VI.

Lo seguì sempre. Gli pareva che l’altra gli parlasse. Ormai egli non era più di sè stesso ma di quel fanciullo e della madre lontana che gli era apparsa nell’umile veste nera, nell’attimo più tragico della vita di lui.

Furio Valerio non sapeva che si avesse quel soldato fosco il quale sempre gli era alle terga ogni qualvolta uscissero in battaglia e un giorno gli chiese:

— Perchè mi stai sempre vicino?

Il soldato non gli rispose. Aveva inchinato il volto come in un subito, strano pudore. Furio Valerio non domandò altra cosa e si convinse che il taciturno fosse preso da una inesplicabile mania. Lo lasciò fare. Lo chiamò Ombra e tutti lo chiamarono Ombra.

Giorgio degli Antoni non se ne adontò e non per questo rivelò il proprio segreto. Gli era troppo caro, era la prima fonte di ogni suo ardore.

Ancora non aveva scritto a nessuno e da più di un mese era lontano, e v’erano stati giorni di cupa ansietà dopo il tradimento degli arabi e le male arti del nemico. Non aveva scritto perchè non era in pace con sè stesso ancora, e l’anima sua, sebben dissonnata, non era conscia della grande via per la quale si era posta. Taceva, ma sempre vedeva i luoghi suoi e la casa e il fiume e il volto di Rinotta: sempre. E nella vita rude e faticata, nel continuo pericolo di avere la sua rozza croce sotto la terra sabbiosa, di cadere per non sollevarsi mai più; nel senso religioso che lascia intorno a sè la morte e il pericolo della morte, ogni cosa lontana si affinava, si ingentiliva, dileguando la volgarità che tutto deforma e impoverisce.

Ogni asprezza di contrasti era caduta, egli non sentiva che uno sconfinato amore per il proprio nido e per la sua gente che era un po’ dell’Italia, anzi la miglior parte agli occhi suoi.

Il fato che lo aveva trattenuto sul punto della propria rovina, la forza inesplicabile del fato che aveva deciso della vita di lui, quando egli ormai più non era se non il masso precipite, gli aveva dischiuso la mente al senso del mistero, al senso dell’inafferrabile che sospinge la vita nostra verso inattesi confini. E il ghigno e la brutale cecità dei lontani, di tutti coloro che vivevan bestemmiando, nel loro fimo, gli parve la cosa più miseranda che fosse stata mai. La sua mutazione lo faceva taciturno.

Scopriva in sè un altro io: gli pareva di sentirsi uomo la prima volta nel mondo, di affermarsi per la prima volta, di essere uno. Fino a quel punto non era stato che un ubbriaco berciante dietro il carro dei distruttori; un dimentico; un qualcuno che aveva un nome e una coscienza fittizia e che s’imbrutiva fra la morale povertà del gregge; ma il confine era superato; sentiva ora di poter ritornare fra gli antichi compagni con serena fermezza.

E il Vecchio? Talvolta, sotto la tenda, quando tutti dormivano ed egli chiudeva gli occhi senza sonno, talvolta gli accadeva di vederselo innanzi, fiero e muto e gli pareva di non sapergli parlare ancora, e tale era la sua pena più grande. Ma se fosse ritornato, se il destino gli avesse concesso di rifar tutta la lunga strada fino alla solitaria casa fra le due foci, allora forse avrebbe trovata la parola che non udiva tuttavia nel suo profondo.

Viveva così, senza partecipare alla chiassosa allegria dei camerati, cercando solo di oprare, di esser posto innanzi, inflessibile ed instancabile. Della tragedia superata non gli era rimasto che il fermo silenzio. Nessuno sapeva nulla di lui, nessuno l’aveva udito lamentarsi mai e le sue parole eran conte. La razza dalla quale proveniva poteva ben dare simili piante dal buon ceppo antico, per il suo intatto cuore addormentato.

Giorgio degli Antoni imparò che amare val più che odiare e che allora solo è bella e grande la vita e vai la pena di esser vissuta, allora quando sa essere eroica e votarsi al sacrificio per un bene di cui non godrà, di cui non avrà che la parte più pura nella coscienza del sacrificio stesso e del suo valore.

Ed anche la bella creatura per la quale l’amor suo era nato con la vita, anche Rinotta non era più quella di un tempo. Egli lo sentiva. La fierezza era vinta dalla pena e l’indifferenza di lei da un pensiero senza soste, nutrito dalla muta lontananza. Forse la sua voce sarebbe stata più lieve nel canto, interrompendosi talvolta per ascoltare, per sognare, per non poter più vestirsi tutta quanta della propria festosità senz’ombra nessuna; forse questo avveniva ogni giorno, nel cuore della grande casa sperduta fra le due foci, là dove non si udiva che il mare, il vento, il lamentoso grido delle gru e il canto delle canipaiole fra le canape stellate. Questo avveniva ogni giorno a consolare il silenzio. Così come per lui che seguiva, nel proprio rinascere, una lunga scia ideale non mai conosciuta, una gentile bontà che lo empiva di ebbrezza.

Tale era la mostruosa guerra, la scuola di ogni più empia brutalità per cui ogni animula bianca versava lacrime e clamori imprecando alla barbarie; tale era ad onta degli eunuchi di ogni schiatta e di ogni dottrina, dolorosa sì ma rivelatrice di uomini e di magnifiche tempre e di divine bontà.

E molti si disbrutivano che erano ciechi per lo innanzi e le ebbrezze, ignote ai giorni trascinati nel livore e nell’uggia e nella miseria di una piccola vita in troppo angusti confini, le ebbrezze collettive per idealità immortali, rivelavano gli uomini a sè stessi, erano come un maggio improvviso dopo una tenebra grande.

Tutto era superato con lieto cuore. La gioventù si moltiplicava fino a inverosimili tenacie, superava ogni ombra sinistra illuminando di sè l’asperrima vita. Ogni stirpe italica recava la propria anima e i suoi canti, i suoi canti sonori di cui si empivano le ruine e i bivacchi; le deserte selve e le oblique città. In tutti era un’idea sola: l’Italia, oltre ogni disparità di stirpe e su la terra e sul mare.

Ora, dopo una tregua di giorni e giorni pareva che le mude del deserto si rimovessero a compire un loro piano d’attacco, spinte all’azione dagli invisibili eroi di ogni brigantaggio e del martirio e della turpe menzogna. Pareva che gli uomini senza pudore e senza legge, scendessero sicuri della riconquista, a ricacciare in mare gl’infedeli.

E già, dai punti avanzati, dalle vedette di Sidi Mesri, da Bu-Meliana, da Gargaresh si scorgevano lontanissimamente, torme esulanti, per il deserto; cavalieri trascorrenti fra mutevoli nubi di polvere; esigue carovane. A quando a quando parlavano le bocche dei cannoni a salutare coloro che più si approssimavano alle difese e le notti eran corse dalle fantastiche luci dei riflettori, dalle spade d’adamante intersecantisi nell’ombra con subiti guizzi, o immobili come tese dalla mano di un arcangelo muto ed invisibile verso l’insidia discoperta. Nel cerchio della luce adamantina si vedevano come per prodigio, biancheggiare di un subito e gettarsi a terra e sbandarsi atterrite le torme sorprese, fin che non giungesse il mugghio del cannone. A volte tinnivano i reticolati per qualcuno che era giunto fino alle difese, strisciando; a volte passava l’allarme di una sentinella o il serpentino miagolìo delle palle nemiche, su l’accampamento. Sparavano a caso, ma avveniva che qualcuno morisse nel sonno, disteso sotto la sua tenda.

E, di giorno, continuavano a giungere dal deserto i fuggitivi: vecchi, fanciulli e donne, orrende nel loro sfacelo, dagli scarsi capelli, rossi per l’hennè, dalle mandibole nude fino alla bocca contratta. Arrivavano sorridendo e urlando, inebetiti nella fame e nella loia, levando le braccia, prosternandosi, sospingendo innanzi un somarello carico di cose immonde. Solo i fanciulli non conoscevan nè voce nè pianto; sempre accigliati e diffidenti. Erano aggiunti al branco, condotti fra i soldati, alla città ospitale. E vedevansi lunghe teorie di carrette siciliane, cariche di luride donne e di bimbi; o gruppi di prigionieri avvinti fra loro per salde ritorte.

Erano i giorni della lunga vigilia e dell’ardore, i giorni in cui ogni muro per l’oasi ed ogni casa recava una invocazione alla grandezza d’Italia.

Giorgio degli Antoni vegliava nel suo fermo coraggio e amoroso. E pur oprando con sollecitudine, poi che vinto il mare della propria tristezza si era tutto ridesto, sempre era penetrato dalla intenzione nata nell’ora tragica del risveglio e lo turbava la possibilità della propria impotenza. Anche più: se talvolta gli appariva tale possibilità fino alla morte e vedeva il giovinetto procombere e il pallido volto della donna abbrunata inchinarsi straziato, nel silenzio che egli non sapeva, tanto ne era smarrito da accusarsene. Chè per trascorrere di giorni e mutevole avvicendarsi di avvenimenti il patto chiuso in sè gli era presente come il fermo dovere segnato.

Se l’era promesso senza parole, nè gesti, nè pallide commozioni; l’idea era nata dalla sua essenza, decisa e concreta oltre ogni ragionare, nè poi si era perduto a considerarla. Di indole rude e schietta sdegnava sè stesso innanzi gli altri e non ammetteva per sè ciò che non gli sarebbe piaciuto vedere in altrui. Aveva tale forza inconscia che era l’eredità della sua razza.

Era anche in ciò di una ruvida virilità, per troppo pudore di ogni moto dell’animo suo.

Ora i piccoli scontri si moltiplicavano e tutto accennava alla prossimità della battaglia. I soldati la sentivano e se l’auguravano.

Furio Valerio scherzava con Ombra sul prossimo avvento, ma Ombra non rideva mai. Grave e riverente di fronte al giovinetto pareva l’ascoltasse e non l’ascoltasse, profondato nel suo mondo interiore.

E una sera la voce corse per tutto l’accampamento:

— Domani, innanzi l’alba, si parte!

E ridestò ogni ardore assopito.

Fu anticipato il riposo. Le baracche e le tende raccolsero i loro ospiti nel sonno. Le stelle vegliarono sopra una gran pace serena. Si perser le canzoni innanzi l’ora e il vario vociare delle varie genti. Solo un padiglione più grande, nel mezzo del campo, rimase illuminato; le altre tende non ebbero il loro piccolo cuore di luce. Ma Giorgio degli Antoni non dormì; Ombra non seppe la calma notte riposata e non si abbandonò sul suo giaciglio, al fianco de’ compagni suoi. Si era seduto sul limitare della sua baracca; guardava la notte.

Passò un uomo di guardia; si fermò:

— Perchè vegli?

— Non ho sonno!

— Bada che domani sarà un giorno faticato!

— Non importa!

— Almeno tu potessi prendere il mio posto! Io non reggo più!

E si allontanò a testa bassa, ondulando nel passo, la mano sulla bandoliera del fucile.

Ombra non si rimosse. La notte svolgeva i suoi diademi stellari. Gli stipiti e i ciuffi delle palme parevan sculti in una oscura materia lievemente radiosa; si susseguivano come in una teoria ieratica profondando nel buio. E le stelle erano fra il fogliame, e più sopra, e intorno, nel loro figurato ardore. Innumerevoli colonne si appuntavano al cielo, mirabilmente uguali, vegliando un Dio fra il cuor della notte e la terra. Ritornavan ricordi di altri paesi orientali, intravveduti su gli altari, nelle piccole chiese del mondo ed echi di canti liturgici alla stella dell’oriente che si toglie dal mare, su l’alba. I palmizi erano dietro il sole, remotissimamente, nel paese di Dio. L’idea divina era ricongiunta così, fin dai primi ricordi dell’anima, all’albero mistico.

Tutto era immoto nel prodigio della notte africana, assorto in un tenuissimo folgorìo, profondo e distinto. Le viottole fra i fichi d’india, i muricciuoli, le carreggiate, le pediche su le sabbie rossastre eran palesi nell’interlunio e l’umile erba come le palme altissime. Era una chiarità d’incantesimo sotto le spettrali fiamme degli astri.

Una casipola cubica con la piccola porta archiacuta, senz’altro vano sui muri, appariva albeggiando, acquattata fra il volo delle palme lanciate a sorreggere l’immensità di una cupola divina. Era la tana goffa, costretta, per la grossezza degli uomini, alla forma discorde e brutale fra l’oltremirabile levità.

La natura assecondava la linea lieve e salda come a contrapporre il suo impero di grazia e di forza alla sconfinata tristezza. E con l’assurgere delle forme oltre le morte arene, assurgeva l’anima alla contemplazione cercando, nel vacuo spazio impenetrabile, lo scampo al dolore.

Un bagliore verdigno si accese, tracciò una scia fulminea nella cupola astrale, lumeggiò le vette dei palmizi, discese contro il deserto, approdò al segno di tre stelle per morire.

Ombra levò gli occhi. Or non udiva che il grido lanciato e da presso e da lungi dalle sentinelle veglianti su le trincee e il misurato respirar del sonno dalle tende oscure. Levò gli occhi e la meteora era morta e pensò a ciò che gli dicevano negli anni ignari, quando, sul crocchio raccolto intorno all’acervo del granoturco, scivolava una stella sperduta. Gli dicevano:

— Guarda e desidera! Se tu pensi innanzi che muoia la stella avrai ciò che pensi!

E s’ingegnava a guardare e a pensare; ma la stella moriva col desiderio di lui, per sempre.

Ne aveva sofferto perchè non chiedeva che piccole cose comuni, ciò che può chiedere un bimbo che va scalzo per le redole dietro un umile gregge; ed or si trovava con l’anima di allora a cercar la sua speranza nella fatalità dell’ignoto.

Furio Valerio dormiva poco lungi, al termine di un’angusta e lunga baracca suddivisa in piccole stanze. Ed ogni stanza recava il segno dell’abitatore nell’arredamento, nell’armonica disposizion delle cose, nella scelta degli oggetti trovati nelle nuove terre o portati dall’Italia.

Furio Valerio, accanto al suo piccolo letto da campo, non aveva che una scialba immagine di donna, una vecchia donna dagli occhi miti e pensosi e, innanzi all’immagine, ogni giorno si rinnovavano i fiori sì che non passava ora d’oblio fra le due anime lontane, congiunte dall’amore purissimo. Oltre ciò era la sua cameretta come una cella monastica nella quale non è cosa che distolga dalla perfezione della carità divina. Un solo amore empiva tutto quanto il mondo di quella giovinezza non ancora persa e dispersa fra ingannevoli allettamenti e tale semplicità rispecchiava il nido del suo riposo e del suo sonno. Ed anche l’immagine materna raffigurava l’ardore e l’alta idealità per la quale si cimentava alla morte.

Ombra sapeva tutto questo, aveva veduto e compreso in un suo commosso stupore, chè ricordava l’angoscia raffrenata di lei quando, sul punto di lasciare il suo bene, forse per sempre, non aveva trovato che il cuor suo di cristiana per la più dolce fra le benedizioni e nessuna parola che rivelasse un livore verso qualcuno, un dispetto per la Patria che le toglieva il figliuolo. A tutto questo pensava, nella tersa notte, come a una inverosimile grandezza. Aveva veduto altre lacrime, aveva udito ben diverse parole fra coloro che tutto avrebbero rinnegato pur di non partire e più, per tale violento contrasto, tale umile semplicità si ingrandiva agli occhi di lui. L’uno, nella bellezza de’ suoi anni chiari, pur non avendone il preciso dovere, partiva quasi furtivamente pur di dare sè e la vita sua allo splendore di un’idea grande oltre il confine degli anni; l’altra rimaneva con le umili figliuole ad attendere nell’oscuro silenzio, reprimendo il suo pianto, chè nessuno ne avesse a soffrire e levando la voce solo per dolcezza.

Quando mai aveva non che veduta, pensata, una simile cosa nel suo brutale egoismo?

E quando mai il suo cuore aveva tremato per maggior tenerezza? E quando quando aveva sentito in sè una più serena e illuminata coscienza di essere in realtà qualcuno per poter giovare a qualcuno?

Gli si chiariva innanzi una via per la quale l’andare in silenzio era più dolce che il sapersi d’improvviso amato, quando l’anima si pensa, in un eterno esilio, sperduta. E godeva in sè del suo ardore, immaginando insolite cose, mentre la notte approdava al suo confine, quando trasparì, di fra le palme, un tenue bagliore. Erano i fuochi del bivacco.