I.

Nel secolo passato, al tempo che i nostri nonni in parrucca colla coda, facevano una corte spietata alle nostre nonne in toppè, la città di Treviso non era così linda come al giorno d'oggi. Fabbricata, a quanto sembra, prima dell'invenzione dello spago, la linea retta non appariva che per accidente. Ogni persona che fabbricasse una casa, aveva qualche motivo per collocare la sua fabbrica un passo più avanti o più indietro del vicino, o formava un angolo a dritta o a sinistra, per vedere il sole più presto o più tardi secondo i suoi gusti. Allora nessuno parlava di libertà, ma nessuno s'immaginava che si potesse impedire ad un cittadino di erigere una casa a suo talento, anche in mezzo alla piazza se lo avesse trovato opportuno. Frutto dell'assoluta libertà era che ognuno pensava per sè, per la qual cosa Treviso è risultata di un pittoresco indescrivibile. Le strade a zig-zag alte e basse, ad angoli sporgenti o rientranti con le finestre e le porte a capriccio, con portici o senza portici, secondo le idee del proprietario. La polizia municipale non era ancora inventata, i municipi non avevano nè il medico, nè l'ingegnere, nè la commissione dell'ornato, che sorvegliassero l'igiene pubblica, le strade ed i fabbricati.

In conseguenza le vie non erano selciate nè illuminate di notte, e tutti gettavano dalle finestre le immondizie delle case. L'erba cresceva rigogliosa per le strade, ove i polli ruzzolavano nelle spazzature e le lavandaje distendevano il bucato.

Al tramonto del sole suonava l'Ave-Maria, e mezz'ora dopo si poteva giuocare a gatta cieca e rompersi il collo per la città, immersa nelle tenebre più profonde.

Chi voleva veder chiaro andava a spasso col suo lanternino in mano, o attaccato al cappello a tre spicchi; e chi preferiva le tenebre non aveva bisogno di spegnere i lumi; e non abbiamo mai udito che i nostri nonni si sieno lamentati di tali abitudini. Anzi abbiamo delle ragioni per credere che gl'innamorati ed i ladri, fra i quali corrono certe analogie, fossero perfettamente soddisfatti.

I frati e le monache avevano prodigati i loro conventi, ed ogni mattina l'aria echeggiava del continuo frastuono delle campane, suonate alla distesa ed a tocchi, a gloria del cielo e dei santi ed in perpetuo tormento delle orecchie dei peccatori.

In quel tempo, ed appunto in una mattina di primavera del 1771, due giovani della medesima età, uscivano da porta Altinia, e si avviavano a piedi verso Venezia.

Erano entrambi, come succede sovente a questo mondo, ricchi di genio e poveri di contanti; ma la ricchezza dei giovani non istà nella borsa, ma nel cervello e nel cuore, e in questo senso erano milionari. Portavano il fardello sulle spalle colla baldanza dei loro quattordici anni, e aspiravano l'aria fresca della campagna con un'ebbrezza che brillava negli occhi, e sulle labbra. Andavano a Venezia per la prima volta, a cercare fortuna nell'arte: avevano in tasca delle lettere commendatizie, nel cervello un mondo di sogni, e nel cuore una fiamma perenne.

Venezia era allora la ricca e popolosa dominante della repubblica, la città delle arti belle, la sede del buon umore, il teatro delle avventure misteriose e dei facili costumi. Il nome di Venezia risuonava in tutto il mondo col supremo prestigio delle glorie passate, e delle voluttuose seduzioni del presente.

I due giovani viandanti sentivano le pulsazioni del loro cuore accelerarsi all'idea di raggiungere la piaggia felice della quale aveano tante volte udito vantare i fasti, e narrare il fascino e le meraviglie, dai signori villeggianti.

A Mestre incominciava a quei tempi il movimento che indicava la vicinanza della grandiosa dominante. Dai grandi alberghi e dalle locande che fiancheggiavano il porto, uscivano ed entravano ad ogni ora del giorno grandi e piccole carrozze da viaggio, sedioli, cavalieri e pedoni. Vedevansi degli alti carrozzoni dorati con vaghe miniature agli sportelli, con entrovi eleganti gentildonne in toppè e gran signori in parrucca incipriata, con la coda riparata in un sacchetto di seta che sbatteva le spalle. Andavano e venivano per le vie popolose, ridendo e scherzando, arrestandosi a conversare cogli amici e conoscenti che incontravano. Ad ogni momento arrivavano o partivano le gondole dalla riva, caricavano o scaricavano i patrizi, i magistrati, i ricchi cittadini, accompagnati dalle loro dame e damigelle, dagli abati di casa, dai segretari, e da numerosi staffieri, servitori e cameriere d'ogni fatta, che portavano tabarri, ombrelli, cesti, sportelle, casse e bagagli. Sul porto era un continuo movimento, un incessante ed animato tramestìo d'uomini e di cose, che formava un quadro bizzarro di costumi originali e di colori spiccati, degna prefazione del gran libro di Venezia.

I due modesti viaggiatori dopo un'opportuna refezione si decisero a scendere in una peota che partiva sul momento carica di viaggiatori stipati fra le stie dei polli, e le provvisioni svariate di frutta e d'erbaggi.

Quando ogni cosa fu all'ordine la barca si distaccò dalla riva, e i barcajuoli incominciarono a dare dei remi nell'acqua. Le donnicciuole di Mestre che avevano accompagnate all'imbarco le comarelle e le amiche, si sbracciavano sul molo in mille segnali, auguri e saluti, e facevano un cicalìo che si confondeva col tonfo dei remi, e si perdeva incompreso per l'aria. Gli uomini salutavano con le braccia protese e i berretti sollevati.

Nella barca rispondevano sventolando le pezzuole, o coi cenni della mano, o con qualche lagrimetta furtiva, dissimulata dal bianco fazzuolo del capo.

Spariti gli ultimi gruppi della riva, incominciava la conversazione in comune. Ognuno prendeva un posto conveniente alle proprie idee. I vecchi cercavano un cantuccio tranquillo ben riparato dall'aria e dal sole, le donne fingendo nascondersi, studiavano una posizione avvantaggiosa; i giovani facevano prospettiva alle donne, o si sedevano loro da canto per raddolcire le noje del lento viaggio, con una conversazione geniale. I battellieri calcavano il tabacco nella pipa, e i due giovani viaggiatori si collocavano a prora per dominare liberamente il nuovo e stupendo spettacolo.

Frattanto uscivano dai tortuosi e torbidi canali di Mestre, ed entravano nella vasta laguna. I nostri due compagni di viaggio, cogli sguardi intenti verso la lontana Venezia, contemplavano estatici il magnifico quadro che compariva davanti ai loro sguardi.

Le acque azzurre, appena increspate dalla brezza vespertina, si stendevano come uno specchio infinito, riflettente le rosse nuvolette della sera. Di tratto in tratto dai banchi di sabbia verdeggianti per le alghe, si levava un qualche uccello marino, e si alzava sbattendo le bianche penne, e poi discendeva in graziosissime curve con l'ali stese ed immobili, sfiorando l'acqua, o immergendosi un istante per cogliere di passaggio la preda.

Qualche battello peschereccio raccoglieva o gettava le reti, o scioglieva le vele pel ritorno. Le brune gondolette passavano davanti la lenta peota. I gondolieri e i pescatori cantavano, tutto respirava la pace e il contento, tutto presentava alla vista un aspetto singolare e fantastico.

Da lungi fra i vapori trasparenti e dorati della sera vedevasi Venezia come una sposa avvolta nel velo nuziale, circondata da una aureola di luce divina. Il sole cadente s'immergeva nelle acque che parevano fiammeggianti di liquido oro sopra strati di porpora. A poco a poco si distinguevano le gugliette, i campanili, le cupole e le case, confuse fra gli alberi e le antenne delle navi. Gli ultimi raggi del sole battenti sopra l'ampie invetriate dei lontani palazzi pareva che mandassero in fuoco quelle principesche dimore. La calda luce del crepuscolo non era ancora scomparsa, che dalla parte opposta si levava la luna, e le prime stelle brillavano in cielo, come fosse convenuto fra gli astri di darsi il cambio sull'eccelso diadema della regina del mare. A poco a poco sorgeva la notte serena, e involgeva nel suo bruno mantello la misteriosa città.

Entrarono in Venezia, attraversando il Canal grande, e sbarcarono al molo della Piazzetta: la luna sbatteva i suoi raggi sul palazzo ducale, e riproduceva sui muri del fondo le agili colonnette e i trafori. La basilica di San Marco appariva indistinta fra molteplici gruppi di colonne di marmo sostenenti archi di mosaici di oro, incoronati di cupole lucenti. La doppia fila d'arcate che fiancheggiano la piazza, i sovrapposti palazzi, le gigantesche colonne della piazzetta, i leggiadri stendardi, tutto quell'insieme vario ed artistico, grandioso e imponente, sembrava ai giovani viaggiatori una sublime visione.

Penetravano in Venezia come nel regno dei sogni soavi; le loro forze giovanili misuravano dei lunghi anni felici, le loro speranze dipingevano sulla facile fantasia una serie di gioje recondite; e la gloria possibile fra le meraviglie delle arti e della natura!

Ma chi erano quei due giovani viaggiatori, così ardenti d'entusiasmo e di genio? — Uno si chiamava Vittore Valdrigo, e l'altro Antonio Canova.