XVI.

Appena ritornato a Venezia, Tiziano corse all'ambulanza ad abbracciare l'amico, ed a raccontargli le sue avventure e lo trovò in piedi, in piena convalescenza; ma a misura che la ferita della palla tedesca si andava cicatrizzando, una nuova ferita gli si apriva, prodotta da quegli occhi cerulei, da quegli sguardi pietosi, che volendo consolare gli ammalati li colpiva con acuti strali nel cuore. Michele non rifiniva di raccontare all'amico le cure sollecite, affettuose di quell'angelo che rappresentava così bene Venezia al letto dei feriti, facendoli sopportare con eroica rassegnazione i loro dolori, rendendo dolci e soavi i farmachi più disgustosi che somministrava con quelle morbide mani patrizie.

Tiziano diceva all'amico:

— Le tue membra robuste lacerate dalle palle nemiche si rimettono presto, ma hai l'anima di troppo facile combustione, e difficilmente resisti al prestigio della bellezza. Appena giunto a Venezia dimenticavi le tue fiamme cadorine per la Gigia, venuto all'ambulanza al primo sguardo della contessa Marina dimentichi la Gigia....

— Ah mio caro, questo è il fatale destino di chi non ha mai ricevuto una ferita insanabile al cuore, come tu l'hai ricevuta da Maria. Essa ha tutte le qualità che possono soddisfare un'intera esistenza. Invece le donne che io adoro hanno sempre qualche piccolo neo che col tempo si sviluppa e diventa una macchia. Gli incanti della bellezza non durano se non sono accompagnati costantemente dalla bontà, e dal buon senso. Si ammira il volto della donna prima di conoscerne il carattere e l'intelligenza, e le nature complete sono rare. Ecco perchè io volo come l'ape di fiore in fiore, e il più bello mi attrae, e mi fa dimenticare gli altri!... Come vuoi che in mezzo a tante belle suore di carità un povero giovane possa rimanere insensibile?...

— In conclusione tu sei più in pericolo all'ambulanza che a Marghera!... — e ridevano entrambi di cuore.

Tuttavia a Marghera il fuoco continuo del nemico presentava l'aspetto d'una densa nube solcata da lampi. Le bombe e le palle austriache cadevano da trenta a quaranta al minuto sulle lunette, sui bastioni, ed in mezzo al forte. Le casematte prese di mira dai grossi Paixans di Campalto cominciarono ad essere smantellate, mentre le bombe ne fracassavano le volte.

In mezzo a tanta rovina non si faceva nessuna confusione nel forte, gli artiglieri rispondevano in ordine, e tranquillamente, come se fossero stati ad una manovra inoffensiva. Il Corpo Bandiera e Moro, composto tutto di giovani veneti d'ogni classe, ricchi e poveri, studenti, impiegati, letterati, mostrò un eroismo degno di vecchi soldati. L'artiglieria di terra e di mare li eguagliava in fermezza ed in valore; tutti gli altri corpi li secondavano. Noncuranti della vita, dimenticavano la stanchezza e la fame, e non chiedevano mai riposo davanti al fuoco incessante del nemico.

Rotti e smontati tutti i cannoni, Marghera divenne un mucchio informe di rovine, ed il governo veneto ordinava di abbandonarla, e fu evacuata con indescrivibile dolore dei soldati.

In questo memorabile assedio gli Austriaci lanciarono entro Marghera 70,000 proiettili, fra palle, bombe e granate, oltre un numero sterminato di razzi, con gravissime perdite da ogni parte.

A Venezia il pane cominciava a scarseggiare e si componeva di varie farine, frumento, segala, granoturco, avena, fagiuoli, ceci, e Bortolo assicurava che vi si metteva dentro un po' di tutto, e nulla di buono. Era una pasta bruna, ingrata al palato, e di difficile digestione. La farina di granoturco veniva distribuita a razioni ed era in parte avariata. Mancavano le carni ed il pesce, i pescatori venivano bersagliati dalla flotta austriaca, e calati a fondo. La poca carne di cavallo si vendeva tre lire la libbra, un ovo venti soldi; il vino era tutto consumato, meno il così detto vino di Cipro, fabbricato dai Giacomuzzi, che si vendeva assai caro. I soli ospitali avevano del pane bianco, e della carne pel brodo, ma mancava affatto il ghiaccio indispensabile ai feriti, e la china necessaria ai febbricitanti. I soldati inzuppavano il pan nero nell'acquavite, per poterlo inghiottire con meno nausea.

Quel diavolo di Bortolo l'aveva indovinata mettendosi a fare il garzone dilettante dal pasticciere suo amico, il quale si era immaginato di fabbricare una specie di pane di lusso, assai peggiore del pane comune dei tempi ordinari, ma meno orribile di quello del giorno. Era una specie di zaleto misto, che però non conteneva le segature di legname introdotte in certi altri pani.

Bortolo otteneva sempre qualche zaleto in compenso delle sue prestazioni, ed egli se ne privava e correva a portarlo in dono alle vicine dei suoi padroni, le quali pativano realmente la fame, e si mostravano assai commosse e riconoscenti della bontà del giovane cadorino, il solo dei tre che era rimasto fedele alla loro conversazione. Dopo la ferita di Michele erano state quasi abbandonate anche da Tiziano, il quale impiegava le ore disponibili andando a far compagnia all'amico infermo, ma anche queste ore erano poche, perchè i bisogni del servizio militare diventavano sempre più pressanti, a motivo dei morti e dei feriti messi fuori di combattimento. Bortolo però otteneva dei permessi dall'autorità dei suoi capi perchè serviva gli ufficiali, e si rendeva utile ai malati colla sua assistenza, e con molte prestazioni. Egli era dunque il solo che visitava sovente le donne, con somma loro consolazione, perchè oltre dei doni preziosi, le informava delle notizie dell'assedio, e le aiutava con mille piccoli servigi, in mezzo alle angustie d'ogni fatta di quei giorni tremendi. La Gigia che quando riceveva le visite degli ufficiali lo trattava da subalterno, trovandosi abbandonata da loro, ed assistita cordialmente da lui lo trattò da eguale, e con delicati riguardi, la nonna poi era innamorata addirittura di quel bravo giovane, così serviziato, gli manifestava apertamente la sua affezione, e gli raccontava tutte le sue disgrazie. I viveri tanto cattivi erano saliti a prezzi esorbitanti, e mancando il lavoro mancava anche il denaro necessario.

Bortolo ne parlò al suo padrone, si raccomandò a Michele, e fra l'uno e l'altro coll'intervento della gentildonna Steno, informata dei bisogni urgenti delle povere donne, trovarono dei lavori, e vennero ordinate delle camicie pegli ospitali. Bortolo, lieto di giovarle, apportava le commissioni e accompagnava le donne quando andavano a riportare i lavori ed a riscuotere i denari.

Così la nonna non mancava delle cose più necessarie, la Gigia era contenta, e Bortolo esercitava sopra di loro una sorveglianza attiva, ed una specie di tutela benefica, le consigliava in tutti i loro affari, provvedeva ai loro bisogni, ed insegnava alla ragazza a cavar partito di tutto, ad essere previdente ed economa, virtù che scarseggiavano in quelle donne che avevano vissuto fino allora senza tanti pensieri, per l'abbondanza d'ogni derrata a buon mercato, ordinaria a Venezia nei tempi normali.

Allora poi che pareva ogni cosa volgesse al precipizio, le prestazioni e le assistenze del buon cadorino erano un vero beneficio per due povere donne, esposte a tutti i pericoli. E veramente Venezia aveva raggiunto il colmo delle sventure e dell'eroismo. Al blocco ed alla conseguente miseria si era aggiunto il bombardamento, ed il colera. La pioggia di fuoco era incessante, e i proiettili cadevano sulla città senza risparmiare nè gli ospitali, nè i monumenti, nè le opere d'arte insigni; e nemmeno le più sacre memorie erano rispettate dall'esercito assediante. Le bombe, le palle, gli obici colpivano i vecchi, le donne, i neonati in seno alle madri, i supplicanti inginocchiati ai piedi degli altari nel tempio, che imploravano la divina misericordia su tante disgrazie che affliggevano la patria. Il caldo eccessivo, i miasmi palustri, la fame, i cibi corrotti, i disagi d'ogni genere avevano diffuso il morbo in misura spaventosa, tanto che mancarono perfino le braccia per seppellire i morti.

Lo squallore regnava dovunque, gli abitanti scarni, scolorati, silenziosi, dovevano abbandonare le loro case esposte alle bombe, ed emigravano da un punto all'altro della città, trascinandosi dietro i bambini ed i vecchi, portando gl'infermi, mentre tuonava il cannone e le bombe cadevano sulla via, poco lontano dalla piazza di San Marco.

Taluno esclamò: — Ci trarranno dalle nostre case, ma non ci metteranno spavento. — Un cittadino, disfattogli da una palla il letto dove dormiva, se lo fece rifare e ci si ricoricò. Una fanciulla, raccolta la palla cadutale accanto, ne racconterò, disse, quando sarò vecchia. Una madre, al figliuolo che la invitava a sloggiare dalla casa in pericolo, rispose tacciandolo di viltà; ed aggiunse: qui sono nata, qui voglio morire.

Vi furono atti memorabili, abnegazioni generose, virtù ignote nella storia di quel terribile assedio; e in mezzo a tante agitazioni e a tanti scompigli, quell'eroica popolazione si conservò pura da ogni delitto fino alla fine, ma certo non mancarono quelle tristi figure che vengono a galla nella schiuma di tutte le rivoluzioni, per pescare nel torbido e suscitare disordini. Vissuti oziosi durante l'assedio, a mormorare sulle panche delle bettole e dei caffè, quando ogni ulteriore resistenza era diventata impossibile, essi censuravano acremente la fiacchezza del governo, e colle solite declamazioni eccitavano le passioni popolari, volevano la resistenza prolungata fino alla totale distruzione della città, e mandavano le turbe, esaltate dai loro discorsi, ed interessate al disordine, a urlare sotto i balconi del governo per opporsi ad ogni capitolazione.

Ma quando Manin compariva al verone del palazzo ed affidava alla guardia civica l'onore e la sicurezza di Venezia, i sovvertitori trovandosi in minoranza dovevano mettere le pive nel sacco e ritirarsi.

Il dittatore eccitava i Veneziani a non mai disperare della patria anche se dovesse soccombere pel momento, osservando riguardo all'Austria: «che male si edifica sull'abisso, e che per le nazioni il martirio è anche la redenzione.»

Il conte Ermolao era tanto convinto di queste massime che sopportò sempre con rassegnazione il suo martirio, ed era tale la sua fiducia nel capo del governo, nella milizia, e nella guardia civica, che non trovò mai necessario di accettare nessuna carica, e si astenne sempre con eroica risoluzione dall'afferrare un fucile sia per la difesa contro il nemico, sia per conservare l'ordine interno, il quale egli trovava tanto bene affidato alla guardia civica che trovava affatto superfluo di farne parte, lasciandole anche con piena fiducia l'incarico di custodire le sue proprietà, e tutta la sua fortuna.

Anche per evitare il pericolo del coléra egli assicurò che bastava starsene in casa per fuggire il contagio, e la sua perspicace prudenza avendogli consigliato di rispettare un vecchio deposito di bottiglie, dimenticate in un armadio ignoto a tutti i suoi famigliari, e perfino a sua moglie, che avrebbe potuto abusarne per la sua mania delle ambulanze, egli ne faceva uso, moderato, ma giornaliero, inzuppandovi qualche biscottino inglese conservato in scattole di latta, messe da parte nei primi tempi del blocco; e rompeva l'aria infetta dall'epidemia fumando dei buoni sigari d'avana, acquistati per amore di patria, quando non si dovevano fumare i sigari dell'appalto austriaco, e poi tenuti di riserva in un cassettone della sua camera, per offrirne agli amici... se le condizioni di Venezia non lo avessero privato anche di questo piacere.

Ma i veneziani che non avevano saputo imitare la previdenza del conte Ermolao, avevano tutto consumato; ridotti senza munizioni e senza pane, uccisi dalle palle, dalle febbri, dal coléra, vedendo che le case bruciavano, e che sarebbero morti tutti di fame si risolsero a malincuore a capitolare, dopo 14 mesi d'assedio e 24 giorni d'incessante bombardamento.

Quegli ultimi giorni furono pieni di ansietà, di dolorosi congedi, e di lagrime. Michele, zoppicante, sostenuto da Tiziano, uscì dall'ambulanza, e ritornò al suo alloggio per disporsi alla partenza. Egli era deciso di recarsi in Piemonte, per riprendere le armi, appena ristabilito in salute. I due amici si recarono a dare il loro addio alle buone vicine e abbracciarono cordialmente la nonna, la quale dopo tante privazioni deplorava che Venezia fosse costretta di cedere, ed avrebbe acconsentito di buon animo a soffrire ancora per lungo tempo, piuttosto di dover rivedere nuovamente quei brutti ceffi croati. Anche la Gigia si mostrava afflittissima che tutto fosse finito, e assicurava i suoi vicini che quella vita agitata e piena di pericoli non le dispiaceva punto, e la preferiva al silenzio della tomba che avrebbe invaso Venezia al ritorno degli austriaci.

Bortolo colle sue economie s'era finalmente deciso di comperare gli orecchini per sua madre, e li ottenne in ribasso da un contrabbandiere che li aveva salvati dalla fusione prescritta dal governo. Poi era andato a salutare l'amico offelliere il quale gli propose di rimanere a Venezia al suo stabilimento, assicurandolo che stava per tornare il tempo dei buoni affari pel suo commercio, perchè gli austriaci sono gran consumatori di ciambelle e cialdoni, e gli promise un buon salario, colla giunta di un benefizio negli utili. Ma Bortolo non volle accettare quelle vantaggiose proposte, sembrandogli che il lavorare di ciambelle pei tedeschi fosse quasi un delitto contro la patria e contro il senso comune. Ma per non offendere l'amico giustificò il suo rifiuto dicendogli di dover seguire il padrone, che gli era stato affidato dai parenti, perchè dovesse stargli sempre vicino, ed al quale era legato d'affetto quasi fraterno. Era nato in casa Lareze, ove suo padre era morto, ove sua madre serviva ancora, e non avrebbe potuto decidersi di abbandonare quella famiglia, che considerava come la sua.

L'offelliere insistette, dicendogli che ciascheduno aveva diritto di migliorare la propria condizione, e si forzava di convincerlo della convenienza di rimanere, tanto gli piaceva quell'uomo, semplice, laborioso ed onesto, e lo vedeva partire con vera afflizione. Ma Bortolo si mostrava irremovibile, allora l'offelliere gli disse:

— Pensa che qui ti si presenta un bell'avvenire; io divento vecchio, certe fatiche non posso più sopportarle, sento gran bisogno di riposo, e se posso rifarmi delle perdite che ho subite in questi ultimi tempi, desidero di andar a morire al mio paese, nelle nostre montagne.... allora ti cederò il negozio a buoni patti.

Alla fine per liberarsi da quella insistenza, Bortolo conchiuse col dirgli che ci avrebbe pensato in seguito, che si sarebbe consigliato col padrone, e con sua madre, ma che al momento non voleva vedere i tedeschi a Venezia, dopo d'aver rischiato la vita per farli partire, che aveva bisogno di rivedere il Cadore, e la famiglia che lo aspettava, e gli promise che gli avrebbe scritto fra qualche tempo, per dargli una risposta definitiva.

E quando fu decisa la partenza andò a prender congedo da quelle buone donne alle quali aveva tanto giovato durante le strettezze dell'assedio, e salì quelle scale col cuore lacerato dall'amaro pensiero dell'ultimo addio.

Esse lo accolsero come un vecchio e carissimo amico, al quale dovevano la più viva riconoscenza; si mostrarono inconsolabili della sua vicina partenza, e la nonna cogli occhi rossi gli disse:

— Quasi quasi mi dispiace d'avervi gratitudine; vi volevo proprio bene come ad un figlio, lo sento adesso che ci dovete lasciare... private della vostra compagnia proveremo un gran vuoto... e mi dispiace d'esser vecchia perchè non potrò più rivedervi....

— O perchè?... gli rispondeva Bortolo, sapete che le montagne stanno ferme e che gli uomini camminano.... Io mi sono abituato a poco a poco a Venezia, mi ci trovo bene... mi dispiace tanto di lasciarla... e desidero ritornarci.

— Bravo! così mi piace, soggiungeva la nonna, mantenete la vostra parola, tornate presto... e intanto non mancate di scriverci, per farci sapere le vostre notizie.

La Gigia cogli occhi intenti al suo lavoro non fiatava. Egli la osservava attentamente, e la gli sembrava cambiata.

Rimase con loro un bel paio d'ore, che gli passarono come un lampo.

Non poteva decidersi d'andarsene. Gli pareva di aver sempre qualche altra cosa da dire, e ci pensava sopra in silenzio, senza trovarla.

Finalmente si alzò da sedere, andò a dare un bacio alla nonna che se lo strinse al seno, bagnandolo di lagrime, e forzandosi invano di parlare, perchè la parola gli si strozzava in gola. Poi quando fu davanti alla Gigia, i suoi occhi si scontrarono in uno sguardo strano, in uno sguardo nuovo per lui, così lungo, così profondo ed espressivo, che lo colpì, e gli fece sentire una sensazione nuova, ignota, dolce e dolorosa ad un tempo.

Quando egli le stese la mano, essa si alzò, depose il lavoro, e mostrò di volerlo accompagnare alla porta. Salutò nuovamente la nonna che piangendo gli mandò l'ultimo saluto con un cenno del capo, e seguì la ragazza che aveva aperto l'uscio e lo attendeva sul pianerottolo. Le prese la mano, e sentì che tremava, volle dirle qualche cosa e non gli fu possibile di raccapezzare un'idea. S'avvide che essa aveva gli occhi velati di lagrime, e dopo un breve silenzio le disse addio; essa non gli rispose che con un cenno della mano.

Scese le scale come cieco, si rivolse un'ultima volta a salutarla, e quando non la vide più udì un singhiozzo mal represso che gli penetrò nel profondo dell'anima, volle ritornare sui suoi passi, ma udì il rumore della porta che si richiudeva, e rimase immobile a quel posto, appoggiato alla ringhiera.

Dopo qualche istante continuò a scendere le scale, senza sapere dove poggiava i piedi, sbalordito, confuso; attraversò le solite vie, senza vederle, e giunto in piazza si perdette fra una folla di gente che gridava:

— «Non vogliamo cedere, vogliamo sortire in massa» ed anche lui si mise a gridare come un disperato: — «bisogna resistere e difendersi, non si deve deporre le armi.»

Ma la capitolazione era firmata, e il dittatore aveva già rassegnati i suoi poteri al Municipio. Il sacrifizio era consumato.

La libertà di Venezia cadeva quando Roma era occupata da sei settimane, la restaurazione del duca di Firenze effettuata da due mesi, la pace fra il Piemonte e l'Austria stipulata da diciotto giorni, l'Ungheria ritornata al servaggio.

Manin s'era imbarcato colla sua famiglia sul piroscafo francese Il Plutone e usciva da Venezia alle tre pomeridiane del 23 agosto 1849. Otto altri navigli imbarcavano i quaranta proscritti dall'Austria, seguiti da numerosi esuli volontari, che non volevano vedere i tedeschi.

All'ora nefasta dell'entrata delle truppe austriache il conte Ermolao s'era affacciato ad un balcone del suo palazzo per veder passare gl'invasori. Nessuno li guardava in faccia, il popolo fu dignitoso, altero, glaciale, e i croati gettavano delle occhiate sospettose, temendo ad ogni istante di saltare in aria.

La contessa Marina Steno s'era vestita in lutto, e desiderava di lasciare Venezia, un vapore inglese attendeva ancora gli ultimi emigranti, ma il conte Ermolao resisteva, desideroso di non alterare le sue abitudini, e di non abbandonare gli agi aviti del suo palazzo. Ma quando vide passare il nuovo padrone di Venezia, il tenente-maresciallo Gorzkowsky, generale di cavalleria, con quel piccolo cheppì che gli lasciava scoperta la nuca, e coprendogli la fronte gli si appoggiava alla sommità del naso, piccolo cheppì bizzarro, sormontato da un pennacchio di penne verdi, che lo facevano rassomigliare ad un vasetto di maggiorana sulla testa d'un cosacco, provò un tal senso di ribrezzo insormontabile, che non si sa bene se sia provenuto da indignazione patrizia, o da paura; il fatto sta che chiamata in fretta la moglie, si dichiarò pronto a seguirla, e fino che i domestici approntarono le valigie, la fece entrare in una gondola che li condusse a bordo del vapore.

Appena saliti sul ponte videro il colonnello dei Cacciatori delle Alpi che guardava mestamente Venezia, conversava con un suo ufficiale che si reggeva ad una stampella.

Calvi e Michele, salutavano la città perduta dal ponte della nave straniera che doveva condurli in esiglio, e giuravano che un giorno l'avrebbero vendicata.

Udito il fruscìo d'una serica veste, Michele sempre sensibile a quel suono, rivolse la testa, vide la gentildonna vestita a bruno; le si inchinò profondamente, e rivolto a Calvi, gli disse:

— L'anima di Venezia parte con noi!... noi abbandoniamo ai Tedeschi un cadavere, le mura infrante d'una città devastata dalla loro barbarie.... lo spirito, il cuore, il prestigio di Venezia escono dalla laguna cogli esuli e coi proscritti.... per fare appello agli Italiani.... e spingerli a riconquistare questo prezioso gioiello della patria!...