II.

Cinque mesi dopo, si dava alla Scala la prima rappresentazione dell'Africana di Mayerbeer—e i nostri due sposini brillavano da un palchetto di prima fila, mentre io, coll'amico Maccabruni, mi trovava in platea, serrato nelle costole da due individui, i quali, pel loro biglietto gratuito, fors'anche per qualche spicciolo intascato il mattino, battevano le mani a far sangue.

Malgrado i pregi della musica e il dimenarsi dei miei vicini, che parevano invasati, al terzo atto io cominciava a noiarmi, e il mio amico Maccabruni più di me.

Buon per noi che il fragore della istrumentazione e degli applausi ci permetteva di conversare a mezza voce, senza dar nell'orecchio a nostri prossimi.

Maccabruni mi invitò a girare lo sguardo verso il palco dei due sposi.—La donna era seduta, colla testa leggermente inclinata, e la sua mano, posta a visiera della bocca, lasciava indovinare un enorme sbadiglio.

—Ecco là qualcuno che si diverte come noi! dissi all'amico—la signora non sembra molto commossa dall'inno a San Domenico...

—Ma il marito, come tu vedi, fa le vendette di quello sbadiglio... Oh! Oh... si leva in piedi... si getta colla persona fuori del palco...

—Guarda... guarda lassù! quel signore diventa pazzo... Vedi come straluna gli occhi!...

—Presso a poco come sua moglie... con questa sola differenza che la moglie straluna anche la bocca...

Parlando, appena ci eravamo accorti che l'atto era finito, che i nostri vicini aveano cessato di battere le mani, epperò potevano udirci.

Ci udirono infatti—e l'un dessi, a voce alta e vibrata, ci rivolse la parola:

—Quel signore lassù non batte le mani a caso... Quel lassù se ne intende un pochetto... Non fa meraviglia ch'egli comprenda... che egli vada in estasi in udire il sublime spartito... Un professore come lui!...

—Ah! gli è dunque un professore di musica quel signore...? domanda un tale che siede nella panca dietro la nostra.

—Professore! Sicuramente! È ben vero che egli non ha bisogno di dar delle lezioni per vivere... o di suonare a pagamento nelle orchestre...

—Ah! un dilettante.... suonatore.... Sapreste dirmi, di grazia di quale istromento....?

—Istrumento...! Istrumento!... Se suona, gli è certo che deve suonare un istrumento...

—Di violino forse?...

—Ve lo dirò io, cosa suona quel signore—sorge a dire un giovanotto che non ha mai cessato di sorridere sotto i baffi durante quella conversazione—quel signore è un grande intelligente di musica, un grande contrappuntista, un vero genio dell'avvenire... ma quanto a suonare, egli non è riuscito a perfezionarsi che sovra un solo istromento... Un istromento non molto difficile, ma in compenso il più completo e forse anche il più esatto...

Ma il giovanotto non può compiere la frase... Il direttore dell'orchestra ha percosso la tolla, e guai a chi fiata al cominciare dei suoni!

Nel quarto atto, durante la marcia indiana ed il brindisi parimenti indiano, e al cospetto di tutta quella India, per la quale Selika, che è nata nel paese, ha mille ragioni di chiamarsi Africana; il fanatismo de' miei vicini, del signore di prima fila... e del pubblico che comincia ad andarsene... tocca il suo colmo...

Al duetto fra Vasco e Selika, la signora sembra riscuotersi—quella scena voluttuosa, dove la energia e la potenza di un vecchio genio sembra ravvivarsi per effetto di cantaridi, produce una viva sensazione nella giovane sposa... Ma io mi accorgo che gli occhi languidi della bella prendono una direzione affatto opposta al palco scenico, e le sue pupille sembrano addentrarsi in un palchetto, che le sta di fronte.

In verità non so darle torto. Il marito, sempre assorto nella musica dell'Africana, nel corso dei quattro atti non si è mai degnato di rivolgerle la parola.—Queste dimenticanze dei mariti rappresentano quasi sempre il bivio fatale, dove i cuori di due sposi prendono a divagare in un cammino affatto opposto.

Nell'intermezzo, che succede al quarto atto, io mi levo in piedi per riprendere la conversazione interrotta; ma lo sconosciuto non aveva atteso la calata del sipario, per abbandonare il suo posto ed uscire dal teatro.

La platea si è molto diradata; gli spettatori possono allargarsi a loro agio sulle panche.

Frattanto, la mia bella signora non cessa di volgere tratto tratto delle occhiate significanti al palchetto di faccia; mentre il marito, agitando il suo binoccolo bianco, esprime il suo entusiasmo a due giornalisti sprofondati nelle sedie fisse.

Gli è quasi sempre nei teatri e nelle feste da ballo che hanno principio i romanzi appassionati, qualche volta un po' scandalosi, della società moderna. In altri tempi le grandi passioni si sviluppavano nei boschi (come i funghi), all'ombra dei castani, al margine del ruscello, ai miti raggi della luna—Erano imbecilli i nostri nonni!—Un poeta, amico mio, che ha voluto provarsi l' autunno scorso alle emozioni degli amori boscherecci, è tornato a Milano con una pezzuolina di cerotto sul naso, per la maledetta puntura di un calabrone.—Pel comodo degli innamorati, viva la città! grido io.—Qui non vi sono calabroni—e i mariti, per giunta, nelle città sono più paperi che altrove!