I.

Nell'anno 1839 io compieva, per volere dei parenti, il mio corso di umanità nel Seminario della Diocesi Ambrosiana.

Una sera, nell'ultima ora destinata alla ricreazione, io passeggiava sotto i portici in compagnia di un amico dilettissimo.

Sì all'uno che all'altro la disciplina di san Carlo era grave. Ci legava simpatia di carattere e comunanza di dolori. Perseguitati dai superiori, reietti dai colleghi, l'amicizia era per noi una necessità, più che un bisogno del cuore.

I nostri colloqui, mestissimi sempre, di giorno in giorno erano divenuti più famigliari ed espansivi; in breve, l'uno per l'altro non avemmo più segreti. Le angoscie del presente e le aspirazioni dell'avvenire si traducevano negli intimi sfoghi delle anime, con quel linguaggio che negli anni della prima giovinezza dà all'amicizia i caratteri dell'amore.

Quella sera entrambi eravamo più mesti che mai.

Due volte compimmo il giro de' portici senza dir motto; poi l'amico aprì la conversazione con parole che mi trafissero l'anima.

— Oh! io sono stanco della vita.

— Stanco della vita? — risposi tosto, guardando in viso il collega, nella cui voce era l'accento della disperazione. — A quindici anni stanco della vita! Tu vuoi parlare senza dubbio della vita seminaristica; ma fuori di queste mura avvi un mondo per noi sconosciuto, avvi una esistenza piena di seduzioni, feconda di affetti; noi incomincieremo a vivere davvero, appena Iddio ci avrà concesso di uscire da questa tomba.

— Te fortunato! — riprese l'amico; e la sua voce divenne più fioca; — te fortunato che puoi dire con certezza: io gusterò un giorno quest'altra vita di libertà e di piaceri! io, al contrario, non ho neppure la speranza....!

Per qualche minuto rimanemmo silenziosi; poi con voce sommessa e ad arte interrotta, l'amico mi parlò di tal guisa: — Mia madre è povera assai... Io fui posto in seminario a spese d'uno zio sacerdote, che mi ama di cuore, ma non crede vi sia altro mezzo per assicurare il mio benessere in questo mondo e nell'altro, fuor di quello di farmi percorrere la carriera ecclesiastica. Privo di padre e di fratelli, io non ho sulla terra chi pensi a me, tranne una madre, ingenua e pia donna, e il vecchio zio che dalle tenui rendite della parrocchia sottrae ogni anno la pensione per mantenermi in seminario. Io non ignoro quanto sia grave al buon parente un tal sacrifizio; sento quali obblighi di riconoscenza mi stringano a lui, e il beneficio m'ha imposto una catena ch'io non potrei infrangere senza spezzare al tempo stesso il cuore del benefattore, senza portare un terribile colpo all'anima della mia povera madre. Ogni qual volta, all'epoca delle vacanze, io torno nel grembo della piccola famiglia, il buon prete e mia madre mi parlano del mio avvenire con tanta fiducia, ch'io crederei delitto il turbare del menomo dubbio le loro felici illusioni. «Fra sei anni celebrerai la prima messa — mi ripete sovente l'ottimo zio. — Oh! se Iddio mi concede di vivere fino a quel giorno, voglio la sia una solennità non mai veduta! E mia madre, in udirlo, piange di tenerezza e mi bacia, implorando sul mio capo la benedizione di Dio. Fino a quando potei dividere quegli ingenui trasporti, fino a quando i miei desideri e i miei voti non ebbero altra meta che il sacerdozio e l'altare, io vissi felice; le parole dell'ottimo zio, le carezze di mia madre erano il conforto, il balsamo della mia giovinezza. Lo scorso anno...

Qui l'amico interruppe il racconto, e fu d'uopo ch'io lo esortassi ripetutamente a proseguire.

— L'anno scorso, uno strano cangiamento si operò di improvviso nel mio spirito; il santo edificio che i miei parenti con tanta sollecitudine avevano costruito, fu distrutto da un soffio, da uno sguardo, da una parola... La chiesa, l'altare, il paradiso che mia madre mi additava, che io vagheggiava fino dall'infanzia, perdettero ogni attrattiva per me. Poichè tutto vuoi sapere, ti dirò tutto; e giudicherai se la mia posizione non sia terribilmente dolorosa, se io non m'abbia ragione d'essere stanco della vita!

Io non dirò di qual lunga circonlocuzione si giovasse l'amico onde rivelarmi il penoso segreto, e come le parole gli uscissero tronche dal labbro, e quale il rossore delle guance e il tremito convulso della persona. Egli di poco oltrepassava i quindici anni; pallido nel volto, gracile delle membra, ma pieno di vitalità e di fuoco, il giovinetto aveva sortito dalla natura quel temperamento misto di bilioso e di sanguigno che suol essere il più irritabile, il più appassionato: con tali disposizioni era più facile far di lui un eccellente poeta, anzichè un buono e modesto sacerdote....

.... Una ragazza!... esclamai con vivacità, appena fra il buio delle frasi sconnesse potei distinguere il vero. La iniqua parola mi uscì dal labbro, e subito volsi d'intorno lo sguardo, come se in quel punto avessi consumato un delitto.

— Dunque hai esperimentato che cosa sia questo amore di cui cantano i poeti con tanta dolcezza...! Oh narrami... spiegami le nuove sensazioni che tu hai provate!

Ed io insisteva nelle inchieste, coll'avidità di chi anela la prima volta al frutto proibito.

— Ignoro se ciò che ho provato e provo tuttavia possa davvero chiamarsi amore.... ma è bensì certo che le parole di una fanciulla hanno prodotto nel mio cuore una rivoluzione, hanno alterato il corso tranquillo dei miei pensieri, confuso nella mia fantasia il bene ed il male, la virtù e la colpa.

«Erano gli ultimi di ottobre, le vacanze prossime a finire.... Venne a R... e prese alloggio nella casa di mio zio un nostro parente di Milano, ed una figliuola di quattordici anni in circa... un ideale di cherubino. Non saprei ridirti la commozione che io provai nel vederla, e che ora mi assale nuovamente al sovvenirmi di lei. Chinai gli occhi arrossendo, sentii mancarmi la voce.... Per due giorni non osai guardarla in volto nè dirigerle parole, sebbene alla mensa ella sempre mi sedesse rimpetto, e ad ogni tratto la incontrassi nel giardino e in sulle scale e in ogni angolo della casa. Pareva ch'ella mi perseguitasse come l'angelo tentatore... Mio zio e mia madre attribuivano la mia riserbatezza ad eccesso di timidità, a scrupolo religioso. Nulladimeno di tratto in tratto mi ammonivano: «non istà bene essere così selvatico! i preti devono pur vivere in mezzo alla società! via! non è peccato scambiar qualche parola con parenti di altro sesso!» E ciò dicevano in presenza di lei... Io tentava balbettare qualche frase... ma sempre invano. Convien credere che le ragazze sieno per natura più audaci di noi... Fatto è che in pochi giorni la cugina seppe di tal guisa assediarmi colle sue apparizioni inaspettate, co' suoi sorrisi, col suo franco e cordiale linguaggio, che a poco a poco io mi abituai a fissarle gli occhi in volto e ad intrattenermi con lei in famigliari colloqui. Mio zio e mia madre, vedendomi folleggiare nel giardino in compagnia della vivace fanciulla, non si avvedevano del pericolo. Noi coglievamo dei fiori, noi intrecciavamo delle corone per ornarne l'altare della Madonna... E mio zio ingenuamente esclamava: «quel dabben figliuolo, col suo esempio, ha già temperata la vivacità della Emilia... e l'ha indotta al bene... Eccoli là... sempre in giardino ad intrecciar corone per far omaggio a Maria! E parleranno senza dubbio di religione.... e di pratiche di pietà... Mio nipote non saprebbe parlar d'altro.» Infatti, i miei colloqui colla fanciulla erano innocentissimi; ella mi narrava del suo collegio, delle sue maestre, dei suoi studi, dei suoi ricami; io le parlavo del seminario e delle nostre discipline.... Mi pareva che d'altro non si potesse ragionare fra noi... sebbene di tratto in tratto in quegli ingenui colloqui io sentissi una vampa di fuoco salirmi al volto... Io non mi accorsi della strana rivoluzione che già si era operata in me stesso, se non quando fui costretto a rientrare nel seminario. Ricevetti da mia madre la benedizione di congedo, e mi volsi per dire addio alla fanciulla... Le sue guance vermiglie e scintillanti di perenne sorriso erano coperte di un leggiero pallore... Ella mi accompagnò fino all'estremità del villaggio, e cogliendo il punto in cui mia madre e mio zio s'erano alquanto discostati da noi «Chi sa se ci rivedremo più mai! — disse amaramente; — gli è proprio un peccato che voi dobbiate andar prete!» Io non seppi rispondere; salii in carrozza con mio zio, indi mi volsi per salutare le due donne... ma questa volta gli sguardi più affettuosi non furono per mia madre...

La campanella che ci invitava allo studio pose fine quella sera al colloquio. Ma il giovine amico mi riparlò più volte della fanciulla, spiegandomi i dolorosi segreti della sua anima ardente e chiedendomi consiglio.

— Tu non puoi, tu non devi proseguire nella carriera ecclesiastica — io gli diceva. — Ed egli, con accento disperato: — E mio zio! e mia madre! essi moriranno di dolore... Posso io farmi carnefice di chi tanto mi ha amato e beneficato?... Oh! credilo, amico, io desidero morire!