I.

Questo sciagurato nome di pedante non ebbe sin dal principio tutta l’estensione di significato che ha ora; ma denotò propriamente il pedagogo, il maestro di scuola, una specie soltanto del largo e copiosissimo genere pedantesco.

Quale la origine del nome non è bene accertato. C’è chi la volle rintracciare nel verbo latino pedere, il cui significato può vedersi nei vocabolarii. Gli etimologisti moderni ammettono come più probabile, ma non come sicura, la derivazione dal greco παιδεύειν, istruire, allevare. Quanto al tempo in cui il nome cominciò ad usarsi, dice il Varchi nell’Ercolano[255]: «Quando io era piccino, quegli che avevano cura de’ fanciugli insegnando loro... e menandogli fuora, non si chiamavano, come oggi, pedanti, nè con voce greca pedagogi, ma con più orrevole vocabolo ripititori». Essendo il Varchi nato nel 1502, dalla sua affermazione si ricaverebbe che quell’uso non cominciò se non passati parecchi anni del secolo xvi; ma d’altra banda il nome si trova già in alcuni sonetti burchielleschi, i quali, se si potesse proprio provare che sono del pazzo poeta e barbiere fiorentino, mostrerebbero l’uso esserci stato sino dalla prima metà del secolo xv. Checchessia del nome, certo la cosa è assai antica: il pedante nostro discende in linea retta dal pedagogo e dal ludimagistro dei greci e dei latini. Vero è che il Doni, nel suo commento ai sonetti di esso Burchiello, narra, fondandosi sulle testimonianze di Erodoto, di Appiano, e di Gioseffo, che il primo pedante fu un ladro, il quale scampò dalle forche solo perchè una pubblica meretrice lo chiese per marito. Il nome dalla lingua italiana passò nella francese, nei bei tempi in cui tutti gli eleganti di Francia si gloriavano di parlare italiano; passò nella spagnuola, nella portoghese, nell’inglese, nella tedesca, e diventò subito nome di sprezzo e di scherno. Il più gran dispetto che si potesse fare ai pedanti fu appunto di chiamarli pedanti. Per darci ragione di quello sprezzo e di quello scherno, vediamo un po’ di che maniera fossero le qualità fisiche e morali, quali le condizioni, gli atti e i portamenti di coloro che ne erano colpiti. Documenti e testimonianze abbondano; non abbiamo che a consultarli, e a trarne gli elementi della nostra descrizione.

Cominciamo dal dire che il pedante genuino, o, piuttosto il pedante tipico, non ha col favoloso Narciso e con lo storico Antinoo nessuna, nemmen remotissima parentela, e delle Grazie non conosce se non quel tanto che ne scrissero i poeti. Piuttosto allampanato che magro, piuttosto scontrafatto che brutto, egli veste miseramente e bizzarramente di panni logori e sucidi, forzando ad accomunarsi in una lamentabile livrea di miseria le fogge più disparate e più repugnanti. Ciò che il rigattiere rifiuta trova sul suo dorso un ultimo e durevole impiego[256]: la toga pelata di un pedante, dice Tommaso Garzoni, non ha visto manco di cinque Jubilei. Il Caporali, parlando nella Vita di Mecenate[257], dei vari lasciti fatti da costui nel suo testamento, dice:

Or veniamo a i legati de i Pedanti,

. . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . .

Ei lasciò lor un valigion di stracci,

Due toghe rotte, un berrettin macchiato,

E una camicia vecchia e senza lacci.

Il bagaglio non era dunque loro di grande impaccio: certo pedante descritto dall’Aretino[258], e di cui dovrò riparlare, aveva per tutta masserizia una «sacchetta dova tenea due camisce, quattro fazzoletti, e tre libri con le coperte de tavole». Se al detto sin qui si aggiunge che il pedante riusciva goffo in ogni suo atteggiamento, o movenza, e che spesso il suo volto si vedeva (se non mentono i narratori) ricamato di scabbia gallica, o di altra sì fatta galanteria, si avrà di lui una immagine non certo finita ed intera, ma sufficiente al proposito nostro.

Brutto sotto l’aspetto fisico, il pedante non appar bello davvero sotto l’aspetto morale. Egli è, di solito, un uomo ottuso di mente; ricco talvolta di memoria, ma poverissimo sempre di giudizio; privo di qualsiasi genialità, e spesso spesso sciocco di una sciocchezza tanto più ridicola quanto più inviluppata di saccenteria. Egli ha quella che l’Elvezio chiamava la più incurabile delle stupidità, la stupidità acquistata con lungo studio. Gli è assai raro che in quelle raccolte di facezie e di motti di cui ebbe tanta copia il Cinquecento, si trovino detti arguti posti in bocca a pedanti[259]; mentre è frequentissimo il caso che si narrino esempii incredibili della lor grulleria. Il Doni racconta di uno che avendo veduto il discepolo sputare sopra un ferro per accertarsi se fosse caldo, sputò poi, con lo stesso intendimento, sulle lasagne, e non avendole udite friggere, se ne cacciò in bocca una gran forchettata e si cosse tutto[260]. E quale l’ingegno, tali naturalmente gli studii e la coltura. Il pedante è, come dice l’Aretino, l’asino degli altrui libri; è un uomo nel cui capo non entra nulla, se l’autorità di un libro non ce la fa entrare. Infatuato dell’antichità e dei classici, disprezza, senza punto conoscerlo, il mondo in cui vive, ma a cui veramente non appartiene. Del resto anche l’antichità, che egli crede di aver famigliare, è per lui un mondo chiuso, di cui non considera e non conosce se non la scorza. Egli ha letto tutti gli autori latini, se non anche i greci; ma dei poeti ha colto la parola, non l’anima, degli oratori il suono, non le ragioni, dei filosofi tutto il più le sentenze, non le larghe e poderose intuizioni. Ha la memoria pronta, e anche ben guernita; ma quella sua memoria non è un libro fatto e nemmeno un zibaldone; è uno schedario. La sua sapienza è tutta di citazioni: nei Ragguagli di Parnaso Trajano Boccalini ce ne dà un giusto concetto, quando ci mostra i pedanti che coi bacili in mano vanno raccogliendo le sentenze e gli apoftegmi che scatarrono i savii dell’antichità[261]. E quando compongono, se pur compongono, non fanno altro che mettere in carta di nuovo ciò che in carta han trovato, compilar ristretti, o manuali, o trattati. Parlando dei pedanti, Niccolò Franco fa dire alla sua lucerna: «Gli veggo star d’intorno a i libri, facendosi scoppiare il core per imparare due parolette per lettera, per attestarle senza proposito. Non gli veggo mai scrivere cosa alcuna di lor farina. Veggo che non san far altro che repertorii, vocabulisti, arti da far versi, e modi da componere pistole»[262].

Il pedante è prima di ogni altra cosa, e sopra ogni altra cosa, un grammatico: uno sfregio alla verità, una offesa al buon senso non lo commuovono; un mancamento ai precetti di Prisciano e di Donato lo fa uscire dai gangheri. Trajano Boccalini dice che in Parnaso fu attaccata un giorno grande zuffa tra i pedanti, gli epistolarii e i commentatori, per un disparere se consumptum dovesse scriversi con la p o senza la p. Apollo, stomacato, voleva cacciarli tutti fuor del suo regno, ma poi ce li lasciò stare a istanza di Cicerone e di Quintiliano[263]. Quanta fosse del resto la pedanteria dei grammatici si può vedere in certi esempii recati dal Pontano[264] e da Alessandro degli Alessandri[265], per tacer d’altri. Il pedante non parla mai facile e piano, chè gli parrebbe di ragguagliarsi al volgo; orna quanto più può la dizione, studia la voce e il gesto, canta così le prose come i versi[266]; sapendo di non poter essere inteso da chi lo ascolta, commenta e dichiara egli stesso ogni parola che dice[267], e non avendo mai nulla da dire che importi, ha sempre in pronto un’apostrofe, un epifonema, una serqua di aforismi, una orazione spartita secondo le regole. Egli ha la dottrina e l’arte del vaniloquio vestito d’enfasi e di magniloquenza. Nella Cena delle Ceneri di Giordano Bruno, il pedante Prudenzio interrompe il racconto di certo Teofilo, altro interlocutore del dialogo, e dove questi aveva detto: dopo il tramontar del sole, egli muta e supplisce: Già il rutilante Febo, avendo volto al nostro emisfero il tergo, con il radiante capo ad illustrar gli antipodi sen giva. Ne segue un piccolo diverbio:

Frulla. Di grazia, magister, raccontate voi, per che il vostro modo di recitare mi soddisfa mirabilmente.

Prudenzio. Oh, s’io sapessi l’istoria.

Frulla. Or tacete dunque, nel nome del vostro diavolo.

Che importa al pedante che quanto ei dice non sia al proposito, se, come a lui sembra, è ben detto? In uno dei suoi dialogi piacevoli[268] il Franco introduce un pedante Borgio, quello stesso contro cui scrisse una delle più vituperose sue epistole[269]. Questo pedante è morto e giunto sulla riva d’Acheronte: ma non può indursi a passar come gli altri, e prega Caronte di aspettare un poco, tanto che egli possa comporre una orazioncella da recitare in cospetto di Plutone. Ottenuta licenza, comincia a discutere con sè stesso se la orazione debba appartenere al genere dimostrativo, al deliberativo, o al giudiciale. Scelto il dimostrativo, ricorda di aver letto in Tullio che cinque sono le parti de l’officio de l’oratore, invenzione, disposizione, elocuzione, memoria e pronunciazione. Poi va oltre, ricercando i colori retorici, provando con esempii la virtù loro, e finalmente mette insieme il suo discorso con esordio, narrazione, divisione, confermazione e conclusione. Il Franco dimentica di dirci quale accoglienza il pedante Borgio si avesse da Plutone. Nemmen dopo morto il pedante cessa d’esser pedante. Nel suo lucianesco dialogo intitolato Charon, il Pontano introduce l’anima di un Pedano grammatico, giunto allora allora agli Inferni. Pedano pensa ai discepoli che ha lasciati nel mondo, e prega istantemente Mercurio di voler loro riferire alcune cose di gran rilievo da lui risapute dallo stesso Virgilio poc’anzi; e cioè, come Aceste donasse ad Enea, non cadi di vino, ma anfore; come lo stesso Aceste vivesse anni centoventiquattro, mesi undici, ventinove giorni, tre ore, due minuti e mezzo secondo; che Enea toccò la terra d’Italia con entrambi i piedi a un tempo, ecc. Ludovico Domenichi racconta di un pedante che stando per affogare, gridava forte: O Dio, che ti pare del nostro Cicerone? che cura tiene egli dei suoi amici?[270].

Il pedante non si contenta, per distinguersi dal volgo, di parlare secondo i precetti dell’arte oratoria e con l’esempio di Cicerone innanzi; ma usa inoltre di una lingua sua propria. Quando può parla latino, perchè il latino, a suo giudizio, è la lingua nobile, la lingua perfetta, la lingua per eccellenza; quando non può parlar latino, e la necessità lo sforza, parla volgare; ma allora per ricattarsi, alle parole e alle frasi volgari, mescola le parole e le frasi latine, sparge di latinismi il suo dire, e fa un guazzabuglio che nessuno intende. Il Garzoni narra di un pedante che volendo dar nuova altrui come nella città sua di Bologna c’erano molti banditi, i quali si temeva che un dì o l’altro non ammazzassero il governatore, disse: Io vereo che per la copia di questi esuli un giorno non venga necato l’antistite. E narra di un altro, che indirizzando una lettera in Padova, sulla piazza del vino, alla spezieria della Luna, scrisse: Nella città Antenorea, in sul Foro di Bacco, all’Aromatario della Dea Triforme[271]. Nè questa era usanza dei soli pedanti italiani: il Montaigne racconta di un amico suo, che avendo a discorrere appunto con un pedante, prese per burlarsi di lui, a contrefaire un jargon de galimatias, propos sans suitte, tissu de pièces rapportées, sauf qu’il estoit souvent entrelardé de mots propres à leur dispute, e così facendo lo tenne un giorno intero à débattre, pensando il pedante toujours respondre aux objections qu’on lui faisoit[272].

Sappia pochissimo, come d’ordinario accade, o sappia malamente assai cose inutili, come pure incontra talvolta, il pedante presume sempre moltissimo di sè, incede con magistrale gravità, con volto d’uomo immerso in alti e reconditi pensieri, con atti dottorali e schivi. Certo pedante, introdotto da Metello Grafagnino in un suo bizzarro capitolo, ascrive alla schiera dei ludimagistri Aristotele, Platone, Socrate, Seneca, e molti altri antichi e moderni, e a questo modo fa sè pure della loro schiera. Francesco Ruspoli, in uno de’ suoi sonetti, definisce il pedante

Gigante d’ambizion, di saper nano;

e soggiunge:

Appena l’a bi ci solo col dito

Ei discerne, e non sa l’indicativo,

Che giunge d’insolenza all’infinito[273].

Questa insolenza mostravano più particolarmente i pedanti nel riprendere altrui, nel censurare le altrui fatiche, in nome delle sane dottrine e del corretto gusto, di cui si stimavano depositarii e tutori. «Vorrei», dice l’Aretino nel Prologo dell’Ipocrito, «levati i pedanti a cavallo, che il sovatto d’una scuriata gli insegnasse il come si fanno l’opre, e non come le si mordono». E son noti quei versi del Boileau:

Un pédant, enivré de sa vaine science,

Tout hérissé de grec, tout bouffi d’arrogance,

Et qui, de mille auteurs retenus mot pour mot,

Dans sa tête entassés, n’a souvent fait qu’ un sot,

Croit qu’un livre fait tout, et que sans Aristote

La raison ne voit goutte, e le bon sens radote.

Ma se i pedanti non avessero avuto altri difetti che la superbia e l’insolenza, si sarebbero potuti, sino ad un certo punto scusare; il guajo si è che ne avevano altri, e parecchi e grossi. Il pedagogo è da scegliere tra mille, diceva il Vida; quaerendus rector de millibus, lasciando intendere che tra mille se ne poteva trovare uno buono. Saba da Castiglione, ne’ suoi Ricordi ovvero Ammaestramenti[274], vorrebbe «le città fossero ben proviste, e fornite di maestri di scuola, li quali fossero catolici, spirituali, maturi, gravi, onesti, ben accostumati», appunto come troppo spesso non erano. Nè manca chi, facendo il novero di tutte le lor virtù, li chiama bugiardi, ghiottoni, poltroni, ipocriti, seminatori di discordie, ladri, ponendo fine alla assai più lunga litania colla menzione punto velata di un vizio che, in antico, la Grecia aveva dato a Roma, e che certo, nel Cinquecento, non era dei soli pedanti[275]. Nell’Inferno degli scolari dice il Doni che i pedanti sono «viziosi, golosi, negligenti, ignoranti, goffi, rozzi, nojosi, fastidiosi, ribaldi, scelerati e peggio»[276]. Peggio chè?

I pedanti erano di due maniere, secondo che esercitavano l’ufficio loro nelle famiglie che li tenevano a stipendio, o in iscuole, sovvenute o non sovvenute dal pubblico erario; ma qual che si fosse il modo dell’esercizio, non variavano le usanze loro e non variava l’indole dell’insegnamento. Che cosa fosse questo insegnamento si può arguire dalla qualità degl’insegnanti. Se passava oltre i gradi di una istituzione primaria, il che non sempre accadeva, il latino prendeva subito, ben s’intende, luogo principalissimo; ma in qualunque grado si fosse, era e rimaneva, non occorre dirlo, essenzialmente pedantesco. Non chiedete al pedagogo il più elementare avvedimento di quella scienza che da lui prende il nome, la pedagogia. L’arte di rendere gradito, e, appunto perchè gradito, fruttuoso lo studio, è un’arte ch’egli ignora, e che disprezzerebbe, se la conoscesse. Ha tanto sudato egli a imparar ciò che sa! bisogna bene che altri sudi a sua volta. Ciò che in qualsiasi disciplina è più esterno e men vivo, la formola che strozza il pensiero, la regola che gli allaccia le ali, la lettera che uccide, ecco l’oggetto d’ogni diligenza pel pedante, ecco le cose intorno a cui egli non si stanca e non rifinisce di dare ammaestramenti e precetti. Per lui la mente del discepolo è come un bossolo vuoto dentro, e l’arte dell’istruire consiste tutta nell’imbossolarvi certa quantità di cognizioni in modo che non vi patiscano alterazione, e le si possano, ad ogni bisogno, tirar fuori tali e quali vi furono messe. Come il gesuita, il pedante lavora a uccidere l’intelletto, salvo che nol fa, come il gesuita, per deliberato proposito: il suo insegnamento non tende ad altro, dice il Montaigne, qu’à remplir la memoire, lasciando l’entendement et la conscience vuide. E se ciò è vero, chi oserà dire che l’insegnamento pedantesco sia sparito dal mondo?

I libri che in Italia formavano la necessaria scorta di ogni pedante erano: le grammatiche di Prisciano e di Donato, le Regole Sipontine, la Cornucopia, il Liber de metris, di Niccolò Perotto, il Catholicon di Giovanni Balbi, il Calepino, le Regole del Cantalicio, lo Spicilegio del Mancinello, il Dottrinale, ed altri così fatti, di vario argomento, che non mette conto di ricordare. Il Folengo, narrando la fanciullezza turbolenta del suo eroe Baldo, dice:

Fecit de norma mille scartozzos Donati,

Inque Perotinum librum salcicia coxit[277].

Ai libri manuali si accompagnavano, secondo che l’insegnamento si allargava più o meno, alcuni testi classici e anche qualche libro volgare; ma ognuno può immaginarsi che cosa diventasse lo studio e la interpretazione dei classici, se, come dice Bartolomeo Amigio, un pedante che appena aveva letto lo Spicilegio del Mancinello e le Regole del Cantalicio, si arrogava di commentar Platone[278].

Di questo insegnamento gretto, meccanico, essenzialmente infecondo del pedante, nessuno diede immagine più adequata di quella che, con celia non men profonda che arguta, porge il Rabelais, parlando della educazione di Gargantua[279]. Quel dabben uomo di Grandgousier, avendo riconosciuto nel figliuolo un mirabile ingegno naturale, volle che un’ottima istituzione venisse in ajuto della natura, e traesse dal ben disposto seme il frutto perfetto. Tubal Oloferne, il reputatissimo maestro scelto a tale ufficio, si pose all’opera, e in ispazio di cinque anni insegnò all’alunno l’abbicì; poi gli lesse il Donato, il Faceto, il Teodoleto e l’Alanus in parabolis, spendendoci intorno tredici anni, sei mesi e due settimane. Dopo di ciò gli espose il De modis significandi con tutti i commenti che se ne fecero, e consumò in tale esercizio diciotto anni e undici mesi; ma questo tempo trascorso, Gargantua sapeva il tutto a memoria, e poteva anche ridirlo alla rovescia, e prouvoit sur ses doigts à sa mère, que de modis significandi non erat scientia. Allora il buon maestro pose mano al Computo; ma dopo sedici anni e due mesi di tale insegnamento, si morì,

Et fut l’an mil quatre cents vingt,

De la verole qui lui vint.

Un secondo maestro, per nome Jobelin Bridé, lesse allora ed espose all’alunno alcuni altri libri della stessa farina; dopodichè il padre cominciò finalmente ad avvedersi che il figlio en devenoit fou, niais, tout resveux et rassoté. De quoi se complaignant à don Philippes des Marais, viceroi de Papeligosse, entendit que mieulx lui vauldroit rien n’apprendre, que tels livres soubs tels précepteurs apprendre. Car leur sçavoir n’estoit que besterie, et leur sapience n’estoit que moufles, abastardissant les bons et nobles esperits, et corrompant toute fleur de jeunesse. Allora Grandgousier affidò Gargantua a Ponocrate, un maestro di animo generoso ed aperto, di larga e viva coltura, la istituzion del quale, opposta e contraria, sotto ogni rispetto, a quella degli altri due, può in gran parte anche oggi considerarsi come modello di una istituzione proficua, intesa a svolgere armonicamente tutte le buone energie della natura umana.

Ma ciò che il Rabelais dimentica di dirci si è che l’argomento pedagogico per eccellenza, la prima et ultima ratio del pedante era lo staffile. Lo staffile è, da tempo antichissimo, come l’emblema del pedagogo, la divisa, se si può dire, del suo insegnamento. Il buon Orazio, intento negli anni maturi a cogliere il dolce della vita, ricordava ancora, con vago terrore, il plagosus Orbilius a cui era stata soggetta la sua fanciullezza; Marziale rammenta le ferulae tristes, sceptra paedagogorum. Una pittura di Ercolano mostra quanto antica sia la pratica di quello che gli scolari d’Italia chiamarono con figurato eufemismo il cavallo. Lo staffile si adoperava tanto dai pedanti domestici, quanto dai pedanti che tenevano scuola aperta; ma se quelli dovevano, sotto gli occhi delle persone di casa, usarne con qualche discrezione, questi potevano usarne ed abusarne come e quanto loro piaceva. Qual meraviglia, se le descrizioni che ce ne son pervenute, ci dipingono la scuola come un altro inferno? Non iscuola la diresti, esclama in un impeto d’ira Erasmo da Rotterdam, ma luogo di tortura, dove non si ode altro che crepito di sferze, strepito di verghe, lamenti, singulti, e minacce atroci; e soggiunge cose incredibili dei mali trattamenti che in sì fatti luoghi di tortura si infliggevano ai fanciulli da uomini, come dice egli stesso, troppo sovente agresti, scostumati, lunatici, insani di mente[280]. Intimidire l’alunno, riemperne l’anima di una specie di sacro terrore, in guisa da spegnervi ogni vivezza e bollore di spiriti tracotanti e riottosi, ecco ciò che il pedante si proponeva di conseguire anzi tutto; senza sospettar nemmeno che il primo effetto delle sue pratiche era di rendere odioso ogni studio, e di fiaccare nell’alunno stesso quelle morali energie senza l’esercizio delle quali non è studio che frutti. Vincere e domare la caparbia e ribelle natura, ecco il supremo canone pedagogico; d’onde la incredibile usanza di picchiare anche quando non ci fosse fallo, senza una ragione al mondo, di buon mattino, per ben preparare al lavoro della giornata. E quando non erano busse, erano, come dice il Garzoni, modi di chiedere terribili, grida strepitose, un passeggiar per la scuola a guisa di tanti pavoni[281], uno starsi in cattedra, dice Cyrano de Bergerac, a mo’ di un Cesare, facendo tremare sotto lo scettro di legno il popolo della piccola monarchia[282]. Ebbe ragione il Bronzino di dire, parlando dell’età dell’oro:

Non erano spaventi o battiture

Pe’ fanciulli, e la scuola e la bottega

Ancor non erano in rerum naturae (sic)[283];

ma più ragione ebbero quegli scolari di Pavia, di cui narra Cesare Rao in una delle sue Argute e facete lettere[284], i quali un bel giorno levarono il loro pedante a cavallo e lo regalarono di più di cento scoriate, ripagandolo delle infinite che gli aveva date loro. Essi tennero la via seguita sin da principio dal giovine Baldo:

Nunquam terribilis quid sit scoriada provavit

Namque paedagogis hic testam saepe bolabat[285].

I fanciulli che avevano il pedante in casa, soggiacevano a disciplina meno bestiale, ma non imparavano di più, e correvano altri pericoli. La presenza del pedante in casa poteva dare, e dava spesso, luogo a corruttele, a scandali, a guai d’ogni maniera, specialmente se, come accadeva di solito, le famiglie a fine di spender meno, si pigliavano per maestro un qualche paltoniere, non meno povero di dottrina che nudo di ogni dignità. Perciò lo Spelta, di cui ho già citato il libro, si mostra grande avversario di quelli che chiama maestri casalenghi, si duole della goffaggine de’ gentiluomini che vogliono il pedante in casa, e si dichiara risolutamente fautore delle scuole pubbliche. Egli non crede che l’insegnamento dato in casa possa riuscir mai di qualche vantaggio al discepolo, «perchè quando anco il povero maestro vuole riprendere o castigar il furbo di qualche errore, subito la signora madre corre di sopra, o dove insegna, e fa cappellate d’importanza al cujum pecus. Il quale temendo di perdere la pagnocca, lascia correre cinque settimane per un mese. E mangiando la panigada in pace, diviene grassetto, compra l’offelle, la gioncadina co l’alunno, ed insieme stanno su le papardine. Ben voluti dalla padrona che se ne serve in più servigi. Fa del fattore, o del mastro di casa; egli è insomma quello che taglia il budello in tavola»[286].

Ma qualche volta faceva anche altro, ed entrava un po’ troppo nelle buone grazie della padrona. Parlando di certe gentildonne, dice il Rosso nella Cortegiana dell’Aretino: «Ed i pedanti ancora ne vanno beccando qualcuna... non gli bastando figli, fratelli e fantesche»[287]. In uno dei Ragionamenti dello stesso Aretino si narra la stomachevole istoria di certa donna maritata, la quale «si inghiottonì di un di questi pedagoghi affumicati, che si tengono ad insegnare per le case, il più unto, il più disgraziato, il più sucido che si vedesse mai»[288]. La buona femmina tanto fece che riuscì a trarselo in casa. S’intende come il pedante, fatto amico della padrona, dovesse poi diventar egli padrone, e mettersi sotto tutta la famiglia, a cominciare dal melenso marito. In tal condizione egli poteva sembrar degno d’invidia a tutto l’innumerevole stuolo dei ghiottoni e dei parassiti. Gabriello Simeoni dice nella Satira dell’avarizia del mondo:

Può far Domenedio tanto da bene,

Ch’a pedanti e notai sia il mondo in mano,

Il mondo cieco e pazzo da catene?

Di natura è il pedante aspro e villano,

Implacabile, avaro e discortese,

Crudel, superbo, sospettoso e vano.

Prima s’acconcia in casa per le spese,

Poi qual Margutte ognun si caccia sotto,

E del tutto è padrone in men d’un mese[289].

Giovanfrancesco Ferrari, poeta bernesco dei men noti, ma non dei meno pregevoli, tesseva un capitolo in lode della pedanteria, e giurava di volersi far pedante, parendogli non ci fosse al mondo stato più comodo di quello.

A me pare un bel che, stando a sedere

Vender le sue parole notte e giorno

E cavarne il vestire, il pane e il bere.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

E poter obedito comandare

A tutti quei di casa, e a la padrona

Star dirimpetto a cena, a desinare.

Ed esser ascoltato, qual persona

Dotta e sacciuta, con attenzione,

Mentre che de i cujusse si ragiona.

E su le dita dir la sua ragione,

E con qualche argomento in baricoco

Far restar il messere un bel castrone[290].

Ma quando il pedante non riusciva a farsi padron di casa, oppure quando teneva scuola aperta per conto suo, come travagliata, quanto misera e vile era la sua condizione! I salarii (che stipendii non si posson chiamare) erano derisorii il più delle volte: «la viltà del prezzo è sì fatta, ch’è vergogna a sentirla», dice l’anima del pedante Anisio in uno dei dialoghi del Franco; e Caronte le chiede invano il quattrino che gli si deve[291]. La concorrenza era grande e rabbiosa e produceva naturalmente il suo effetto: in uno dei sonetti attribuiti al Burchiello, volendosi dare un’idea dello sterminato numero di gondole e di camini che erano in Venezia, si vengono ricordando, come termini di paragone, varie cose di cui si afferma essere grandissima copia, e ci si dice, tra l’altro, che non è tanta poveraglia in Milano, e che non istanno tanti pedanti per le spese. Nessuno più del pedante meritava di entrare nella onorata Compagnia della Lesina, e l’onorata Compagnia non lasciò di accoglierlo nel suo seno[292].

Ma quante altre miserie oltre a questa miseria! Ortensio, uno degli interlocutori della sesta veglia di Bartolomeo Arnigio[293], ce ne dà qualche concetto, riferendo le querele del proprio suo precettore. Sciagurato stento l’insegnare: i fanciulli, già guasti dai genitori, hanno in odio ogni studio, si beffano dei maestri, si addormentano durante la lezione. Che pena far entrar loro in capo quel po’ di latino, e udir poi lo strazio che ne fanno! Che fatica far apprendere ai tristanzuoli un po’ di buon costume! Per dispiacer che n’abbia, il maestro è forzato a dar sorgozzoni, tirar per le orecchie, dar su le palme, e far levar a cavallo: tragico esercizio! E i padri sempre scontenti, sempre a lagnarsi che il figliuolo non impara e a darne colpa al maestro; il quale è da tutti schernito, è chiamato il pedante, il pedagogo, il domine: perfin le fanti gli voltan sossopra i libri, lo trattan da gufo, d’allocco e da barbajanni. Disse il buon Lafontaine:

Je ne sais bête au monde pire

Que l’écolier, si ce n’est le pédant:

mettete queste due bestie a vivere insieme nella medesima casa, e dite se ci può essere al mondo miseria maggiore della loro.

Ma tutto ciò è ancor poco a paragone della comune avversione, dell’universale disprezzo che involgevano, come in un atmosfera irrespirabile, la gens dei pedanti; avversione e disprezzo che parvero eccessivi a taluno e degni di biasimo[294], ma che formavano ormai pubblica opinione, e facevano dire al Doni in busca d’impiego, ch’egli era pronto a torsi in corte ogni officio che gli si volesse dare, da pedante e cappellano infuori[295]. Il nome stesso di pedante era diventato uno sfregio e un vitupero.