XXX.
L'irresistibile attrattiva di tanti nomi illustri, e di tanti bizzarri caratteri, ci trattenne forse soverchiamente nella conversazione della gentildonna Marin, ove Valdrigo ebbe campo di conoscere gli uomini più celebri del suo tempo; ma ciò ch'egli ricercava di preferenza in quelle scelte e numerose riunioni, erano gli occhi di Silvia, le stelle del suo firmamento, le luci che illuminavano la sua vita.
Ai suoi sguardi concentrati in un punto solo sfuggivano le curiosità della sala. Egli non osservava la puntualità minuziosa di Pindemonte, nè la flemma di Cesarotti, nè la parrucca d'Hancarville che eccitava l'ilarità degli astanti; nè poteva apprezzare le grazie d'Isabella, nè i tratti di spirito che volavano per l'aria come fuochi d'artificio. L'innamorato non vede al mondo che una donna.
Silvia, accortasi più volte dell'assiduità di Valdrigo, incominciava a temere che l'imprudenza del giovane potesse comprometterla agli occhi del mondo, e aspettava un'occasione favorevole per consigliarlo a vegliare sopra sè stesso e a non dimenticarsi ch'ella era la moglie del conte Leoni. Ma o l'occasione le mancava, o giunto il momento propizio le veniva meno il coraggio e si taceva. D'altra parte Valdrigo aspirava ardentemente a un lungo abboccamento, e sentiva un bisogno irresistibile di dare sfogo ai sentimenti repressi del suo animo, ma quando per qualche istante giungeva a sedersele vicino gli mancavano le parole e rimaneva muto. Però le cose erano giunte a un tal punto, che una spiegazione era diventata necessaria. Ad un torrente ingrossato bisogna opporre in tempo degli argini affinchè non abbia a traboccare con danno irreparabile, rompendo i troppo tardi ripari. È vero che gli occhi avevano parlato e le anime compreso, ma quel linguaggio misterioso è talora uno slancio irrefrenato, una promessa vaga e indeterminata, un'imprudenza lontana dal pericolo che poi la ragione condanna ed il labbro sconfessa. Bisognava dunque spiegarsi, ma era evidente che le spiegazioni non sarebbero nè brevi nè calme. Silvia amava Vittore, ma non voleva convenirne, conosceva di essersi tradita e voleva protestare, negando colle parole l'espressione degli occhi; Vittore aveva espresso il suo affetto coll'intensità degli sguardi, e voleva ad ogni costo confermare colla voce i sentimenti del cuore. Dunque entrambi erano decisi di metter fine all'ansietà che li opprimeva, e mentre Vittore meditava il modo di chiedere un colloquio, Silvia lo aspettava, ben decisa di accordarlo. — Ci sarà una lotta, diceva Silvia fra sè, ma avrò il coraggio e la forza di combattere e vincere. — Ci sarà una lotta, pensava Valdrigo, ma essa mi ama e il trionfo è sicuro!
La difficoltà stava nel trovare il tempo necessario e il luogo opportuno, perchè il palazzo Leoni era costantemente frequentato dalle visite e il conte andava e veniva per la casa a tutte le ore coi suoi amici di Venezia, e con gli ospiti illustri che gli arrivavano di continuo dalle più cospicue città dell'Europa.
Il carnevale venne a proposito a facilitare il desiderato abboccamento. Il carnevale di Venezia!... cioè il turbinio confuso delle passioni e dei piaceri della vita, che col mistero della maschera agevola ogni incontro, protegge ogni abuso, copre ogni disordine, che sotto un volto impassibile di tela cerata asconde i rossori della modestia e rende gli occhi più vivaci e la parola più ardita, che colla certezza dell'incognito rispettato, autorizza le espressioni più audaci, infonde ai timidi il coraggio, ai pusilli lo spirito, e involge di arcano prestigio le confidenze susurrate all'orecchio! Il carnevale di Venezia erigeva in diritto la licenza dei costumi, col delirio della pazzia autorizzava tutte le ebbrezze, scioglieva ogni legame di famiglia, esponeva i sensi a tutte le provocazioni del linguaggio, e spingeva l'innocenza e la virtù sul margine di tutti gli abissi. Il carnevale di Venezia gettava il popolo fra i tripudii, e trascinava la gioventù ai baccanali, mentre le armate tedesche e francesi si contendevano il suolo d'Italia, e decidevano dei nostri destini.
Valdrigo ottenne finalmente da Silvia un appuntamento ad una festa da ballo mascherata nelle sale del Ridotto. Gli accordi erano i seguenti: Vittore sarebbe in tabarro e bauta con un nastro azzurro scendente dalla spalla sinistra. Silvia e la sua cameriera sarebbero mascherate in veste e zendado, con una rosa sul crine, a diritta. Il conte Leoni le accompagnerebbe da lontano, senza maschera, ma certo si sarebbe seduto a qualche tavoliere di giuoco, e allora uniti insieme, uscendo dal ridotto, sarebbero andati a passare un'ora nel casino che il conte teneva presso a San Gallo; Silvia ne avrebbe chiesta la chiave per avere un rifugio ove riposarsi in caso di bisogno.
Era costumanza di quei tempi che molte famiglie ricche oltre al palazzo tenevano anche un piccolo ma elegante casino in vicinanza della piazza, e colà andavano a riposarsi dal passeggio o invitavano a cena gli amici dopo il teatro, senza cerimonie e in piena libertà. Naturalmente alcuni mariti se ne servivano per dei ritrovi misteriosi, senza l'impiccio della moglie, e alcune mogli facevano altrettanto senza l'incomodo dei mariti. In apparenza quei casini erano una stazione centrale per gli affari o i comodi della vita, e in realtà una succursale della casa per ogni uso segreto, per ogni stravizzo.
Il conte Leoni possedeva uno di quei fantastici ricoveri nel quale egli aveva prodigato tutto il lusso delle arti. Pendevano appesi alle pareti dei preziosi dipinti di Canaletto, dei quadretti di soggetti veneziani del Longhi, ed alcuni bei pastelli di Rosalba Carriera. Gli stucchi del Vittoria si raggiravano capricciosamente intorno a dei graziosi medaglioni entro ai quali erano dipinte delle scene amorose di ninfe ritrose e di pastori procaci. Le pareti ed il soffitto d'un gabinetto erano ricoperti da splendidissimi specchi, ed un caminetto di marmo bianco collocato dirimpetto a un molle divano sosteneva dei candelabri di bronzo dorato. Il salotto per pranzare era mobigliato con delle poltroncine antiche d'intaglio, coperte di damasco, e degli scaffali d'egual lavoro, contenenti delle stoviglie di Faenza e dei vetri di Murano, e dal soffitto pendeva una magnifica lumiera di cristallo. Dei morbidi tappeti coprivano i pavimenti, e pesanti e doppii cortinaggi scendevano sulle finestre.
Valdrigo aspettava la sera dell'appuntamento come il giorno più solenne della sua vita, nè poteva pensarci senza che un brivido gli percorresse il corpo dalla estremità dei capelli alla punta dei piedi.
Una mattina, chiamata Maddalena in disparte, la pregò di volergli trovare a nolo un vestito nuovo da maschera, tabarro e bauta, e di fargli l'acquisto d'un bel nastro azzurro di seta da collocarsi sulla spalla sinistra, e tutto questo per il prossimo ballo al Ridotto.
Maddalena non poteva rifiutarsi a servirlo, e quantunque la commissione le pungesse, dissimulò le interne agitazioni, e finse di prestarsi di buon animo, ma il nastro azzurro le trottava per la testa, perchè comprendeva in aria che esso significava un segnale. E andava fra sè fantasticando quali intrighi potessero preoccupare il pittore già tanto distratto dalla gloria, dai zecchini ricavati dal quadro, e dalla vita mondana nella quale s'era slanciato col solito entusiasmo. Nuovi amorazzi!... essa pensava, sarà già stanco della gentildonna Leoni, e ingolfato in qualche nuova avventura perde il tempo nell'ozio, e impiega il suo talento nelle imprese galanti!... e sospirava. Al giorno si sedeva a lavorare alla finestra che guardava la laguna, e mentre le dita conducevano l'ago a rammendare pannilini, il suo pensiero vagava in traccia di tormenti pel cuore, e qualche lagrima le cadeva sulla mano. Le acque tranquille e il cielo sereno le rammentavano i bei tempi delle gite sul mare, la partenza per Saltore, l'entusiasmo del lavoro dopo la visita di Canova, i giorni della speranza e della pace. Ora tutto era mutato, il giovine pescatore che amava le fatiche del mare, il pittore che passava i giorni coi pennelli alla mano, era diventato un cicisbeo perduto fra i ritrovi dispendiosi e le donne galanti!... Ai giorni pensierosi e melanconici succedevano le notti insonni e irrequiete, e l'accesa fantasia le dipingeva allo spirito mille fantasmi tormentosi, e le immagini di fortunate rivali laceravano il suo cuore e accendevano la sua gelosia.
Le disposizioni sul ballo del Ridotto fomentarono le pene segrete, e vogliosa di vedere coi suoi occhi il nuovo oggetto che occupava Valdrigo decise di unirsi ad una amica, e di assistere mascherata a quel ballo. Le fu facile il trovare la compagna colla quale si apparecchiò di nascosto.
Una semplice veste, una gonnellina fiorita cinta ai fianchi e rovesciata sul capo secondo il costume delle donne di Chioggia, fornirono gli abiti da maschera alle due fanciulle del popolo. Fissarono che appena uscito Valdrigo si sarebbero vestite, e il segnale del nastro azzurro avrebbe servito a scoprirlo nelle sale del ballo. Venne finalmente la sera desiderata; Valdrigo uscì mascherato, e poco dopo Maddalena e la sua compagna attraversavano Venezia per spiare la sua condotta e scoprir le sue tresche. La folla entrava a fiotti nelle sale del Ridotto, riboccanti di maschere.
I doppieri delle pareti e le lumiere appese ai soffitti gettavano una luce rossastra sul turbinìo della calca variopinta e strillante. Era un andirivieni tumultuoso, un agitarsi di piume, e di sonagli, un fruscìo di vesti di seta e di velluto gallonate d'oro e d'argento, un urto di guardifanti schiacciati nella pressa, uno scialacquo di pizzi e di fiori, uno sdruccio di ricchi costumi, che strappati dai movimenti disordinati, coprivano il suolo di frammenti. Il gridìo confuso delle maschere, era dominato dal frastuono dell'orchestra, e un'afa soffocante toglieva il respiro.
A chi ama l'aure pure del mattino, sotto un cielo sereno, e le voci della natura, le ebbrezze dei baccanali notturni entro alle chiuse sale sembrano aberrazioni della follia, o frenesie di anime dannate. Ma l'onda delle passioni getta l'umanità nei tumulti della vita, ove molti cercano la lotta, alcuni l'oblìo, pochi trovano il diletto, nessuno la felicità.
Le anime frivole seguono l'andazzo, come le piume travolte dai raggiri del vento, e trasportate nel vortice si agitano per l'impulso ricevuto. Poche menti sane chieggono alla ragione i consigli della vita, e cercano la felicità nelle tranquille soddisfazioni del cuore, e nell'adempimento dei propri doveri. L'umanità è un mare in continua burrasca, e le sue onde non trovano la calma, che in qualche seno riparato dagli uragani, in qualche angolo nascosto agli sguardi volgari.
Le appariscenze d'un ballo mascherato, ascondono le piaghe sociali sotto ai volti di cera e i bizzarri abbigliamenti. Tutte le passioni disordinate prestano il loro concorso a quello spettacolo dell'umana intemperanza, e la Maddalena che andava in traccia di Valdrigo, non aveva certo nel cuore i fremiti della gioja, ma sibbene tutte le amarezze della gelosia. Invano ella cercava nella folla la maschera avidamente desiderata, ed alla sua anima tormentata dall'inquietudine, si aggiungeva la nausea provocata dai riboboli degli arlecchini, e dalle facezie grossolane dei pagliacci e dei pantaloni.
Finalmente dopo lunghi e faticosi raggiri per le stanze che circondavano la sala, vide da lontano una bauta con un nastro azzurro sulla spalla sinistra e un sussulto del cuore l'avvertì, che quella maschera ascondeva Valdrigo.
Si fece largo da quella parte, e dopo qualche lotta coi gomiti, assistita dalla compagna che s'interessava vivamente alla sua curiosità, lo raggiunse di fianco, e lo seguì. La folla calcava talmente le persone che Maddalena si trovò spinta alle spalle di Vittore, con immediato contatto.
Egli si teneva in mezzo a due graziose mascherette in veste di seta nera e zendado con una rosa sul capo, ma indirizzava il discorso ad una sola, e le diceva:
— Se possiamo arrivare alla scala, sarebbe meglio uscire addirittura da questa babilonia.
— No, rispondeva la mascheretta, è troppo presto, vediamo piuttosto di penetrare nella stanza del giuoco....
E andavano passo passo camminando dietro agli altri fra le spinte degl'indiscreti, e le grida acute dei mascheroni, con Maddalena e la compagna dappresso, le quali studiavano ogni mossa, ed ascoltavano ogni parola. Valdrigo non si permetteva veruna intimità colla sua mascheretta, le parlava anzi con rispetto, e la difendeva dagli urli dei vicini con ogni delicata attenzione.
Attraversate tre stanze in linea retta, nella quarta presero una porta a sinistra, ed entrarono in un locale ove intorno a dei tavolini coperti di monete d'oro e d'argento, si tenevano i giocatori di faraone e bassetta.
La folla diradata lasciava libero il respiro, il rumore cessava, e s'udiva solo il suono del denaro deposto e raccolto. I giocatori parevano di marmo, cogli occhi intenti sulle carte, collo sguardo animato dalla speranza, o abbattuto dal disinganno. Alcuni grandi personaggi giocavano freddamente, e guadagnavano o perdevano colla stessa indifferenza, e fra questi stava seduto il conte Leoni. Le mascherette condotte da Valdrigo gli passarono da vicino colla massima indifferenza, e attraversata la stanza entrarono sul pianerottolo in capo alla scala.
— Dunque usciamo, diceva Valdrigo, con una voce supplichevole....
La mascheretta pareva esitante, soggiungeva: «aspettiamo ancora.... più tardi....»
Ma questi rifiuti sembravano agitarlo, e con voce alterata egli ripeteva:
— Ve ne prego, Silvia, non mi rifiutate il favore di parlarvi senza testimoni, non vi chieggo che qualche istante; sono lunghi anni che tengo chiuso nel seno un segreto che mi soffoca, permettete che vi dica una parola.... e poi basta!...
— Andiamo!... disse la maschera con una risoluzione istantanea, e scendendo rapidamente le scale scomparvero.
Maddalena voleva seguirli, ma le mancarono le forze, essa aveva tutto compreso. Quella maschera era Silvia Leoni, quell'amore di tanti anni era ancora una passione segreta. Valdrigo non s'era mai trovato solo con Silvia, quali ostacoli avessero potuto impedire una dichiarazione d'amore, in tante visite fatte dal pittore al palazzo Leoni, questo era un mistero per Maddalena, ma le parole di Valdrigo non ammettevano un dubbio. — Fosse virtù di donna onesta, o mancanza d'occasione propizia, o timore di vendette terribili, il fatto stava che Valdrigo non aveva ancora aperto il suo cuore. Tante rivelazioni in un minuto avevano stravolte l'idee della povera innamorata, avevano colpito il suo cervello con una sorpresa istantanea, avevano animati i suoi sensi con una arcana speranza, quando ad un tratto, quella rapida decisione di Silvia l'aveva nuovamente colpita sul vivo. La lunga aspettativa aveva raggiunto il suo termine, la donna cedeva alle preghiere d'una intervista segreta, la sicurezza del marito lontano accresceva il pericolo, la passione svelata avrebbe sormontato ogni ostacolo, la notte avrebbe protetto ogni oblìo. Le memorie della prima giovinezza, il fuoco rinchiuso, la costante resistenza, tutto rendeva quella passione violenta e irresistibile, e una volta consumato il sacrifizio, Silvia non era donna da capriccio, ma da tenace fermezza... Valdrigo era perduto per sempre!...
Tutte queste idee attraversarono rapidamente il suo spirito, le paralizzarono le forze, la resero immobile e stupida. Il fuoco della gelosia venne a risvegliare la sua mente, allora volle inseguirli, arrestarli par via, smascherarli, e scese precipitosamente le scale si trascinò dietro la compagna che invano si studiava di calmarla, coi consigli della ragione e della amicizia. Maddalena non udiva le sue parole, e non ascoltava che gl'impeti d'una passione esaltata. Giunte sulla via, le maschere che andavano e venivano dal Ridotto impedivano il passo, i venditori di melarancie confondevano la loro voce strillante coi fischi dei birichini, colle risa dei gondolieri, col variato gorgheggiare dei venditori ambulanti che accrescevano la confusione e il rumore della strada.
Uscite da quel miscuglio di gente si trovarono in una calle più tranquilla, ove poterono levarsi la maschera, asciugarsi il sudore del volto, e riprendere un po' di lena, l'aria fresca e salina che spirava dalla laguna rinnovava il respiro. Maddalena irrequieta non voleva fermarsi, e pretendeva inseguire i fuggitivi, ma la compagna la calmava, mostrandole le strade deserte, le traccie perdute, il rispetto prescritto verso le maschere, il nessun diritto di agire, l'insulto ad una donna dell'alta nobiltà, e finalmente la collera di Valdrigo, il suo odio e la sicura vendetta. Ma essa ascoltava ogni consiglio come trasognata, e piuttosto di dar retta all'amica, pareva che pensasse ai mezzi per mandare ad effetto il suo funesto pensiero.
Veduta l'impossibilità d'inseguirli, si rimise la maschera e volle ritornare al Ridotto. La compagna che la teneva per braccio sentiva un tremito in tutti i muscoli della povera fanciulla, sorda ad ogni preghiera, e dovette seguirla macchinalmente, sperando che le distrazioni del ballo avrebbero calmati i suoi sensi.
Risalite le scale, e penetrata nuovamente nella stanza del giuoco, essa andava vagando trascinata dalla passione e guidata da un pensiero che dominava il suo spirito. Pareva che cercasse taluno nella folla, finalmente svincolandosi dall'amica, si avanzò verso un tavoliere di giuoco, e avvicinandosi al conte Leoni che teneva le carte fra le mani gli disse all'orecchio:
— Conte, vostra moglie è uscita or ora dal ballo, appoggiata al braccio d'un uomo mascherato...
Il giuocatore rivolgendo rapidamente la testa, squadrò la maschera per bene, e con volto serio rispose:
— E che importa a voi questo?...
— A me niente... conte... ma a voi deve importare moltissimo!...
— E se questa maschera fosse suo fratello, che avreste da dire?...
— Se non conoscessi chi si asconde sotto la maschera, non sarei venuta ad incomodarvi, ma ho creduto rendervi un servigio...
— Sette a due zecchini... diceva il conte attento al giuoco... e perdeva. Fante a sei zecchini... e perdeva. Paroli, e perdeva il doppio. Allora muto e freddo in apparenza, ma dentro iracondo e ostinato, ripeteva asso a tre zecchini...
— Ci va del vostro onore, gli sussurrava Maddalena all'orecchio, ed egli:
— Asso, quattro zecchini...
— Conte, una amica della vostra casa voleva salvarvi l'onore, scusate l'incomodo... addio...
— Aspettate un momento, rispondeva irritato il conte, afferrando con una mano convulsa le vesti di Maddalena, e gridando... dieci zecchini sull'asso di spade!...
— Buona fortuna, signore!... e lasciatemi andare... Ripeteva la maschera.
— Vi chieggo un momento per cortesia... il due di bastoni a quattro zecchini... aspettate ancora un giro e parleremo...
— Sarà troppo tardi!...
La passione del giuoco teneva il conte inchiodato davanti al tavolino, la gelosia lo agitava fortemente e l'interna lotta si manifestava sul suo volto contratto dalla impazienza e dalla collera. Deciso di levarsi da sedere, la comparsa d'una carta lo ripiombava sulla sedia, e mentre con l'occhio intento seguiva le vicende del giuoco, colla attenta orecchia ascoltava gli eccitamenti della maschera che gli diceva:
— Peccato!... un angelo di bellezza... accogliere di notte in sua casa un amante all'insaputa del marito!..
— Li raggiungo fra un istante... aspettatemi... quattro zecchini sul cinque di bastoni...
— Per quattro zecchini... esporsi a perdere un tesoro... esporsi alla vergogna... al ridicolo...
— Sono con voi... Paroli...
— Troppo tardi!... È già un'ora che sono partiti... forse fuggiti da Venezia...
— Fuggiti!... e gettando le carte sul tavolo, con gli occhi stralunati e scintillanti di collera, si levò ad un tratto, gettò a terra la sedia e presa sotto al braccio la maschera la trasse in un canto della sala. La folla si restrinse intorno al tavolo, e il suo posto venne occupato subito da un altro, come nelle battaglie quando si chiudono le file per riempire i vuoti lasciati dai morti.
Allora il conte, esaminando attentamente la maschera, voleva ad ogni costo scoprire la persona che si permetteva d'insultarlo in quel modo e di provocare la sua collera e la sua gelosia. Vani tentativi. Allora sospettando ancora un qualche imbroglio, un raggiro immaginato con uno scopo secondario, e dubitando della sincerità della maschera, le chiese:
— Potreste dirmi il nome della persona che accompagnava mia moglie?...
— Certamente!... il suo primo innamorato di Villa Saltore... il pittore Valdrigo...
— Basta così!... rispose con cupa fisonomia il conte Leoni, e senza proferire altra parola si allontanò dalla maschera, e uscendo dalla stanza scese rapidamente le scale.
Maddalena e la compagna lo seguivano ad una certa distanza, ma appena liberato dalla folla, si mise a camminare con passi tanto frettolosi che volto il canto d'una via lo perdettero di vista nell'oscurità della notte fra il labirinto delle calli.
La compagna che aveva assistito a tutta la scena, invano tirando per la veste Maddalena, o stringendole le braccia, e susurrandole all'orecchio le parole — basta — prudenza — trovandosi finalmente sola con l'amica, le disse con un accento di paura:
— Che cosa hai fatto mai!... Maddalena!...
— Ho salvato Valdrigo da una relazione colpevole... Con una donna troppo superiore alla sua condizione... da una maledetta passione...
— Lo hai perduto!... rispose la compagna affannata; hai esposto la sua vita al più grande pericolo... forse...
— Taci per carità!... mio Dio... se il conte Leoni lo ammazzasse!...
Allora arrestandosi per trovare un appoggio al parapetto d'un ponte, si asciugava i sudori del volto e mandava lampi dagli occhi. La sua fantasia le dipingeva il conte Leoni con un coltello alla mano, in traccia dei colpevoli... apriva una porta... li trovava abbracciati... Allora ritornando alla collera ed alla gelosia che le ardeva nel cuore, soggiungeva:
— Ebbene, li ammazzi tutti e due... e col braccio levato in aria faceva segno di ferire, e raddoppiava i colpi con un sogghigno di gioja spaventosa, ripetendo ogni volta — li ammazzi... li ammazzi!...
Ripresero il cammino verso il loro quartiere conversando concitate per via sulle avventure della notte, e sui timori delle conseguenze probabili.
Essendo vicine di casa si congedarono all'uscio, e ciascheduna entrò nella propria dimora. Maddalena entrata nella sua stanza, si spogliò in fretta e gettandosi macchinalmente sul letto incominciò a pensare a' suoi casi. Ora si sentiva dilaniare dal rimorso, ora la collera le accendeva lo spirito e la spingeva a desideri di vendetta e di sangue. — Che cosa sarà succeduto?... chiedeva a sè stessa... e si cacciava le mani nei capelli, e sospirava e piangeva. Poi riteneva il fiato e ascoltava tremando. Ogni persona che passava per via risvegliava i suoi sospetti... se venisse a casa ferito!... e pensava non senza una certa gioja alle cure che gli avrebbe prodigate, alla guarigione sicura, al pentimento, e, chi sa!... forse avrebbe aperto gli occhi e conosciuto il suo amore... poi tornava a tormentarsi con più gravi paure... se lo portassero a casa moribondo!... mio Dio!... per causa mia!... la sua morte!... sua madre!... povera Rosa... e piangeva, affranta dal dolore.
Le ore battevano lentamente all'orologio della chiesa vicina, il silenzio regnava nella strada, non si sentiva che il tonfo dei remi di qualche gondola che passava nel canale, e la voce del gondoliere — stali — premi — all'atto di sboccare in laguna. I minuti le parevano infiniti... il cervello in ebollizione la trascinava da un pensiero ad un sogno, da una reminiscenza ad un timore, senza transizione regolare, colla confusione del caos. Gli orecchi le tintinnavano ancora della musica da ballo e del gridio delle maschere, vedeva l'oro dei tavolieri del giuoco, e poi pensava ad una stanza silenziosa, a due innamorati, ad un bacio, ad una donna svenuta in un'estasi d'amore e d'obblio... e poi vedeva gli occhi ardenti del conte Leoni, un coltello... un lago di sangue! Finalmente le parve di riconoscere un passo lontano, tese l'orecchio con attenzione sostenuta, il passo si avvicinava, e il cuore le diceva — è Valdrigo. — Poco dopo udì che s'arrestava alla porta, e la chiave che entrava nella toppa. Aperto l'uscio, Valdrigo saliva le scale ed entrava tranquillamente nella sua stanza.