VII.
Alle nove e mezzo don Rocco apparve sulla porta di casa per fare il suo esodo. Il soprabito del professore gli ballava sulle calcagna e gl'inghiottiva le mani, sino alla punta delle dita. Il cappello a cilindro, enorme, gl'inghiottiva gli orecchi.
Il professore gli veniva alle spalle ridendo silenziosamente. Nel cortile parecchia gente corsa al rumore dell'accaduto, rideva. Solo non rideva il vecchio accattone, bizzarro uomo, mezzo filosofo. — Oh don Rocco, cosa pare! — dicevano le donne. E chi gli raccontava un fatto della Lucia, chi un altro, cose d'ogni colore ch'egli non aveva sospettate mai. — Basta, basta — rispondeva lui, turbato nella coscienza di questo sparlare. — Oramai è fatta, oramai è fatta.
Si avviò seguito da tutti, diede un'ultima occhiata al fico del campanile e, passando fra i cipressi di fronte alla chiesa, si voltò alla porta, si levò divotamente il cappello e piegò un ginocchio.
La carrettella lo attendeva sulla strada maestra. Il vetturale, vedutolo in quell'arnese, non rise meno degli altri.
Allora don Rocco si congedò da tutti, ringraziò nuovamente il professore, mandò a riverire la contessa, fece tacere quelli che dicevano ancora improperi alla Lucia. Quando fu a posto, l'accattone gli si avvicinò, gli mise la mano destra sopra una scarpa.
— Questa è Sua? — diss'egli.
— Sì sì, le scarpe sì — rispose il prete con una certa soddisfazione mentre il cavalluccio partiva.
L'accattone si recò alla fronte la mano che aveva toccato la scarpa di don Rocco e disse solennemente:
— In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. —