I.
Quando ebbe la ventura di accogliere in casa sua il giovane re di Francia, la Veronica, nata in Venezia nel 1546, era nel fiore della gioventù e della bellezza[486]. Ella stessa, più e più volte ne’ suoi scritti, nomina, e con molto affetto, la patria, chiamandola suo bello e dolce nido, ricetto amico e fedele, paradiso in terra, miracolo unico in natura. Ad uno degli ammiratori suoi, dal quale era stata troppo lodata, diceva:
Questa dominatrice alta del mare
Regal Vergine, pura, inviolata.
Nel mondo senza essempio, e senza pare;
Questa da voi deveva esser lodata.
Vostra patria gentile in cui nasceste,
E dov’anch’io la Dio mercè son nata.
La famiglia ond’ella usciva era, non già plebea, come fu detto, ma cittadinesca, di condizione mezzana cioè, tra la plebe e la nobiltà, e aveva il suo stemma[487]. Quali, peraltro, fossero le condizioni di essa, quali le vicende per cui era passata in quegli anni che precedettero e che seguirono la nascita della Veronica, nè sappiamo, nè possiamo congetturare. Questo bensì sappiamo che il padre di costei si chiamava Francesco e Paola la madre, e che ella ebbe tre fratelli, per nome Girolamo, Orazio e Serafino, e una zia, la quale era monaca e viveva fuori di Venezia.
Quale fu l’infanzia della Veronica, quale l’adolescenza? Ella nol dice. Si può credere tuttavia che la educazione di lei non fosse trascurata dai genitori, e che per tempo anzi il suo ingegno fosse da buoni maestri esercitato in quegli studii e in quell’arti che dovevano, più tardi, porla in grado d’illeggiadrire con gli ornamenti delle virtù il mestier sciagurato, e di accoppiare al nome di cortigiana il nome di poetessa. E si può credere anche di più; cioè che i genitori l’abbiano educata e cresciuta con l’intendimento appunto di fare di lei una cortigiana compita. Nè proverebbe nulla in contrario il fatto che, giovanissima ancora, la Veronica si maritò, sposando un Paolo Panizza, medico, del quale non sappiamo altro, se non che nel 1582 era già morto. Abbiam veduto che matrimonii di cortigiane con uomini di condizione anche onorevole non erano punto infrequenti, e che molte di esse, dopo maritate, seguitavano a far la vita di prima, consenzienti di solito i mariti, cui allettavano i facili guadagni e il grasso vivere. Io non credo di fare una congettura troppo arrischiata se dico che assai probabilmente, prima ancora di andare a marito, la Veronica aveva trovato, in quella Venezia giocosa e opulenta, a far buon traffico della sua bellezza e della sua gioventù, mettendo così insieme la dote che doveva agevolarle il matrimonio. Comunque sia, certo è che nel testamento da lei fatto il 10 agosto del 1564, quando toccava appena i diciott’anni, la Veronica, essendo prossima al parto, dichiara di credersi incinta per opera d’un messer Jacopo de’ Baballi, lega a costui un diamante, gli affida la tutela della creatura che stava per nascere, e, insieme, l’amministrazione di quanto ad essa lasciava, e raccomanda alla madre di farsi restituire dal marito medico la dote[488]. E altrettanto certo si è che la Veronica non ebbe a guastarsi, per ragion del mestiere che faceva, nè col padre, nè con la madre, nè coi fratelli. Molti anni dopo questo testamento, la vediamo maneggiarsi in un negozio che non sappiamo qual fosse, ma in cui era interessato il padre di lei[489]; e quanto alla madre, il Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, già da me ricordato, ce la mostra pieza, cioè mallevadrice della propria figliuola[490]. Anzi la Veronica non si guastò nemmeno con la buona zia monaca; in certa sua lettera parla del proposito d’andarla a visitare[491]. Un’ultima congettura non parrà forse al tutto irragionevole, cioè che la buona mamma fosse stata a’ suoi tempi cortigiana ancor essa e, prima che mallevadrice, maestra della figliuola.
Ad ogni modo la figliuola poteva competere per bellezza, per grazia, per ingegno e per coltura con quante erano cortigiane più reputate in Venezia, e, fors’anche, vincerle tutte. Della bellezza di lei si fanno lodi passionate e fiorite. Un ignoto adoratore, parlando in versi di quella così gran bellezza a lei data dal cielo, glorifica le chiome bionde, anzi l’oro de’ bei crini, i celesti e graziosi lumi, i begli occhi che fanno invidia al sole, la
Di viva neve man candida e pura.
Chiama colei che va adorna di tanti pregi Donna di vera ed unica beltade, beltà d’ogni essempio altro divisa, e levato dall’entusiasmo, e invasato dall’ardore, anzi dal furore del desiderio, prorompe in parole che non mi arrischio ripetere. Poniamo che l’oro de’ bei crini la Veronica lo dovesse, come tant’altre, alle acque medicate e alle lunghe ore passate a capo scoperto in sulle altane, sotto la sferza del sole; poniamo che nelle parole dell’incognito adoratore ci sia qualche esagerazione; non perciò è da dubitare di una bellezza più che ragguardevole, comprovata del resto dai ritratti. Uno di questi, il più sincero forse, figura veramente un’assai bella donna, con volto ovale, grandi occhi espressivi, ciglia arcate, bel naso diritto, bocca piccola e graziosa, collo e spalle d’irreprensibile modellamento, una espressione di viso aperta, intelligente e gentile, che innamora e che rallegra. Sul capo è una corona gemmata, di sotto alla quale esce un ramoscello d’alloro; intorno al collo un gran vezzo di perle[492]. Un altro ritratto, dipinto nientemeno che dal Tintoretto, non si sa dove sia andato a finire. La Veronica conosceva la propria bellezza e del pregio della bellezza femminile in genere aveva assai congruo e ragionevole concetto. A un nemico delle donne, che le aveva scritto contro una canzone, ella dice in uno de’ suoi capitoli:
Certo d’un gran piacer voi sete privo,
A non gustar di noi la gran dolcezza;
Ed al mal uso in ciò la colpa ascrivo.
Data è dal Ciel la feminil bellezza,
Perch’ella sia felicitate in terra
Di qualunque uom conosce gentilezza[493].
Un altro adoratore di lei, o forse quello stesso a cui si devono le lodi riferite poc’anzi, parla, alludendo appunto alla Veronica, cui egli chiama col nome di Madonna non altrimenti che se fosse Beatrice o Laura, di una forza insuperabile, infinita della bellezza, che è, non pure un privilegio, ma cosa venuta di cielo[494]. Tale linguaggio, usato con una cortigiana, sarebbe più che ridicolo, non fosse il carattere speciale, starei per dire la dignità, che la cortigiana acquista in quel tempo, fatta quasi sacerdotessa, non di una persona divina, ma di ideali semidivini di bellezza, di grazia e di piacere.
La Veronica doveva avere assai buona coltura; i suoi scritti lo attestano, i suoi adoratori lo affermano. Apollo, dice un di essi a lei stessa, inspira benignamente in voi tutto il suo sapere.
E mentre questo in gran copia v’infonde,
Move la chiara voce al dolce canto,
Ch’a’ bei pensier de l’anima risponde.
La penna e ’l foglio in man prendete intanto,
E scrivete soavi e grati rime
Ch’ai poeti maggior tolgono il vanto.
Ella è donna
E di costumi adorna, e di virtude,
Con senil senno in giovenil etade[495].
Dopo quanto abbiam veduto nelle pagine precedenti, quella lode data ai costumi e quel riconoscimento di virtù non ci debbono far meraviglia.
Un altro adoratore molto acceso, o forse, come ho accennato già, quello stesso di ora, assevera che, in iscienza e in virtù, Minerva sta molto sotto alle Veronica, la quale, con leggiadri e candidi costumi, dilettò il mondo in guisa che tutti ardono e si consumano per lei.
Gran pregio, in sè tener unitamente
Rara del corpo e singolar beltate,
Con la virtù perfetta de la mente!
Di così doppio ardor l’alme infiammate,
Senton lor foco di tal gioja pieno,
Che, quanto egli è maggior più son beate[496].
Notevoli versi, che chiariscono più di quanto potrebbesi fare con lungo discorso, l’indole della coltura in quel secolo, e spiegano il fascino che le cortigiane simili alla Veronica esercitavano sugli uomini che di quella coltura eran partecipi.
La Veronica doveva conoscere più lingue, e della italiana doveva conoscere parecchi di quelli che allora, con impropria denominazione, addimandavansi stili. In una lettera si dice pronta a rispondere altrui in qual lingua si voglia[497], e rimbeccando quel tale che in una canzone l’aveva biasimata, grida bravamente:
La spada, che ’n man vostra rade e fora
De la lingua volgar veneziana,
S’a voi piace d’usar, piace a me ancora:
E, se volete entrar ne la toscana,
Scegliete voi la seria, o la burlesca,
Chè l’una e l’altra è a me facile e piana,
Io ho veduto in lingua selvaghesca
Certa fattura vostra molto bella,
Simile a la maniera pedantesca.
Se voi volete usar o questa o quella,
Ed aventar come ne l’altre fate
Di queste in biasmo nostro le quadrella;
Qual di lor più vi piace, e voi pigliate,
Chè di tutte ad un modo io mi contento,
Avendole perciò tutte imparate.
Per contrastar con voi con ardimento
In tutte queste ho molta industria speso;
Se bene, o male, io stessa mi contento.
. . . . . . . . . . . . . . . .
O la favella giornalmente usata,
O qual vi piace idioma prendete
Chè ’n tutti quanti sono esercitata[498].
Sapeva la Veronica di latino? Direi di no, perchè ella non se ne vanta, e perchè appena si trova nelle sue lettere un pajo di frasi latine[499]; ma giova notare che in quel secolo, in cui la lingua di Roma era il fondamento degli studii, e moltissimi riuscivano a parlarla e scriverla correttamente, un pochino se ne appiccicava anche a chi non l’aveva studiata. Tale sarà stato il caso della nostra Veronica, la quale non ignorava punto del resto, e le lettere sue ne fan fede, le storie e le favole dell’antichità, i nomi e i libri degli antichi scrittori, come non ignorava la corrente filosofia de’ suoi tempi. E allo studio sembra portasse passione sincera. Scrivendo a un signor N., che ella dice di amare con affezione infinita, si dice lieta che l’amore, sebbene le procacci molti e aspri tormenti, le dia modo di esercitarsi negli studii umani con spesso scrivere a lui, che n’è tanto assiduo, ed intendente[500]. Amando, ella coltiva la poesia e gli altri studii leggiadri:
Lassa! la notte e ’l dì far prose e versi
Non cesso in varia forma e in vario stile,
Sempre a un oggetto co i pensier conversi[501].
Una delle sue lettere, la XVII, è il più curioso documento che immaginar si possa del gran concetto in che ella ha lo studio e la coltura, e, insieme, dello spirito di quella età singolare. Un giovane, innamoratosi perdutamente di lei, la preme con istanze importune, e nulla ottenendo, dà in ismanie, e vuol partirsi di Venezia. La Veronica molto saviamente lo avverte che s’egli l’ama davvero, poco gli gioverà il partirsi, anzi aumenterà le sue pene, e che, da altra banda, con quell’andar vagando e strepitando giorno e notte nell’importuno assedio della sua servitù, farà poco frutto, attesochè ella ne lo terrà giovane ozioso e vano, inclinato alla ruina dell’appetito più che alla edificazione della ragione. Se vuole avere qualche ragionevole speranza dell’amor di lei, tenga altro modo, viva vita riposata nella tranquillità dello studio, e le faccia vedere spesso il profitto ottenuto nell’essercizio dell’oneste dottrine, chè nessun’altra cosa le può esser più grata di questa. «Voi sapete benissimo, che tra tutti coloro, che pretendono di poter insinuarsi nel mio amore, a me sono estremamente cari quei, che s’affatican nell’essercizio delle discipline, e dell’arti ingenue delle quali (se ben donna di poco sapere, rispetto massimamente alla mia inclinazione, ed al mio desiderio) io sono tanto vaga, e con tanto mio diletto converso con coloro che sanno, per aver occasione ancora d’imparare, che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita, e spenderei tutto ’l mio tempo dolcemente nell’Academie degli uomini virtuosi». Strane meretrici davvero, e non meno strani spasimanti, che dovevano fare un apposito corso di studii e dar con profitto gli esami prima di poter entrar loro in grazia! Le Diotime e le Aspasie del tempo antico non credo chiedessero tanto.
La Veronica aveva, non solo coltura letteraria, ma anche artistica. In un tempo in cui erano così largamente diffusi il senso e il gusto dell’arte, e quando il perfetto cortigiano doveva saper disegnare, ed aver cognizion dell’arte propria del dipingere[502] e dell’altre arti ancora, la perfetta cortigiana doveva ella pure intendersene alquanto e saperne ragionare a proposito. In Venezia, dove erano tante mirabili opere di architettura, di pittura e di scoltura, e tanti sommi artefici, non mancava certo occasione di affinar l’occhio e il giudizio. Nella lettera XXI, la Veronica, che contava tra’ suoi amici il Tintoretto[503], nega risolutamente che gli antichi pittori e scultori sieno stati da più dei moderni. «Io ho sentito dire a galantuomini non poco versati nell’antichità, e di quest’arte intendentissimi, che sono stati ne’ nostri tempi, e sono oggidì pittori e scultori, i quali non solo pareggiare, ma anco preporre si deono agli antichi». Ch’ella poi s’intendesse di musica non occorre quasi avvertire; cantava con molta soavità, e sonava più strumenti. Un ammiratore sconosciuto, di cui non sappiamo altro se non che si chiamava Lorenzo, diceva in un capitolo in dialetto veneziano, inedito e sconosciuto, dopo aver lodato le meravigliose bellezze di lei:
Co dè per solfezar la vose al son,
Co nasce dall’ut re mi fa sol là,
Vu fe mazor miracoli d’Anfion[504].
La Veronica sapeva d’avere ingegno. Ad uomo di grande pregio amato da lei, ma di cui ci è ignoto il nome, scriveva:
Non è d’ingegno indizio oscuro e incerto,
C’ha gusto de le cose più eccellenti.
Conoscer, e stimar il vostro merto[505].
Le lodi assai le piacevano, e gliene venivano d’ogni banda, e non pare le stimasse disdicevoli alla sua condizione, sebbene dicesse talvolta di crederle troppo maggiori del suo merito. A un amico, che le aveva mandato quattro sonetti laudatorii, scriveva ricordando la sodisfazione, che prende ogni cuor veramente nobile del far cortesia, massimamente alle donne[506]. Godeva d’udirsi chiamare d’Adria ninfa gentile, e di veder celebrati, insieme con la bellezza sua, i suoi versi, il suo ingegno, le sue alte maniere; e se a un poeta vinto dal furore ascreo veniva in fantasia di chiamarla
Vera, unica al mondo eccelsa Dea,
ella lo lasciava sfogare a suo senno. Era anzi riconoscentissima a chi la lodava e assai di buon grado lodava a sua volta i lodatori. A uno di questi promette di voler ornare e innalzare (son sue parole) la propria lingua col celebramento delle virtù di lui, e fregiarsi l’animo col ricchissimo concetto de’ suoi gran meriti[507]. Abbiam veduto che le lodi erano tutt’altro che parsimoniose e tutt’altro che timide; ma non sappiamo ancora sin dove potessero giungere e che forme sfoggiate potessero prendere. Per saperlo ci giova udir quelle che fa rimbombar all’aria l’autore dei due capitoli IX e XI; saranno esse come la chiusa o il finale strepitoso di un pezzo concertato, o, se meglio piace, come la sparata che termina un fuoco artifiziale. Angelico è il sembiante della Veronica; leggiadre e sante sono le luci che splendono in quel volto di unica bellezza, anzi nel sole di quel volto, cui allieta il tranquillo seren del vago riso.
Ma l’intelletto, che sì chiaro dielle
Il celeste motor a sua sembianza,
Unito in lei con l’altre cose belle,
Quegli altri pregi in modo sopravanza,
Che l’uman veder nostro non perviene
A mirar tal virtute in tal distanza.
A pena l’occhio corporal sostiene
Lo splendor de la fronte, in cui mirando
Abbagliato e confuso ne diviene.
Bellezze eterne, splendor celeste,
Che d’ir al Cielo insegnano il viaggio!
Terrena Dea, alto e novo miracolo, luce impressa del raggio della divinità, paradiso!
L’aura soave, e ’l prezioso odore,
Che da le rose de la bocca spira
Questa figlia di Pallade e d’Amore,
Nutrimento vital per tutto inspira,
Sì ch’a quel refrigerio in un momento
Tutto risorge, e rinasce, e respira.
Queste lodi parvero eccessive alla stessa Veronica, la quale non si dimenticava poi mica d’esser una cortigiana, come pare se ne dimenticasse talvolta quella smancerosa di Tullia d’Aragona. Non solo non se ne dimenticava, ma anzi, a tempo opportuno, se ne teneva. In un capitolo di risposta all’acceso e querimonioso amatore che compose il capitolo I, ella vanta, con molta schiettezza e con pari precision di linguaggio, attitudini e perizie che non son quelle propriamente del compor versi e del sonare il liuto, e afferma d’aver appreso da Apollo altre arti che quelle non sieno da lui solitamente insegnate:
Febo, che serve a l’amorosa Dea,
E in dolce guiderdon da lei ottiene
Quel che via più che l’esser Dio il bea,
A rivelar nel mio pensier ne viene
Quei modi che con lui Venere adopra
Mentre in soavi abbracciamenti il tiene.
Ond’io instrutta a questi so dar opra
Sì ben nel letto, che d’Apollo all’arte
Questa ne va d’assai spazio di sopra;
E ’l mio cantar, e ’l mio scrivere in carte
S’oblia da chi mi prova in quella guisa,
Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.
E poc’anzi aveva detto:
Così dolce e gustevole divento,
Quando mi trovo con persona in letto
Da cui amata e gradita mi sento,
Che quel mio piacer vince ogni diletto,
Sì che quel che strettissimo parea
Nodo dell’altrui amor divien più stretto.
Se noi consideriamo tutte queste cose; se riflettiamo le lodi iperboliche; se ricordiamo la visita di un giovane re; se poniam mente alle nobili amicizie di cui la Veronica andava lieta e orgogliosa, e delle quali ho ancora a parlare, ci parrà troppo tenue senza dubbio il prezzo di due scudi che il già più volte citato Catalogo assegna ai favori di lei, mentre per altre altri prezzi registra, ben più cospicui. Che la Veronica Franco del Catalogo sia, non la nostra, ma un’altra, mi sembra poco probabile; molto più probabile invece, o che sia corso errore nella indicazione del prezzo, o che l’anonimo autore abbia voluto, di deliberato proposito, fare ingiuria a colei con cui aveva forse alcuna ruggine, o che gli premeva di avvilire in cospetto di una rivale. Ricordiamo che il Catalogo è dedicato alla molto magnifica et cortese signora Livia Azalina Principessa di tutte le Cortegiane Venetiane, la quale è registrata a suo luogo col prezzo di scudi venticinque[508]. Nè dell’errore, o della menzogna del Catalogo ci mancano prove, e chi ce le dà è quel signor Lorenzo, di cui ho ricordato testè un capitolo in dialetto veneziano, capitolo curioso, che mi duole di non poter trascrivere intero, tanto è sconcio. Ne darò un’idea. Il signor Lorenzo spasima da un mese per la signora Veronica, la quale è tanto
bella e pulia
Cara, dolce, zentile e custumà.
Spasima per lei, perchè tutta la sua dolcezza e il suo piacere è sol colà
Dov’è virtù, dov’è lascivitae,
dove l’amore è condito dalla gentilezza, dalla grazia, e da quel certo che se chiama umor. Ma egli non osa farsi innanzi, perchè sa che la Veronica è un carigolo boccon; sa che non concede un bacio per meno di cinque o sei scudi, e almeno cinquanta ne vuole per quella che il Montaigne avrebbe chiamato la négociation entière. Ora, egli ha letto nell’Aretino
Che ’l servir e ’l pagar è un latin falso.
Che no l’accorderave el Calepin.
Egli l’ama e l’adora; ma appunto perchè l’ama e l’adora non vuol pagare.
So che no ghe xe lege, no gh’è ghiosa
Che vogia che l’amante dieba dar
Altro ch’el proprio cuor alla morosa.
Sia dunque liberale; usi a lui quella cortesia che usata nulla toglie a lei di pregio, e si ricatti coi vagheggini di professione, coi vecchi sfreddati, coi frati, che araffano alle badie le migliaja di ducati, co’ monsignori, che vanno dietro a ogni cosa disonesta.