V.
Il mattino dopo l'amico mio se n'andò a Comano per tempo. Io vagai lungo il lago, e prese le zette dell'Imarò che fiancheggiano i precipizi in fondo a cui si rigira, per un bagliore di ghiaie, la Sarca verde, giunsi a veder là di fronte, fra montagna e montagna, un cocuzzolo bianco, il ghiacciaio della Tosa. A colazione ebbi con la signora Purgher un lungo dialogo su Chieco. — Matto — diceva — ma che cuore! — Gli avea visto prodigare oro ai poveri come un principe e parole assai più preziose dell'oro; abbracciare una vecchia pezzente che somigliava a sua madre. Di questa lo aveva udito parlar con un fuoco che gli empiva gli occhi di luce e di lagrime. Peccato che non avesse freno nel trattar con le donne! Era un orrore per quello. La signora Purgher finì col farmi acquistare, era la sua frase, un eccellente bicchier d'Isera, dopo di che mi accinsi a rabberciar le strofette melliflue del poeta B. secondo certi concetti shakespeariani espressimi la sera antecedente dall'amico Chieco.
Il pomeriggio di quel giorno e tutto il giorno appresso furono interamente occupati dai preparativi del ballo. Chieco ne parlava come se l'offrisse lui questo ballo, ma in fatto non aveva offerto che la sua direzione, la sua camera, la musica e l'acqua. Le provvigioni, i fiori, i fuochi d'artificio vennero, per cura della società di Comano, in parte da Comano, in parte da Trento, insieme a tre famelici musicanti, un pianista e due violinisti, che noi battezzammo Trinculo, Stefano e Calibano. Chieco ne elesse subito uno a suo gran tappezziere, un altro a suo gran facchino, il terzo a suo grande sottocuoco. Lavoravano come scimmioni goffi, istupiditi da quella novità di mestiere e di padrone, guardando costui con un comico sgomento, non osando ribellarsi nè sapendo se almeno fosse loro lecito di ridere.
— Tu non fai niente, brutto straccione — mi disse Chieco — ma stasera ti cambio nome, vestito e mestiere, ti sollevo a mio primo lustrascarpe e barcaiuolo. Ho fatto venire apposta un canotto da Riva. Gli chiesi il perchè di tanto onore, ma egli non me lo volle dir subito. Dopo pranzo mi prese a braccetto e mi condusse in giardino.
— Parliamo sul serio — diss'egli. — Poichè non la posso sposare io, come si fa? la devi sposare tu. Maledetti voi che siete nati uno per l'altro!
— Mi dirai almeno il suo nome! — interruppi ridendo.
— Non ridere! Tu non sai quanto bestia io sono in questo momento e quanto stupido sei tu. Perchè lei ti vorrà bene, capisci, e tu ne vorrai a lei, e io che se ci penso ti strozzerei come l'ultimo dei piccioni, te la do, te la do e che siate maledetti!
Ciò detto mi saltò al collo, mi baciò, mi strinse in modo che lo credetti impazzito davvero.
— Ti voglio bene, sai — diss'egli — perchè ci conosciamo da tanti anni, perchè non scrivi musica e ti piace la mia; ma se mi amasse, tu non saresti qui. Non ridere e non domandare il suo nome. La vedrai stasera. Se non ti piace è inutile che tu ne sappia il nome. Le ho già detto che ho qui un canotto e un domestico, e che questo domestico sa remare e ch'ella potrà fare una corsa sul lago. Ha accettato a patto ch'io non venga. Andrà con te solo, dunque. E adesso mi dai trentadue lire e settantacinque centesimi.
Feci un atto di meraviglia.
— Oh! furfante! — esclamò Chieco. — Vuoi che l'abbia fatto venire a mie spese il canotto? Vuoi fare all'amore tu e ch'io paghi? Come sei ragionàt!
Non capivo bene, sulle prime, se scherzasse o no, ma il dubbio durò poco. Chieco voleva veramente le trentadue lire e io le sborsai, dichiarando tuttavia che in canotto non ci sarei andato, poichè la sua incognita non mi tentava affatto.
— Oh — diss'egli — tu vuoi farti rendere il denaro?
Alle corte, dovetti promettere, per non offenderlo, di fare a suo modo, ma soggiunsi che non sarei uscito un momento dalla mia parte di barcaiuolo.