CAPITOLO VII.
Nulla die sine linea. (Nessun giorno senza un disgusto)
Tale un proverbio ripetea spesso il saggio padre di Alfredo, e questi, suo figlio legittimo, poteva non solamente ripeterlo, ma anche cantarlo in musica.
Nella nostra esistenza vi sono giornate che ponno denominarsi fatidiche, memorabili!…
Vi nasce una contrarietà appena alzati dal letto, e prima di sera siate sicuri di un'altra mezza dozzina di svariate altre contrarietà. E' questione talvolta soltanto di nervi, locchè accade invece quasi mai agli individui linfatici. Talvolta le contrarietà, sarebbero, secondo i più superstiziosi (non accettati dalle scienze positive) effetto di predestinazione fino dalla nascita.
Ma noi chiameremmo più volentieri, e più verosimilmente, quelle contrarietà, fenomeni meteorologici, che indubbiamente hanno influenza sul sistema nervoso.—Questo sistema agisce a seconda sugli individui più o meno affetti dalla squisitezza dei nervi, e li rende con maggiore o minore intensità, ora disattenti, or precipitosi, ora irriflessivi, ora impazienti, e perfino violenti. Non si è mai saggi e calmi abbastanza. Di molte contrarietà, di molti effetti, pertanto, siamo cagione noi medesimi. Taluni mortali, sembrano creati appunto per fare le cose a rovescio.
E per stare in argomento, diremo che Alfredo potea dirsi l'uomo delle _Mille ed una notte_¹ cioè l'uomo delle avventure fantastiche od inverosimili, prodotte talora dal caso, e talora dall'indole sua. Di alcuna, in breve, io vo' narrarvi, scegliendo le meno impressionabili, e forse le meno uggiose . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
¹ Novelle arabe.—Storie del Sultano delle Indie.
….. Pochi anni dopo le famose cinque giornate di Milano, Alfredo aveva 16 anni all'incirca. Egli, collo scopo innocente di fare una visita autunnale a' suoi cari parenti d'ambo i sessi, villeggianti nei dintorni dell'Adda, imprende un viaggio pedestre, in forma sportiva, con sacco a spalle alla militare. Si dovevano percorrere dal domicilio di Alfredo 43 chilometri, ed alle ore 16, di quel Venerdì, 13, etc. egli ne aveva percorsi soltanto 34. É raggiunto da una carretta a quattro ruote, lunga lunga, somigliante più ad una capponaia che ad un veicolo comune.
La carretta era ingombra nella parte posteriore, di generi diversi; cioè risme di carta greggia per involti, zuccaro, caffè, formaggi e stracchini di tutti i prezzi, burro, paste assortite, tonno, arringhe, fichi secchi, due fiaschi di olio d'ulivo, petrolio, qualche pacco di bambagia ed altro, a cui aggiungansi due botticelle, una di catrame, l'altra di aceto. Un pizzicagnolo senza dubbio dei paesi vicini. Il peso sarà stato di circa tre quintali, il valore di circa 300 lire. Aggiungetevi i viventi come appresso ed avrete un carico sensibile.
Tre fanciulli dai quattro agli otto anni, stavano in piedi frammezzo a tutta quella mistura mercantile; essi cantavano, stuonando abbastanza, le patriottiche canzoni del quarantotto. «Addio mia bella addio, l'armata se ne va», dell'illustre Mameli, senza paura di inciampare nei ritornati gendarmi austriaci. Il loro presunto papà, faccia da cuor contento, cioè l'auriga ed il proprietario probabile di tutta quella merce e del traino, offre con espansione ad Alfredo un posto a cassetta vicino a lui, e quegli accetta senz'altro, onde stare seduto, dice, almeno gli ultimi chilometri del suo lungo viaggio, che, ormai lo aveva fiaccato.
Dopo circa un miglio di strada fatta a lentissimo trotto dal quasi esausto bucefalo, Alfredo ed il bottegaio sono già in perfetta confidenza l'un l'altro, talmente da lagnarsi senza riserbo, del restaurato paterno regime (che dovea continuare però fino al 1859). Il canto inesauribile di quei tre fanciulli di buona memoria, e dei due adulti il riscaldato colloquio, il volgersi frequente dell'auriga o per sorridere alle sue dilette creature virtuose della musica, o per sorvegliare forse, affinchè non mangiassero troppi fichi secchi tra una strofa e l'altra, furono causa che un carrettone di laterizi (il cui conduttore magnanimo filò poi diritto) violentemente urtasse, colla testa della sua ruota, contro l'asse delle due ruote anteriori della nostra caponaia ad uso carrozza, in modo da fare di quell'unico ente due parti.
E siccome poi il fatto ammirava precisamente là ove scorre senza riparo, alta e rapida la roggia B….., presso il paese di B…..e di S.to, così la parte posteriore della nostra carretta, coi tre bambini ed i generi diversi, rinculò per contraccolpo, facendo un'ardita curva colle due ruote rimaste e cadde nella roggia, perchè resistette agli sforzi onde trattenerla. Il cavallo intanto, lieto forse dell'alleggerimento di peso, proseguiva colla parte anteriore del veicolo. Alfredo ed il Pizzicagnolo, erano stati in tempo per balzare a terra, mentre quei poveri fanciulli si dibattevano nell'acqua alta un metro. Nè ci voleva altro per farli smettere dalla cantica illustre. Ma S. Giovanni Nepomuceno che protegge dagli affogamenti, in concorso di Alfredo e del disperato padre, operò il miracolo a pro' di quegli innocenti…. Tutti salvi… Fù però un momento orribile, perocchè il pericolo era stato gravissimo… Non si muove foglia che Dio non voglia, secondo la fede, chè se quel galantuomo fosse stato solo sulla carretta, certamente il più piccolo dei tre fanciulli sarebbe affogato. Essi però erano là sdraiati sulla riva, coi lunghi capelli bagnati, e sparsi sul volto, in modo che non si riconoscevano più. Quanto ai generi diversi è inutile dirlo, venivan travolti dalla corrente colla retroguardia del sacco militare ben provveduto, proprietà del neo artista. Pochi momenti dopo il fatto, sopraggiungeva brillo un lungo corteo di sposi, che aiutò bensì a trarre sull'alta ripa la mezza carretta, ma poi quei buoni popolani, allettati forse dall'idea di un prossimo gaudio migliore, lasciarono il nostro dramma e cantarellando, proseguirono la via verso il vicino paese. Noi crediamo, del resto, che il punto saliente del disastro, giungesse poco dippoi, inquantochè il nostro pittore in erba, anche lui cuor tenero, visto il pizzicagnolo seguire a gran passi il non più raggiunto cavallo fuggitivo per fame, e visti i tre fanciulli piangere e tremare dal freddo, li caricò su quel residuo di omnibus, trascinandoli trafelato fino alla loro dimora, senza mai trovare un cane che porgesse aiuto. Sette chilometri peggiori dei 34 di prima. Era propriamente il caso di recitare «ahi dura terra perchè non t'apristi» se Alfredo ne avesse avuto lena. Oh! infanzia beata; il credereste, dopo un mezzo miglio, e per la gioia di avvicinarsi sempreppiù al loro focolare ove la mamma attendevali coi generi diversi, quei tre fanciullini ripresero imperterriti la primiera canzone patriottica, come se nulla di nuovo fosse accaduto. Alfredo, quasi avvilito, lasciava fare, pensando ai buoni auspici, coi quali era iniziata la sua tanto ambita villeggiatura. Disceso al grado di bestia da soma e da tiro egli và ma senza armata!….—Conclusione: Giunto Alfredo a notte fatta, in mezzo a' suoi cari parenti milanesi d'ambo i sessi, narrò loro dell'avvenimento, trovandovi più ilarità che spavento o compassione¹, e ballò poi con fanatismo fino a tardissima ora, in forza de' suoi 16 anni.
¹ Se cade una bestia ci sentiamo commossi, se cade un'uomo, noi ridiamo.
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E una…..
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….Alfredo ha 19 anni…. Compiuti gli studi di pittura all'accademia di P., lavora giá discretamente ad olio, acquarello e carboncino, in ritratti e paesaggi, e ritorna a convivere, nel paese natio, colla famiglia paterna. Passeggiando però egli ogni sera, sulle amene sponde di quel Lago, vedea, semi nascosta dietro le persiane, Letizia, una piacente ed espressiva fanciulla. Presto e volentieri quei quattro occhi si incontrarono, creando una corrente elettrica, di soddisfacente potenza. La ninfa pudica non vorria essere la prima a far sapere della propria attrazione magnetica verso il Pittore, per cui Alfredo, che istintivamente ha compreso, si slancia pel primo, e speriamo che si vada a finir bene.
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Dopo parecchie sere di reciproca corrispondenza epistolare, senza posta e francobolli, perocchè le lettere volavano dalla piazza alla finestra e dalla finestra alla piazza, ravvolte in fazzolletti col solito sassolino, Alfredo ottiene un convegno notturno, innocentissimo del resto, perchè la fanciulla sarebbe stata al verone ed il giovane su di un alto muro coi gomiti appoggiati al verone medesimo. Romanticismo puro e niente altro. E siccome la Luna è talora incommoda ai convegni amorosi, fu scelta, di comune accordo, una delle notti buie di Novembre. Se non chè, pochi istanti dopo, per effetto di una interna chiamata dell'infermo di lei parente, la fanciulla deve chiudere in fretta le imposte, troncando bruscamente l'Idillio.
Vacilla Alfredo, ed onde non mettersi in trappola col saltare nel cortiletto interno, salta invece all'indietro verso la piazza, ma in luogo di sentire la dura terra sotto i piedi, sente sotto di essi un corpo elastico, un corpo quasi rotondo ed ode un grido. Era di un corpo umano sottoposto ad altro corpo umano che veniva dall'alto siccome lo Spirito Santo. I due corpi per l'equilibrio perduto, naturalmente stramazzano e lasciano ciascuno, sul terreno, il rispettivo copricapo. Cioè una beretta da prete, ed un cappello alla pouffe. Quello della berretta era un mezzo santo, tutto concentrato nel pensiero della destinazione dell'anima di una vecchia moribonda a lui affidata e che in quel momento, per suo ministero, esciva sulla piazza, quello del cappello, era il nostro Alfredo, il quale per la suesposta interruzione, s'ebbe incolumi le gambe mentre il povero pretino si ammalò per lo spavento.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E due! . . . . . Siate sofferenti, o lettori!. . . . . . ne abbiamo ancora un'altra sola e basterà . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lungi una ventina di miglia dalla città di N. N. siede al sud il paese di K….. Un nuovo ideale seduce il nostro Raffaello. Vi andrà a cavallo, così per variare, e per la gentilezza dell'amico Conte X….., che desidera si provi un suo nuovo Pony da sella. Fine Maggio, partenza ore 20, arrivo presunto ore 24, cioè l'ora intesa. Età del cavallo anni 4, suo valore L. 4000. Età del cavaliero anni 22. Senza valore. Di passo in principio, di trotto poi, di galoppo in fine, il viaggio è compiuto qualche minuto prima delle 24.
Per motivi di reciproco rispetto, il campione delle crociate, lascia il sudato destriero fuori dell'abitato, attorcigliandone la briglia ad un pioppo. Il fiume Giordano non vi era. Deserto e muto è il paese di K….. I lampioni già spenti. Il pescatore di idillj, procede cauto, verso la meta vicina, mancano ancora pochi passi, e potrà baciare la mano alla sua sospirata Clorinda.
Se non chè….. due occhi di bragia splendenti fra le tenebre, lo arrestano di colpo….. Era un cagnaccio da pagliaio, girovago, che gli brontolava alle calcagna.
Nello stesso tempo lampi non interrotti e nuvoloni di pessimo augurio, presagivano imminente l'uragano. Pare che l'idillio, al nostro secondo Raffaello incominci male! Nè il cagnaccio di pelame oscuro si allontana ad onta dei furiosi calci sferratigli da Alfredo, anzi urla disperatamente, assecondato da parecchi botoli, che, più di lui recan molestia. Già Alfredo, è più del cagnaccio rabbioso, e nella sua ira, lo stringe alla gola con mani nervose e forti. Il cane grosso, a quella stretta, si ammansa alquanto gemendo, ma i botoli liberi, ostinatissimi nel latrare, hanno richiamato ai balconi, qualche lumicino, forse di gente sospettosa di qualche impresa ladresca. La pioggia a catinelle intanto viene a portare il cosidetto colpo di grazia, siccome fa la cavalleria dietro il nemico fuggente, dopo una battaglia vinta…..
Ahi misero Rinaldo….. tutto sommato, ti è giocoforza rinviare l'impresa colla sospirata Clorinda, ad altra meno infernale occasione…..
Ritorneremo al Pony, decide, umiliato Alfredo, ma vedi altra dolorosa sorpresa!….. Al pioppo non trovò che la sola briglia. E il cavallerizzo?…… Venti miglia a piedi di notte per ritornare a casa, co' suoi speroni, col suo fouet e con una briglia altrui…..
E tre . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La sera del giorno seguente, trovatosi Alfredo, col Conte X… sul corso della suaccennata città, potè stabilire che il cavallo inglese aveva il vizio di scappare, cavandosi prima la briglia. Quell'intelligente animale, all'incontro, era ritornato di carriera alla sua cara stalla rifacendo la lunga strada dianzi percorsa….. Pochi giorni dopo, Alfredo, visitò, per convenienza, il Pony, in scuderia, ma questi, per la sua memoria di ferro, o forse perchè alleato del noto cagnaccio, gli mandò un calcio nelle regioni meridionali, scansato per miracolo, dal destinatario. I pittori a lungo andare, non sono tanto sfortunati!….
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Oh! i bei tempi antichi, in cui i convegni galanti avvenivano durante una caccia alle belve, fra lampi e tuoni, come quello di Enea e Didone, nella famosa grotta, da Virgilio splendidamente descritto.
. . . . . In questa il cielo,
»Mormorando turbossi e pioggia e grandine
Diluviando d'ogni parte in fuga
Ascanio, i Teucri, i Tiri, ai più propinqui
Tetti si ritirano; e fiumi intanto
Sceser da monti ed allagaro i piani,
Solo con sola Dido Enea ridotto,
In un'antro medesimo s'accolse.
Diè di quel che seguì la terra segno,
E la pronuba Giuno. I lampi, i tuoni,
Fur de le nozze lor le faci e i canti.
Testimoni assistenti, e consapevoli
Sol ne fur l'aria, e l'antro, e sopra 'l monte
N'ulularon le Ninfe . . . . .»
Annibal Caro—Eneide di Virgilio
libro IV per.º 11.º.
Ora quei convegni, sono al riparo dalla pioggia, dal vento, dal sole, e da altri pericoli, e perfino le tenebre, talora simpatiche, sono respinte dalla luce elettrica. In luogo delle grotte, abbiamo dei camerini addobbati, in luogo dell'aria, del monte, della foresta, e della pronuba Giuno, guide, testimoni, protettori dei sublimi innamorati abbiamo valletti retribuiti, d'ambo i sessi, e segreti infino a che non mutano padrone…..
….. Alfredo però dovea pensare qualche volta secondo il costume moderno più ragionevole, perocchè a lui, la notte, l'uragano, i cani feroci ed il baiardo che fugge senza briglia, non hanno giovato in verità. Oh! ma Alfredo alla prima occasione farà lo stesso…..
E noi, avendo sacra la vita dei nostri lettori faremo loro grazia del racconto dettagliato di tutte le cadute di Alfredo dall'alto, e della mezza dozzina di ribaltate per fortuna incruente, delle drammatiche grassazioni finite senza morte o ferita, e con limitato dispendio, delle ingiustizie subite senza irreparabile danno, dei naufragi miracolosamente scongiurati, delle bastonate deluse, e di tre brevi arresti per tre mal'intesi. E finalmente, dopo quanto sopra, qual meraviglia se Alfredo, in una città lombarda, all'età di 13 anni, era anche Venerdì, si avesse strappata una falda del suo primo palmerston nuovissimo, in causa di una troppo frettolosa scantonata di un vandalo garzone fabbro, che teneva in mano, due vecchi spiedi? Quegli inoltre cantava correndo….. Fatalità, fatalità.
PARTE 1ª
CAPITOLO VIII.
Il Veglione.
Sono vicine le dieci. Il Ballo di Beneficenza che si dava nel Carnevale 18.. al Teatro Comunale di B…… cominciava soltanto in detta ora a farsi animato.
Molte Signore e Signorine nei palchi. Toilettes femminili semplici, ma di molto buon gusto. Una folla di allegri giovanotti, molti uomini maturi che potrebbero restare a casa coi loro bimbi.
Qualche vecchio non ancor convinto. Varie mammine imbronciate non si sa perchè e finalmente una scelta orchestra. Vi era anche Alfredo poco lieto, e non danzava per anco. Pare che aspetti qualcuno o qualcuna che non viene mai.
Ma eccola, Violetta, giunta in palco in quel momento, con due suoi congiunti. Prima fila sinistra, N. 13. Qualche supestizioso proponeva di togliere da tutti i teatri il N. 13; e di conservare quel numero quando si fosse trattato di tredici milioni, invece di dodici, i quali arrivassero pure in Venerdì.
Violetta era bella e più elegante in quella sera, ma si potrebbe giurare, che appena giunta in teatro, non avesse il solito suo umore giocondo (nervosismo). La maggior parte delle donne, quando si tratta di balli, di soirees, diventa nervosa—o per incidenti nel vestito, o per qualsiasi altra contrarietà intima.
Le signore e le Signorine vorrebbero e non vorrebbero andare alla festa e talvolta finiscono coll'andarvi, ma tardi, ma di mal umore. Violetta ballava a meraviglia…… Fatta dal suo palco una rivista in platea (ridotta come di consueto a sala da ballo) corrispose con un leggiero segno del capo al saluto dell'amico pittore, ma Alfredo per la malaugurata perspicacia degli innamorati concepì il sospetto, come la Signorina Violetta, si occupasse di cercare collo sguardo, un'altro individuo, di sfoffa più appariscente, non ancora forse entrato in teatro. Vanitas vanitatum et omnia vanitas, pensò Alfredo. Ma chi potrà essere colui che Violetta attende? Cocciuto, in quella sua idea gelosa, Alfredo cominciò a fare il permaloso, a girare sù e giù, inquieto, pei corridoi, a spiare la porta d'ingresso alla platea e contemporaneamente il palco di Violetta. Nè per quella sera egli andò nel palco Giacinto.
Entrava, in quel mentre in teatro, Cirillo Buonpensieri, giovane scultore, amico d'infanzia di Alfredo. Un simpaticone, pieno di arguzie—leale di carattere e di mente concreta. Abbracciò il suo Alfredo, si accorse del di lui pessimo umore, non ne fece gran caso, perchè lo conosceva assai.
Cirillo, senz'altro, prese a fare un valtzer con una Signora colossale, di mezza età, ma dovette fermarsi due volte per respirare, giurando in suo cuore, di non ballare più con quell'omnibus vivente. Entra in quel momento, a valtzer finito, un conoscente; è il Commendatore Sig. Aringa; uomo di mezza età, esile appunto come il suo nome, vestito sempre con ricercatezza—languissant di tutte le eleganti signorine della Città. Un buon diavolo, in massima. Peccato che si permetesse facilmente di pigliare in giro certuni suoi conoscenti, dei quali era forse invidioso.
L'invidia è una droga, che entra in tutte le pietanze, e non v'è anima al mondo, che non l'abbia assaggiata. Comincia dall'infanzia; voi la vedete anche fra bambini quando si rubano l'un l'altro un dolce, od un giocattolo. Vita mortal, tutta d'invidia piena scrive l'Ariosto. Naturalissimo pertanto che un pochino d'invidia, nutrisse anche il buon Commendatore.
…. Un grande inchino, con saluto, al palco di Violetta, la quale corrisponde con altrettanta espansione. Aringa detto fatto, va nel palco della signorina e ritorna poco dopo, in platea, con essa, per ballare la polka.
Ecco l'individuo che Violetta cercava appena giunta in palco, pensò Alfredo, e credesi indovinasse. Se Violetta mi avesse salutato meno freddamente, avrei ballato io con lei, pel primo. Ambiziosella! Tienti il tuo decorato commendatore, chè, già le altre signorine non ti invidiano. Esso, prima che a te ha fatta la corte a tutte loro, per sistema, e poi quando assenti, le critica a meraviglia; meno male che lo fa soltanto per taluna goffaggine, o per la loro discutibile bellezza!….. Alfredo, del resto già pentito, (per la gentilezza dell'animo suo) trova casuale il fatto e non progredisce nei dubbi sulla bontà di Violetta. Gli rimane in corpo, soltanto, la solita gelosia dell'ignoto. Bisogna escire a pigliare il fresco, caro Tamas (il moro innamorato nella Gemma di Vergy). Converrà bere un bicchierino, disse Cirillo, che tutto aveva veduto e compreso. Alfredo accetta, ma di mala voglia, perchè brucia di gelosia e vorrebbe restare, diremo sempre di guardia in teatro.
Cirillo ed Alfredo bevono una mezza bottiglia di Barolo, al vicino restaurant. Cirillo che vuol cantarellare e non ne imbrocca una, intuona l'aria del contralto, nella Maria di Rohan,«A quel che par, a giudicar, son le Lucrezie rare a trovar.
Per Cirillo quell'aria è simpatica, ma Alfredo lo prega a smettere, perchè mi guasti l'udito, osserva, e freme di ritornare al veglione. Ma se non balli mai stasera, gli grida Cirillo! Ballerò, sta buono, e presto e con delle ballerine cortesi e belle—conchiuse nervoso Alfredo—ritorniamo dunque in teatro, mio otellissimo, fece ridendo, Cirillo. I due amici sono già rientrati in platea, dov'è riposo momentaneo del ballo, mentre però non cessa l'andirivieni. L'ambiente si è riscaldato; si odono sonore risate. L'allegria, come sempre, è cresciuta. Ma ormai la mezzanotte è vicinissima, e molti si dispongono a partire per la cena di rito. Buon appetito, specialmente agli uomini!!!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Le signorine, morrebbero di languore, piuttosto che perdere un ballo, ma è giocoforza che seguano i loro capi di famiglia, per le solite convenienze sociali. Esce anche la famiglia Giacinto e con quella il Commendatore. Questi nel vestibolo del teatro, incontra Alfredo, vuole scherzare, come al solito, dicendogli: Ma voi non avete ancora ballato colla signorina Violetta?
Alfredo, che sogna forse di veder accompagnate quelle parole, da un sardonico sorriso, risponde iroso: Io non invidio il vostro titolo di Commendatore. Quegli che per verità non si aspettava una tale apostrofe, rimane interdetto, si morde le labbra e… sarete voi, un… dice, ma per non fare scandali, preferisce seguire la famiglia suindicata che va a cena. Provvederò domani, mastica fra i denti, ed intanto va a cenare nella ospital casa, senza molto appetito…
Scusami, ma tu hai torto (dicea Cirillo ad Alfredo, mentre cenavano alla trattoria, la quale, causa la folla impreveduta, serviva lenta ed era esausta di provviste). Bisognava ribattere, con disinvoltura, lo scherzo del Commendatore, fosse pure fatto con intenzione, e non trascorrere all'ingiuria. Ma che c'entra Violetta, ma che c'entra il sig. Aringa? Non ti sei accorto, che si tratta di abitudine per parte del secondo e di un po' di vanità per parte della prima? soggiungeva Cirillo. Queste sono simpatie e calori che durano 24 ore al più! Non hai ancora imparato, essere forse i di Lei parenti quelli che preferiscono Lui a te? Poniamo che sia, per un'embrione di aristocrazia borghese, che guarisce presto. Violetta sposerà anche un giovane povero, basta che le piaccia, ed io spero e desidero, da buon vivant, che non affoghi in un cucchiaio d'acqua, come talvolta, sebben raramente accade…. Sovvienti spesso della storica antica risposta; Se Messene piange, Sparta non ride; ed impara il proverbio: Si vous la suivè elle vous fuit e viceversa, mio buon amico, e ridi una volta buona, come faccio io, che mi chiamarono dalla nascita: Buonpensieri. Folle, tu credi che tutto il mondo sia felice al tuo confronto—e se pertanto domani vi sfiderete, penserò io a riconciliarvi, previe le solite noiose pratiche per ritrattazioni, rettifiche etc. e senza bisogno, in caso di duello, di quelle successive strette di mano, che si usano, in stile cavalleresco, fra i due individui in collera, dopo aver essi tentato invano di sbudellarsi!
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Sono già le due dopo la mezzanotte. Nè il Commendatore, nè la famiglia Giacinto ritorneranno al veglione. E di tale assenza Cirillo ed Alfredo, già in platea, subito se ne accorsero. Alfredo, quasi sollevato, per quella mancanza, chè prima aveva una pietra sullo stomaco, disse, meglio così, e si diè tosto a ballare disperatamente, anche cogli uomini corpulenti, fino alle 5 del mattino, quando il teatro cominciava a vuotarsi delle persone meno inebbriabili.
Quelli che hanno cenato meglio, siano pure anche donne, sono sempre gli ultimi a lasciare i veglioni, e gli estremi, definitivi balli, non sono più danze, ma una vertigine spaventosa….. Il buon vino, è più eccitante, si crede da molti, di una buona orchestra.
Alfredo e Cirillo, escono finalmente anch'essi. Corrono alle rispettive dimore, dopo una cordiale stretta di mano. Alfredo si abbandona vestito sul letto, e non dorme. Se un momento resta assopito, pensa a quella sua eterna Violetta. Sogna di chiederle scusa, (di che non si sa). Volea lagnarsi di lei ma no'l può, e finisce come al solito, col tentare di darle un bacio tremante, senza esito felice. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In quella sera pertanto, meno l'avarizia, che, era rimasta in casa malata di compiacenza, al dire dei buoni contadini, erano andati al veglione anche i quattro ladri della pace, cioè l'amore, la gelosia, l'ambizione e l'invidia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La cena in casa Giacinto, andò così, così, quanto ad allegria. Tutti ebbero scarsa loquacità. Il Commendatore sembrò ai convitati alquanto preoccupato. Violetta fece gli onori di casa senza la solita disinvoltura, e finì per mangiar poco, e bever nulla. Nessuno dei più anziani, propose di ritornare al veglione dopo cena, per cui alle due dopo mezzanotte o poco più, casa Giacinto, aveva già spenti i lumi, disposta ad aspettare, dormendo, il nuovo sole. Il signor Aringa andò al suo alloggio in carrozza; il suo cocchiere si rivolse due o tre volte, per chiedere al padrone, cosa comandasse, perchè gli pareva di essere stato chiamato, ma invece il Commendatore, non aveva chiamato alcuno, aveva brontolato fra sè per il noto incidente con Alfredo. Decise però di volerne soddisfazione.
Violetta pure si ebbe, durante la notte, il suo incubo. Le sembrava che le Furie, strappate le coltri, la trascinassero per la treccia, intorno alla Camera. Svegliatasi alfine a giorno fatto, chiamò i suoi, che la trovarono inquieta e lievemente febbricitante. Ma, un cordiale, ed un po' di riposo ancora, Violetta si ristabilì in breve, senza l'opera di sanitario.
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Tre giorni dippoi, correva la voce, come la Signorina Giacinto, fosse partita, a visitare alcuni suoi parenti lontani, onde migliorare di clima, e quella voce non era una delle solite fole.
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La mattina dopo il veglione, mentre Alfredo stava vestendosi, entrò nella sua camera Cirillo piuttosto eccitato. Egli sapeva della imminente sfida. Te l'aveva detto ieri sera, o mio—Guerra a fondo—che la tua era stata una deplorevole imprudenza? So di certo che fra mezz'ora, tu sarai sfidato a duello! È quanto desidero da tempo; disse Alfredo, è quanto voglio. Ma ti prego, mio Cirillo, non facciamo melensaggini. Siamo intesi; non le solite convenzionalità cavalleresche, che, in fatto di duelli, sono di troppo, e rasentano la buffoneria. Morire o l'uno o l'altro.
Cirillo alla vista di quella faccia d'ira livida ebbe paura, e tosto, per mettere, secondo la consueta sua bonarietà, possibilmente, un po' di acqua sul fuoco, provò a dire, con flemma. E che muoiano anche i padrini. Alfredo, non potè sorridere, tanto era inqueto. Cirillo allora, giovane di cuore e di pronto ingegno, soggiunse: giacchè tu vuoi così, ritorneremo, ai vecchi costumi della antica Grecia, o dei popoli Indiani. Lascieremo in disparte, per un momento, la moderna cavalleria, e ricorreremo alla barbara cicuta, od all'acido prussico moderno. Inutile pertanto la spesa di sciabole, di fioretti, di pistole, di carabine. Due misere pillolette, allestite dal nostro amico vice speziale Brichetti, e tutto, in pochi minuti, sarà finito. Sei contento così? Altro rimedio non v'ha, perchè noi non siamo esperti nella scherma e le pistole possono tirare storto ammazzando invece qualche innocente passeggero. Una Pillola dunque col veleno, l'altra senza. Se muore il Commendatore avrà cessato di corteggiare le Signorine, se morirai tu, avrai finito di essere innamorato fino nella suola delle tue scarpe. Cirillo era una gran testa e trovava lì per lì, espedienti famosi. La sfida venne, pochi momenti dopo. I padrini del commendatore furono due ufficiali della Territoriale; quelli di Alfredo—Balena e Cirillo.
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Il vice farmacista signor Bricchetti Galeno (questo il suo nome di battesimo, che i lettori ancora non sapevano) fece un balzo all'indietro, (come quello tanto noto di Don Abbondio), quando udì proporsi da Cirillo la confezione di una pillola avvelenata. Non aveva tosto indovinata la intenzione di Cirillo, e senz'altro, se ne schermì non senza meravigliarsene. Ma quando comprese meglio le sibilline frasi di Cirillo, acconsentì sorridendo e raccomandandosi, del resto, ad ogni buon conto, per il più profondo segreto. Non si sa mai, diceva! Siamo in tempi molto rigorosi per le farmacie!
Le due pillole identiche, saranno allestite fra un'ora; e lei signor Cirillo verrà a ritirare il pacchetto, con patto, ripeto, del massimo riserbo…
Il seguente mattino, i due nemici, all'ora precisa, erano sul terreno. La località, dietro il muro di cinta di nord, del cimitero della città.
Non poteva scegliersi miglior luogo, per la ragione, che uno dovea restare cadavere, ed all'istante, per la efficacia dell'acido prussico.
I due ufficiali eran là seri, impettiti; Balena era più pallido dei morti. Cirillo, fingeva distrazione. Alfredo ed Aringa, non si guardavano, ma dimostrarono grande risoluzione.
Se non chè Cirillo, al punto di procedere, coll'intervento degli altri padrini, alla scelta del numero pei duellanti, onde poi scegliessero per primo o secondo l'una delle due pillole, propose, che, contrariamente all'uso, avessero i duellanti a stringersi la mano, prima del duello.
Nessuno oppose diverso parere, ed ecco il Commendatore ed Alfredo a darsi la mano a vicenda. Quelle due mani, però non si staccarono sì presto, ed i duellanti chiedendosi reciproco perdono, si abbracciarono commossi, lasciando ciascuno cadere dagli occhi due goccie limpide, che assomigliavano a brillanti davvero non chimici!
Lord che era dovunque, come l'aria, alla vista di due pillole di pasta, gettate a terra da Cirillo, si affrettò ad ingoiarle. Non allarmarti Alfredo, disse Cirillo! Nemmeno Lord ne morirà, perocchè in quelle due pillole era soltanto farina bianca con zucchero!
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Un breve turbine, finito serenamente per la bontà d'animo di due uomini, che avevano fatta a vicenda, od un'erronea interpretazione, od una imprudenza e per la ingegnosa trovata di un sincero amico.
«Honny soit qui mal y pense!»
(Vitupero a chi pensa male!)