IX.
Imbruniva. L’angelo era disceso a salutar la sera con le sue dolci campane.
Il bimbo, aggrappate le piccole mani alla veste di Rinotta, insisteva nella sua domanda:
— Che cosa mi darai, se sarò buono?... Che cosa mi darai?...
Rinotta posava il lavoro.
— Ti darò.... — e levava gli occhi all’aria, — ti darò i tre rubini, i tre piccoli rubini rossi che hanno le cicale fra gli occhi....
E il bimbo ripeteva guardando l’aria a sua volta, nel delizioso stupore:
— Rossi, rossi!... E poi? Che cosa mi darai ancora?
— Ti darò.... ti darò la bella freccia della cicala....
— Che cosa ne faremo?...
— Andremo a caccia!
— A caccia delle allodole, come Cesare?
— No, le allodole non si toccano.
— Perchè?
— Perchè cantano.
— Cantano!... — riprendeva il bimbo ripensando chissà quale bagliore mattutino. — Zia, zia, perchè non mi canti un poco? Sì, sì, zia!... Sì!...
Rinotta aveva ripreso il lavoro.
— Lasciami in pace ora; lasciami lavorare!
E, dopo una pausa:
— Senti, senti i pastori che ritornano?... Va, va ad incontrarli, va a vedere le pecore belle!
Il bimbo saltò giù dalle ginocchia di lei, corse verso il portone che era aperto.
— Non scendere nel fiume, sai, — riprese Rinotta. — Bada, c’è l’uomo nero che ti mangia!
Ma il bimbo non le badava più, non udì forse le parole di lei, attratto dalla voce dei due fanciulli che ritornavano e dal belo delle pecore e degli agnelli.
Rinotta tacque, inchina sul suo lavoro.
Il Vecchio uscì dalle stalle e si fermò a guardarla:
— Ci vedi ancora a lavorare?
— Sì.
— Che fai?
— Finisco un gonnellino. — E indicando il lato dal quale il bimbo era scomparso, riprese: — Quel monello li rompe tutti! È sempre fra le siepi!
Il Vecchio si accostò di qualche passo, la guardò, fu sul punto di parlare, ma si rivolse, avviandosi al portone.
Le rondini erano sotto le gronde; si udiva tuttavia qualche pigolìo dai nidi.
Una voce si levò da una stanza, poi un ciangottìo di bimbi e il lamento di un assiolo dalle roveri.
Maddalena e Lorenzo attraversaron la corte. Il Vecchio uscì per la via.
Rinotta fu sola, seduta presso il portico dei magazzini, incontro al cielo dove il giorno moriva.
E la luce scendeva su le sue ginocchia, da sopra i tetti, con dolcezza amorosa, ed ella raccoglieva come un’ospite che sia sul punto di varcare la soglia e dalla soglia si rivolga ancora a mostrar la sua faccia e a dir l’ultima parola soave.
Aveva vissuto quel giorno come fra terra e cielo, nel sogno, con tutta l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.
Il cielo era chiaro con le sue nuvole sparte; venato e delicato come il polso di un fanciullo; brillava per allegrezza.
Era discesa al fiume di buon mattino e si era ferma, come tante volte, su la riva a guardare, invasa dal beato torpore della vita vegetale e delle cose placide, in una passività dolce e pigra, senza barlume di pensiero.
Si era distesa fra le canneggiole e i viburni, di contro a un greto, e sentiva sui piedi scalzi il carezzìo dell’acqua e su la faccia la brezza del mare e le stille della rugiada. Seguiva l’aliare lievissimo delle libellule vellutate, il guizzare delle idrometre, il trascorrere dei pesci in cerca di preda. Vedeva tutto e nulla come in uno specchio tersissimo, riposando l’anima nei sensi distesi a voluttuosa letizia.
Era come la terra beata, come il fiume presso la foce che un poco ristagna, dimentico dell’aspre cime e ancora ignaro del tumultuoso mare. Godeva senza sapere perchè, sperduta nella calma dolcezza mattutina come tutte le cose.
Padron Antonio passò lontano, diguazzando nelle pozze co’ suoi grandi piedi color bronzo e le gambe irsute. Aveva la mazzacchera. Tornava dall’aver pescato i ranocchi nei maceri. Dileguò nell’azzurra levità dell’aria fra l’acqua e i greti.
Poi una verletta, vaiata come la buccia del castagno, volò fra i rami sopra il capo di lei, ad un nido. Una voce stornellò dal forteto. Allora Rinotta incominciò a pensare. Il pensiero nacque tranquillo dal silenzio dell’anima sua immobile, come la gallora nel rincollo del fiume. Dilagò. Pensò il mare, le navi, le terre lontane, l’amore. Una luminosa catena. E la voce cantava sempre. Il cuore cominciò a battere un poco più forte, a rallegrarsi di un qualcosa che non aveva aspetto. Guardò una fila di nubi color di rose poi le innumerevoli foglie delle acacie, una riga di sole. Fu dapprima come un mareggiare e un fluttuar di nebbie sottili e dalle nebbie ritornò la sua giovine pena. Dov’era? Che faceva? Le aveva scritto una volta e non più. E così, com’è della natura di ciascuno, tanto più si appassionava quanto più pareva le sfuggisse ciò che non le era parso tesoro allorchè le si offriva ad ogni ora, apertamente. Poi si figurò ciò che era nella sua bramosia e tutta si perse, l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.
L’ora era trascorsa fin oltre il meriggio così, ed ella era ritornata all’opera sua a malavoglia che non avrebbe voluto veder nessuno e nulla udire che la togliesse dal suo chiuso a ricondurla alla vita com’era, alla muta realtà presente.
E, a tarda sera, si era raccolta nella corte, coi bimbi, ad agucchiare intorno a una vesticciuola pensando alle cose miti che le davano una materna soavità.
Poi la luce fu per esulare. Il portone fu chiuso e più non si vide la viottola erbita.
Bartìn, l’ultimo figlio di Carlotta, il bimbo che più le piaceva, era rientrato con i due pastori. Passò Maddalena con l’utello e una lampada spenta. Non si udirono che rare voci sommesse. La casa era assorta come la sera alla quale approdavan le stelle. Abbandonò il lavoro sul grembo; levò gli occhi ed il viso; guardò. E se fosse morto?... Se fosse morto?... Allora si sentì affondare nel silenzio, si trovò sola di fronte al suo dolore e alla vanità della vita, non ebbe più ardimento, si smarrì come chi, dalla casa serrata, si affacci al livido orrore del turbine: pianse.
Che poteva, più che piangere, la sua giovinezza incompiuta? Un’ombra le passò da presso e non si fermò. Ella non la vide: vide il cielo oscurato. Non si udiva più nulla, più nulla, più nulla!... Si passò le mani su la faccia, nascose il volto fra le palme, singhiozzando, ripiegandosi su sè stessa, sotto l’ombra e la notte impassibile.
Nessuno poteva risponderle, nessuno l’avrebbe racconsolata mai! E, come avviene nelle nature forti, la raffica si ingrandì e la travolse.
Non un lume era acceso. Dov’erano andati? Perchè tanto silenzio su tutta la casa?... Si alzò, mosse qualche passo, udì battere tre colpi sul portone.
Sbigottì rivolgendosi e attese che qualcuno andasse ad aprire ma nessuno comparve. Ancora fu bussato e più forte. Allora attraversò la corte, senza fretta, a malincuore.
Quando fu presso il portone domandò:
— Chi è?
Non le risposero. Tirò il catenaccio rugginoso, aprì. Un’ombra si fece innanzi senza dir parola.
Rinotta la guardò, col batticore:
— Che volete?...
L’ombra non rispose.
— Chi cercate? — disse più forte e si pose nel vano ad impedir l’entrata.
Una voce sommessa rispose:
— Cerco te!...
Rinotta sbigottì, non battè ciglio, non intese. Passò un silenzio. Erano fermi ad un passo l’una dall’altro.
E la voce riprese:
— Rinotta?...
Allora ella si sentì raggricciare e abbrividire come per la gioia e per lo spavento e domandò:
— Chi sei?... È mai possibile?...
E lo spasimo non durò che un baleno che ella ebbe un grido:
— Giorgio?... Giorgio?... Sei tu?... Sei proprio tu, Giorgio?...
Per la prima volta nella sua vita, egli si sentì tutto quanto illuminato. Non se l’aspettava!... Credeva tuttavia di trovarla come un tempo, di dover guadagnare l’amore di lei con fiera costanza e si vedeva trascinato in un impeto di tenerezza tale da morirne.
Gli era caduta fra le braccia e lo stringeva forte, senza baciarlo, mormorandogli all’orecchio, fra i singhiozzi:
— Sei tornato!... Sei tornato!... Ho pianto tanto!... Ti ho aspettato tanto, Giorgio!... Giorgio mio!....
Ed egli non seppe che dire, si lasciò trasportare come una cosa dolcemente morta, pianse con lei.
Tutti sapevano del suo ritorno, vero?... Tutti lo sapevano ed ella no!... Perchè non dirglielo!... Chi le aveva nascosta la cosa?... I giornali non comparivano più, il Vecchio non parlava più!...
Entrarono. Egli vestiva ancora la divisa grigia. Lo vide al lume degli astri; le parve bello come un Dio. E sospirava adagio, tremando nella soavissima voce:
— Ho saputo tutto.... ho saputo tutto!... Oh perdonami, perdonami!...
Egli se l’attirò fra le braccia e le disse solamente:
— Ma se ti voglio tanto bene!...
Tacquero ancora, più a lungo.
Poi udirono un passo dietro le loro spalle, un passo misurato e tranquillo. Si discostarono rivolgendosi.
Era il Vecchio. Non aveva il cappello, insolitamente; pareva ancora più alto nella notte illune. Attesero la sua voce e la voce del vegliardo si levò dal silenzio e disse:
— Benvenuto, figliuolo. Vieni, chè ti dia un bacio!...
Giorgio si accostò scoprendosi e chinò la faccia. Il Vecchio lo baciò sulla fronte.
— Ed ora, — riprese, — ora che sei il primo fra noi, meriti tutto!... Domani ti passerò le bisacce e tu reggerai la casata d’ora innanzi. Lo vuoi?...
Giorgio scosse il capo a dir di sì, chè non poteva parlare.
Il Vecchio accarezzò Rinotta sui capelli, poi se ne andò senza rivolgersi più, nella notte illune, come l’attendesse la morte.
Poteva morire ormai, nel cuor del suo Dio. La casa degli Antoni aveva trovato il suo continuatore.