I.

— Bel caso, don Rocco — disse per la quarta volta il professore Marin, raccogliendo le carte e sorridendo beatamente, mentre il suo vicino di destra inveiva furioso contro il povero don Rocco. Il professore durò a perseguitare costui con un risolino a bocca chiusa, con lo sguardo scintillante di benevola ilarità; poi si volse alla padrona di casa che dormigliava in un angolo del canapè.

— Un bel caso, contessa Carlotta!

— Ho capito — rispose la signora — e mi parrebbe anche ora di finirla; non è vero, don Rocco?

— No, don Rocco — riprese il professore, serio. — Se ci pensate bene, è un caso da congrega.

— Altro che da congrega! — disse il vicino di destra.

Don Rocco, rosso come un papavero, ficcate due dita nella tabacchiera, taceva a capo chino con un certo suo cipiglio compunto, opponendo alla tempesta il cranio lucido, guardando sottecchi, fra un batter di ciglia e l'altro, le carte sciagurate. Quando udì ripetere dal suo temuto compagno la parola congrega, gli parve che le cose volgessero al faceto, fece un sorrisetto e strinse il tabacco fra le dita.

— Eh, voi ridete! — ripigliò l'implacabile professore. — Non so se avendo giuocato a terziglio, e fatto prendere un cappotto simile al vostro compagno, possiate celebrare in pace, domattina.

— Eh, posso posso — borbottò don Rocco, aggrottando ancora le ciglia e levando un poco la sua buona faccia contadinesca. — Fallano tutti, fallano. Falla anche lui; e anche Lei, forse, qualche volta.

La sua voce pareva il grugnito di una bestia pacifica, tribolata oltre ogni mansuetudine. Al professore scoppiavano le risa dagli occhi.

— Avete ragione — diss'egli.

Il giuoco era finito, i giuocatori si alzarono.

— Sì — disse il professore con serietà canzonatoria — il caso di Sigismondo è più complicato.

Don Rocco strinse in un sorriso gli occhietti lucenti, chinando il capo con un misto incomprensibile di modestia, di compiacenza, di turbamento, e brontolò:

— Anche quello va a tirar fuori!

— Vedete — soggiunse il professore — che sono informato. Si tratta, contessa, di un caso che don Rocco deve sciogliere alla prossima congrega.

— Qui non c'è congreghe — disse la contessa. — Lasci stare.

Ma non era così facile cavare una vittima dalle unghie del professore.

— Non ne parliamo più — diss'egli tranquillamente. — Sentite però, don Rocco; io non la penso come voi su quel punto. Per me, pereat mundus.

Don Rocco fece un cipiglio feroce.

— Io non ho parlato con nessuno — diss'egli.

— Don Rocco, avete chiacchierato, e lo so — riprese il professore. — Abbia pazienza, contessa, giudichi Lei.

La contessa Carlotta non voleva saperne, ma il professore tirò via imperturbato a esporre il caso di Sigismondo, come la Curia vescovile lo aveva proposto.

Un tale Sigismondo, colto da improvviso malore, chiede di confessarsi. Appena è solo col prete si affretta a dirgli che altri sta per compiere un omicidio di cui egli fu istigatore. Proferite queste parole perde la voce e i sensi. Il sacerdote dubita se Sigismondo abbia parlato in confessione o no, e non può impedire il delitto, non può salvare questa vita umana in pericolo, se non usando della confidenza ricevuta. Deve egli farlo, o lasciar uccidere un uomo?

— Don Rocco — conchiuse il professore — vorrebbe che il prete facesse da carabiniere.

Il povero don Rocco, martoriato nella coscienza dallo scrupolo di trattare questo argomento in una conversazione profana e dall'ossequio al suo canzonatore, ecclesiastico di età matura e professore nel Seminario vescovile di P., si contorceva, masticava delle scuse.

— No... ecco... dico... mi pareva...

— Mi meraviglio che si scusi, don Rocco — disse la signora. — Mi meraviglio che pigli sul serio gli scherzi del professore.

Questi protestò e strinse con sottili domande i panni addosso a don Rocco, si mise a spremerne adagio adagio quella miscela d'istinto retto e d'argomenti storti che aveva in capo, ripulendolo con garbo d'ogni cattiva ragione e d'ogni buon senso, per lasciargli uno stupore pieno di contrita umiltà. Ma il giuoco durò poco, perchè la signora congedò la compagnia col pretesto ch'eran suonate le undici. Trattenne però don Rocco.

Era la contessa Carlotta che lo aveva scelto, pochi anni prima, a rettore della chiesa di S. Luca, proprietà della signora stessa. Ella pigliava con lui un'aria vescovile che il giovane prete, semplice di spirito quanto umile di cuore, comportava in santa pace.

— Farebbe meglio, caro don Rocco — diss'ella quando rimasero soli — a occuparsi meno dei casi di Sigismondo e più dei Suoi.

— Perchè? — chiese don Rocco, interdetto. — Non so niente.

— S'intende; lo sa il Comune, ma Lei non sa niente.

Gli occhi della signora soggiunsero chiaramente: povero mammalucco! Don Rocco tacque.

— Quando torna la Lucia? — chiese lei.

Questa Lucia era la serva di don Rocco ch'egli aveva lasciato andare a casa per quattro o cinque giorni.

— Domenica — rispose. — Domani sera. — Ah! — esclamò a un tratto sorridendo assai soddisfatto della propria intelligenza. — Adesso ho capito, adesso so cosa Lei vuol fare. Niente, non è vero niente.

Aveva finalmente inteso che si trattava di chiacchiere corse in paese su certi amori della sua serva con un tal Moro, un pessimo soggetto, pratico da un pezzo della Pretura e del Tribunale, che univa diabolicamente l'astuzia al malvolere e alla forza. Qualcuno teneva che non fosse interamente malvagio, che il bisogno, i mali trattamenti d'un padrone ingiusto lo avessero tratto alla colpa; ma tutti lo temevano.

— Non è vero niente? — replicò la signora. — Allora non so cosa dirà il paese quando alla serva del prete succederanno delle novità.

Don Rocco diventò di fuoco e fece un cipiglio spaventoso.

— Non è vero niente — diss'egli brusco, risoluto. — La ho interrogata io stesso appena udite quelle chiacchiere. Son cattiverie della gente. Non lo vede neanche mai quell'uomo.

— Senta, don Rocco — disse la signora. — Ella è buono, buono, buono. Ma siccome il mondo non è così, e siccome c'è scandalo, così se Lei non si risolve a mandar via subito quella creatura, bisogna che mi risolva io a qualche cosa.

— Farà quello che vuole — rispose il prete, asciutto. — Io debbo considerare la giustizia, non è vero?

La contessa lo guardò e disse con una certa solennità:

— Va bene. Vuol dire che Lei ci penserà ancora stanotte, e domani mi darà l'ultima risposta.

E suonò il campanello per far recare una lanterna a don Rocco, essendo la notte assai oscura. Ma, con sua grande sorpresa, don Rocco ne estrasse delicatamente una dalla tasca posteriore del soprabito.

— Cosa Le è venuto in mente? — esclamò la signora. — Mi avrà macchiata la sedia, adesso!

Si alzò malgrado le assicurazioni di don Rocco e, pigliata una delle candele che ardevano ancora sul tavoliere da giuoco, si chinò a considerar la sedia in questione.

— A Lei! — disse. — Vi metta il naso. No, macchiata; rovinata!

Don Rocco si chinò anche lui, aggrottò le ciglia sopra una larga macchia d'unto, un'isola nera nella tela grigia, susurrò gravemente «oh, sì» e rimase assorto in quella contemplazione.

— Adesso vada — disse la signora. — Quel ch'è fatto è fatto.

Parve infatti ch'egli aspettasse il permesso di alzare il suo naso posto in penitenza.

— Vado, sì — rispose accendendosi la lanterna — perchè adesso a casa son solo e ho anche paura d'aver lasciata la porta aperta.

In un batter d'occhio disse «felice notte» e scomparve, senza nemmeno guardar la signora.

Ella rimase sbalordita.

— Gran villano, mio Dio! — disse.