IL 22 MARZO
Nella notte del 21 al 22 marzo il popolo stette vegliando, geloso di quanto aveva sino a quel giorno guadagnato, diffidente e pauroso di qualche insidia da parte de' nemici. Da una barricata all'altra facevasi di ora in ora, spesso di mezz'ora in mezz'ora, circolare il grido di: All'erta!—grido che da una barricata all'altra faceva il giro delle barricate tutte di Milano, e terminava al punto centrale da cui era partito primamente.
E quel grido monotono, acuto, che faceva il giro di tutta una vasta città, scendeva come freddo marmo nei cuor de' Tedeschi ad aggellare gli spiriti!...
A quel grido rispondeva il rombo frequente di cannone che facevasi sentire a porta Tosa, a porta Comasina, a S. Celso e in altri punti importanti dei bastioni, perchè volevasi in quella notte serrare il Tedesco fra due fuochi e dar l'assalto ad una delle porte: disegno accortissimo, ma che cadde per mancanza di accordi nelle mosse; imperocchè in quell'organizzazione improvvisata della milizia insorgente, la quale non aveva avuto tempo di intendersi con precisione sui modi di azione, divisa com'era dalle barricate che facevano ritardare di molto le trasmissioni degli ordini del Consiglio di guerra per la difficoltà delle comunicazioni, e infine la mancanza di una disciplina che non si può improvvisare, provocava sui diversi punti diversità di ordini, di provvedimenti, di mosse. Chi gridava da un punto: Colle armi a porta Tosa! e dirigeva colà i combattenti: chi gridava: Si apre la porta Romana! e faceva colà convergere una parte di popolo armato.
Intanto in mezzo a quelle voci di gioja,—in cui sembrava ai cittadini d'assistere e far parte a un festino,—scorse rapida la notte, e l'alba tanto ansiosamente aspettata spuntò irraggiata dal sole:—sembrava che l'astro maggiore splendesse maggiormente, e che vibrasse raggi di libertà sopra un popolo che aveva per cinque giorni e cinque notti eroicamente pugnato, da forte vincendo e da forte morendo ... A quell'alba che lusingava i cuori di uomini che avevano compiuti i maggiori sacrifizii ch'uom possa compiere, a quell'alba i cittadini ritenendo fortemente presidiato il locale del General Comando, con slancio gli diedero l'assalto,—ma niuno vi rispose da quel palazzo, chè gli Austriaci l'aveano quetamente abbandonato nella notte precedente, talchè il popolo l'occupò senza colpo ferire. Avendovi trovate le carrozze de' generali, esse furono ben tosto adoperate per costrurre nuove barricate. Sopra un balcone in contrada di Brera vennero trovati in quella mattina due obizzi e due razzi de' Tedeschi.
A S. Celso fu preso il collegio militare di S. Lucca. Questo collegio de' cadetti aveva per direttore un tal Severus, il quale aveva ordinato al maestro Corsich di disporre 140 alunni in modo che al sicuro potessero offendere coi fucili e col cannone i cittadini inermi che nel secondo dì della rivoluzione uscivan di casa per provvedersi di alimenti. A questi alunni vennero aggiunti 300 cacciatori tirolesi, onde sostenere di poi l'assalto che per tre giorni continui seguitò a darsi dal popolo. Onde assicurarsi della fermezza degli alunni italiani, il Severus aveva minacciato venticinque colpi di bastone per chiunque non ottemperasse scrupolosamente agli ordini superiori. Assediato però il collegio da tutti i lati, per ogni parte bersagliato, impedita ogni comunicazione esterna, finalmente se non fu preso d'armi, dovette arrendersi per fame.
Le mansioni del Consiglio di guerra però, limitate dalle attribuzioni della municipalità, dietro rimostranze di Cattaneo che dimandava i poteri di un vero ministero di guerra, e suggeriva che si destinasse a presiedere il nuovo dicastero un uomo del governo provvisorio, proponendovi Pompeo Litta ch'era già stato nella milizia del regno d'Italia, da Casati vennero approvate scrivendo in un foglio:
«Comitato di Guerra
«Presidente, Litta—Membri, Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni, Ceroni, Torelli.
Casati cercò quindi di spiegarsi in faccia al popolo, facendo conoscere d'aver assunte le attribuzioni di Governo Provvisorio; questa dichiarazione però non fu fatta esplicitamente con apposito proclama, ma venne accennata, incidentalmente quasi e per ultima notizia, in un proclama che trattava di altri negozii. Ecco tale documento:
«Cittadini!
«Milano, 22 marzo 1848.
«L'armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere[19].
«Combattiamo adunque coll'istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.
«Cittadini! Riceviamo di piede fermo questo ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.
«Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.
«La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.
«Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo Provvisorio[20], che, reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti, viene così proclamato:
«Casati, Presidente
Vitaliano Borromeo
Giuseppe Durini
Pompeo Litta
Gaetano Strigelli
Cesare Giulini
Antonio Beretta
Anselmo Guerrieri
Marco Greppi
Alessandro Porro.»
Con altra ordinanza il Governo Provvisorio si nominava il segretario nella persona di Cesare Correnti.
Il Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza era stato costituito sin dal 20 marzo; ma non lo si era completato. In questo dì venne definitamente organizzato, introducendovi tra i nuovi membri un distinto avvocato, caldo patriota, uomo di carattere non tanto spinto all'entusiasmo momentaneo, quanto a' fermi e giudiziosi propositi, nemico de' precipitati giudizii e desideroso di giustizia e di legalità; questo uomo fu Francesco Restelli. Il suo aspetto destava simpatia e rispetto: la sua alta e spaziosa fronte rivelava molta intelligenza, il suo modo famigliare nel conversare inspirava fiducia. Egli si era già acquistata fama di democratico e di buon avvocato in una causa sostenuta contro il governo austriaco per una quistione di lotto; nel 1848 fu quindi nominato nel Comitato di Vigilanza, venendo più tardi adoperato in più gravi mansioni, quale quella, per accennarne una, di membro del Comitato di difesa con Fanti e Maestri allorchè gli eventi della guerra volsero a male: ciò però sfugge all'epoca storica che trattiamo. Quel comitato di Vigilanza così completato, si annunziò al pubblico col seguente manifesto:
«Cittadini
«Si reca a vostra notizia la provvisoria organizzazione del Comitato di Vigilanza alla sicurezza personale (Casa Taverna, contrada dei Bigli).
«Dott. Angelo Fava, Presidente
Dott. Andrea Lissoni, Membro
Dott. Agostino De Sopransi, idem.
Avv. Pier Ambrogio Curti, idem.
Francesco Carcano, idem.
Avv. Francesco Restelli, idem.
Luigi Ancona e Pietro Cominazzi, Segretarii.
Cesare Viviani, Aggiunto.
Prospero Marchetti, idem.
Ballestrini Pietro, idem.
Luigi Manzoni, idem.
Santo Polli, Capitano della guardia del Comitato.
Rusca Antonio, idem.
Avv. Toccagni, idem.
Lottarlo Rusca, idem.
Giulio Comolli, idem.
Dott. Raffaelle Rusca, idem.
Luigi Brivio, assistente, idem.
«Dal Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza 22 marzo.
«Il Presidente A. Fava
«P. Cominazzi, Segretario»
Gli altri Comitati erano così costituiti:
Comitato di difesa
(Casa Vidiserti, Contr. del Monte, 1263 C.)
Riccardo Ceroni, Direttore in capo
Antonio Lissoni, Comandante organizzatore della Guardia Civica
A. Anfossi[21], Comandante di tutte le forze attive.
A. Carnevali, Direttore di tutti i punti di difesa.
Luigi Torelli, Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia.
G. Alessando Biaggi—Luigi Narducci, Segretarii.
Comitato della sussistenza
(Casa Pezzoli, Corsia del Giardino)
Negri Luigi—Ferranti Eugenio—Ugo Ferdinando—Lampato Francesco—Besevi Emilio—Besozzi Antonio—Molossi Pietro.
Comitato di finanza
(Casa Taverna)
Membri, Alessandro Litta Modignani—Gaetano Taccioli—Cesare Clerici.
Correndo poi voci che l'Austria avesse spediti emissarii nell'interno della città sotto mentita veste; ed anzi sussurrandosi ch'essa, fabbra d'astuzia e nell'ingannare accorta, avesse voluto usufruttare del sentimento religioso che animava le masse insorgenti (che prendevan quasi a parola d'ordine il nome del pontefice Pio IX) ed avesse spediti in città emissarii travestiti da sacerdoti, il Comitato di guerra pubblicò il seguente manifesto
«Cittadini
«Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigio di dare pronti schiarimenti quando ne vengano richiesti.
«La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni, che fu tinta nel sangue de' nostri fratelli, è nelle nostre mani; nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli[22].
«Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come vuole l'onore italiano.
«Viva l'Italia—Viva Pio IX
«Dal Comitato Centrale di Guerra in casa
Taverna, 22 marzo 1848.»
Durante il giorno la caserma di S. Vittore era stata pur presa dal popolo. A porta Romana il rapporto del capo-posto del Corpo di Guardia del palazzo di Giustizia notiziava il Comitato di guerra che nel borgo di P. Romana (ora corso di P. Romana) un drappello di fanteria austriaca verso le 10 ore pom. di quel giorno, dopo aver cannoneggiata la casa N. 4556, l'avea invasa e saccheggiata.
Ma il punto principale del combattimento era a porta Tosa. Un avviso al Comitato faceva conoscere alle ore 12 essere arrivata in quel momento la sola macchina a vapore da Treviglio;—che una compagnia di linea si era diffilata sul bastione, dirimpetto alla Passione, facendo fuoco dalle scarpe di quel baluardo;—annunciavasi l'accanimento della lotta a porta Tosa, e si chiedevano rinforzi;—che da porta Vercellina (ora porta Magenta) molte truppe concentravansi in Castello (ed erano quelle della brigata Maurer, come si seppe di poi, che ritornava dalla frontiera piemontese), e che temevansi quindi sempre nuovi rinforzi ai Tedeschi.
In vero il combattimento a porta Tosa era vivissimo: era quello il punto decisivo della battaglia fra la democrazia e l'assolutismo:—fra un popolo ed un imperatore:—fra il diritto e la prepotenza. In quel punto l'accanimento della zuffa era estremo: l'impeto con cui dal popolo si attaccava era irresistibile, quanto immensa dimostravasi la ferocia delle milizie imperiali, già prepotenti per sè, eccitate ora al sangue dai loro superiori, inferocite dalla terribile resistenza e dalla sconfitta che loro toccava su ogni punto. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio fra i combattenti, la rovina nei caseggiati. Dove potettero penetrare gl'imperiali, là non mancavano nè il saccheggio, nè l'assassinio, nè peggiori crudeltà, nè l'incendio: era lotta di belve: era satana che si rivoltava contro il cielo: era l'agonia del dispotismo che tentava gli ultimi sforzi del moribondo!
Verso le ore 4 e mezzo pomeridiane l'ultima casa vicino al dazio di porta Tosa fu incendiata: alle 5 e mezzo un battaglione di granatieri accorreva da porta Orientale a soccorrere porta Tosa: il seguente rapporto era fatto a quell'ora:
«Al Comitato di Guerra
«Siamo all'ultima casa presso la P. Tosa. La nostra bandiera vi sta già sventolata.—Siamo molti e determinatissimi. Una linea de' nostri occupa le case del corso sino al ponte. Avremmo già vinto, se un poderoso rinforzo di linea e di cannoni non fosse in questo punto arrivato. Mi si dice che scarseggiano molto le munizioni da fucile. Mandatene. Vinceremo o moriremo.
«Luciano Manara.»
Alla sera trasmettevasi questo altro rapporto, che noi riproduciamo, perchè riteniamo dare maggiore autorità alla nostra storia con documenti ufficiali, che non colle vaghe notizie che vennero raccolte in momenti di confusione, di concitazione morale e d'impossibilità di appuramento de' fatti e della colleganza fra loro.
«Al Comitato di Guerra
«Ore 8, sera.
«La porta è in fiamme; alcuni soldati si sono rifuggiti dai bastioni in corpo di guardia, che lateralmente arde. I nostri ve li tengono inchiodati a schioppettate. Del resto, rimettersi al latore. Ci si mandi polvere e palle. Salute. Viva la patria.
«Cattaneo Angelo.
«Ho già mandato qualche villico al Comitato; qui ne abbiamo altri; dall'orfanatrofio vengono satollati perchè affamati.
«Cattaneo Angelo.
«P. S. Il caro amico Montanari, capo delle guardie di finanza si è distinto in varii scontri».
Chi prese ed incendiò porta Tosa difesa di 6 pezzi di cannoni, troviamo nell'Archivio triennale, fu il capitano Manara.—Il primo a portar fuori di Milano la bandiera tricolore fu Pirovano Paolo, d'anni 17, abitante in borgo della Stella al N. 210, di professione falegname: richiesto in seguito quale ricompensa desiderasse, rispose: D'essere ammesso nella Guardia Civica. Chiedeva una grazia per l'età giacchè l'arruolamento nella Guardia Civica era dagli anni 20 ai 60.—Paolo Vicenzini, di Corte in Corsica, abitante in S. Vito al Pasquirolo, di professione daguerrotipista, fece miracoli di valore: dalle 2 e mezzo alle 4 ore dalla penultima casa a destra di porta Tosa fece 6 colpi sui Tedeschi e sei ne uccise: il settimo andò fallito: coll'ottavo tagliò il braccio dritto a un ufficiale: col nono ferì il generale che veniva con due cannoni. C. Cattaneo al Comitato ricompensò poi questo valoroso col dono di una carabina guernita in bianco: Vicenzini giurò di rimeritarla di nuovo.
A porta Ticinese si barrò Cittadella: G. B. Beltrami (fonditore) immaginò e mise in esecuzione una barricata mobile, costrutta con fasci di legna, la spinse innanzi, e dietro essa rimasero a combattere al coperto molti animosi popolani. Gli Austriaci fecero fuoco contro la barricata, tanto con fucileria, quanto coi cannoni caricati alcuni a palla, altri a mitraglia: ma vedendo infruttuoso l'attacco, i Tedeschi cercarono girar per di dietro la barricata onde sorprendere alle spalle gl'insorti; in parte vi riuscirono, ma, strenuamente pugnando, i popolani obbligarono la truppa a ritirarsi. Altrove in porta Ticinese il Beltrami improvvisò altra barricata mobile. In Viarenna si combattette, e si spazzò la via da ogni soldato. Il lattivendolo Meschia Giovanni, che abbiam veduto abile bersagliere in via Vetere in quei giorni, nel 22 marzo era salito sul tetto di una casa prospiciente il campanile di S. Eustorgio, e di là uccise con dieci colpi altrettanti soldati che si erano impadroniti di quella torre, e dalla quale facevan fucilate contro i cittadini.
Dopo difficili e pericolosi lavori, gl'insorti s'avvicinaron per dietro alla caserma di S. Eustorgio, perforando muri di case e scalando cinte dei giardini; quindi, assediatala, cinta da continue scariche di micidiale fucileria, l'obbligarono a resa.
Impossibile era ormai agli imperiali di sostenersi più oltre in Milano: il prolungar la lor permanenza non faceva che sacrificare sempre più soldati senza speranza di favorevole scopo, e per di più minacciava alla truppa di trovarsi preclusa ogni ritirata alle fortezze e bloccata dal numero sempre più crescente degli insorti. Deliberò allora Radetzky di riparare nelle fortezze; ma pur temendo di venir perseguitato nella ritirata, egli la volle coprire con stratagemmi di guerra. Giovandosi dell'oscurità della notte, fece accender fuochi ed appiccare incendii in direzione diversa della via che voleva prendere; quindi, fatti suonare tutti i suoi tamburi e tuonare le sue artiglierie, quasi volesse tentare un disperato assalto alle barricate di Milano, mentre tenevasi intento il popolo allo straordinario fulminar delle artiglierie e al divampare degli incendii in varii punti, compiette la ritirata.
E per quella ritirata erasi già preparato tutto durante la notte: le truppe, sparse intorno a Milano, eran state da ogni parte richiamate e ammassate dietro al Castello, pronte agli ordini superiori, inconsapevoli però di quanto si trattasse. La massima confusione regnava in Castello.
A un'ora dopo mezzanotte stendevasi il seguente scritto per ordine di Radetzky, onde provvedere agli infelici che dovevano rimanere nelle infermerie o senza parenti:
«Milano, dall'I. R. Comando dell'Armata Austriaca in Italia
Ore 1 (dopo mezzanotte).
«Il Comandante superiore dell'armata d'Italia ha affidato, partendo, al signor capitano Gnoato Antonio la cura del Castello e il difficile incarico di tutelare la sicurezza personale di tanti ammalati e feriti, e dei rispetivi medici e chirurghi, come pure di tante donne e fanciulli tedeschi impossibilitati a partire colla truppa, e quindi esposti all'arbitrio del subentrante governo di questa città. Il Comandante superiore lusingasi che quanto la probità conosciuta di detto signor capitano inspirava fiducia a commettergli così nobile ufficio, altrettanto varrà la medesima ad ottenergli il suffragio della politica autorità subentrante, che a questo modo inizierà il suo potere con atto di sublime e magnanima e santa filantropia.
«Per il generale in capo conte Radetzky,
—Schonhals T. M.»
Le truppe imperiali sfilavano quindi nel massimo silenzio pei viali dei bastioni: avevano seco l'artiglieria, i bagagli e 300 e più famiglie d'ufficiali o d'impiegati, che si eran mantenute devote al governo austriaco. Malagevole però era la lor marcia, giacchè gl'insorti erano riusciti di già a segare alberi al piede e lasciarli cadere attraverso la strada onde barrarla. Dovevansi quindi rimuovere quelle piante per lasciar libero passaggio ai carri ed alle carrozze.
Era trascorsa di due ore la mezzanotte, allorchè il terribile rombo dell'artiglieria cessò: al gran frastuono successe un monotono silenzio che veniva soltanto rotto dal grido di All'erta, che partiva dalle barricate e faceva il giro di tutta la città. Gli appostamenti degli insorti alle barricate vicine ai bastioni furono sorpresi del gran passaggio di truppa, ma non compresero che trattavasi di ritirata se non al momento in cui tacquero le artiglierie. Il popolo conobbe allora che Milano era libera: la notizia circolò con straordinaria rapidità per tutta la città:—tutti accorsero al Castello:—grida acute si alzarono dovunque di: Fuori i lumi! I Tedeschi se ne sono andati! Vittoria! Vittoria!—Uomini, donne, vecchi, fanciulli, sin gli ammalati tentarono scendere, affollarsi pelle strade, mormorandosi reciprocamente domande sopra domande: È proprio vero che son partiti? Di dove sono andati? Per dove si son diretti?
Il Castello venne invaso dal popolo:—la bandiera tricolore fu issata sul forte:—i popolani salirono sui torrioni e ne gettarono abbasso i cannoni, che vennero tosto portati sulle mura della città.
Orribili spettacoli si offrirono in Castello allo sguardo del popolo! Cadaveri di cittadini fucilati nella corte, malati, militari morti, arse molte carte. I poveri nostri arrestati nel Broletto, che sommavano a trenta, fra i quali il fiore della cittadinanza, eran stati nei giorni precedenti rinchiusi in una prigione oscura, bassa, senza letti da riposare, nutriti di pane nero ed acqua, confusi coi ribaldi; quindi eran stati legati a due a due, col prete alla testa, e condotti in cortile per esser fucilati: undici vennero passati infatti per le armi; diecianove condotti in ostaggio; i rimanenti delle varie parti della città furon liberati dal popolo; ma, sfiniti dalla fame e dai patimenti, dovettero riparare alle lor case, accompagnati dal popolo che gioiva nel rivederli.
Così Milano fu libera!
Una notizia manca ancora a somministrarsi da noi.
Come si era provveduto in que' giorni pelle somministrazioni di viveri ne' luoghi in cui la vicinanza del nemico o l'infuriar della lotta rendeva difficile, se non impossibile ogni communicazione co' negozii di commestibili? E come si era provveduto pe' squallidi rioni della città, nei quali la miseria doveva far languire di fame quantità di famiglie povere?
In contrada del Monte Napoleone, nella casa della celebre cantante Pasta, situata di contro alla casa Vidiserti, era stabilito un ufficcio annonario, il quale provvedeva i viveri per la città, mandando commessi a requisire pane da tutti i fornai, dietro pagamento a pronti contanti. Requisito il pane, lo si faceva trasportare nei quartieri in cui sentivasi maggiore il bisogno.
A dirigente di quell'ufficio eravi il signor Pio Ottolini de Campi, coadjuvato da' diversi commessi. In que' momenti di lotta egli riceveva ordini verbali dalla municipalità costituitasi in Governo Provvisorio, ed impartiva egli pure verbalmente i suoi ordini. L'Ottolini doveva recarsi di qua, di là per le perquisizioni di viveri, e per le somministranze ai bisognosi; e siccome egli non aveva con sè che due commessi, così s'approffittò dell'opera di un cittadino che trovò nella casa Pasta allorchè vi fu trasferito l'ufficio annonario.
Questo cittadino era un tipografo di cui già ebbimo campo a parlarne: era Francesco Pagnoni, sul conto del quale noi che scriviamo quest'istoria ebbimo dall'Ottolini personalmente le seguenti informazioni. Abbandonato il talamo nuziale, accorse nel primo giorno della rivoluzione nei varii punti della città ove i bisogni della patria chiamavano i cittadini. L'Ottolini lo incontrò nella stessa casa Pasta, allorchè vi trasferì l'ufficio annonario, e d'allora in poi il Pagnoni coadjuvò in ogni modo l'opera dell'Ottolini, recandosi con lui a porta Tosa, a porta Romana ed a porta Vigentina specialmente a requisir viveri ed a distriburli nei luoghi che ne avevano più bisogno; nè guardò il Pagnoni a disagi od a pericoli di sorta; premuroso, infaticabile, non richiesto, si era lui stesso il Pagnoni offerto: non avendo arma da taglio se ne era procurata bentosto una di nuovo genere, Ma non nuova a que' giorni, ne' quali di un chiodo facevasi un'arma, di una pertichetta costruivasi una lancia. Così aveva fatto il Pagnoni. Ad un lungo bastone aveva attaccato un'accuminata accetta all'estremità superiore, assicurandola con un pezzo di corda. Quella fu l'arma da taglio di cui si munì a difesa dell'ufficiale delle sussistenze allorchè si recava per le requisizioni e per le somministrazioni.
Ma con eroici sforzi di tutti i cittadini, con unanime proposito di combattere e vincere o morire per la libertà, Milano vinse perchè: Fortes fortunam adjuvare aiebant[23]:
. . . . Amica sempre
Fortuna è degli audaci[24]
E l'agguerrito Tedesco, forte per numero, per armi, per munizioni, per arte di guerra e per disciplina, rimase sconfitto da un pugno d'uomini inermi, disusi all'armi, tentati spesso nel bollor della pugna dall'immagine della moglie e dei figli che avevano. E il Tedesco lasciò Milano davanti un pugno d'uomini ch'erano però eroi!... Lasciò Milano, ma abbandonandovi quattro mila morti in quei cinque giorni! Di quattrocento cannonieri ne erano sopravvissuti cinque: erasi dovuto affidar l'artiglieria ai Tirolesi perchè mancavan gli artiglieri!
Una dolorosa notizia però ebbe a conturbare ben presto la gioja de' Milanesi: fu l'assassinio di uno degli ostaggi: del conte Carlo Porro!
Ecco come troviam narrato in un manoscritto che fu riprodotto nell'Archivio triennale delle cose d'Italia, serie I, Vol. II, pag. 431. Parlandosi ivi dei 19 prigioni che i Tedeschi trassero seco in ostaggio allorchè abbandonarono Milano, vi si narra quanto segue:
«Questi ostaggi prima della partenza rimanevano per quattro ore circa nei cortili accerchiati, da guardie di polizia, ed ammanettati. Fra essi v'era il delegato, ma tenuto in disparte, ed al punto della partenza fatto salire in una carrozza. Gli altri 18 marciavano a piedi in mezzo ai soldati. Quattordici ore mettevano gli Austriaci per giungere a Marignano, tanto erano gli ingombri che trovavano sulla loro via! Il popolo cercando ogni modo di render più difficile la fuga, aveva impediti i bastioni e la strada di circonvallazione con fossi e tagli e piante. Presso Marignano dovettero starsene tre o quattro ore per un taglio profondo di strada riempito d'acqua; i zappatori riparavano alla meglio, ed erano in continua faccenda. Durante la marcia moltissimi soldati cadevano rifiniti; quelli che potevano reggersi sulle gambe andavano a saccheggiare e bruciare le case lungo la strada; erano furibondi per sete e per fame. Prima d'entrare, salutarono il paese alla loro maniera, tirandogli contro buon numero di cannonate; entrati, lo ponevano a fuoco ed a sacco. Quei poveri paesani fuggivano a rotta per la campagna, abbandonando quasi affatto il borgo, che pareva un solo e vasto incendio. I prigionieri, tra nuovi insulti di un officiale di polizia, vennero ivi rinchiusi in una casa. Secondo il vecchio stile austriaco si poneva tra loro una spia a udire i loro discorsi. Ma la sera, non sappiamo per qual ragione, erano tolti di là, e mandati in una sala terrena nella casa del mastro di posta. Fu in quella sala che consumavasi un fatto lagrimoso, col quale noi compiremo la nostra narrazione.
«Fra i 19 ostaggi era Carlo Porro, figlio del conte Gian Pietro Porro, antico podestà di Como, consigliere intimo di S. M., presidente della congregazione centrale[25]. Ancorchè il padre fosse stretto agli Austriaci, il figlio non lo simigliava punto; un altro figlio (Alessandro) faceva parte del Governo Provvisorio. Era Carlo Porro di animo gentile, ma decoroso e risoluto nei modi, sviscerato amatore della patria; svegliato d'ingegno s'era dato alle scienze naturali con tal profitto da farsi nominare, sebbene giovine ancora, con rispetto dagli stranieri. Non era ignoto il suo nome come naturalista in Francia e in Germania. Anche in mezzo agli studii aveva sempre intento l'animo alle cose d'Italia. Prima dell'insurrezione molte cose operò, che è bene che rimangano ancora, per prudenza ignorate. Intrepido senza vanti, alto e bello della persona, era amato così da' suoi, come dai cittadini. laonde è cosa naturale che i satelliti di Radetzky lo trascegliessero fra gli ostaggi che trassero seco.
«Ma un orrendo fatto lo toglieva di vita. In quella terribil notte cadeva in mezzo ai compagni, ferito da occulta mano nel petto, e, dopo trentaquattro ore d'agonia, spirava. Come ei morisse e perchè, se per caso o per meditata vendetta, non è il luogo qui di pronunciare. Diremo solo, che il colpo di fuoco, che gli fu scaricato addosso, scoppiava non al di fuori, ma nella camera stessa ove egli trovavasi inoffensivo e dalle manette legato col dottor Peluso, che seco trascinò a terra cadendo, proprio quando il commissario De-Betta, entrato a parlare co' prigionieri, ne usciva, e trovavasi dirimpetto al nostro povero amico,
—nella direzione del Commissario verso il Porro:
—quando la lucerna, non so per quale bisogno, essendo posta per terra, e quindi la camera trovandosi avvolta nel bujo, poteva lasciar agio all'omicida di ferir senza essere ravvisato:
—per colpo di pistola; ove il colpo fosse stato di fucile, era impossibile che qualcuno non si fosse avveduto del fatto perchè un fucile spianato, in mezzo a 18 prigionieri, non poteva certo restare inosservato:
—impossibile che, alla presenza d'un commissario, altri tirasse dentro ai prigionieri. Impossibile, se fosse stata opera del caso, il non conoscere il modo onde avveniva:
—l'interesse stesso che il De-Betta poneva grandissimo a che il colpo fosse dichiarato fortuito, aggrava sopra di lui i sospetti d' altra parte confermati.
«Gli altri prigionieri intimoriti dalle minaccie, e costretti a sottoscrivere una dichiarazione che il De-Betta pose loro dinanzi, tornati si mostrarono ben altro che persuasi di ciò che la paura, e quel trovarsi in mano degli Austriaci, aveva fatto loro affermare. E con due di essi non valsero minaccie nè persuasioni; e, forti della loro coscienza, bastò loro l'animo di rifiutarsi a quella sottoscrizione.
«Confermano pure quel sospetto le parole di Porro, che, ancorchè moribondo, raffigurando il De-Betta, esclamò: «Ah! signor commissario, in questi momenti l'ho proprio riconosciuto»; e con accento tra l'ironico ed il rassegnato, proseguiva: «era giusto»; alludendo forse a una vecchia ruggine, che, per quanto seppimo poi, il De-Betta covava contro di lui.
«È istoria codesta di cui lasciamo ad altri il giudicio. Portiamo fede tuttavia che i casi futuri d'Italia chiariranno un giorno questo fatto e ne additeranno meno oscuramente l'autore».
Appena partita la truppa, il Governo Provvisorio diede opera ad assodarsi ed a provvedere allo sviluppo di tutte le dipendenti amministrazioni. Pubblicava quindi il seguente proclama ai cittadini:
«Cittadini!
Milano 23 marzo 1848
«Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz'armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l'emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c'è indipendenza per voi.
«Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.
«Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.
«Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.
VIVA L'ITALIA.
«Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.
Casati, Presidente.
Borromeo Vitaliano.
Giulini Cesare.
Guerrieri Anselmo.
Gaetano Strigelli.
Durini Giuseppe.
Porro Alessandro.
Greppi Marco.
Beretta Antonio.
Litta Pompeo.
Correnti Segr.
Il Comitato di pubblica sicurezza pubblicò esso pure un manifesto alla popolazione, ch'era così concepito:
«Cittadini!
«L'opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col coraggio, coronata olla costanza, ma dev'essere perfezionata coll'ordine.
«Per guarentire la sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que' cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperino a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de' suoi Comitati.
«S'invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.
«Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia è uffizio onorevole quant'altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.
«Cittadini! Non è lontana l'ora in cui torni l'Italia a ripigliare l'antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.
VIVA L'ITALIA!—VIVA PIO IX!
IL COMITATO
«Fava.—Sopransi.—Restelli.—Lissoni.
Carcano.—Curti.
«I Segretarj Ancona.—Cominazzi.
Il Comitato di Guerra ebbe prima cura di diffondere ai Comuni lombardi una circolare in cui si avvertivano della fuga della truppa austriaca e si eccitavano a provvedersi di difesa contro di essa ed a porsi in condizione di offendere l'inimico. Tale circolare era la seguente:
«AI PARROCI
E A TUTTE LE AUTORITÀ COMUNALI.
«Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.
«Il Presidente del Comitato di Guerra
«Pompeo Litta.
Quindi lo stesso Comitato pubblicava esso pure un manifesto alla cittadinanza, il quale noi qui riportiamo integralmente:
«Italia libera
«W. Pio IX
«Esercito Italiano
«I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico in seno. D'ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D'ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l'una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d'armi la città,—l'altra provveduta completamente d'armi da fuoco e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente, lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.
«Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l'Italia, noi la chiameremo Legione Prima, l'Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.
«I difensori della città si chiameranno Legione Seconda, e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana: Guardia Civica.
«Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all'Esercito e alla Guardia, secondochè l'imperfetto armamento v'impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.
«Suvvia dunque, viva l'Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.
«Il Comitato di Guerra
«Pompeo Litta—Giorgio Clerici
«Giulio Terzaghi—Cattaneo—Carnevali
«Cernuschi—Lissoni—Torelli.
Carlo Alberto, officiato da un nostro concittadino a intervenire colle sue truppe a rassodare la vittoria popolare sull'esercito austriaco in Milano, aderì alla domanda, dichiarò che si sarebbe posto egli stesso alla testa del suo esercito, e disse al signor Martini queste parole:
«Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo avere ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso.» Il proclama reale che si pubblicava in seguito alla accennata conferenza col Martini, fu il seguente:
«Popoli della Lombardia e della Venezia.
«I destini d'Italia si maturano: sorti più felici arridono agl'intrepidi difensori di conculcati diritti.
«Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.
«Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico.
«Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell'aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l'Italia in grado da far da sè.
«E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoja sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.
«Torino, 23 marzo 1848.
«CARLO ALBERTO.»
Il Governo Provvisorio da sua parte pubblicava il seguente proclama alla popolazione:
«Proclama!
«Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, racozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli errori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l'armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre le Alpi. L'abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso principe che volle all'impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta l'Italia, e sarà!
«Orsù dunque, all'armi all'armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l'ultima battaglia dell'Indipendenza e dell'Unione Italiana.
«Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.
«Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d'alto nome dell'antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell'epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all'armi italiane nella gran lotta della libertà.
«Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l'avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti meraviglia e vanto a tutta la nazione.
«Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch'esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d'essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.
«Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l'angoscioso servigio, sotto le verghe dell'Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore che fra breve sventolerà dall'Alpi ai due mari.
«Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de' vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell'umanità.
«Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.
«Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.
«Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.
«Dio è con noi: già ne 'l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta l'Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest'eroica settimana: Dio è con noi!—All'armi, all'armi! vinciamo un'altra volta, e per sempre.
«Casati, Presidente
«Borromeo Vitaliano—Giulini Cesare
Guerrieri Anselmo—Strigelli Gaetano
Durini Giuseppe—Porro Alessandro
Greppi Marco—Beretta Antonio
Litta Pompeo
«Correnti Segretario.
Milano era frenetica di gioja nella riavuta libertà: tutti accorrevano ad inscriversi nella Guardia Civica e moltissimi nei corpi volontarii. Per tutti i balconi sventolavano bandiere tricolori: dappertutto si cantavano canzoni patriottiche: fra questi era popolarissima il seguente inno nazionale scritto da Goffredo Mamelli e musicata:
Fratelli d'Italia,
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio,
S'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?...
Le porga la chioma,
Chè schiava di Roma
Iddio la creò:
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
Italia chiamò.
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perchè non siam popolo,
Perchè siam divisi:
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l'ora sonò.
Stringiamci, ecc.
Uniamoci, uniamoci;
L'unione e l'amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore:
Giuriamo far libero
Il suolo natio;
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può?
Stringiamci, ecc.
Dall'Alpi a Sicilia
Ovunque è Legnano,
Ogni uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano;
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I vespri sonò.
Stringiamci, ecc.
Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco
Bevè col Cosacco,
Ma il sen le bruciò.
Stringiamci, ecc.
Evviva l'Italia,
Dal sonno s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
Chè schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci, ecc.
De' morti nella rivoluzione non scordossi Milano, ma nel 4 di aprile seguente celebrò solenni esequie nella Metropolitana. Affinchè questa pietosa funzione procedesse con quell'ordine severo che la solenne circostanza richiedeva, alle diverse Magistrature e Rappresentanze era stato fissato di raccogliersi alle ore 10 precise del mattino in tre diversi punti della città onde portarsi in ordinata schiera al Duomo, e rendere così più solenne e maestosa la funzione. I punti di ritrovo erano il palazzo Marino, il palazzo Municipale al Broletto, e la piazza dei Mercanti in cui aveva posta sede la Società di incoraggiamento delle arti e mestieri. Per quella solenne circostanza vennero musicati da Stefano Ronchetti i seguenti versi di Giulio Carcano:
I.
Per la Patria il sangue han dato
Esclamando: ITALIA e PIO!
L'alme pure han reso a Dio,
Benedetti nel morir:
Hanno vinto, e consumato
Il santissimo martir.
Di que' forti—per noi morti
Sacro è il grido, e non morrà.
II.
Noi per essi alfin redenti
Salutiamo i dì novelli:
Sovra il sangue de' fratelli
Noi giuriamo libertà!
E sul capo de' potenti
L'alto giuro tuonerà.
Di que' forti—per noi morti
Sacro è il grido, e non morrà.
III.
Uno cadde, e sorser cento
Alla voce degli eroi:
Or si pugna alfin per noi,
Fugge insano l'oppressor;
E lo agghiaccia di spavento
La bandiera tricolor.
Di que' forti—per noi morti
Sacro è il grido, e non morrà;
IV.
O Signor! sul patrio altare
Noi t'offrimmo i nostri figli:
Scrivi in Ciel, ne' tuoi consigli
Dopo secoli, il gran dì!
Or dall'Alpi insino al mare
Tutta Italia un giuro unì!