II.

Una sera di marzo la vecchia casa fra le roveri era in grande tumulto. Si udivano le donne gridare e gli uomini imprecare.

Rinotta cantava nella corte, indifferente al frastuono, raccogliendo al pollaio le sue oche reali. Siccome i litigi non erano rari per questioni di interesse, ella non vi badava più che tanto chè la curiosità non la pungeva nè il pettegolezzo. Il Vecchio non era tuttavia rientrato.

Però la stupì la violenza delle grida e il loro persistere. Gli uomini e le donne si erano raccolti in una stanza a terreno e, attraverso alle inferriate, si vedevano a quando a quando rimuoversi. Si udiva la voce di Giorgio salir più alta delle altre in qualche imprecazione.

Per un attimo Rinotta si rivolse a guardare pensosamente, poi, come vide Maddalena, la vecchia serva, che attraversava la corte in quel punto, le domandò:

— Che hanno fatto?

Maddalena alzò una spalla:

— Cosa vuoi che ti dica, io? Urlano, non si capisce niente! Ho sentito che parlavan di soldati e di guerra. C’è anche il tuo Giorgio.

E si avviò ciabattando verso le stalle.

Rinotta rise da prima, per l’accenno della serva, poi non cantò più. Una lieve increspatura le era passata fra ciglio e ciglio.

La luce era quasi morta e già Lorenzo, il garzone, aveva accesa la sua lanterna e si avviava ai magazzini.

Come ebbe raccolte le oche e chiuso il pollaio; Rinotta ristette pensosa: doveva salire alla sua camera e non farsi viva o non era meglio sapere quale gran male era toccato a Giorgio?

Stava in forse quando udì il bubbolio di una sonagliera e tre colpi forti sul portone, dal canto dell’orto. Corse ad aprire al Vecchio.

Come la cavalla varcò l’andito ed entrò nella corte, trascinando lo stinto bagherino a mantice, ogni vociare fu spento. Solo si udì ancora l’aspra voce di Giorgio urlare:

— Io me ne infischio del Vecchio!... Io, devo andar via e non lui!

Un puledro annitrì nella stalla e si udì il tubare dei colombi su la loro torretta roggia, sopra la casa.

Rientravano le greggi.

Giuseppe degli Antoni non chiamò il garzone, staccò da sè la cavalla, senza parlare.

Era accigliato; non guardò Rinotta che gli si era ferma vicina. Poi giunse Lorenzo, tolse la capezza dal cassetto del bagherino e condusse via la bestia, parlandole piano.

La stanza a terreno, dove si era adunata la famiglia, appariva deserta. Tutti si erano sbandati all’arrivo del Vecchio, chi pei magazzini, chi per le cucine e per le stalle e chi era uscito sulla viottola.

Giorgio passeggiava nel fondo della corte, a grandi passi, il capo curvo, brontolando fra sè, e il suo viso era fosco e gli occhi suoi accesi. Pareva cercasse un appiglio qualsiasi per un litigio.

Rinotta guardava ora lui, ora il Vecchio, tutta sbigottita. Sentiva che un urto doveva avvenire fra i due.

Il suo cuore batteva forte e si domandava s’ella non poteva intervenire per ciò che le aveva detto tante volte il giovane, ma non sapeva che farsi.

La madre di Giorgio si affacciò su la soglia della cucina e chiamò stizzita:

— Maddalena?... Vi siete messa in testa anche voi di farmi morire?... Che fate là?

Poi rientrò sbattendo l’uscio.

La vecchia serva attraversava la corte col suo carico di carbone e ancora si udì la voce di lei, nel silenzio:

— Oh santa Vergine, che pazienza!...

Come scomparve, per un istante non si udirono che i cavalli franger la biada.

Passarono Lario e Gildo, i due pastori fanciulli che già avevano raccolte le greggi. Li seguiva il loro cane bianco. Si diressero al lato opposto della corte dove era la loro stanza buia.

Il Vecchio si era fermo in mezzo alla corte come sperduto in un pensiero remoto. Aveva un involto sotto il braccio. Si mosse e si fermò di nuovo. Guardava la terra. Poi disse rivolgendosi a Rinotta e tendendole l’involto.

— Porta questo in casa.

E seguì Lorenzo che si avviava verso i magazzini.

Faceva freddo. La stella del vespero era presso a morire.

Gli animali eran già raccolti nel sonno.

Lario e Gildo ricomparvero e si accosciarono presso il muro a sbocconcellare il loro pane e non parlavano.

Il cane li guardò scodinzolando, fermo innanzi a loro.

Poi la corte fu deserta e l’ombra e il silenzio discesero uguali.

Come la vecchia pendola su le scale sonò le otto, tutta la famiglia era raccolta intorno alla tavola, per la cena: Giovanni e Pietro, i due figli del Vecchio; Clotilde e Teresa le loro mogli e i sei figli di Clotilde e i cinque di Teresa. Non mancava che Giuseppe degli Antoni, il Vecchio.

E quella sera Rinotta guardava Giorgio ma questi non guardava lei.

Clotilde domandò alla ragazza:

— Dov’è il Vecchio?

Rinotta disse:

— Era nei magazzini, con Lorenzo.

— Va a chiamarlo, — fece Giovanni. — Forse non avrà sentita l’ora della cena!

— Sì, va a chiamarlo, — soggiunse Teresa; poi come Rinotta fu uscita, mormorò:

— Bisognerà parlargli.

— E chi si arrischia? — disse Clotilde.

I due uomini tacevano guardando nei loro piatti.

— Voi, — riprese Teresa con voce aspra, e guardava il marito, — voi che state là che sembrate di stucco, dovreste mostrarvi uomo e parlare!

Pietro scrollò le spalle e rispose:

— Non mi seccare!

— Come seccare? — continuò la donna levando la voce. — Come seccare?... Non è vostro figlio, Giorgio?... Vi piacerebbe che morisse?...

— Uff, quante chiacchiere!... — disse Pietro. — Ce ne sono tanti che partono!

— Ma io no! — urlò Giorgio. — Io no perchè è ingiusto! Fate partire i signori chè son loro che vogliono questa guerra! Partite voi, se vi piace, ma io no! Poi, — soggiunse battendo il pugno su la tavola, — poi se nessuno ha core di parlare al Vecchio, gli parlerò io!

— No, tu starai zitto! — disse Teresa. — Tu starai al tuo posto!

— La vedremo!

I piccini avevano approfittato dal battibecco per picchiar sodo su la tavola con i cucchiai. Clotilde li redarguì.

Giovanni disse:

— Con la calma si accomoderà tutto!

— Ma che calma! — urlò Giorgio.

— Ha ragione! — dissero in coro Livio, Cesare e Umberto.

— È una guerra ingiusta!... Io non mi sento di andare ad ammazzar gli altri in casa loro. Che direste se qualcuno entrasse qui e volesse mandarvi via? Si farebbe a mori e ammazza per difender la roba nostra e avremmo ragione! Così l’hanno loro. No, io non parto, e se tutti pensassero come me e se non ci fossero degli imbecilli, vedreste la bella sorpresa!... Altro che patria e patria!... La patria è dove si mangia!...

— Ha ragione!... — ripeterono il fratello e i due cugini. — Ha ragione! — Ed essi pure aggiunsero una grossa bestemmia alle innumerevoli delle quali Giorgio, il buon comiziatore, aveva infarcita la sonante discorsa.

I bimbi avevano levato il capo di su, la tavola e stavano ad ascoltare, edificati.

— Mi pare che potreste fare a meno di bestemmiare! — mormorò Clotilde che ancora sentiva un lontano pudore della sua fede semispenta.

— Ecco la bigotta! — fece Cesare ghignando.

E Giorgio che ormai era in calore e gli pareva di rifare il mondo con le sue parole, soggiunse:

— Non ci vorrebbe altro che il vostro Dio per farci ancora più servi!

Ma a questo punto una voce forte gridò:

— Imbecille!

E tutti ammutolirono. Il Vecchio era giunto inavvertito; dietro di lui stava Rinotta.

Colpito dalla parola improvvisa, Giorgio abbassò gli occhi chè non resse lo sguardo del Vecchio, e non fiatò altra sillaba.

Neppure un volto si levò a guardare il sopraggiunto; passò come un gelo improvviso da core a core e l’imbelle volontà del pecorume si sentì soggiogata.

Poi il silenzio non fu più interrotto.

Il Vecchio spartì il pane e sedette a capotavola.

I bimbi mangiavano compunti chè sentivano la nuvola nera passar su l’anima del nonno e dei parenti.

Solo Teresa guardava Pietro e lo incitava a parlare, gestendo muta.

E quando la cena stava per compirsi, il pover’uomo, temendo le segrete furie della sua compagna, parlò e disse:

— Babbo, sapete nulla della guerra?

Il Vecchio rispose:

— So che hanno richiamata la classe dell’ottantotto.

E guardò Giorgio.

Pietro inghiottì la saliva amara.

Dopo una sosta penosa, riprese:

— E.... che ne dite di questa guerra?

— Dico che è necessaria! — rispose il Vecchio.

Giorgio si accontentò di mugolare qualcosa che non fu inteso e Teresa soggiunse senza guardare la chiara faccia del temuto:

— Già.... voi leggete i giornali!

L’impresa doventava sempre più ardua.

— Così.... il nostro Giorgio dovrà partire! — soggiunse Pietro.

— Già!

— Noi avevamo pensato.... — S’interruppe. — Sapete, Edoardo.... Edoardo Fambri.... ha scritto dalla Germania.... e invita Giorgio laggiù, chè c’è lavoro!

— Ah!

— Noi.... avevamo pensato che.... forse sarebbe la sua fortuna.... e.... se a voi non dispiacesse.... lo faremmo partire!...

Il Vecchio non rispose, si rivolse a Giorgio e gli domandò:

— E tu, che ne pensi?

— Io la penso come mio padre, — rispose il giovine.

— No, come tua madre!

— Sicuro, anche come lei!... Come tutti quelli che ragionano!

Il Vecchio ebbe un impeto che solo si rivelò per il bagliore degli occhi, ma ancora seppe rattenersi e disse:

— Domani ti presenterai al Distretto.

— Ma....

— Ho detto che domani ti presenterai, e ti condurrò io stesso!

Il giovine era di brage. Brontolò:

— La vedremo!

Allora il gran pugno nocchieruto dell’avo scese violentemente su la tavola; i bimbi n’ebbero un tremo:

— E bada, bada di non disubbidire!... Bada che se ho detto “voglio!„ non se n’esce!...

Teresa e Pietro cercavano invano di frenare e con gli occhi e coi gesti la furia del loro figliuolo. Questi, che ormai ne era travolto, non cedeva.

— Io credo, — disse, — credo che potrò fare della mia vita ciò che mi piace!

— Quando ti sarai sbattezzato, sì! Allora potrai essere vigliacco e disertore. Ma fin che sarai degli Antoni, no!... E non mormorare!... Alza quella faccia e parla forte!

— Io dico che non partirò!...

L’avo sbiancava.

— Bada, bambino, non t’impuntare, non mi mettere nel caso di dover fare ciò che non voglio! — E la nativa violenza forzava i freni. — — Se ho detto che partirai.... vedi.... anche se ti dovessi legare con queste mie mani e portarti così al tuo posto di uomo, lo farei.... lo farei per il nome d’Iddio e per il nome nostro che vuoi disonorare!...

— Che c’entrate voi, dopo tutto?

— Che cosa dici?

— Dico che non sono più un bambino e che non ho dovere di ubbidirvi!

— Ah no?

— No!

— Tu puoi fare ciò che vuoi?

— Se è vero che mi chiamo Giorgio, sì!

— Tu puoi andare, stare, disporre come vuoi da intiero padrone?

— Per ciò che mi riguarda, sì.

— Giorgio! Giorgio!... — urlò Teresa spaurita, chè sentiva la nera tempesta sopravvenire.

— Lasciatelo dire! — disse il Vecchio. E continuò: — E se ti piace di essere disertore, lo sarai?...

— Potete togliervi dal capo l’idea ch’io parta!

— E non darai retta a nessuno?

— Solo ai compagni del mio Partito!

— Ah!... solo al tuo Partito, dunque? Solo ai tuoi compagni?.... — E si levava lentamente. — Solo ai vigliacchi pari tuoi? — E il suo corpo di vecchio atleta tremava forte.

— Babbo, babbo!... — gridarono i suoi figliuoli, — che fate babbo?... Non gli date retta!... Non sa quel che si dice!

Solo Rinotta si levò col Vecchio. Era accigliata e bianca.

Questi si diresse lentamente verso la parete, ne staccò la doppietta. Giorgio lo guardava fare, livido ed impietrito.

Poi si volse, si avvicinò di tre passi al caparbio che ancora era seduto e, fra un pauroso silenzio, gli disse, e scandì le parole:

— Ora lèvati e camminami innanzi!

— Babbo.... per carità!... — implorò Giovanni e fece per levarsi ma il Vecchio lo fermò a mezzo.

Giorgio aveva conserte le braccia su la tavola e il capo sopravi. Dalle contrazioni del suo corpo pareva singultasse.

— Che cosa ti ho detto? — riprese il Vecchio.

Poi come vide che l’altro non rimuoveva, abbassò lentamente la doppietta e l’impostò su la spalla.

— O ti levi, o t’ammazzo!...

Passò un attimo tragico in cui non una bocca ebbe un respiro, nè un volto un moto; gli occhi eran come di pietra e le femmine spasimavano.

Si era alla risoluzione, al punto in cui non è via d’uscita se l’una delle due forze in contrasto non piega. Ogni secondo era eterno.

Il cocciuto si rimosse, levò il volto di morte, sfigurato in guisa che pareva scarnito e disfatto dall’attimo della furia e dell’orrore, guardò il Vecchio, si contrasse, si rannicchiò, s’aggomitolò contro il cugino, su la panca; tese innanzi le braccia, vi nascose la faccia e d’improvviso schiantò dai singhiozzi. E quel pianto ne raddusse molt’altri.

Allora Rinotta, che era diritta dietro l’avo, si fece innanzi, si accostò al giovine, lo prese per un braccio e gli disse:

— Su, vieni via!... Su.... vieni con me!...

Giorgio ubbidì, travalcò la panca, si avviò incurvo e tremante per il suo pianto, al fianco di Rinotta. Gli pareva ch’ella dovesse comprenderlo, ch’ella dovesse dirgli una parola confortevole.

Furono all’uscio, scomparvero. Tutto ciò avvenne nel tempo di un battibaleno.

Nella corte i due pastori fanciulli erano addossati tuttavia al muro: dormivano con la testa su le ginocchia e il bianco cane ai loro piedi.

La notte era buia. Si udiva lontano lontano il grand’urlo del mare.

Come furono soli, nel buio, Giorgio cominciò a dire a dire, fra i singulti, nel tremore dell’anima sua e Rinotta, diritta vicina a lui, l’ascoltava. Ma quando il ribelle tacque, quando credette che il giovane cuore di Rinotta l’avesse compreso ed assolto per l’amore ch’egli da tanto tempo invocava invano da lei, quando tese le mani a conforto, la ragazza si scostò di un passo e non seppe dirgli che una parola:

— Vigliacco!

Allora egli levò i pugni a minaccia ma Rinotta non si scompose.

Il Vecchio li guardava di su la soglia.