L'ISTRUMENTO È L'UOMO
Imitazione di un articolo francese, con varianti ed aggiunte.
Fu detto e ripetuto: «Lo stile è l'uomo.»
Io dico invece: «L'istrumento è l'uomo.»
Ed al proverbio: «dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei,» io sostituisco; «dimmi dove soffi, o dove raschi, e ti leggerò la vita.»
Dopo ciò, raccomando ai signori artisti delle orchestre di non sospettare nelle mie osservazioni alcuna intenzione maligna; esse riguardano principalmente i dilettanti, quelli che raschiano un istrumento qualunque per pura convinzione, quelli che si sono messi a pizzicare la chitarra quando studiavano medicina, ovvero ad esercitarsi sul corno, dopo un anno di matrimonio.
__Il Clarinetto.__
Grande raffreddore cerebrale collocato dentro un tubo di legno giallo.
Il clarinetto non è una invenzione del Conservatorio, ma sibbene del destino.
Si diventa callista a forza di studio e di lavoro, ma si nasce clarinettista.
Il Cittadino predestinato al clarinetto ha un'intelligenza quasi ottusa fino all'età di 28 anni, epoca d'incubazione, nella quale egli comincia a risentire nel naso i primi pruriti della sua fatale vocazione.
Allora la sua intelligenza, fino a quel giorno limitata, cessa di svilupparsi: ma l'appendice nasale volendo vendicarsene, prende delle dimensioni piramidali.
A vent'anni egli compera il suo primo clarinetto per 14 franchi, e tre mesi dopo, vien congedato dal padrone di casa. A venticinque anni è ammesso nella musica della Guardia Nazionale.
Egli muore di crepacuore, per avere tre figli che non annunciano veruna disposizione per l'istrumento dov'egli ha soffiato tutta la sua intelligenza.
__Il Trombone.__
Colui che suona il trombone cerca sempre nella compagnia di quest'istrumento l'oblío delle sue pene domestiche, o delle consolazioni ad un amore tradito.
L'uomo che ha imboccato per sei mesi un tubo di metallo, si trova agguerrito contro ogni disinganno.
Di tutte le passioni umane, all'età di cinquant'anni, nulla più resta a lui fuorchè una sete insaziabile.
Più tardi, aspirando al posto di portinaio in un palazzo di persone civili, o alla mano di una donna di udito delicato, tenta di abbandonare il suo stromento; ma il gusto delle note e delle bibite forti gli rimane per tutta la vita. Intrattenendosi coi padroni di casa, o udendo parlare la moglie, verrà sempre il momento in cui egli si lascierà sfuggire dei brr…! brr…! brr…! portando il pugno sinistro alle labbra e simulando colla mano destra l'allungamento e l'accorciamento della pompa.
Dopo aver continuato fino a 78 anni ad eseguire furtivamente sul trombone la grande aria:
Era anch'io di quella schiera
Di Venezia anch'io guerrier….
muore di cordoglio perchè l'acquavitaio non volle dargli a credito un bicchierino di grappa.
__L'Accordeon.__
Primo istrumento dei cuori candidi.
L'individuo che esce generalmente dalla classe dei farmacisti, comincia a suonarlo nella retro bottega di suo babbo e continua fino a quindici anni.
A questa età, se non è morto, lascia l'Accordeon per
__L'Harmoniflûte.__
L'Harmoniflûte, per la natura de' suoi monotoni suoni e del suo tremulo piangente, agisce sui nervi di coloro che lo ascoltano e predispone alla malinconia colui che lo suona.
L'Harmoniflûtista è tenero, linfatico, ha gli occhi azzurri, non mangia che carni bianche o farinacei.
Si chiama Oscarre se è uomo, ed Adelaide se appartiene all'altro sesso.
In casa, al Dessert, va in cerca del suo istrumento, e quando gli stomachi sono pieni, cioè quando gli spiriti sono disposti all'allegria, egli vi regala: «Fra poco a me ricovero» oppure il Miserere del Trovatore.
L'Harmoniflûtista piange facilmente. Dopo un esercizio di quindici anni sul suo istrumento, egli si converte in ruscello.
__L'Organo.__
Istromento complicato e maestoso, di indole clericale, destinato, per la sua grande sonorità, a soperchiare le stonature del clero e del popolo.
L'Organista, ordinariamente, è un uomo venuto al mondo colla vocazione di fare molto strepito senza troppo consumo delle proprie forze; un uomo che vuol soffiare più forte degli altri, senza logorare i proprii mantici.
Diviene, a quarant'anni, l'amico intimo del parroco e il membro più influente della fabbriceria. Ripete per cinquant'anni alla Messa ed ai Vesperi gli stessi ritornelli; e frattanto egli impara il latino, e sa a memoria tutte le antifone da vivo e da morto. A cinquant'anni sposa una zitellona devota, raccomandata dal coadiutore della parrocchia.
È buono e mansueto ne' suoi rapporti coniugali, ma alla vigilia di ogni solennità ecclesiastica, ha il difetto di sognare ad alta voce. Alla notte del sabbato santo, è raro ch'egli non svegli la moglie, gridando a tutta voce: ressurexit!—La brava donna si desta di umor lieto per rispondergli col debito cerimoniale: alleluja!
All'età di sessant'anni divien sordo, e allora comincia a credere di suonare perfettamente. A 70 anni muore di cordoglio, perchè il nuovo parroco, in luogo di farlo assidere alla grande mensa coi sacerdoti e coi fabbricieri, lo ha fatto pranzare al tinello, in compagnia del sacrista e del becchino.
__L'Ottavino.__
Lo sciagurato che soccombe all'ottavino non è mai un uomo che goda il perfetto sviluppo delle sue facoltà intellettuali. Egli ha necessariamente il naso appuntito, sposa una donna losca, e muore schiacciato da un omnibus.
L'ottavino è il più fatale di tutti gli istrumenti. Esso esige una coltura ed una conformazione particolare dell'unghia del pollice pei buchi che non devono chiudersi che per metà.
L'ottavinista aggiunge sovente a questa infermità la mania di addomesticare le faine, le tortore ed i porcellini d'India.
__Il Violoncello.__
Per suonare il violoncello bisogna aver le dita lunghe e magre; ma più indispensabile è ancora il portare capelli lunghissimi che voluttuosamente accarezzino il collo grasso del paletot.
Il violoncellista scorgendo in pericolo di incendio la propria moglie ed il proprio violoncello, salverà prima quest'ultimo. Poscia penserà a … lasciar bruciare la moglie.
Parlando del suo strumento, egli lo chiama Violonscello; con ciò non la male ad alcuno, ed egli prova un'estasi voluttuosa.
La sua maggior soddisfazione è quella di far piangere le corde; qualche volta, infatti, egli riesce a far piangere la moglie ed i figli con un regime di sobrietà troppo stretto. Gli avviene anche di far ridere e di far sbadigliare, ma ciò dipende, a suo dire, dagli influssi atmosferici.
Parimente fa esprimere dalle sue corde esaltate tutti i dolori possibili, meno quelli dei suoi uditori e dei suoi creditori.
Il violoncellista si occupa anche di magnetismo; queste due passioni sono quasi sempre inseparabili.
Il carattere malinconico di quest'istrumento porta al misticismo, e il suonatore giunge quasi sempre fino all'invocazione degli spiriti.
Si alza di notte, risveglia la moglie, e le suona in camicia la frase del manzanillo nell'Africana.
Sua moglie si riaddormenta mormorando:
—Come sega!
__Il Contrabasso.__
Un critico-musicista ha chiamato il contrabasso l'Elefante delle orchestre.
Nessun istrumento può infatti rivaleggiare con esso nella ampiezza della mole. Gli è forse per questa ragione che gli uomini alti e stecchiti sono attratti a suonarlo da una irresistibile simpatia.
Applicando il contrabasso all'abdome, un suonatore della famiglia dei merluzzi può illudersi di aver un gran ventre, e un ventre sonoro per giunta.
Il contrabassista tende alla serietà, e si atteggia, nelle riunioni pubbliche e private, da uomo grave e profondo. Parla poco, e prima di esporre la propria opinione, attende che tutti gli altri abbiano finito di discutere. Ama con trasporto il tabacco da naso, e profitta, per assaporare la sua presa, degli intervalli d'aspetto.
Qualche volta numera i detti intervalli ribattendo voluttuosamente sotto le narici il pollice e l'indice ingrommati di tabacco.
È raro che un suonatore di contrabasso rimanga celibe oltre l'età di trent'anni. La moglie lo tiene in gran conto e lo venera credendolo dotato di una energia formidabile. Questa specie di venerazione ella suol anche riportarla sullo strumento, ch'ella pone a giacersi nelle assenze del marito, al lato deserto del talamo. In tali casi, destandosi la notte, ella da un pizzico alle corde e poi brontola: «meno male! questi almeno, se lo tocco, grugnisce…. Ma lui…. mio marito…. dà mai segno di comprendermi?»
__L'Arpa.__
Stromento ascetico, già suonato dal Re Davide con irresistibile successo. Serve di accompagnamento obbligatorio ai canti celesti.
L'arpista nasce cogli istinti del gatto, ma all'età di dieci anni fa voto di castità. Si nutre di vermicelli al brodo e, all'estate, di lattuche. Ammesso a far parte di una orchestra, si innamora platonicamente della prima donna contralto, nella cui voce ermafrodita gli par di sentire il canto degli angioli.
Dato ch'ei prenda moglie, usa con essa celestialmente. In casa suona di rado, ma quando ciò gli avvenga, si pone in capo una corona d'oro e si figura di essere il Re Davide. La moglie, ordinariamente, lo regala di altre corone meno splendide.
Oggidì, nelle orchestre, il posto dei Re Davidi venne usurpato dalle Bersabee, le quali pizzicano più leggermente, ottenendo degli effetti più omogenei; a venticinque anni muoiono consunte d'amore pel primo flauto.
__Il Timpano.__
Un testone di legno e di pelle, ripieno d'aria e di sinistri presagi. Il rullo dei timpani serve nel melodramma ad annunziare l'arrivo di un personaggio fatale, che il più delle volte suol essere un marito becco. Qualche volta il suo funereo brontolío serve a descrivere il silenzio, o la intima disperazione di una prima donna colta in flagrante adulterio.
Il timpanista è un uomo serio, compreso della sua alta missione drammatica; ma sa dissimulare il proprio orgoglio, dormendo sul proprio strumento quando gli altri suonatori fanno il maggior strepito.—Egli incarica il più prossimo de' suoi colleghi di orchestra di svegliarlo a tempo debito.
Al destarsi, afferra i due battenti e percuote; ma quando il vicino si dimentica di svegliarlo, egli prolunga i suoi sonni fino al calar del sipario. Allora, si riscuote, si accorge che l'opera è finita, si stropiccia gli occhi; e se avviene che il direttore di orchestra lo rimproveri di aver mancato all'attacco, risponde, crollando le spalle: «tanto, anche senza i miei rulli, il tenore è morto lo stesso…. Rullo più, rullo meno, così la deve finire!»
__Gran Cassa.__
Inutile parlarne.—È lo strumento dell'epoca; e Ministri, Deputati, Scienziati, Poeti, Parrucchieri, Cavadenti hanno imparato a suonarlo per eccellenza… Le cretine moltitudini accorreranno sempre al richiamo del poum!… poum!… e avrà sempre ragione chi batterà più forte.
CIÒ CHE SI VEDE IN UN TEATRO POPOLARE
A dirvela schietta, lettori miei, io non ho mai capito perchè il teatro debba chiamarsi scuola di civiltà. Chi va in teatro per educarsi? E quali insegnamenti si attendono da un dramma, da una commedia, da un'opera in musica, da un ballo? La tragedia antica insegnava l'incesto; il dramma moderno insegna l'adulterio; l'opera in musica insegna l'assurdo; il ballo insegna a misurare collo sguardo la periferia di cinquanta o più mappamondi di carne femminina. Il palco scenico è, per le figlie del popolo, una scuola di prostituzione; pei giovani artisti una scuola di ciurmeria e di vagabondaggio. Ecco la grande educazione che il teatro può dare a quanti vi si consacrano per professione.
Quanto al pubblico…. Mio Dio! Lo avete mai sviscerato, questo ente collettivo che si chiama il pubblico? Su mille spettatori che assistono all'opera, io ve ne do una sessantina, un centinaio al più, che comprendano qualche cosa del dramma e della musica. Tutti gli altri sono in teatro per guardarsi, per far all'amore, per vedere delle spalle nude e delle coscie in maglia.
Era una bella giornata del giugno 1858, ed io pranzava all'albergo della Gran Bretagna in compagnia di un Inglese che un anno prima avevo conosciuto a Parigi. Questo Inglese apparteneva alla classe aristocratica, e si vantava grande dilettante di musica e adoratore fanatico dell'opera italiana.
In quella stagione non c'era a Milano altro spettacolo d'opera fuor quello del teatro dei Giardini Pubblici, dove si rappresentava l'Attila di Verdi da una compagnia di cantanti accozzati da un certo Corti di Bergamo, il quale, oltre ad essere impresario, aveva assunto nel melodramma la parte del baritono.
Il mio Inglese, in mancanza di meglio, accolse il partito di recarsi al teatro dei Giardini Pubblici, ed io ve lo accompagnai di buon grado.
Entrammo nel circo ad ora conveniente per prendere un posto di nostra elezione. Saliti alla galleria—«mettiamoci nella seconda fila delle sedie, dissi all'Inglese; così potremo distendere le gambe a nostro bell'agio.»
E queste parole mi venivano ispirate da un sentimento di pietà, perocchè il signor Jhonnes era fornito di un paio di gambe così lunghe ed inflessibili, ch'egli durava molta pena a raccorciarle fra la sedia ed il parapetto.
Ma come le gambe, così anche il cervello del signor Jhonnes era di fabbrica inglese. Egli si ostinava a rimanere nella prima fila; e dopo sforzi incredibili era riuscito ad impiombarsi là dentro come un conio nella spaccatura d'una quercia. Che fare? Per debito di cortesia mi convenne inchiodarmi al di lui fianco.
La gente comincia a farsi spessa; e mentre l'Inglese col libretto alla mano sillaba i versi alla meglio, ecco quattro donne ci sovrastano colle immani crinoline e domandano di scendere nella prima fila….
—Mammina! qui vi sono due posti, grida una fanciulletta di circa dodici anni—se quel signore volesse ritirare le sue pertiche dall'altra parte….
—Impertinente! esclama una grossa matrona che domina il drappello—son questi i modi di chiedere un favore? Mille perdoni!—se monsù vuol far la gentilezza di rettificare le sue gambe….
Ma l'Inglese non dà retta; e la più giovane delle ragazze piomba colla persona fra il parapetto e la sedia, appoggiandosi senza misericordia sui piedi del mio onorevole compagno.
—Goddem!—esclama il sig. Jhonnes; mio piete non statte scapello!….
Ma la ragazza, senza badare, attira la compagna sull'altra sedia vacante.
—Noi siamo ancora dei fortunati, dico io sotto voce all'Inglese; se invece delle ragazze fossero scese le due matrone che ci stanno dietro la schiena, c'era da morirne asfissiati.
—Io non posse rimanere in posizione! esclama l'Inglese.—Signorina, la preghe tenere campe più corte.
—Cecilia! grida di nuovo una delle matrone….; ricordati che siamo in teatro!….
—Ma che colpa ci ho io, mammina, se questo signore ha certe stanghe!
—Di nuovo ti dico di misurare i termini…. Bada che se mi fai la matta, ti riconduco a casa…
—Eh! ora, a casa non ci torno più, dice la ragazzetta all'orecchio della vicina…. E poi, infin dei conti…. il signor Domenico i biglietti li ha dati a me…. Sono io che stamattina glieli ho chiesti…. a nome della mamma.
Frattanto, dietro le nostre spalle si vanno agglomerando nuovi spettatori. Un uomo di circa trent'anni, sparuto nel volto, coi capelli lunghi e ben pettinati, cogli abiti alquanto luccicanti sotto le maniche, si è collocato a fianco delle matrone, divorando cogli occhi una delle giovinette che seggono al nostro lato. Tre o quattro giovinetti superano la barricata d'un salto, volgono saluti a destra e a sinistra, chiamano a nome i vicini e i lontani, e si studiano di attirare l'attenzione delle donne colla vivacità dei loro epigrammi.
—Che vuol dire questo miracolo? Anche lei qui, signora Caterina!
—Lei…. signor Pedrino!… Abbiamo avuto i biglietti da un comico della compagnia, che alloggia in casa nostra, al quinto piano.
—Ma brava, la signora Caterina! E chi è questo comico? senza dubbio il primo amoroso….
—È il primo tenore….
—Oh! Oh! il primo tenore…. che abita al quinto piano!…. A proposito: come si chiama? Ehi, di là! nessuno ha un libretto?…. Forse quel signore là abbasso….
—Cecilia! tira fuori il libretto!
—C'è forse bisogno del libro per sapere il nome del nostro vicino di casa? Egli si chiama Domenico Scanagatta….
—Diavolo! Scanagatta! che razza di nome…. per un primo tenore….!
—Primo dei primi…. lo ha detto egli stesso, esclama la donna grossa, indispettita dalle risa e dalle maligne esclamazioni dei circostanti.
L'Inglese che ha prestato orecchio a quelle ciarle, consulta l'elenco dei personaggi e degli attori, poi volgendosi a me:—quella signora s'incanna, mi dice—non trovate in lipretto Cane e Gatta, ma Napoleone Moriani.
—Il libretto che voi avete fra le mani porta la data del 1847, quando l'Attila si rappresentava alla Scala.
—Oh! oh! vere! verissime! Tata tel 1847! Mi più niente capite….
Frattanto, uno dei giovani che sta dietro di noi si è preso l'incarico di leggere a voce alta, e di spiegare il melodramma alla comitiva femminina. Ma non appena egli ha declamato i primi versi:
Urli—rapine Stupri, rovine, ecc.
la Cecilia interrompe la lettura esclamando: che razza di parole son queste! Ci capisco io niente, signor Pedrino?…. Mamma: cosa sono gli stupri?
—Vuoi finirla? Son domande da farsi codeste? Saprai tutto a suo tempo….
—Vi spiegherò io, popolina, mormora il giovine sparuto, il quale insensibilmente si è avvicinato alle ragazze.
La più grande volge indietro uno sguardo melanconico—uno sguardo che rivela cento segreti…. Lo sparuto dalle maniche luccicanti è l'amante corrisposto. La giovinetta taciturna e contemplativa sa di averlo alle spalle…. e aspetta trepidando qualche prova palpabile del suo amore.
Ma ecco, i suonatori si mettono al loro posto e cominciano ad accordare gli stromenti…. Dalla platea e dagli ordini più elevati si grida: sonèe! si battono le mani e i bastoni…. Il pubblico sovrano minaccia di farsi riottoso…. Mentre l'Inglese per istinto di curiosità spinge il capo fuori del parapetto, quattro o cinque individui che stanno di sotto gli rivolgono la parola e gli fanno dei gesti insolenti: «Ehi lûu, sur sciloster! El ved no che ghè de la gente chi abbasso?—Parlatte con me quei signori?.—Avreste forse gettato qualche cosa sulla testa di quella brava gente?—Mentre io scambio tali ciarle col signor Jhonnes, la Cecilia, che da qualche tempo sta rosicchiando dei semi di mellone, sputa parecchi gusci sul naso degli spettatori irritati. Fortunatamente una violentissima esplosione di applausi, di fischi e di grida, obbliga il direttore di orchestra a dare il segnale dell'attacco. I suonatori distendono l'arco e imbeccano i tromboni.—Silenzio!—Abbasso!—Giù il cilindro!… limonata fresca!—E in mezzo al gridío, finisce il preludio—il sipario si leva—quattro o cinque servitori di scena fuggono tra le quinte come sorci colpiti dalla luce; e otto coristi si avanzano urlando da Unni.
—Oh! vedi, mamma! ecco là il signor Domenico! Io l'ho subito riconosciuto…. Non vedi, mamma, ch'egli ci saluta?
—Zitto!…. Ma vediamo!. Dov'è questo signor Domenico?
—Ah! gli è dunque il primo tenore dei cori, che vi ha dato i biglietti, signora Caterina!
—Sì…. il primo tenore…. dei primi!… Proprio lui! Con quella barba non lo avea riconosciuto….
—Hai veduto, mamma? Il signor Domenico si è messo in ginocchio….
—Sicuro! i coristi…. cioè gli Unni…. si mettono in ginocchio—dice il nostro vicino sentimentale, che si è dato a conoscere per un parrucchiere di Viarenna—tutti fanno onore ad Attila flagellum Dei, che viene in sulla biga per sentir cantare i soldati….
—Perchè quella carrozza è tirata da due uomini vestiti come gl'infermieri dello spedale!…
—Perchè…. a quei tempi non erano inventati i cavalli….
—Ma, ecco la prima donna! replica il parrucchiere gravitando sulle protuberanze più soffici della nostra vicina; essa viene per ammazzare il basso.
—Il basso? ma dov'è questo basso?…
—Là, in piedi!… il più alto di tutti.—Ora, vedremo il baritono, cioè il romano….
—Il baritono non è romano ma bergamasco….
—Goddem! ripiglia il signor Jhonnes.—Come capire musiche?…
—Cos'ha quella mummia da brontolare?… Sta a vedere ch'io gli do sul naso questa fetta di mellone!…
—Non capite poesia, mi dice l'Inglese all'orecchio; perchè tante critare Ottapella?
—Attila le ha fatto dono di una spada, ed ella per riconoscenza giura di piantargliela nel ventre alla prima occasione.
—Veritable gentelman Attila; veritable porche Ottapella!…»
Frattanto i galanti, che seggono presso di noi, hanno chiamato il venditore di birra per offrire un rinfresco alle donne…. Mentre il tenore sta per cominciare la cavatina, uno scoppiettío di turaccioli sprigionati fa trasalire i circostanti….
—Presto! a te Ghittina…. a te Cecilia! Bada alla spuma! Cisti….
Adagio! Ma basta! signor Pedrino! Ahi!…
L'Inglese, disturbato dai rapidi movimenti e dalle risa sguaiate delle donne, si volge indietro per imporre silenzio; ma al tempo stesso una tazza colma di birra viene ad urtargli nello stomaco, e un'onda di spuma gli si riversa sulle gambe.
A tale eran giunte le cose, che il mio Inglese cominciava a perdere la pazienza. Ma ciò che d'un tratto lo fece balzare dalla seggiola fu un pizzicotto venutogli di contrabbando attraverso le gonnelle delle nostre vicine. Quel pizzicotto non era diretto a lui e mirava probabilmente a delle carni più floride; ma lord Jhonnes non volle attendere nuovi guai, e levandosi da sedere: «Signore, mi disse, lacciù in procenio, federe palchette vuote. Andiamo là codere meglio musiche più sciutte.»
Molta pena ci volle per uscire da quella siepe di gente. Mentre noi colle gambe levate tentavamo sormontare le seggiole, una mezza dozzina di gambe sconosciute si intralciava colle nostre per contendersi i due posti vacanti. Una gamba del mio Inglese (probabilmente la più lunga) rimase per alcuni minuti inforcata a quella del parrucchiere e stretta come in una smorza.
Quando Dio volle, riuscimmo a superare, più o meno illesi, quella barricata di sedie e di ginocchi; tanto che, al cominciare del secondo atto, ci trovammo comodamente seduti nel palchetto di proscenio.
E là, un altro genere di spettacolo. Noi eravamo collocati sì fattamente, da dominare tutta la scena non solo, ma anche da vedere tutto ciò che si passava tra le quinte.
All'alzarsi del sipario, Attila e il fido Uldino sono sdraiati nella loro tenda. L'orchestra preludia con dei suoni gravi, i quali vorrebbero esprimere le atroci visioni del tiranno. Il mio Inglese tende l'occhio e l'orecchio…. io faccio altrettanto….
—Cosa è stato?
Tanto io che l'Inglese abbiamo udito un rumore sotterraneo sprigionarsi dalla grossa persona di Attila; e Uldino ad esclamare sottovoce: «Alla barba del pubblico!»
—Quest'altro alla barba dei giornalisti e dei corrispondenti! risponde Attila.
E qui, un altro di quei rumori sotterranei che fanno arrossire il mio
Inglese.—Come sono educati gli artisti!…
Ma il preludio è finito. Attila balza in piedi esterrefatto dall'orribile sogno….
—Uldino…. Uldin!… Non hai udito?…
—Caspita! lo sento ancora! mormora Uldino….
E il terribile Attila, sguainando la spada, corre furioso per la scena e grida verso le quinte: la gelatina!… sto male di voce…. la gelatina dopo l'adagio!
Nel mentre che Attila ritorna verso la ribalta per cantare l'adagio dell'aria, Uldino va a levare una presa di tabacco dalla scatola di una corista che si mostra dalle quinte in abito da vergine romana, e frattanto da un'altra quinta sbuca la moglie del basso con un vasetto ed un cucchiale tra le mani.
—Ah brava!… siete qui colla gelatina! dice Uldino…. Gli è un po' rauco difatti, vostro marito. Questa gli farà bene….
E così parlando, Uldino caccia le dita nel vasetto….
—Lasciate…. malcreato!… Ce n'è appena tanto per ingozzarlo…. lui…. quella bestia! grida la moglie del basso, ritirando il vaso.
Ma Attila, che ha finito il suo adagio, profitta dell'intermezzo istrumentale per andar in cerca della gelatina, e dà l'avviso alla moglie con queste parole: presto!… sfodera il cucchiale…. Martina!
La donna, nel diverbio con Uldino, ha lasciato cadere il cucchiale, e il basso essendo trascorse le battute intermedie fra l'adagio e la cabaletta, ritorna a grandi passi verso il proscenio augurando mille accidenti alla moglie, e poi grida:
Oltre quel limite
Ti attendo, o spettro,
Vietarlo ad Attila
Nessun potrà.
Finita la prima cabaletta, dai palchi e dalla platea insorgono dei fischi…. Attila corre furioso tra le quinte, strappa il vaso dalle mani della moglie e ponendoselo alla bocca, assorbe d'un fiato la broda rappresa, quindi si slancia al proscenio colla spada in pugno per urlare di nuovo:
Vedrai se pavido
Io l'alma arretro
Se un Nume vindice
La patria avrà.
Cric! Crac! quac! quac!—urla la platea come un solo…. Attila.
Al povero basso, malgrado il sussidio della gelatina, è scroccata l'ultima nota della cabaletta.
Nel ritirarsi dal proscenio per sfidare il pontefice romano che si avanza in mezzo ad una processione di coriste vestite da vergini, Attila esclama con voce rabbiosa: maledetti! c'era un becco di pollastro…. in quella gelatina…. Qualche vendetta…. so io…. di chi…. Della birra! datemi della birra!… No…. Non siamo più a tempo…. Accidenti alla musica ed al pubblico!
* * *
E Attila s'inginocchia dinanzi al papa gorgogliando le fatidiche parole:
Dinanzi ai numi
Prostrasi il re.
—Chi state donne con papo? mi chiede l'Inglese.
—Vergini romane; rispondo io.
—Se così state vergini, cossa state Roma tonne ti mondo?
Il pezzo concertato ha prodotto una certa sensazione nel pubblico…. Un silenzio solenne regna nel vasto circo—uno di quei silenzi che ordinariamente, in teatro, sono forieri dell'applauso generale.
Ma al punto culminante, quando Attila ripete per l'ultima volta l'umile protesta, un malaugurato turacciolo che si sprigiona innanzi tempo da un bottiglia di birra, balza scoppiettando dalle sedie fisse al palco scenico e va a colpire direttamente la faccia del pontefice Leone, piantandosi tra le setole della sua barba posticcia. La prima donna, il tenore, i coristi portano le mani alla bocca per dissimulare la loro ilarità; e mentre Attila, il quale non si è accorto di nulla, si prostende colla faccia alle assi del palco scenico, prorompe in una di quelle stonazioni che fanno raccapricciare la intera massa del pubblico, gli avveniristi eccettuati.
—Signor impresario! signora direzione! urla Attila balzando in piedi appena calato il sipario…. io protesto che non canterò più in un teatro…. in un teatro….
—Alto là!… non è quello il modo di trattare le mie barbe e le mie parrucche—grida il parrucchiere del teatro uscendo da una quinta.
—Con chi l'ha, quel cane…. di uno stonatore?—esclama il tenore colla sua voce di falsetto, gettando al basso uno sguardo di stizzosa ironia.
—Non so di noi due chi sia più cane, risponde Attila con voce fremente.
—Dio! s'ha stonato tutti in questo finale!…—strilla il secondo tenore.
E la prima donna in un crocchio di coriste: s'io avessi saputo d'aver a cantare con questi cani….
E il direttore d'orchestra che è salito in quel punto sul palco scenico: «e poi i giornalisti dicono di noi!… Come s'ha a dirigere…. come si fa ad accompagnare questi cani?»
E i coristi maschi: «si beve o non si beve?… Si è mai visto uno di questi cani metter mano alla borsa? Dio!… che massa di cani!»
Ma la prima donna si è avvicinata ad un forellino del sipario, quivi condotta da un figuro in abito da borghese che le parla all'orecchio e non cessa di mormorarle delle frasi alle quali la cantante sembra interessarsi vivamente.
Forse, esplorando più oltre da quella vedetta, avremmo scoperte dell'altre stranezze; ma innanzi che l'opera finisse, l'onorevole signor Jhonnes volle andarsene dal teatro, e a me fu obbligo di cortesia il ricondurlo all'albergo.
E mentre noi, fumando uno squisitissimo avana, rifacevamo a lenti passi la corsia, un orecchiante avvinazzato ci teneva dietro, urlando a squarcia gola una sua reminiscenza dell'opera, tradotta nei versi:
«Caro padre a la madre regina
«I possenti mangiavan i figli….[1]
[1]: Il testo dice:
Cara patria, già madre e regina
Di possenti magnanimi figli, ecc., ecc.
Ed ecco di qual modo, assistendo alla rappresentazione di un'opera in musica, avviene che il buon popolo raccolga, cogli altri vantaggi morali, anche quello di educarsi alla buona poesia.
Ma forse provvidenziale è l'idiotismo degli spettatori. Guai se comprendessero! Guai, se assistendo ad una rappresentazione d'opera in musica, pigliassero troppo sul serio questa divertente baggianata che è il dramma cantato e istromentato! Un pubblico che si avvisasse di filosofare sull'opera in musica, cesserebbe dal ritrarne diletto, e dovrebbe, in nome della logica e del senso comune, pigliar a sassi il poeta, il maestro e tutti quanti.