IV.

Verso mezzanotte, i due fidanzati si separarono ricambiandosi mille teneri baci; Mariuccia chiude le imposte, e Lodovico si allontana zuffolando lietamente come un passero testè sfuggito alla gabbia.

—Non monta, dice Enrico sbucando dal nascondiglio: farò una visita a mio fratello, ed a norma del suo contegno, prenderò la risoluzione che più mi parrà conveniente.

Fatta una breve conversione a sinistra, il dabben uomo tocca il limitare della propria casa. Batte tre colpi; il cane gli risponde dagli atrii con urli di allegrezza; poco dopo la porta si spalanca, e il vecchio portinaio in mutande e berretto da notte comparisce sulla soglia.

—Misericordia! un uomo nudo... a quest'ora...!

—Sì, Bernardo; il tuo padrone...che viene dal Campo santo... ed ha bisogno di ristorarsi con una buona cena ed un buon letto.

Il vecchio domestico lascia cadere la lanterna, e, fatto tre volte il segno della croce, balbetta con voce tremante una dozzina di deprofundis. Frattanto il fido barbone dimena la coda, spicca salti di allegrezza, e lambisce amorosamente le polpe dell'antico padrone.

—Non temere, Bernardo; io non venni qui per farti alcun male, tu mi fosti sempre il più fedele e il più amorevole dei servitori, nè potrò mai scordare le tue cure e la tua assistenza durante la lunga malattia che mi condusse al sepolcro. Io so ancora che non dimenticasti di recitare ogni sera qualche prece pel mio eterno riposo, e te ne sono riconoscente. A Dio è piaciuto ch'io tornassi al mondo, nè saprei dirti come ciò avvenisse. Sentendo in me rinascere la vita ed il vigore, e trovata la cassa aperta, volai senza indugio all'amplesso dei miei più cari. Via! un abbraccio, mio buono, mio fedele e diletto Bernardo!

Il portinaio non può riaversi dalla sorpresa e dal terrore.

—Dunque... siete proprio voi... il mio antico padrone... il signor Enrico... che or fanno sei mesi... abbiamo seppellito con tanti onori?....

—Io son quel desso in anima e in corpo...

—E siete vivo... propriamente vivo.... quale eravate prima di.... morire?

—Se più indugi a darmi una veste e a prepararmi da cena, tu mi farai morire un'altra volta. Presto! vanne alla guardaroba, e cavami fuori qualcuno dei miei abiti, sicchè io mi riscaldi la pelle.

—I vostri abiti... signor padrone...

—Ebbene?

—I vostri abiti furono in parte venduti, in parte donati. Supponendo che voi foste morto davvero, io mi sono appropriato il vostro tabarro, e n'ho fatto dei pantaloni pe' miei piccoli bimbi. La vostra veste da camera fa convertita in due sottane per mia moglie, e quel bellissimo paletot che voi indossavate ai giorni di festa, l'ho fatto raccorciare alle falde ed ai manicotti, e v'assicuro che mi si attaglia mirabilmente.

—Tanto meglio. Vedi se nel forziere si trovasse una coperta di lana, tanto ch'io non m'agghiacci stanotte. Domani ricorreremo al sartore, e provvederemo nuovi abiti. Frattanto dammi notizie di mio fratello. Come se la passa quel caro Aurelio? L'udisti mai lamentare la mia perdita immatura? Pensi tu ch'egli sarà lieto nel rivedermi?

—Vi amava tanto! non passa giorno che egli non versi qualche lagrimuzza proferendo il vostro nome; l'altro ieri lo vidi in istretto colloquio con un valente scultore, al quale diede incarico di farvi un monumento che verrà a costare più di mille lire.

—Giungo in tempo per risparmiargli una tal spesa.

—Oh! il nostro padrone non è uomo che badi a spese!

—Cuore generoso! Io lo conosco troppo per dubitare di lui.

—Dopo la vostra morte si può dire ch'egli abbia ricostrutta la casa. Vedrete che lusso di pitture, di decorazioni, di mobili! Vostro padre, morto due mesi dopo di voi....

—So tutto. Il buon uomo è venuto a trovarmi laggiù nell'altro mondo, e mi ha mostrato il suo testamento che io trovai ragionevole e degno d'approvazione. Aurelio ereditò circa ottantamila lire, Mariuccia quarantamila, ed a mia moglie fu fissata un'annua pensione di ottocento lire.

—Vedo che siete informato di tutto. Ottantamila lire! Sapete voi che la è una fortuna colossale! Il signor Aurelio è al giorno d'oggi il primo estimato del paese. Quanto alla padroncina, vi dirò che, mercè l'aumento della dote, ella sposerà fra pochi giorni il signor Lodovico Remoli, figlio dello spedizioniere.

—Povera figliuola! sono contento di saperla felice!

—Il signor padrone... (scusate s'io parlo sempre di lui) il signor padrone Aurelio sta anch'egli per ammogliarsi, e la sua fidanzata gli recherà in dote, per quanto ne fu detto, cento e più mille lire in denaro sonante. È un partito eccellente che, come vedete, raddoppierà la sua fortuna. Ma... ora che ci penso... converrà bene che il signor padrone Aurelio... e la padroncina... vi ritornino la porzione dei beni che vi spetta di diritto, giacchè in fin dei conti... se siete propriamente vivo... come io non oserei più dubitare all'appetito che dimostrate, la roba vostra, è roba vostra, ed è giusto vi sia resa integralmente. La giustizia avanti tutto. Io vi prego di perdonarmi se ho ardito indossare il vostro paletot e convertire la vostra veste da camera in un paio di gonnelle per mia moglie. Chi mai avrebbe creduto che voi sareste tornato ancora al mondo? Tant'è; abbiamo veduta anche questa! Oh, il signor Aurelio deve rimanere ben sorpreso!

Mentre il vecchio portinaio si stempera in questa lunga cicalata, Enrico, ravvolto in una coperta di lana, smaltisce di tutta fretta un pasticcio freddo, e vuota un fiaschetto di barolo. Ma nè il cibo nè la bevanda giovano a rasserenargli lo spirito; che anzi, abbandonandosi a sconfortanti riflessioni sull'egoismo degli uomini, egli piega il capo sul petto e non risponde parola.

—Ebbene? prosegue il vecchio portinaio; debbo io risvegliare il signor Aurelio e la padroncina?

—No, mio buon amico; questa sera non conviene ch'io mi presenti ad alcuno. La mia apparizione inaspettata produrrebbe cattivo effetto. Converrà attendere il domani, e quando tu li avrai prevenuti del mio arrivo, allora...

—Come vi aggrada, signore.

—Frattanto spegni il lume, e buona notte per ora. Il giorno seguente, verso il mezzogiorno, Aurelio Lanfranchi, Mariuccia e Carlotta erano adunati in una magnifica sala a pian terreno, e ragionavano lietamente vicino al caminetto, quando il portinaio comparve dinanzi ad essi, e, fatto un rispettoso inchino, aperse quattro volte la bocca senza proferire parola.

—Che c'è di nuovo, Bernardo?

—Oh!

—Stamattina m'hai l'aria d'uno spiritato: si direbbe che in sogno ti è apparso il diavolo.

—Non il diavolo precisamente, ma qualche cosa di simile... cioè.... voleva dire... una persona dell'altro mondo...

—Spiegati! via! tu ci fai rizzare i capelli.

—Prima di tutto... conviene ch'io vi faccia una interrogazione.... tali sono gli ordini ch'io ho ricevuti....

—Da chi?

—Da lui stesso.... dalla persona che viene dall'altro mondo.

—Costui per certo è impazzato.

—No, signor padrone, io non sono impazzato; l'ho veduto, gli ho parlato, abbiam passata la notte insieme ed ora è là fuori nell'anticamera...

—Chi dunque? vuoi tu spiegarti una volta?

—Chi? vostro fratello Enrico.

—Decisamente quest'uomo ha perduto il cervello. Carlotta è presa da terrore; Mariuccia volge al portinaio uno sguardo inquieto, mentre Aurelio, assumendo un tono scherzevole, prosegue di tal guisa:

—Il mio povero fratello (che Iddio gli conceda eterna requie) avea troppo buon senso quando era al mondo, per permettersi, ora che è morto, una burla da sì cattivo genere. Sai tu, Mariuccia, che se ai morti venisse il capriccio di risorgere, la sarebbe pei vivi e massime pei parenti una vera desolazione! Supponiamo che il sogno di Bernardo si avverasse; che il nostro Enrico ricomparisse un bel giorno in mezzo a noi; credi tu che la nostra reciproca posizione non sarebbe oltremodo imbarazzante? Converrebbe in primo luogo cedergli una parte dei nostri beni; tu, Mariuccia, dovresti rinunziare a metà della tua dote, e quindi alle speranze d'un felice matrimonio!....

—Basta, fratello, non ragioniamo di cose impossibili...

—Eppure il nostro Bernardo ci assicurava poco dianzi...

—E ancora vi torno a ripetere...

—Che nostro fratello Enrico...

—È la fuori, e domanda il favore d'essere ammesso alla vostra presenza.

L'accento calmo e sicuro del buon vecchio; la voce, il volto, il gesto, da cui traspare l'intima convinzione dell'animo, raddoppia il terrore delle due donne, che, stringendosi l'una presso all'altra, non osano trarre un sospiro, nonchè proferire una parola. Aurelio comincia a crollare il capo in segno d'impazienza; poi, volgendosi al servo con piglio severo:

—Basta per oggi, gli dice: se altro non hai ad annunziarci, vattene per le faccende tue.

—E qual risposta debbo io recargli?

—A chi dunque? risponde Aurelio stizzito.

—A lui... all'altro mio padrone... al signor Enrico insomma...

—Al diavolo entrambi! ch'io sono oggimai ristucco di queste tue baje! prorompe Aurelio balzando in piedi.

Il servo s'inchina, ed esce dalla sala per pochi minuti; quindi, rientrando poco dopo, pallido in volto, i capelli irti in sulla fronte, s'inchina di bel nuovo innanzi ad Aurelio, e gli porge una lettera.

Perchè mai la mano di Aurelio trema convulsa nell'aprire quel foglio?

Sulla soprascritta egli ha riconosciuti i caratteri di suo fratello; le cifre sono recenti ed umide tuttavia; non più dubbio... la mano del morto... ha vergate quelle cifre.

«Dilettissimi!

«Ieri sera ho lasciato il Campo santo colla dolce speranza di rivivere per qualche tempo in mezzo a voi. Le lacrime che voi spargeste intorno al capezzale del mio letto, quando io vi dava l'ultimo addio, e quelle che versaste dappoi sulla mia tomba, m'erano pegno del vostro affetto e guarentigia d'amorevole e festosa accoglienza. Mi sono ingannato. Non temete però ch'io vi muova alcun rimprovero: il torto è mio e son pronto ad espiarlo. Veggendo la vostra esitazione e il vostro imbarazzo, per non accrescerli davantaggio colla mia presenza, io riprenderò fra poco la via del cimitero, e mi adagierò nuovamente nella cassa col fermo proposito di non uscirne più mai. Questa seconda morte mi accora assai meno della prima, essendo io convinto oggimai di questa grande verità: che cioè i parenti morti giovano assai meglio dei vivi.