XXVIII.

Un alito del genio alacre di Canova, aveva dato l'impulso al genio inerte di Valdrigo. Ripreso il lavoro, e richiamati i modelli, non deponeva la tavolozza che poche ore, per cibarsi o dormire, non usciva più di casa e pareva dominato da uno spirito creatore che sostenesse le sue forze. Serio, concentrato, intento a trattare i pennelli con un'attenzione sostenuta, pareva isolato dal mondo, e reso insensibile ad ogni impressione che non avesse un'influenza diretta al suo scopo. Maddalena raggiante di gioja gli stava di rimpetto silenziosa per non turbare quel sublime raccoglimento, e mentre egli dava gli ultimi tocchi alla tela, essa ammirava sul volto del pittore le traccie d'un'anima soddisfatta dalla coscienza del proprio valore.

Un giorno aveva radunato nella stanza tutti i modelli che collocati nella rispettiva posizione presentavano l'aspetto generale del quadro; tutto ad un tratto Valdrigo saltando in piedi sullo scanno sul quale stava seduto gettò in aria la tavolozza e i pennelli e gridò — basta!

A tal grido, Maddalena che conosceva le ubbie del pittore divenne pallida pallida, e stava certo per cadere svenuta dal dolore d'un nuovo capriccio del bizzarro suo ospite, quando egli soggiunse: — basta, ho finito!

Un profondo sospiro sollevò il cuore oppresso della povera fanciulla, ed una lagrima di gioja le bagnava le guancie, mentre le sue labbra si atteggiavano al più soave sorriso.

I pescatori circondavano il quadro, guardandosi ed ammirandosi riprodotti sulla tela, e lodando il pittore che sempre in piedi sullo scanno dominava le loro teste e rideva allegramente delle ingenue osservazioni, e degli applausi sollevati dal più sincero entusiasmo. Poi saltando sul pavimento li baciava tutti dalla gioja incominciando dalla nonna Marta, e terminando colla Maddalena, la quale al tocco di quelle labbra sentì una burrasca interna e il capogiro, ma egli come al solito non avvedendosi di nulla, stava vuotando le sue tasche sul tavolo, dalle quali uscivano gli ultimi ducati, una bella giustina d'argento, un'osella cogli orli frastagliati e alcuni traeri anneriti e consunti, e invitando Beppo a raccogliere questo suo fondo di cassa gli diceva:

— Invito tutti a pranzo, va a provvedere i bocconi più ghiotti, i vini più morelli, evviva l'arte e l'allegria!... — Evviva Evviva! ripetevano i convitati fra gli applausi universali, e le risa sgangherate che facevano tremare le pareti; e tutti se ne andarono lieti e contenti aspettando l'ora del banchetto; il quale non è a dirsi se fu allegro e clamoroso. Basti il sapere che tutti erano soddisfatti, e il vino buono e abbondante.

Quando la tela fu asciutta, Valdrigo vi distese sopra una bella mano di vernice che fece risortire le velature, e le luci, ed avendo trovato da un intagliatore una magnifica cornice dorata, potè ottenerla a credito colla promessa di pagarla dopo venduto il dipinto, che collocato al suo posto produceva un effetto veramente meraviglioso.

Pochi giorni dopo, il quadro colla sua cornice figurava al balcone d'una delle più belle botteghe di Piazza San Marco, con sotto il nome di Vittore Valdrigo, e attirava da ogni parte i curiosi, che si affollavano per contemplarlo e applaudirlo.

Il pittore penetrava spesso fra la gente, e s'inebbriava del trionfo, maledicendo gli anni sprecati a far nulla. Maddalena volle vedere il quadro esposto al pubblico, v'andò in segreto con una amica, godendo, degli elogi fatti all'artista come d'un bene suo proprio, ma dovette allontanarsi in fretta dagli sguardi delle persone che avevano subito riconosciuto il modello principale, e gli scoccavano degli epigrammi un po' troppo arguti e indiscreti.

Intanto il nome di Valdrigo si diffondeva per Venezia, e l'esposizione del quadro era divenuta un piccolo avvenimento. La folla attirava la folla, tutti volevano vedere l'opera della quale avevano uditi gli elogi, gli artisti discutevano fra loro sui meriti del disegno e del colorito, il popolo ammirava i suoi costumi nazionali riprodotti con inusata verità, e i nobili nelle loro radunanze esaltando il talento di Valdrigo, onoravano la loro classe che lo aveva tratto dalla oscurità, e protetto nei primi passi dell'arte. E si diceva da per tutto: — i nobili sono i benefattori degli artisti, i Falier hanno sostenuto Antonio Canova, gli Orseolo hanno assistito Vittore Valdrigo. — Il museo Farsetti ha cooperato allo sviluppo di due geni che saranno nuova gloria alla patria, i patrizi veneziani mostrarono sempre un amore vivissimo alle arti belle, ne siano prova le chiese, i palazzi e le gallerie che formano di Venezia una meraviglia del mondo.

Molli ricchi patrizi entrarono nella bottega per acquistare il dipinto, il negoziante scriveva il loro nome e rispondeva: — Non so se il quadro sia già venduto, in ogni modo farò noto al pittore il desiderio di vostra eccellenza.

La lista degli aspiranti all'acquisto venne infatti presentata a Valdrigo, il quale; percorrendola rapidamente, si arrestò tutto ad un tratto davanti al nome del conte Alberto Leoni. Era evidente che acquistando il primo lavoro di Valdrigo, il conte Leoni subiva una influenza. Naturalmente gli Orseolo gli avevano lasciato ignorare la scena del boschetto, e Don Lio celebrando nel suo Epitalamio il candore della sposa, era convinto della necessità d'usare una tale licenza poetica, ma ne sogghignava maliziosamente sottecchi.

Ma certo il nobile carattere di Silvia consigliando al marito l'acquisto del quadro, intendeva soddisfare un dovere di giustizia, dimostrando a Vittore che essa non era complice della calunnia che lo aveva colpito. — Il sentimento delicato della donna riparava i torti dell'altero casato, riabilitando l'onestà offesa ingiustamente, e rendendo omaggio al genio derelitto che trionfava d'ogni ostacolo colla sola forza del proprio valore.

Che se scrutando i più reconditi ripostigli di quel cuore generoso, si avesse scoperto un istinto più intimo che animava i suoi nobili impulsi, la purezza d'un tale sentimento non avrebbe punto offuscata la virtù, nè scemato il pregio della Sua nobile condotta.

Valdrigo comprese il significato di quel nome, ne fu commosso nel profondo del cuore, e ordinò che il quadro venisse subito portato in casa del conte Leoni.

All'indomani il giovane pittore riceveva un bel gruppetto di zecchini accompagnato da una lettera di elogi, che terminavano colla preghiera al pittore, di volersi recare al palazzo Leoni per collocare egli stesso il suo quadro nella luce più vantaggiosa.

Dopo lunghe meditazioni sulle sue nuove fortune, Vittore pensò a sua madre, a' suoi ospiti, a sè stesso. Mandò a Saltore del denaro e dei doni, fece un bel presente a Maddalena, e chiamato un sarto che vestiva i più eleganti damerini di Venezia, gli commise un vestito completo d'ultimo gusto, coi bottoni diamantati. Uno dei millecinquecento parrucchieri[14] che in quell'epoca acconciavano le teste dei veneziani, gli pettinò una zazzera incipriata da zerbinotto vaporoso, un calzolajo rinomato gli calzò un pajo di scarpini colle fibbie, un cappellajo gli fornì una leggiadra schiaccina da tenere sotto il braccio, ed ecco in pochi giorni un uomo rifatto e degno della più eletta società. Alcuni suoi conoscenti, che pochi giorni prima scontrandolo per via lo salutavano appena, vedendolo in così splendido arnese gli facevano delle profonde riverenze, e i suoi fornitori che dapprima lo tormentavano per un minimo credito, gli andavano poi incontro per offrirgli del denaro. Così va il mondo! malgrado il proverbio che l'abito non fa il monaco.

Trovatosi in tutto punto, Valdrigo accorse trepidante al palazzo Leoni. Nel salire le ampie scale gli vacillavano le ginocchia per modo che dovette arrestarsi alquanto a prender lena. Il cuore gli palpitava con violenza e gli battevano i polsi al punto da offuscargli la vista. Un servo lo condusse dall'entrata all'anticamera, era un vecchio cameriere in gran livrea gallonata, gli si fece incontro con un profondo inchino, e chiestogli il nome gli aperse l'uscio della stanza vicina, annunziando:

— L'illustrissimo signor Vittore Valdrigo.

Vittore si avanzò lentamente, il cameriere chiuse l'uscio. Un soavissimo profumo dominava la tiepida atmosfera, debolmente rischiarata da una luce rosea, trapelante attraverso pesanti cortinaggi. Nel fondo della stanza, Silvia stava seduta in un ampio seggiolone e leggeva. Il libro le cadde dalle mani, mentre Valdrigo rispettoso s'inchinava e con voce tremante balbettava un complimento. Essa con un cenno della mano lo invitava a sedere, quando aprendosi una porta, entrò il conte Leoni. Silvia presentò il pittore al marito, il quale fattosegli incontro col tratto d'un gentiluomo avvezzo alle maniere di Corte, animò la timida esitazione del giovane colla più benevola accoglienza, e lo colmò d'elogi e d'incoraggianti promesse. Dopo breve conversazione lo condusse a visitare la galleria, ove Valdrigo collocò il suo dipinto; e invitandolo a pranzo per un altro giorno, lo accompagnò fino alla porla della scala, ove prese congedo con un cortese complimento.

Il giorno del pranzo si trovò in un'ampia sala in mezzo alla più scelta nobiltà, fra la quale gli Orseolo, come lo avessero lasciato amichevolmente il giorno prima, lo trattarono con famigliare cortesia, e Don Lio che adorava sempre l'astro nascente, volle onorare il pittore riabilitato, con un sonetto, nel quale chiamava Valdrigo figlio di Minerva, e lo invitava a salire sul Pegaso per recarsi in Elicona a visitare Apollo e le Muse. Valdrigo lo ringraziava colle labbra, ma col cuore lo mandava al diavolo co' suoi sonetti granelleschi e mitologici.

Ritornava spesso al palazzo colla speranza d'incontrarsi solo con Silvia, ma la trovava sempre circondata dalle visite o dai parenti; fosse il caso o un progetto meditato, questo poi era un mistero.

Maddalena sapeva molte cose dallo stesso Valdrigo ed altre ne indovinava, e fremeva. Ma con quale diritto sarebbesi ella opposta alle visite del pittore in casa Leoni?... Chiudeva dunque in seno il dispetto e la gelosia e sperava che la condizione elevata di Silvia l'avrebbe tenuta sempre lontana dall'intimità del pittore, il quale stanco delle vane aspirazioni e umiliato dal disinganno, avrebbe finalmente aperti gli occhi e trovato nella sua condizione una creatura degna di lui, ambiziosa del suo affetto, che ad altro non aspirava che a renderlo felice e beato coi trasporti dell'amore, colle gioje della famiglia.

Ma ben altre speranze alimentava l'amore di Valdrigo, irritato dagli ostacoli superati, acceso dalle nuove probabilità, fomentato dalle frequenti visite, nelle quali i suoi occhi incontrandosi con quelli di Silvia si scambiavano delle ferite invano dissimulate da lei, sotto un aspetto di affettata indifferenza. Per aumentare le occasioni di vederla, Valdrigo s'era dato intieramente alla vita della migliore società, e si faceva presentare nelle case frequentate dalla famiglia Leoni, e fra le altre ebbe la somma fortuna di conoscere e di apprezzare la più distinta riunione di quei tempi, la conversazione d'Elisabetta Marini.