XXII.

Era di primavera. Le prime fogliette spuntavano dagli alberi, e l'aria tiepida esalava il soave profumo delle prime violette. La giovane veneziana non era mai uscita dal suo nido, la sua infanzia s'era passata sulle rive della laguna, in un'aria pregna di emanazioni saline, commista all'ingrato tanfo dei canali ed alle esalazioni di pece delle barche. I suoi occhi avvezzi all'azzurra superficie dell'acqua, o al freddo aspetto dei muri, non si erano mai posati sopra una vasta campagna. Essa non aveva mai contemplato la natura rurale che nei prodotti degli orti delle isole, esposti nei cestoni dell'erberia; e i pochi alberi dispersi fra le case, e i modesti vasi di garofani e geranei della sua finestra, erano per lei i soli rappresentanti del regno vegetale.

Il movimento continuo della città, il canto dei gondolieri, le ciarle delle donnicciuole, le baruffe dei facchini, le diverse grida dei pescatori e dei vari venditori ambulanti che annunziano per le strade le loro merci avevano sole risuonato alle orecchie della fanciulla, con l'accompagnamento delle musiche dei menestrelli vagabondi, e del suono delle campane, tutti rumori che confusi fra loro danno un certo suono generale che si potrebbe chiamare la voce delle calli di Venezia.

Al Saltore la scena era affatto diversa, il silenzio della notte non era interrotto che dal canto dei grilli e da qualche latrato dei cani, al giorno era la canzone degli uccelletti fra gli alberi, le varie voci degli animali domestici, lo stormire delle fronde agitate dagli aliti della primavera.

Il verde tappeto dei prati si smaltava di bianche margherite, e gli armenti vaganti per la campagna mandavano i loro muggiti, come un saluto alla pace che regnava dovunque.

Nella rustica dimora, l'abbondanza prodigava i suoi doni. Non era più come a Venezia, ove ogni cosa si misurava in proporzioni meschine, ove sul tavolo della cucina si vedeva una libbra di farina, un bicchiere di latte, un cavolo, un pollo, un piattello d'insalata; nella cucina del colono entravano ampi catini di latte, cesti ricolmi di erbaggi, il farinaio riboccava di farina, gli scaffali di formaggi, e dalle travi affumicate pendevano i salami ed il lardo. Il cortile brulicava di polli, e il bravo Osvaldo aveva introdotto sotto al portico alcuni alveari che gli davano ogni anno un miele dorato, eccellente.

Rosa faceva gli onori della casa alla sua ospite meravigliata di tanta agiatezza, sorpresa del nuovo spettacolo dei costumi campagnuoli.

Durante l'assenza della moglie, Zammaria era un uomo impacciato e disperato. La casa gli pareva un deserto, i polli erano inquieti, il majale grugniva dalla fame, il gatto miagolava, il cane da guardia giaceva malinconico in un angolo del cortile, dopo d'aver invano cercato la sua padrona da ogni parte. Il ritorno di Rosa fu una vera festa per tutti, il cane le saltava addosso urlando ed abbajando dalla gioia, tutti gli animaletti le correvano incontro, il maiale dava segni evidenti di soddisfazione, i figliuoli la baciavano, e Zammaria sbalordito rimaneva immobile in mezzo del cortile, si cavava la beretta di lana per inchinare Maddalena, e rideva colla bocca, mentre due grosse lagrime di consolazione gli correvano giù per le guancie.

La Rosa gli corse fra le braccia, lo baciò in viso e tutti entrarono in cucina. Allora disfatti i bagagli saltava fuori una bella giacchetta pel marito, una berretta col fiocco per Osvaldo, e fazzoletti rossi e variopinti per gli altri. Poi vennero i rinfreschi, il latte, le frutta per la bella veneziana, che tutti guardavano colla bocca spalancata e gli occhi sorridenti.

Maddalena osservava quel quadro di felicità, e pensava come sarebbe bella la vita in questa pace, accanto all'uomo amato, in mezzo ad una famiglia contenta! La Rosa presso a poco pensava egualmente, e rifletteva che per Vittore una signora sarebbe una vera disgrazia, una contadina troppo poco, e faceva i suoi castelli in aria. Si potrebbe, diceva fra sè, restaurare la casa con poca spesa, Vittore farebbe dei bei santi per le chiese, Maddalena lo renderebbe felice, e mi assisterebbe nelle faccende di famiglia, saremmo tatti uniti! e si proponeva di mandare alcune candele alla Madonna della Neve per ottenere questa grazia.

Vittore per sua parte pensava: — Silvia è la più divina creatura che abbia vissuto sulla terra, i suoi sguardi mi sono fitti nel cuore con indelebile fermezza, mi par sempre di vedere quell'occhio limpido e profondo, azzurro come il cielo, veggo sempre la sua bocca soave, ahimè la sento ancora sulle labbra!

Orgoliosi! egli ripeteva fra sè, orgoliosi! gettare un fiore del paradiso fra le braccia d'un vecchio consumato dagli stravizi, soffocare le aspirazioni di quel cuore innocente per considerazioni ambiziose!... No! essa non può essere rea d'un oblìo contro natura, essa fu vittima d'un pregiudizio fatale!... — E la sua mente lottava e si agitava fra l'amore e l'odio, fra l'affetto per Silvia, fra il disprezzo pei nobili inumani, e quella violenta passione dominava tutte le facoltà di quell'anima esaltata dalle aspirazioni del cuore e amareggiata dai disinganni della vita!

Nelle ore della solitudine, Valdrigo viveva concentrato in sè stesso coi pensieri condensati dall'affetto, evocava le immagini del passato, riviveva nei giorni felici, conversava col suo idolo, lo circondava d'un prestigio fantastico, lo adorava con tutte le forze del cuore. Richiamato alla vita reale da qualche accidente volgare, chiudeva nel cuore e nella mente le sensazioni e i pensieri reconditi, come si chiudono le lettere d'una amante riamata entro ad una cassettina segreta per rileggerle e ribaciarle a suo tempo; e usciva dalla sua stanza col volto sereno, coll'aspetto tranquillo, avendo preso il partito di dissimulare le interne agitazioni con una superficie calma, di vivere con lei sola nella segreta intimità dell'anima, e di vivere con tutti secondo le convenienze della comune esistenza.

La gratitudine che provava verso Maddalena per le cure ricevute lo obbligava a mostrarsi cortese ed affettuoso, ed a renderle gradevole e lieto il soggiorno di Saltore. Quindi scherzava con lei, e le indirizzava sovente quei complimenti abituali, che i giovani usano con le ragazze, e sono parole che spuntano spontanee sulle labbra all'aspetto della gioventù e della bellezza. Ma essa le ascoltava con grande attenzione, se le metteva da parte, le pesava colle bilancie dell'oro, e se le teneva come tante dichiarazioni mascherate d'un amore incipiente e forse troppo timido, per manifestarsi a volto scoperto. In fondo non erano che paglia, ma vicino al fuoco del cuore, sollevavano un incendio.

Ogni giorno egli la conduceva al passeggio, e le ingenue sorprese della fanciulla alla quale tutto era nuovo, gli eccitavano una ilarità superficiale e burlesca. Ella che lo vedeva sempre cupo, si attribuiva il merito di scacciare le tetre nubi di quell'anima misteriosa, e di ricondurre i giorni sereni.

Una mattina passeggiavano per le strade deserte di Vascon, e giunti davanti al palazzo degli Orseolo, Maddalena voleva entrare per vedere il giardino. Valdrigo le disse che dopo uscito da quella casa, non vi aveva più riposto il piede, e non voleva rimetterlo, perchè l'orgoglio di quei signori, rendeva amaro il beneficio ricevuto. Maddalena guardava pei cancelli le statue e le ajuole fiorite, e Angelo Rotondo fingendo di non vedere nessuno faceva segno col gomito a Fiorina, dicendo: — Guarda un po' se l'ha trovata la sua veneziana, e più bella della padroncina. Questa è proprio un bel pezzo di ragazza, un bocconcino che mette in appetito.

— Taci su, birbonaccio, — rispondeva Fiorina, — sei proprio come il lupo che perde prima il pelo che il vizio.

Maddalena ricondusse in campo la storia degli Orseolo, che Valdrigo le aveva raccontata a suo modo sotto la cappa del camino a Venezia, e volle sapere il nome d'ogni singolo individuo componente l'illustre famiglia. Quando udì il nome di Silvia, sentì come una punta nel cuore, e il suo volto espresse l'impressione dolorosa, ma Vittore non se ne avvide, ed essa non osò spingere le ricerche più avanti; ma disse fra sè: — Ecco trovata la Silvia, che Vittore invocava nei vaneggiamenti della febbre.

Un'altra volta ritornando sullo stesso discorso, seppe che la nobile fanciulla era andata a marito, ma questa notizia non valse gran fatto a calmarla. Ne parlò alla Rosa con aria d'indifferenza, e i suoi sospetti ebbero nuovo alimento dalle spiegazioni della buona donna che volendo giustificare suo figlio lo accusava, ed imbrogliava l'intrigo.

Le cose erano a questo punto quando un giorno giunse Beppo da Venezia all'improvviso. La cucina della Marta non gli andava troppo a sangue, la buona vecchia gli aveva bruciata una frittura di sogliole, la casa era in disordine, ed egli richiedeva sua sorella. Non ci fu caso di protrarre il soggiorno della ragazza, Beppo doveva partire per la pesca, la nonna Marta era sorda, e non si fidava di lasciarla sola a Venezia. Maddalena dovette cedere, e lasciò i buoni coloni con dirotte lagrime; essa sarebbe rimasta per sempre in quel beato soggiorno, Rosa la baciò colla tenerezza d'una madre, la consolò con future speranze, e la congedò colle dolci parole: — A rivederci presto.

Partì con Beppo, ma il suo cuore rimase a Saltore; l'ultimo sguardo dato a Valdrigo avrebbe commosso una pietra: Vittore pensava fra sè: — Potessi almeno rivedere Silvia, e disse ad alta voce alla fanciulla: — Addio, buona Maddalena, a rivederci fra pochi giorni a Venezia, che qui non ci posso più stare.

Queste parole, che essa interpretava a suo modo, furono la sola consolazione della fanciulla durante il suo viaggio, nel quale si sforzò a gran fatica di reprimere le lagrime e di soffocare i singhiozzi.