VI.
Di là a qualche settimana, dal quartiere generale dell'armata si partiva un dispaccio diretto al generale Giuseppe Garibaldi, nel quale a nome del re gli si ingiungeva di abbandonare le posizioni già guadagnate nel Tirolo e di retrocedere co' suoi volontari fino oltre la linea del Mincio... Tale misura, diceva il dispaccio, era divenuta indispensabile in seguito ad una convenzione d'armistizio accettato e stabilito dalle due parti belligeranti.
Garibaldi, nel leggere il foglio, divenne pallido e tetro. Egli sentì in quel momento tutto il corruccio e l'indignazione dei suoi... nonchè il dolore e la vergogna d'Italia. — Ma il patriotismo fu più forte dell'orgoglio — l'eroe delle inverosimili battaglie superò sè medesimo nell'eroismo della sommissione.
Una parola eternamente memorabile uscì dalle labbra di quel patriota gigante — una parola, che sola basterebbe a rendere immortale la fama di lui.
— Obbedisco!
L'uomo del comando, l'uomo nato a dominare, a trascinare le masse — sotto la impressione di una calamità inesplicabile, che fu per l'Italia una grande umiliazione e un immenso pericolo — piega la fronte, come il più umile dei mortali, ed obbedisce.
Vi è qualche cosa di commovente in questa abdicazione di potere per parte di un uomo sì grande. Quale lezione per gli inetti e pei vanitosi, che hanno fatto e non cessano di fare sì deplorabile prova nella tenacità del comando!
FINE.