CAPITOLO II. Prime armi di Teodoro Dolci.
Sospinto dai camerieri, dai piccoli e dai pressati avventori, il timido campagnuolo trovossi nel mezzo della sala terrena.
— Il signore desidera pranzare?
— Io pranzare! — risponde Teodoro al cameriere; — da noi a Capizzone non si pranza.... Io non sono un signore.... Però avrei caro di mangiare un boccone così alla buona... perchè nel corso della giornata non ho preso verun cibo... tranne il caffè della Caterina....
— La si accomodi a quel tavolo....
— Signor cameriere.... cameriere!...
— Le dico di prender posto a quel tavolo, e di sbrigarsi nell'ordinare, perchè in oggi, come ella vede, non abbiam tempo da perdere.
Teodoro si inoltra timidamente nella sala terrena, ma non osa avvicinarsi alla tavola che gli viene indicata, per tema di dar noia agli altri commensali.
— Se questi signori mi permettessero... — balbetta il giovane campagnuolo, dopo breve esitazione, — io mi accomoderei alla meglio in quel cantuccio...
I commensali si stringono l'un presso l'altro; Teodoro si leva il cappello e si pone a sedere, avendo cura di occupare il minore spazio possibile. Alla vista di tante persone ben vestite, di tante facce sconosciute, l'allievo di don Dionigi Quaglia non osa levar gli occhi, non che muovere una mano. Al rumore dei bicchieri e delle forchette si uniscono le stridule voci dei camerieri e dei piccoli, le ciarle animate dei mangiatori. Questi ultimi, per buona ventura di Teodoro, colle eccentriche aspirazioni del dialetto e colla manifesta predilezione per certi commestibili, rivelano la loro origine bergamasca. Teodoro, vedendosi circondato da tanti compaesani, trae dal petto un largo sospiro, e si dispone a pranzare di miglior appetito.
— I baggiani non san fare la polenta! — grida l'uno in tono dispregiativo.
— Nè tampoco arrostire gli uccelli, risponde un altro.
— Anche in coteste inezie, — soggiunge un terzo a voce bassa, — si scorge l'influenza fatale di un governo che pose ogni opera nel tener divisi gli Italiani.... Ma... Viva l'arcivescovo Romilli...!
— Viva Pio IX! — rispondono sommessamente altre voci.
Frattanto il cameriere mette dinanzi a Teodoro mezza dozzina di piatti e un boccale di vino, poi si allontana rapidamente per servire gli altri commensali.
— È tutta per me questa roba! — grida il campagnuolo, rimirando con occhi atterriti la ricca imbandigione... — Io preferirei un tozzo di polenta... e un bicchier d'acqua....
— Scelga ciò che meglio le aggrada, e ringrazii la Provvidenza che l'hanno servito sì tosto, — brontola il vicino di Teodoro sorridendo maliziosamente. — E beva un sorso di vino... perocchè non sono più tempi da rinfreschi codesti.... Fuoco! fuoco ci vuole e non acqua... acciò la bomba scoppii più presto!
Teodoro non osa profferire veruna obiezione; egli intinge la forchetta in un piatto di fritelle, ma recandosi al labbro il ghiotto boccone, non può a meno di sclamare: «Che direbbe mio zio don Dionigi se mi vedesse mangiare tali ghiottonerie!.... Egli che mi ha tanto raccomandato la sobrietà e l'economia!»
Il rumore della conversazione va sempre crescendo; ma gli epigrammi, le arguzie, le fatidiche arringhe dei circostanti, tuttochè espresse nel più puro idioma bergamasco, non sono comprese dall'ingenuo montanaro. «O questi signori sono pazzi, — conchiude egli dopo aver ascoltato lunga pezza gli strani discorsi, — o ch'io ho lasciato il cervello a Capizzone.»
— Io propongo un brindisi al grande prelato italiano! all'aspettato dalle genti! al successore di Giulio II!... — grida il vicino di Teodoro, levandosi in piedi e portando il bicchiere alle labbra. Tutti i commensali si levano in piedi e bevono senza dir motto, ma stralunando gli occhi e agitando la testa come invasati.
— E lei... giovanotto... lei non risponde all'invito?
— Io... non son uso a ber vino... — risponde Teodoro.
— Ah!.. lei non è uso a ber vino! Lei non è buon Bergamasco!
— Nè buon Italiano! — soggiunge il vicino di Teodoro.
E tutti i circostanti ammutiscono, lanciando occhiate di sospetto e di minaccia sull'allievo di don Dionigi, il quale sopraffatto dalla paura, divien rosso come brago e suda dai piedi alla testa.
— Io la consiglio di bere, e prontamente! — ripete un barbuto signore all'orecchio di Teodoro, con una voce che somiglia al ruggito d'una belva. L'atterrito campagnuolo, come automa commosso da meccanico impulso, si leva in piedi, gira intorno lo sguardo smarrito, poi stende la mano alla bottiglia, l'accosta alle labbra, e la vuota d'un fiato con grande stupore degli astanti che prorompono in acclamazioni di entusiasmo:
«Viva Pio IX! Viva Romilli! Viva i Bergamaschi! Viva l'Unione!»
— Voi siete dei nostri, — grida il vicino di Teodoro battendogli la mano sulla spalla. Ma il povero montanaro, dopo quell'atto di violento eroismo, è ripiombato sulla seggiola, immobile e floscio come un sacco di bambagia. La paura e i vapori del vino estinsero in lui il fuoco della vitalità, gli cristalizzarono lo spirito ed il corpo.
Giunge la notte. La sala dell'albergo vien rischiarata dal gaz, e frattanto sui balconi e sulle finestre della Corsia compariscono mille globi illuminati, e torcie, e lampade e lumi d'ogni foggia e colore. Lo spontaneo e splendido apparato di festa elettrizza i cittadini già commossi da generoso entusiasmo; il popolo percorre le vie cantando, e il torrente della folla ingrossa più che altrove presso la contrada dei Pattari per introdursi nel largo di piazza Fontana, ove ha dimora l'arcivescovo, e dove la illuminazione è più splendida.
I commensali dell'Agnello si sono sbandati. Teodoro s'è riscosso dal breve letargo, ma l'insolita bevanda gli ribolle tuttavia nel petto e gli annebbia il cervello de' suoi vapori.
«Brunetto! ove diavolo si è ficcato colui! egli avea promesso di tenermi compagnia!... Oimè! qual vampa alla testa! se mio zio, se Dorotea mi vedessero!... Perchè mai quei signori hanno voluto che io bevessi tanto vino!? In questa città mi pare che tutti sieno matti! S'io posso tornarmene salvo a Capizzone, giuro di non lasciare più mai quel caro paese!»
Di tal guisa farneticava Teodoro. Il padrone dell'albergo entrò per caso nella sala, e vedendo il giovinotto seduto a mensa col capo fra le mani: — Che diavolo fa ella costì? — gli chiese con quel piglio dolce-brusco che è proprio degli osti milanesi. — Perchè non va anche lei a vedere l'illuminazione di piazza Fontana?
Teodoro levossi in piedi, e inchinandosi rispettosamente: — Sarei ben lieto, — rispose, — di poterla obbedire, ma attendo un compagno... cioè... voleva dire... il signor vetturale Brunetto di Capizzone, che ha promesso onorarmi della sua compagnia.
— S'ella conta sulla parola del Brunetto di Capizzone, dovrà aspettarlo un bel pezzo! A quest'ora il Brunetto dormirà briaco fradicio in qualche bettolaccia di Ponte Vetero. D'altronde, s'ella vuol godere lo spettacolo della illuminazione, non ha che a fare due passi fuor dell'albergo e abbandonarsi alla corrente della folla, che in pochi minuti la trasporterà nel centro della piazza.
Teodoro per quell'istinto di sommissione all'altrui volere, che don Dionigi avea sì coscienziosamente coltivato nel suo giovane allievo, seguì l'albergatore fino alla porta che dà sulla Corsia, sdrucciolò dai gradini, e travolto nella mischia, ora sospinto, ora sollevato dall'onda della moltitudine, in meno di dieci minuti trovossi nel centro della piazza Fontana, rimpetto al balcone del palazzo arcivescovile.
Gli avvenimenti di quella memorabile serata erano il prologo della grande rivoluzione italiana del 1848. Gli Austriaci da lunga pezza diffidenti e presaghi della terribile catastrofe, in quella festa, in quelle acclamazioni chiassose fatte al nuovo arcivescovo, intravidero i sintomi della prossima insurrezione. Fatto è che, mentre il popolo stipato nella piazza invitava con urli feroci il ritroso prelato perchè si presentasse al balcone, parecchie pattuglie di soldati e poliziotti irruppero nella folla colle armi sguainate, suscitando uno scompiglio da non potersi descrivere. Alla vista delle sciabole e delle baionette, i cittadini che non s'attendevano quell'assalto violento, s'urtano l'un l'altro per uscire dalla mischia. Donne e fanciulli, rovesciati al suolo dall'urto dei fuggenti, son pesti e malconci; un dabben uomo, certo Ezechiele Abate, muore di crudele ferita; altri barbaramente percossi son tratti prigioni: in pochi minuti il popolo scomparisce, e i soldati assalitori rimangono padroni del campo. È debito della storia il convenire che in quella serata il valore austriaco trionfò su tutta la linea; nè mai esercito agguerrito ottenne più completa e più facile vittoria sovra un popolo inerme.
Che avvenne del nostro Teodoro durante la battaglia? Mi duole annunziarvi la trista novella.... Teodoro ha riportato una grave ferita. Trascinato dalla corrente, il nipote di don Dionigi era giunto allo sbocco che mette in contrada Larga, quando uno scellerato di poliziotto gli piantò nella coscia la punta della baionetta.
«Aiuto! misericordia!» urlò il poveretto stramazzando a terra.
I circostanti, preoccupati ciascuno della propria salvezza, fuggono atterriti, abbandonando la vittima alla mercè del carnefice. Una sciabola acuta e lucente pende sul capo di Teodoro; il terribile poliziotto misura il colpo.... Se la Provvidenza indugia un istante a soccorrerlo, il nipote di don Dionigi è bello e spacciato.
Ma la Provvidenza riserba a Teodoro una fine più gloriosa. Cinque o sei popolani, che ultimi rimasero nella piazza, veggono in passando l'orribile quadro: d'un calcio poderoso l'un d'essi lancia lo sbirro contro la parete; gli altri sollevano di terra il ferito, se lo recano in braccio, e spariscono dietro l'angolo della contrada di Sant'Antonio. Quando il poliziotto si volse per cercare la vittima, vide il luogo deserto, e udì in lontananza il fischio dei fuggenti, quel fischio schernitore, che i barabba di Milano lanciavano come protesta e minaccia contro gli esosi sicarii di una polizia abborrita.