XXVI.
Un giorno il nostro pittore s'era seduto in faccia al quadro dei pescatori, e lo andava contemplando. — Non ci sarebbe troppo male!... egli ripeteva fra sè, ma ci vorrebbe il coraggio di finirlo. Chi mi darà questo coraggio?... e sospirava.
Alcuni colpi vigorosi del battente di casa lo scossero dai suoi pensieri, e udendo una voce che chiedeva di lui, saltò in piedi, corse precipitosamente ad aprire la porta della stanza.... e vide Antonio Canova.
Reduce da Roma ove aveva scolpito il Teseo sul Minotauro, una statua di Marte, un Amorino, Venere che inghirlanda Adone di rose, la Psiche, vari bassirilievi e finalmente il grandioso Mausoleo di papa Clemente XIII, collocato nella basilica di san Pietro, lo scultore era venuto a Venezia per rivedere gli amici, e recarsi a respirare l'aria nativa dei suoi colli di Possagno, per ristorare le forze affrante dalle lunghe fatiche. Il Doge ed il Senato lo avevano accolto come un figlio prediletto, e i più illustri patrizii andavano a gara per onorarlo come una nuova gloria della patria, e gli allogarono il monumento dell'illustre capitano Angelo Emo.
Fedele alle sue affezioni d'infanzia, Canova volle abbracciare Valdrigo, e lo sorprese nel suo alloggio. Quella visita inaspettata sbalordì Vittore, stupefatto ad un punto dalla gioia e dalla vergogna. La fama gli aveva narrate le opere dell'amico; che cosa aveva egli da contrapporre a tante insigni produzioni?.... nulla! Il piacere di stringere fra le braccia un antico collega era dunque avvelenato dal rimorso del tempo perduto fra le passioni dell'amore e della politica. L'inerzia arrossiva davanti al lavoro. Partiti entrambi da uno stesso punto, con eguali attitudini, uno aveva proseguito il cammino con perseverante costanza, superando con coraggio gli ostacoli, l'altro s'era arrestato ad ogni scabrosità del terreno.
Scambiate le prime espansioni, lo scultore cercò un punto opportuno per contemplare il quadro dei pescatori, e il pittore movendo il cavalletto verso la luce si poneva da un lato, studiando l'espressione della fisonomia dell'amico, ed aspettando trepidante il suo imparziale giudizio.
Canova collocato a qualche distanza fissava attentamente quella tela, ora concentrando la luce con le mani raccolte intorno agli occhi, ora retrocedendo d'un passo, mettendosi in fianco per giudicare un effetto, o avanzandosi per osservare da vicino alcuni tocchi di pennello; esaminò attentamente ogni singola figura, ogni accessorio, il prossimo terreno e l'orizzonte lontano, e poi raccogliendo i vari gruppi in uno sguardo sommario, per vedere se l'armonia delle varie parti corrispondesse all'insieme, studiò l'effetto generale del quadro, e colla testa alta e gli occhi semichiusi stette lungamente immobile e muto a guardarlo.
Finalmente cessando tutto a un tratto dall'esame coscienzioso e severo, si slanciò al collo dell'amico, e baciandolo in volto con affettuosa e sincera affezione gli disse: — Vittore, il tuo quadro è un capolavoro. Prendi i pennelli e compi l'opera, e fra pochi giorni il tuo nome sonerà con elogio in Venezia, e tu sarai stimato nuovo decoro alle arti.
Valdrigo piangeva, e confessava ingenuamente i suoi slanci sublimi e le lotte colle tetre nubi della vita che gli oscuravano gli orizzonti sereni dell'arte, e il continuo ondeggiare fra i lampi delle sue ispirazioni, e le tenebre d'una molle apatia la quale spegneva a poco a poco il sacro fuoco del genio che si sentiva ardere in cuore ed affraliva la sua volontà con una colpevole accidia che lo rendeva inetto al lavoro.
Allora Canova confortava di nobili consigli quell'anima addolorata, e gli ripeteva le massime che guidarono la sua gloriosa carriera e che vennero scrupolosamente raccolte e conservate da Antonio d'Este suo intimo amico, e da Melchiorre Missirini suo ammiratore e biografo, e che noi riportiamo testualmente ad onore del nostro grande concittadino, e per guida dei giovani artisti che vogliono seguire le sue traccie immortali. — «Il decoro e la grandezza del nome d'Italia debbono sempre starci fissi nella mente. Gl'Italiani sono stati destinati dalla provvidenza a condurre a fine ogni gran cosa. Essi fanno uscire nella luce del mondo capolavori d'ogni maniera, e si acquistano il merito di essere a tutti insegnatori e maestri per solo spontaneo irresistibile impulso del loro genio, recato a creare grandi cose senza emulazione, senza premio e molte volte senza lode, anzi per mezzo tutti gli ostacoli e le contrarietà delle opposizioni dei governi, e delle censure fra loro medesimi, e fra le allettatrici distrazioni di un cielo mite e di un'aria benigna che ne consiglia e sospinge alle ricreazioni e ai diporti...»
«Compiango quei giovani che credono poter comporre piaceri d'ogni maniera coll'arte. L'arte sola deve stare in cima al pensiero dell'artista, e per essa vivere e volgere in essa ogni sua cura. Non devesi sviare l'intelletto nè abbattere il corpo.»
«Chi è stanco della musica, della veglia e del ballo, del passeggio, della cena, come mai di buon mattino potrà recarsi allo studio per lavorarvi con quell'ardore che vi bisogna? Quindi si diviene neghittosi, e all'ignavia vien dietro la noncuranza della gloria e l'appagarsi della mediocrità. La vita dell'artista debbe essere un continuo studio, non v'ha cosa più preziosa del tempo. Il grande artista deve pensare a vivere più nel futuro che nel presente...»[10].
Queste gravi e solenni parole colpirono profondamente il cuore commosso di Valdrigo, che promise di mettersi con fermezza a terminare il suo quadro, seguendo i consigli dell'amico, che lo assicurava delle supreme consolazioni del lavoro, come farmaco infallibile che risana ogni dolore dell'anima, e consola il cammino della vita.
In mezzo a questi propositi si separarono, fra le scambievoli dimostrazioni di amicizia e di stima, e Canova parti per Possagno.