CAPITOLO VI. Tartavalle.

Tartavalle è un paesetto, o per meglio dire un gruppo di case, situato in una valle, che può sembrare amena e pittoresca a coloro i quali vanno colà a tentare la cura delle acque per guarire il mal d'occhi.

Nella prima quindicina di agosto lo stabilimento è abbastanza popolato di forestieri, per la più parte infermicci, o sedicenti infermi, fra cui parecchie mogli infelici, parecchie fanciulle avide di marito, parecchi celibatarii nemicissimi del matrimonio, ma altrettanto ghiotti di galanti avventure. Quest'anno si aggiungono parecchi giovani lions, cui la vergogna di non aver partecipato ai disagi ed ai pericoli della guerra di Sicilia, spinse a cercare un rifugio presso lo fonti termali col salvacondotto di un certificato medico.

È giorno di domenica.

Verso lo spuntare del giorno, sulla stradicciuola che dal paesello di Taceno conduce alla fonte, è un andare e venire di gente, un parlare, un chiedersi novelle con con insolita loquacità. Il caffè si apre più presto dell'usato, ed oltre agli avventori ordinari vi si notano figure nuove, figure dal volto rubicondo, dal portamento marziale, giovanotti sul fiore dell'età, che non mostrerebbero tanta predilezione al punch ed al cognac se fossero venuti ad intraprendere la cura delle acque ferruginose. Fra questi è il Gallina, sartore di Menaggio, il quale siede ad un tavolino in compagnia del maniscalco e del sindaco, alternando esclamazioni patriotiche alle frequenti libazioni.

Poco discosti, seduti ad un altro tavolino, due signori di età avanzata, vestiti con somma proprietà, accompagnano di uno sguardo carezzevole tutte le persone che passano dinanzi al caffè, e sorridono in segno di adesione ogni qualvolta il sartore di Menaggio manda un viva all'Italia. I due fratelli Federico e Gian Carlo Albizzotti godono in Tartavalle di molta popolarità. Intervengono in ogni crocchio, sono a parte di cento piccoli segreti di famiglia. Ad essi le mammine confidano il braccio delle figliuole nelle difficili passeggiate notturne; ad essi l'incarico verecondo di ricomporre le gonnelle delle signore quando montano sugli asini. Mezzani e consiglieri d'amore nelle gioconde brigate dei giovanotti scapoli; faceti e discoli talvolta, più spesso gravi e severi, amabili con tutti e prodighi di cortesie, i due fratelli passano per due tipi di onestà e di saggezza. Se gli Albizzotti partissero oggi da Tartavalle, domani lo stabilimento delle acque si chiuderebbe per mancanza di concorrenti.

Presso i due fratelli, seduto ad un altro tavolino, sta un giovanotto di circa venticinque anni, malato degli occhi, che ad ogni tratto batte il pugno sul tavolo in atto di impazienza. È questi il signor Edmondo Franchetti, da poco laureato in medicina, amato e stimato da quanti lo conoscono per la sua onestà e i suoi sentimenti liberali. La grave malattia, che quasi gli tolse l'uso della vista, doppiamente lo addolora come quella che gli impedisce di seguire Garibaldi nella spedizione di Sicilia. Le gesta gloriose dei suoi antichi commilitoni di Varese e di S. Fermo lo tengono in continua esaltazione. Dover reprimere gl'istinti bellicosi, gl'impetuosi aneliti della propria natura è per lui il maggiore de' tormenti. Uno studente di circa sedici anni, che fu anch'egli fra i combattenti di Varese, ed ora in causa di grave malattia intestinale è condannato all'inazione, sta sempre a lato del giovane medico, servendogli di guida e da moderatore.

Dallo stradale di Bellano scende una processione di gente. Si direbbe che tutti gli abitatori delle borgate e dei villaggi circonvicini si sien dato appuntamento a Tartavalle.

— Oh! la festa sarà completa! grida il Gallina levando il bicchierino. — Quei due signori galeotti faranno la figura che si meritano!

— Oh certo! risponde uno degli Albizzotti sorridendo; questa sarà per essi la valle di Giosafatte...

— Ed io mi incarico della parte di Satanasso! soggiunge il Gallina.

— A che ora credete voi debban giungere quei signori...? domanda uno degli Albizzotti coll'usata morbidezza.

— A mezzogiorno saranno alla cima del pendio... Oh! ma ecco... le signore Menafuoco di Bellano! Esse ci porteranno delle novelle.

Tutti gli occhi si dirigono verso la sommità del promontorio — ed ecco infatti le signore Menafuoco a cavalcioni di tre ciuchi... discendere solennemente nella valle. Cornelia e Rosalba portano ambedue un gran cappello alla calabrese sormontato da grandi pennacchi tricolori, sul petto a guisa di corazza una coccarda a rabeschi col ritratto di Garibaldi nel mezzo; e per giunta una ciarpa parimenti tricolore cucita alla sommità dell'ombrello. Mamma Caterina, dall'alto della sua cavalcatura, saluta i circostanti agitando il Pungolo a guisa di ventaglio.

Sebbene la signora Caterina Menafuoco conduca ogni anno a Tartavalle le sue figliuole nella speranza di poterle maritare a qualcheduno ch'abbia le cateratte, cionnullameno la singolare acconciatura delle tre donne produce la più viva sensazione. I fratelli Albizzotti, dopo essersi ricambiato uno sguardo di maligna ironia, si levano per compiere il loro cerimoniale consueto. Appena le cavalcature si fermano dinanzi al caffè, i due fratelli offrono il braccio alle zitellone per aiutarle a scendere dal ciuco, mentre la Menafuoco madre, rifiutando ogni soccorso, scivola dalla sella gridando: Lasciate pure! — per me non c'è bisogno...! alla mia età non si dà scandalo a nessuno!

Non appena le Menafuoco han posto piede a terra, le persone che dapprima passeggiavano nei viali od erano sparse pei pratelli circostanti, convennero tutte sulla piazzetta del caffè. Le milizie eran pronte — il momento della battaglia già prossimo — non mancava che di scegliere i capitani e distribuire le schiere.

— «Signori e signore! prese a parlare il Gallina dall'alto d'un tavolino — è inutile che io vi rammenti a quale scopo noi ci siamo oggi radunati in questa valle. Trattasi di sorprendere e di punire due iniqui emissarii dell'Austria, due spie patentate, che con audacia incredibile osano aggirarsi fra queste montagne per studiarne gli sbocchi e le vie di più facile accesso, onde ricondurre in Italia l'abborrito straniero!

— Morte alle spie!

— «I due scellerati, con una impudenza..... degna di miglior causa.... abusando della buona fede e della tolleranza del partito moderato, si introdussero nelle due illustri e patriottiche borgate di Bellano e di Menaggio, sperando stabilire colà due centri di reazione. Ma essi trovarono pane pei loro denti... Le trame furono scoverte, sventati gli iniqui disegni. Il sindaco dell'uno e dell'altro comune, la Guardia Nazionale, la nominata Checchina Bernadotti, il furiere e il maniscalco di Menaggio, fecero in tale occasione il loro dovere.... Io dichiaro che i sovrannominati cittadini si resero tutti benemeriti dell'Italia.

— Approvato!

— «Sgomentati dal minaccioso atteggiamento delle nostre popolazioni, i due nemici di Italia, in luogo di rinunziare ai loro perversi propositi, credettero sottrarsi alla vostra vigilanza mutando paese, e stabilirono recarsi a Tartavalle, luogo oltremodo propizio alle loro obbrobriose macchinazioni.... Oggi.... fra quattro ore... gli scellerati... giungeranno fra noi, per la via di Bellano...!»

— Riceverli a sassate!

— Fucilarli senza misericordia!!!

— Gettarli nella Pioverna!!!

— Arrostirli! squartarli! impiccarli!

— Tale sarebbe il mio parere! grida il Gallina — un esempio di giustizia popolare è più che mai necessario! Morte alle spie!

Un uragano di acclamazioni e di invettive proruppe dalla folla agitata come oceano in tempesta.

In pochi minuti il furore delle masse è infrenabile. Tutti i tavolini del caffè son convertiti in tribune — dieci, dodici oratori parlano ad una volta. — L'uno predica moderazione, un altro inasprisce le ire — questi grida contro i Borboni — quell'altro se la prende col papa e col cardinale Antonelli — chi inveisce contro Lamoricière e i soldati Irlandesi — chi vuol morti gli Svizzeri. Le sorelle Menafuoco, salgono anch'esse sovra una tavola, e improvvisano una allocuzione sullo stile del Pungolo, nella quale, dopo aver enumerati i vari titoli che esse hanno alla benemerenza dell'Italia, si lagnano di non trovare marito.

Fra tanta discordanza di opinioni e di voci, fra tanto strepito di applausi e di fischiate, come si fa ad accontentare le masse? — I momenti sono preziosi. — Le campane di Taceno suonano il mezzogiorno — giusta i calcoli preventivi, le due spie debbon esser discoste da Tartavalle mezz'ora di cammino.

Il sindaco di Menaggio, che appartiene al partito della moderazione, trova finalmente la maniera di stabilire l'accordo. La proposta di eleggere una commissione la quale si incarichi di dirigere il movimento popolare, viene accolta per acclamazione.

Io non oserei guarentire che le elezioni procedessero in tale circostanza cogli scrupoli della legalità. Abbiam veduto parecchi idioti aprirsi le porte del Parlamento a forza di sfacciataggine e di soperchierie — qual meraviglia se i deputati di Tartavalle riescono a farsi eleggere cogli spintoni e gli scappellotti? — Beati i primi che seppero farsi innanzi! Quando la sala dell'Assemblea fu colma, le porte si chiusero, e il popolo sovrano rimase fuori colla piena convinzione di aver eletto i suoi rappresentanti.

La quistione è urgente... I nemici alle porte... Il popolo stipato sotto le finestre attende con impazienza i decreti dell'Assemblea... Nella sala dei deputati, quaranta si sono già iscritti per parlare sulla grande quistione...

— Sapete che abbiamo a fare? dice il signor Franchetti a tre o quattro amici che gli stanno d'intorno. — Mentre quei signori deliberano, io sarei di parere che noi cominciassimo ad agire. Poichè questo sciagurato mal d'occhi mi ha impedito di andare in Sicilia a tirare quattro fucilate contro i Borbonici, voglio almeno prendermi il gusto di menar le unghie sul grugno di una spia...! Partiamo adunque! Meglio essere i primi che gli ultimi! Quando avremo rotto il naso a que' due furfanti... penserà l'Assemblea a decretare i cerotti...

E senz'altro parole, il signor Franchetti, in compagnia di pochi amici, prese la via di Bellano.