APPENDICI

APPENDICE A IL VANTO E IL LAMENTO DELLA CORTIGIANA FERRARESE[584]

IL VANTO

Venite, o cortegiani e lieti amanti,

Ogni signore, principe e marchese,

Sentir mia gloria e fama tutti quanti.

Io son quella famosa Ferrarese,

Che porto el vanto, lo scettro e l’onore

Di beltà e pompa, gentile e cortese.

Io sento tanto gaudio nel mio core,

E ne la mente infinita dolcezza,

Tra l’altre essendo di bellezza il fiore.

Tanto in me regna amore e gentilezza,

Con dolce e lieta faccia ed atti fieri,

Ch’ogni signor per me ciascuna sprezza.

Io ho duo occhi più che corbo neri,

Che chi li guarda resta stupefatto,

E prigion fassi a me ben volentieri.

Il ciglio ho raro, ch’è sottile e tratto.

Le labra di corallo e ’l dolce riso,

D’onde resta ciascun preso e legato.

La bella fronte, il rilevato viso,

E ’l naso profilato infra due rose

Hanno a molti signori el cor reciso.

La lingua ho chiara in proferir le cose,

D’avolio i denti, e l’alito suave,

Che chi ne gusta fa mettersi in crose.

La mia bocchina dolce è una chiave

Ch’apre le borse e fa chiamar mercede,

E rallegra chi fussi in doglie prave.

La gola ho d’alabastro, a la qual cede

La neve, e ’l petto, e l’acerbe pomelle.

Che strugger fan ciascun che quelle vede.

Le parti ho poi secrete più che belle:

Come ognun pensa tal dolcezza hanno,

Che muor di voglia chi ben pensa quelle.

Le bianche mani que’ be’ lavor fanno;

Mia leggiadra persona e ’l picciol piede

Metton ciascun signor in doglia e affanno.

Di quindici anni son, come si vede,

Grassetta, morbidina e solazzosa,

E la prova ne faccia chi nol crede.

Benigna, saggia, accorta e graziosa,

Domestica, piacevole e galante,

Ch’ogn’altra presso a me par brutta cosa.

D’oro, velluto, seta ho veste tante,

Con fine pietre e perle lavorate;

Assai n’ho più de l’altre tutte quante.

D’oro e di seta camice increspate

Di finissima rensa ho più di cento,

Con calze e scarpe a più fogge tagliate.

E per mostrar mia pompa e valimento

Al collo una catena porto tale

Che val ducati d’oro almen dugento.

Un’altra non conosco a me eguale,

C’habbi la casa come me fornita

Di pane, legne, vino, olio e sale.

Una credenza ho d’argento forbita.

Le tavole, le mura, panche e casse

Di tappeti e d’arazzi ognun vestita.

Ho di panni di lino le gran masse,

Più che candida neve delicati,

Ch’ognun che quelle vede stupefasse;

Tutti di fin profumo profumati;

Zibetto e muschio in copia ho tuttavia,

Che da più gran signor mi son donati.

Non può dove son io esser moria,

Tanta suavità e tanti odori

Adosso porto per galanteria.

Sempre son con gran principi e signori

A feste, a comedie, a suoni e canti,

Con molte mie fantesche e servidori.

Beati son per me tutti gli amanti;

Ognun servitor m’è ed io signora,

Signora a dar la berta a tutti quanti.

Ognun per me si distrugge e divora,

Ciascun mi profferisce argento ed oro,

L’alma e la vita offerendomi ancora.

E per far noto a tutti il mio lavoro,

Un sacco di danari ho in mia balia,

Dove tengo per mio miglior ristoro.

Una mensa da re ho tuttavia,

Abbondante di quaglie e di capponi

Con pernici e fagiani in compagnia.

Pollastri, fegatei, torte e piccioni.

Con savor bianchi e neri, e con guazzetti,

Insieme con molti altri buon bocconi.

Vin bianchi e ner delicati e perfetti,

Trebbiani e malvagia e marzapani,

Con più sorte infinite di confetti.

Ogni vil ragazzin piene ha le mani.

Ogni fantesca ed ogni servitore;

Il dirò pur, ne mangian fino a’ cani.

Ed ho infra gli altri mia un corridore,

Che chi cercassi el mondo tutto quanto

Non potrebbe trovarne un più migliore.

Ed infra l’altre i’ mi glorio e vanto

Da letto una coverta sì sfoggiata

Che mai n’ebbe sì una el papa santo.

Una carretta ’i ho d’oro intagliata

Con arabici gruppi azzurri e bianchi,

Ne la qual vo a solazzo alcuna fiata.

Come Amore che tien saetta a’ fianchi,

Così mentre guidata ci son io

Da sei destrier via più che neve bianchi.

E per veder el vago corpo mio

Da usci e da balcon gente infinita

Corre a veder con gaudio e con disio.

Ed io con faccia angelica e gradita

Del bosco uscir farei e dir mercede

Ogni selvaggio ed antico eremita.

Tiensi felice ciascun che mi vede,

Beato è quel che tocca questo viso,

E santo chi servir mi può con fede.

Pensa poi chi con festa canto e riso

Del mio giardin la libertà gli è dato:

Esser non vorria già in paradiso,

Nè qua giù con nessun cambiare stato.

IL LAMENTO

Oimè, ahimè, deh Dio, ahi cieli, oh sorte!

O martoro infernal, morbo francese,

Che impaurita fai fuggir la morte!

O gente più che ingrata e discortese,

Non conoscete voi me poverina,

Famosa cortigiana ferrarese?

O Matrema non vole, o Lorenzina,

O Angela, o Cecilia, o Beatrice[585],

Sia vostro essempio omai questa meschina.

Già fui [sì] favorita e sì felice!

Vestiva d’oro anch’io; mo un sacco grosso:

Le starne odiavo, or bramo una radice.

Già preziosi odor portavo addosso;

Or solfo, argento vivo, empiastro al male

Tal che appena sofferir nol posso.

Foglie di cavol son il bel trinzale[586],

Le perle son le bolle, gomme e doglie,

E vado mendicando a lo spedale.

Già me cavai anch’io tutte mie voglie,

Fe’ ammazzar tori e braveggiar corsieri;

Or sangue, marcia son mie pompe e spoglie.

Sempre era tra signori e cavalieri,

A pasti, a comedie, a suoni e canti;

Or staria in una stalla volontieri.

Beati eran per me tutti gli amanti,

Ognun servitor m’era ed io signora;

Or mi mostrano a dito tutti quanti.

Dormivo in seta, e ora al vento fuora,

Sotto a le panche, e son cacciata via,

E le camere d’or schifavo allora.

Corsi, grechi, trebbiani e malvasia

Non mi contentâr mai; ora m’avveggio

Che de l’acqua d’un fosso ho carestia.

Già de ciascuna fecemi motteggio;

Ognuna or beffan me con dir: tu stai

Male al possibil; tu starai ancor peggio.

Così invecchiando alquanto dechinai,

E die’ principio a camere locande,

E ben dua anni in quel me sustentai.

Oh Dio, ch’io moro! ahimè, che dolor grande!

Trista me, contarò tutti i miei danni

E le mie intollerabili vivande.

Dico che non passò da dui altri anni

Ch’io fallii alloggiando, e ritornai

Ruffianando altrui, lavando e’ panni.

Così mancando in van tormenti e guai,

Crescemmi sempre questo mal crudele;

Un tempo in le taverne cucinai.

Ah Dio, che quest’è ancor più amaro fele,

Che l’ultimo rimedio mi fu tolto,

Chè i frati e non più noi vendon candele.

Ma al dispetto di me non sarà molto

Che seguita sarò ne la carretta,

E al mio somigliarà qualche bel volto.

E se non imparate la recetta

Ch’io v’insegno, superbe cortigiane,

Ponte Sisto e il spedal presto v’aspetta.

Procacciatavi aver oggi, domane,

Un grosso, un giulio, quel che voi potete,

Altrimenti accattando andrete il pane.

Sempre i signor non s’hanno, e voi ’l sapete,

Che donino el tesor liberamente,

Sì come spesso fa chi dà in la rete.

Servite volentieri ad ogni gente,

Contentate chi viene a solo a solo,

Perchè meglio è qualcosa ch’aver niente.

El mio rimedio non vi ponga duolo,

Perchè ho provato che tal volta dona

Quanto un gran ricco un povero acquaruolo.

Sì che degnative d’ogni persona;

Non fate la signora in gloria e in gioco

Qual io, ch’or più per nulla non son bona.

Questo felice tempo dura poco;

Vien meno il carnevale e la stagione,

E spesso in casa non v’è pan nè fuoco.

Or parte la fantesca, ora il garzone;

Or s’impegna la vesta, or le catene,

Poi per tributo andar spesso in prigione.

Ma i sbirri a voi aggiongon maggior pene:

Del Populo la strada al sudor vostro[587]

Pagarvi è forza, e stavvi molto bene.

Io vi parlo el vangelo e ’l pater nostro:

Raffrenate la gola e gale tante,

Se non, qual io retornerete un mostro.

Non li tappeti a le finestre avante;

Lassate le gran case e gran palazzi,

Chè le pigion vi mangian tutte quante.

Ognun vol le fantesche, ognun ragazzi;

Non si può vivere e sempre si stenta;

Non son, come eran già, gli uomini pazzi.

Chi di quello che può non si contenta,

Gli è forza rovinar senza riparo,

E ladra al fine, o mendica diventa.

Il pelar cigli, el belletto sì caro,

Le ribalde judee comprar vi fanno;

Lasciatelo in malor, siavi discaro.

L’acque, i zibetti e le mesture danno;

Livida e grinza fan la bella faccia,

Ch’è ’l principio del vostro longo affanno.

Così non avesse io questa rognaccia

Come gli è vero, e tanta carne guasta,

Del che ognun dice: ch’el bon pro ti faccia.

Non vo’ dir più, per mo questo vi basta.

Ohimè le doglie, oh maledetta sorte!

Che piaghe ho io che va un linzol per tasta!

Può far il ciel che in tutta questa corte

Non sia un sì vago del mio seno

Che non m’ajuti a qualche strana morte?

De limosina alcun non venga meno,

Non già per sostentar più questa vita;

Ma per comprar un bicchier di veneno,

Acciò tanta miseria sia finita.

Qui jace un corpo molto delicato,

Di beltà e di pompa unico in vita;

Or ne l’inferno purga il suo peccato.

APPENDICE B MATTINATA[588]

E’ no vorave za, se mai podesse,

Instizzarme con ti, Catte sorella,

Perchè ti sa ben ti che me recresse

Con donette par toe zuogar de mella;

Ma despuo che le berte se sì spesse,

L’è forza che te rompa la favella,

L’è forza, a fede, che zuoga de tonfo,

Zo che ti vedi che mi no son zonfo.

Mi ghe n’ho sopportae pi de cinquanta

Per no vegnir a le brutte del sacco,

E ho ingiotio quella del quaranta,

Quando ti andassi via con quel bubacco;

No dissi gnente, quando che con tanta

Descortesia ti me impegnassi el zacco;

Sopporti quella che fu bastonao

Per amor to da un bulo stroppiao.

E’ ho ingiotio per ti pi strangojoni,

Povero mi, che n’ho cavelli in cao;

Per fina ti m’ha dà di mustazzoni,

Che nianche Urlando me averia toccao.

Potta de mi! quanti buli, e di boni;

Quanti che fa el bravazzo in fina in cao,

Me aciede, e sì se tira da una banda!

E vu, fia, me tonfè! no seia granda?

Mo adesso me ho messo in fantasia

De no voler pi esser strapazzao.

Sia che se voja, al sangue de culia,

Tutti se varda, chè son instizzao.

E ti, vacca, compissi la lissia,

Lassa che ’l mio burichio sia sugao,

Che te vojo cazar tal pe in la panza

Che ghe anderà per tasta una naranza.

Co cusì? una puttana che è nassua

D’una lara dal Gallo e una falia,

Che per do scalognette e un raspo d’ua

Aidava in visinanza a far lissia,

E a forza de sparagno se cressua

In t’un puoco de grama massaria,

E con un grandizar fuora del caso,

Me fa bramar quattro carezze e un baso?

No ste con mi su zonti e su novelle,

Ch’u zughè al tristo a darme a mi la baja.

Che ve cognosso infina in le buelle,

E sì so chi che se fina una paja:

Andè a sojar sti putti da cilelle,

E no, speranza, fusti de sta taja;

Se no po forsi i basi e le carezze

Se porave voltar in straniezze.

Co la me monta son un mal bigatto:

Grami può in quella volta chi se catta!

El se sa pur quante che ghe n’ho fatto;

Però, anema mia, no siè sì matta,

Che a un mio par, a un omo cusì fatto,

Vojè mostrarve de sì mala schiatta:

Felo per vostro mejo, e se per sorte

Vu nol farè, sarè grama a la morte.

No ve fondè con dir: Sia lauda Dio,

E’ son ricca, e’ son bella, anema mia;

Perchè un cervel gajardo, co se el mio,

Puol farve in otto di grama e falia.

Co vorò, chi sarà che per sto rio

Ossa passar che ’l no abbia una feria?

E co me salterà la moscaruola

Te lasserò co una sarzetta sola.

Dì che i to buli sì me vegna atorno!

Dì che i citissa gnianche, mariola!

Che ghe ne struppierò do pera al zorao,

Che i te vegnirà a casa su una tola.

No ghe sarà can curto in quel contorno

Che ossa gnianche dirme una parola,

E ti, che ti no meriti ferie,

Tutto el to andarà in sbiacca e in dialtie.

Za tempo, el fatto to jera un piaser;

Ti eri tutta dolce e molesina;

Ma adesso che ti ha casa in soler,

E che ti ha do majoliche in cusina,

E che ti fa comandar al forner,

Te par esser, puttana, una rezina:

Mo ste tante grandezze, alla fe fia,

Le chiama l’Ospeal da mille mia.

Spiero, puttana, ancora inanzi avril,

(Chè te la metto longa la novella)

De vederte su un ponte co un bacil,

Stroppà con una cappa da donzella,

Batter i denti e filar fil sottil,

Con quattro bronze in t’una pignatella,

E sotto vose, grama e poveretta,

Dir: Signori, doneme una gazzetta.

O veramente, cusì co se suol,

Te vederò anca ti grama meschina,

A i perdoni, destesa su un storuol,

Aver per cavazal una fassina,

Con mille bolettini onde te duol,

E criar: Socorè sta poverina!

E con un vecchio che te raccomanda,

Ghe dirà a i putti: Feve da una banda.

[E] se San Joppo per buona fortuna

No te puol accettar in [la so] scuola,

Te vederò l’inverno puo alla bruna

Andar a comprar ojo, ah mariola,

A trazer acqua al lume de la luna,

E lavar drappi per meza ceola,

E far servisi a tutta una contrà

Per un mezo scuelotto de panà.

Tutti i tocchi, le croste e le caie,

Che avanzerà inti armeri di vesini,

Ti magnerà co s’i fosse trezie:

Queste sarà, puttana, i colombini,

Queste, vacca, serà le golarie,

Le to confezion de moscardini,

E i fondachi po di caratei

Te parerà perfetti muscatei.

A vederte vestia sarà un gran spasso:

Ti haverà una calza e l’altra no,

Con do zoccoli vecchi, un alto e un basso,

E una camisa comprà da Buzò:

Ti haverà po indosso un sottocasso

Con pi tacconi che n’ha peli un bo,

E in pe de la to scuffia da festa

Una verza te covrerà la testa.

I putti te dirà: Mostra la mona!

E ti la mostrerà per un sesin.

Quanti se in la Mocina e in la Liona,

Tuti te spazerà senza un quattrin;

E cussì, solenissima poltrona,

Spierò vederte a far le male fin,

A onor e gloria de quante puttane

Se pensa con arlassi a far sottane.

Ghe ne visti una l’altro dì al perdon

Che se sta delle prime della tera,

Che per Dio la me fa compassion,

De vederla a quel passo che l’iera,

Stravaccà là per terra in un canton,

Carga de mosche e pulisi a miera,

Con tante taste e tanti bolettini

Che no ha tanti tacconi sie fachini.

Questa è la fin de vu altre puttane

(Parlo de quelle che se tien a l’orza)

Che al bordel, ospeal, o Carampane[589]

Sconvegnì andar al trenta un per forza;

Però infina che ve sentì sane

No fe per niente che nigun ve sforza,

Siè molesine con quanti ve vuol,

Chè a sto partio scapolerè el storuol.