....

— Palma?... Non ci mandate via!... Siamo povere donne!...

Allora l’uomo dal saio incominciò a sentire qualcosa dentro di sè che vi ingrandiva come se un sole nascesse. Uscì dalla cantina, attraversò la prima stanza, aprì l’usciuolo. Non appena fu sulla soglia il vociferìo si accrebbe e le braccia si protesero:

— Palma, uomo benedetto dal Signore, guaritemi questa creatura!...

— Palma, Palma, sono tre anni che non trovo riposo!...

— Palma, benedite questa povera figlia che ha il diavolo in corpo!...

E volevano da lui queste e cento altre cose, cento miracoli e Iddio.

Iddio!... L’uomo profano di ogni fede rimase muto, accigliato, impassibile, ma dentro al cuor suo incominciò a nascere un dubbio, un dubbio curioso che gli dava una sensazione nuova come di una leggerezza subitanea fra terra e cielo.

Iddio!... Dunque poteva darsi davvero che qualche notte, nel silenzio sterminato di quella solitudine, qualcuno fosse disceso dal cielo per entrare dall’usciuolo nella sua nave antica?... Poteva darsi?... Ed egli dormiva e questo qualcuno...

Distribuì quante pillole aveva e rimandò le donne per la loro strada. Gli ubbidirono a un cenno. Egli aveva in realtà la figura di un asceta e il volto di un qualche santo forastico nutrito di miele selvaggio. Tanto si sentì smarrito dalla devozione delle femmine che non pensò a chiedere compensi. Distribuì il suo farmaco per l’amore di Dio, e per l’amore di Dio, verso sera, giunse alla sua baracca una giovinetta che si inginocchiò sulla soglia ed ivi depose un pane, delle uova, del formaggio; poi si fece il segno della croce e se ne andò.

Palma rimase solo nella notte: contrito, confuso, pentito; ma non sapeva bene di che si pentisse. Andò pe’ suoi farmachi, raccolse l’erba che il santo frate gli aveva indicata nella notte del tesoro, si sentì invaso come da una sacra purità e sempre più confuso, sempre più incerto sul calcolo ch’egli doveva fare e di se stesso e di Iddio e delle donne strillanti.

La sua baracca divenne come un santuario per le turbe le quali un bel giorno pretesero che il povero Palma facesse ritornare in vita un moribondo. Palma non volle saperne, ma il moribondo guarì. Guarì e fu fatta. Palma era un santo; Palma aveva fatto il miracolo.

E da quel giorno egli si trovò in diretta comunicazione col Signore. La macerata povertà, il digiuno, il lungo patire dovevano essere suo ornamento e questo fino alla morte. E perchè mai?... Che aveva egli fatto?... Le sue virtù gli erano sconosciute, come il suo Dio. Qualche notte stette inorecchito sperando di udire una voce portentosa, ma non la udì. E allora? La virtù della gran mutazione della sua vita non era adunque che nel farmaco lasciatogli dal frate?...

Tutto scendeva direttamente da una piccola innocua pillola? E quale era il suo guadagno?... Ah, uomo bruto!... Così avviene che la divina luce dell’alba discenda per gli sterquilini!... Ma Palma non era di stoppa ultraterrena e una notte, gettato il suo saio alle ortiche, si dette per fallito e partì.

E mentre le turbe lo assumevano al cielo, il povero vecchio Palma, esule di Dio e della legge, sentendosi perduto per sempre per non aver ascoltata la Provvidenza non ebbe più posa.