IL 20 MARZO
Ad una notte cupa in cui le nubi ritornarono brutto tempo, successe un giorno piovoso, e in cui il continuo tuono del cannone e l'incessante suonare a stormo delle campane, commisti a cozzo d'armi ed a grida de' combattenti, davan terribile aspetto alla città.
All'alba di quel giorno, in una sala di casa Taverna stava Casati circondato da molti che si sforzavano a persuaderlo di costituire un governo provvisorio, e sembrava nello stesso tempo che que' cittadini avessero cura di sorvegliar Casati, qual prigioniero, onde non fuggisse. Entrato sull'alba anche Cattaneo in quella sala, concorse pur egli a dimostrar la necessità di costituire un'autorità cittadina che rappresentasse il paese, dirigesse la rivoluzione, avesse mandato di trattar con que' di fuori di Milano. Casati seccamente vi rispondeva di non voler uscire dalla legalità, e non voler egli esser altro che il capo del municipio. Sollecitavalo anche a chiamare gli officiali veterani per dirigere i combattimenti, e citavansi i nomi di varii; ma Casati pregava non lo inviluppassero con uomini già compromessi, perchè alcuni di essi avean compartecipato alla congiura militare del 1815.
Non potendosi indurre Casati ad un governo provvisorio, egli si determinò soltanto a nominare alcuni Collaboratori al Municipio, affidando la polizia a Bellati; e perchè questi non ritrovavasi presente, essendo stato arrestato dai Tedeschi in Broletto e richiuso in Castello, così gli deputò un supplente. Nel ridurre in scritto tale deliberazione onde promulgarla per la città, Casati cercò di attenersi sempre ad un principio di legalità fuor di luogo; diamo senza ulteriori commenti l'ordinanza pubblicata allora:
«La Congregazione Municipale
della città di Milano
«Milano 20 marzo 1848, ore 8 ant.
«Considerando che per l'improvvisa assenza dell'Autorità politica viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corrente della Vice-Presidenza di Governo, col quale s'attribuisce al Municipio l'esercizio della Polizia, non che quello che permette l'armamento della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti, s'incarica della Polizia il signor dottor Giovanni Bellati, o in sua mancanza il signor dott. Giovanni Grasselli Aggiunto, assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generale Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giseppe Durini.
«Casati, Podestà.
«Beretta, Assessore.
Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici, che avrà luogo immediatamente.
«Casati, Podestà.
Gli uomini d'azione del quartier generale rivoluzionario, vedendo con mal occhio quel modo così pauroso di agire e di esprimersi in faccia al pericolo, raccolti in altra stanza per creare il Consiglio di Guerra proposto nella precedente notte, tutti affidarono a Cattaneo la scelta degli uomini sulla lista preparata dai votanti: egli allora ritenne i primi quattro inscritti (ne' quali era egli pure) come costitutori di quel Consiglio, e, tirato un tratto di penna sugli altri nomi, scrisse in testa al foglio: Consiglio di Guerra composto per ora dei primi quattro inscritti. Deliberossi poscia di non assumere alcun colore repubblicano nè monarchico, onde rimuovere qualunque occasione di dissenzione fra i cittadini, ma di porre in fronte a tutti gli atti: Italia Libera.
Primo compito del Consiglio fu di collegare tra loro gli sforzi tutti della città ad un concetto unico, armonico, concorrente ad un piano generale. Costituito così quel Consiglio, esso si consacrò immediatamente al lavoro con infaticabile zelo.
Passiamo al campo di battaglia.
All'alba la confusione regnava nel palazzo reale: il presidio che vi si trovava, e con esso molte famiglie, dietro avviso di Radetzky si disposero ad effettuare una ritirata in Castello, preceduti dal generale Ratt. Il popolo diede addosso alla truppa che si ritirava, e, veduto che un corpo di guardie di polizia era penetrato nel palazzo abbandonato dalla truppa, irruppe egli pure nel palazzo. Le guardie, spaventate dalla furente invasione, si nascosero in una cantina. Il popolo si diede a frugare per ogni banda, per ogni sala, cercando in esse delle armi; ma non vi trovarono che venti alabarde dei trabanti. Le guardie vedendo che a momenti poteva scoprirsi il lor nascondiglio e riuscire impossibile qualunque difesa, dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte salirono dalla cantina e deposero le armi.
Nelle infermerie del palazzo eranvi molti feriti abbandonati dalla truppa nella lor disordinata ritirata: essi temettero per un istante di lor vita e si nascosero sotto i letti; ma il popolo, fiero nella pugna quanto generoso nella vittoria, li assicurò che niun male sarebbe stato a lor recato, ed anzi li fece scortare all'ospedale, preceduti da un vessillo coll'iscrizione: Rispetto ai feriti.
Nulla fu toccato nel palazzo: nulla asportato, fuorchè sei cavalli condotti via nel trambusto e restituiti poi pochi giorni dopo.
Casati intanto pubblicava quest'altra ordinanza:
«la congregazione municipale
della città di milano.
«Milano 20 marzo 1848.
«In aggiunta dell'avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati egualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero.
«Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parrochia, ove si organizzeranno in compagnie di cinquanta, ed eleggeranno provvisoriamente il lor capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni.
«Casati, Podestà.
«Beretta, Assessore.
Poco dopo la partenza delle truppe dal palazzo vicereale, la guglia maggiore del Duomo presentò il vessillo tricolore sventolante da quell'altura: ve l'aveva piantata Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso. La cattedrale unì allora il suono a stormo delle sue campane al martellar generale degli altri campanili.
Le guardie della Direzione di Polizia avevano seguito l'esempio del presidio della corte ed avevano abbandonato quel locale. Il popolo strappò immediatamente lo stemma austriaco dalla porta, e penetrò nel palazzo di S. Margherita. Si perlustrò allora ogni camera, ogni angolo onde rintracciarvi i capi più odiosi della Polizia: ma Torresani non vi era più; travestito da gendarme, ed unitosi alla cavalleria, erasi già riparato in castello, abbandonando nel locale di polizia la moglie, le figlie e la nuora. Penetrati i cittadini nell'abitazione di Torresani, in un gabinetto vi trovarono una giovane signora, vestita di seta nera, stringendosi al seno una bambina, con a lato una cameriera; entrambe pallide, tremanti. Esse stavan ginocchioni allo irrompere della folla, e la signora emise uno straziante grido all'apparir del primo popolano, credendosi vicina ad esser sacrificata al furor della plebe. Era dessa la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio di Torresani. Ma il primo entrato rassicurò quella donna che niun male le si sarebbe recato, e che il popolo combatteva accanitamente i suoi nemici armati, ma rispettava gl'inermi e non recava onta alle donne. Caddero poscia in mano del popolo la moglie stessa di Torresani ed una concubina di Radetzky; ma tutte altrove tradotte, furono amorevolmente trattate e rispettate.
Fiutavasi ansiosamente da ognuno il nascondiglio del Bolza: scorsero alcune ore prima di scoprirne traccia alcuna; ma finalmente fu scoperto nascosto nel fieno sulla soffitta, in un ripostiglio vicino alla sua dimora. Vi fu trovato pallido, contraffatto, coi capelli irti, supplicante pietà e misericordia. Perquisito sulla persona, non gli si rinvennero armi nè scritti, ma le tasche piene di pane e di formaggio; provvista che aveva fatta per que' momenti difettosi di alimenti.
Galimberti fu ricercato anche nella sua abitazione in contrada dei Due Muri (ora non più esistente). Ma le porte eran barrate per di dentro fortemente: un facchino procurò allora una leva a ruota dallo spedizioniere Pezzoni, la quale, appoggiata in direzione inclinata verso la porta, con forza girato il manubrio, potette abbatterla. Entrativi i cittadini, presso all'ingresso vi catturarono il servo di Galimberti. Minacciato costui nella vita se non rivelava l'ascondiglio del padrone, egli promise indicarlo purchè si salvasse a lui l'esistenza: data la promessa, lo si scortò in una stanza superiore ov'erasi accovacciato Galimberti, e lo si rinvenne infatti. Intimatogli d'arrendersi e di costituirsi prigioniero, mordendosi le labbra cedette[16].
D'un tratto una voce sonora gridò in quel frastuono di voci di gioja: E i prigionieri?... Fuori i prigionieri! Libertà ai prigionieri! Vi si trovarono prigionieri uomini, che, levati dalla prigione, sporgevano la mano supplichevole cercando pane, dichiarando che da quarant'ore non se n'era lor dato; che da 40 ore non prendevano cibo. A loro si provvide d'alimenti; ma il popolo gridava: Ma i prigionieri politici dove sono? Dopo un quarto d'ora si ignorava ove fossero. Allora l'oste della contrada dei Due Muri, incaricato dalla Polizia di provvedere gli alimenti pei detenuti, conoscendo per conseguenza ove si trovassero i prigionieri politici, gridò che si trovavano ai N. 18, 30, 36 e 37; ove in vero si rinvennero e si liberarono.
Nella Direzione di polizia si trovarono circa 25 armi da fuoco e un centinajo da taglio, che vennero tosto distribuite al popolo combattente: armi del certo insufficienti alle straordinarie esigenze del momento.
Frattanto Radetzky che aveva ricevuta la protesta consolare del giorno precedente, onde prevenire complicazioni diplomatiche, rispose colla seguente lettera:
«Signori!
«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M. l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatta alcuna provocazione.
«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo potere di firmare e che non appartengono che al Sovrano.
«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere verso l'Imperatore.
«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.
«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.
«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.
«Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane
«Conte Radetzky.»
«Ai signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera
Milano.
Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la rivoluzione, onde mantenere vivo l'ardimento nel popolo ed eccitarlo a persistere nella lotta incominciata:
«Cittadini
«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo saluto delle tirannide che fugge.—I nostri bamboli non cresceranno nell'orrore della schiavitù.
«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare, domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.
«Cittadini, perseverate sulla via che correte.—Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.
«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.—I feriti sono raccomandati alle vostre cure.—Per le famiglie povere provvederà la patria.
«Lunedì, 20 marzo».
Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire luttuosi casi di sangue, in que' momenti di grande esasperazione, contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari dell'Austria, gli ammalati ed i feriti.
«Prodi Cittadini.
«Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que' miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani.
«Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent'anni furono il flagello delle nostre famiglie e l'abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un'offerta a Pio IX.
«Viva Pio IX! Viva l'Italia!»
In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo, allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza, gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto: Se lo ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa santa.
Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui notiziava l'associazione di altre persone nell'amministrazione della città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui lottava lo spirito e la mente del Casati:
«La congregazione municipale
della città di Milano
«Milano 20 marzo, ore una pomerid.
«Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere di far noto a' cittadini, che sino a nuovo avviso essa concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose a fine desiderato dell'ordine e della tranquillità. Ai membri ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i seguenti:
Vitaliano Borromeo.
Francesco Borgia.
Alessandro Porro.
Teodoro Lecchi.
Giuseppe Durini.
Avv. Anselmo Guerrieri.
Avv. Enrico Guicciardi.
Gaetano Strigelli.
Casati, Podestà.
Beretta. Assessore.»
Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d'infirmare l'autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta dicevano con quell'avviso, in altri termini, al popolo: Ogni potere è concentrato nella Congregazione municipale:—si avvertono di ciò i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i poteri sarà composta di quelli indicati nell'avviso;—cioè esclusi Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici. Da ciò grave si eleva il dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell'avviso.
Ma passiamo oltre.
Il bisogno di far conoscere la condizione de' Milanesi agli abitanti delle terre circostanti, e l'impossibilità di potervi soddisfare con mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava, stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di palloni che svolazzavano per l'aria portando il seguente proclama:
«A tutte le città e a tutti i comuni
del Lombardo-Veneto.
«Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica, facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa impone.—Ajuto e vittoria.»
Il Consiglio di guerra
Cattaneo—Cernuschi—Terzaghi—Clerici
Il popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia) annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini, ecc.
Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all'infermeria, perchè era stato ferito nel 18 marzo, e ritrovavasi ancora colla camicia e coi pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la mano. Sapendo d'aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito: ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria casa.
Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?
Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le campane nella fiduccia di guadagnare alla rivoluzione il presidio del Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo con una mano una bandiera e coll'altra una vecchia spada, mettevasi per quella via gridando==Viva l'Italia. Ma giunto sull'angolo della via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d'improvviso affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl'intimò l'arresto. Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza; circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero, ferito replicatamente alla testa, nella schiena ed alla mano destra di cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette entro l'ufficio del Circondario.
Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii. Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di un po' d'acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu liberato dalla rivoluzione vittoriosa.
I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.
Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo indirizzò nella sala della Municipalità onde trattasse direttamente coll'autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15 giorni, ma prima d'obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell'armistizio: tenere compromessa la condizione degli Italiani.
Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S. Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano; quindi gridando: Pei preti niente perdono! ne trassero cinque in arresto: altri soldati frattanto, saliti nell'abitazione del Lazzarini, lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle bajonette. Il maggiore de' croati che si trovò presente alla narrazione di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si ritirò pure.
Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto d'ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky e gli parlò nel seguente modo: Signore, non abbiamo potuto metterci d'accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità, e dall'altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni. Grave fu l'impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da quella della città. «Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l'avesse fatta ignorare al popolo[17]».
Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo straniero accento: Addio, brava e valorosa gente!
Altri tentativi d'armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione, inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.
Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi cenni.
A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S. Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini, riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno. Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano, dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.
A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia all'artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia, stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell'interno lungo il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano e facevano fuoco dai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale, ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino Vernay. L'ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa. Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò l'assalto alla porta Tosa.
A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie; specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere, avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato da una compagnia di granatieri ungheresi e da un'altra del reggimento Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l'assalto del palazzo.
L'intrepidezza, l'audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il numero: questo fu l'effetto morale prodotto sul presidio del Comando militare, il quale tentò con perfida arte trarre i giovani guerrieri in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti presentato a parlamentare, conobbe tosto l'insidia ordita, e gridò al tradimento. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando per cento labbra, pose gl'insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi, poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo fuoco di fucileria; ma senza frutto.—Nello stesso dì, verso le ore 3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell'antica osteria di Brera, situata sull'angolo che quella contrada fa con quella del Monte di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando del proprio colonnello.
A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di sospensione d'armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a' suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannata se non ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve don Pietro Mauro, dichiarando ch'erasi ordito tradimento. Tradimento che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di spingarda.
Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del Generale Comando[18]. Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e basta!
A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti, i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche, riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col popolo, scaricaron poscia i loro fucili verso il popolo ingannato.
Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle non arrivavano sino all'ortaglia delle monache; fu per ciò che il lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano colpiti dai tiri di quegli animosi.
Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d'anni 58 circa, venditor di rotelle di corteccia, (in milanese robiœul); Antonio Piotti, d'anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli, e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.
Nella caserma di S. Eustorgio si trovò una panca su cui eravi sangue raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili. Ciò tutto induceva a ritenere l'esistenza di un assassinio.
Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore. I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo del Sambuco; e i colpi non erravano in quell'umano bersaglio, ma tutti miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell'osteria della Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l'oste e sua moglie; quindi gli abbruciarono.
In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de' cittadini, ma nelle prove s'assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne pubblicato il seguente proclama
Cittadini
Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la loro immediata protezione tutti i pubblici stabilimenti e tutti gli oggetti che vi si tengono, e sopratutto le carte che possono essere preziose per le famiglie.
D'ora in poi tutte le cose che erano del Governo son nostre. Dunque conserviamole.
Ordine e Concordia.
Nel chiudere la storia di questo giorno non possiamo sottacere che durante la giornata la Congregazione aveva cominciato a presentarsi sotto forma di Governo Provvisorio, Uno de' suoi proclami fu il seguente:
Cittadini
Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recate notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso col generale, figlio dell'ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie di Gallarate e Busto Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmate le truppe, presi sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse tagliato. Evviva ai nostri fratelli di contado! Abbracciamoci tutti in un amplesso! Ringraziamo Dio. Gridiamo:
Viva l'Italia—Viva Pio IX.
Il Governo Provvisorio
Casati—Giulini—Greppi—Beretta
In quel giorno si pensò poi anche ad organizzare i varii Comitati che dovessero coadjuvare l'opera del Governo provvisorio; essi furono i seguenti.
1. Comitato di difesa e di guerra;
2. Comitato di pubblica sicurezza;
3. Comitato di finanza;
4. Comitato di sanità;
5. Comitato di sussistenza.
Nella casa del conte Carlo Taverna in contrada de' Bigli stabilirono loro sede il Governo Provvisorio e il Comitato della Pubblica sicurezza, e vi si custodirono alcuni personaggi ed ufficiali prigionieri. Nella casa di Carlo Vidiserti fu collocato il Comitato di pubblico armamento e di guerra.