PARTE SECONDA ANTIPETRARCHISMO
L’antipetrarchismo, in parte è semplice resistenza ed opposizione all’andazzo comune; in parte è espressione di concetti e d’ideali nuovi nella vita e nell’arte.
Certo, i petrarchisti eran falange, gli antipetrarchisti manipolo, e per giunta, quelli si coprivano dell’autorità di un gran nome, cosa che in ogni tempo bastò a dar credito, e spesso vittoria, alle opinioni, alle fazioni, alle scuole; mentre gli altri si facevan forti della ragione, del buon senso, di certi diritti dell’umano intelletto, non troppo chiaramente enunciati, ma pur sentiti, o piuttosto presentiti. Fra costoro noi troviamo l’intera scuola di quelli che si potrebbero, parmi, opportunamente chiamare gli scapigliati della letteratura nel Cinquecento; una man d’uomini che fanno il letterato come altri farebbe il capitan di ventura; menan la vita come i picaros dei romanzi spagnuoli; non han troppa dottrina, ma bensì ingegno, e buon giudizio ancora, quando deliberatamente non dieno, come del resto fanno troppo sovente, nel bizzarro e nel paradossale; sono poco rispettosi dell’autorità, punto teneri della tradizione, ribelli alla regola, vaghi di novità, e provveduti, per miglior patrocinio de’ proprii gusti, di una imperturbabile audacia, cui troppo sovente si fa compagna la sfrontatezza. A questa scuola, di cui non fu ancora chi studiasse l’indirizzo generale e l’opera comune, appartengono Pietro Aretino, Antonfrancesco Doni, Niccolò Franco, Ortensio Lando, alcun altro.
Antipetrarchismo, nel Cinquecento, non vuol dire proprio proprio il contrario di petrarchismo. Se il petrarchismo importa, anzi tutto, una esagerata venerazione pel Petrarca, l’antipetrarchismo non include di necessità avversione al grande imitato, ma è più spesso semplice avversione alle dottrine, agl’intendimenti e alla pratica letteraria degli imitatori. Al Petrarca stesso pochi si fanno addosso con deliberato proposito; siane cagione una riverenza vera e sentita, o il timore di guastar le cose proprie, dando troppo risolutamente di cozzo nella opinione prevalente. Tuttavia anche di questi più arditi non mancano. Non parliamo di certi saccentuzzi boriosi che per quattro cujus che sapevano si tenevano assai da più del Petrarca. In uno di quei ragionamenti dei Marmi del Doni[63], il Coccio ricorda certi pedanti, che non istimavan degni il Sannazaro e il Molza di portar loro dietro il Petrarca; e assai maggior del Petrarca si stima il pedante Zanobio nella commedia L’Idropica di Battista Guarini. Ma col Petrarca se la prendevano, e gli davan di buone risciacquate, Lodovico Castelvetro, che pure rimproverava al Caro l’uso di voci che non erano nel Canzoniere, e Gerolamo Muzio, per tacere di Alessandro Tassoni, che solamente nel 1602, o 1603, scrisse quelle sue Considerazioni con cui mise il campo a rumore[64]. Per contro non dobbiamo badare più che tanto a quel matto di Ortensio Lando, quando nella sua Sferza de’ scrittori antichi e moderni, mandata fuori sotto il nome di Anonimo d’Utopia, scappa a dire[65]: «Non è negli trionfi di M. Francesco una ignoranza espressa d’istoria e languidezza di stile? non vi ha eziandio ne’ suoi sonetti alcuni ternari che mal si convengono con gli quaternari? Parlate un poco col mio M. Francesco Sansovini, e costrignetelo per vita della sua diva ch’ei vi dica gli falli quai ha già in questo scrittore accortamente osservati, e poi diretemi s’egli è degno d’esser letto, e che per ispianarlo affaticati si sieno l’Alunno, il Filelfo, il Velutello, il Gesualdo, il Fausto, il Castelvetro, Giulio Camillo e il buon Daniello? So io certo ch’egli fu sempre molto timido nelle cose appartenenti alla lingua tosca». Non è da badargli, dico, non ostante ciò che di sincero vi può essere in quest’ultima osservazione, giacchè egli stesso, in un altro scritterello, intitolato Una breve esortazione allo studio, usa tutt’altro linguaggio, e del Petrarca dice: «mai certo produsse natura il più gentil scrittore». Gli è che l’amore del paradosso è quello che troppo spesso gli muove la lingua. E così non dobbiam prender sul serio Bernardino Daniello, studiosissimo del nostro poeta, quando, in una lettera ad Alessandro Corvino[66], citando una sentenza tolta dal Canzoniere, pone tra parentesi: come disse quella pecora del Petrarca; perchè gli è questo un semplice scherzo; e uno scherzo più innocente ancora è quello di Andrea Calmo, quando, in una lettera ad Angelo Barocci[67], chiama il Petrarca, con parole che parrebbero avere un tantino del derisorio, savio trombon de le rime.
Ma i petrarchisti non eran mica il Petrarca, e coi petrarchisti si parlava alla libera. Anzi tutto si vuol far loro intendere, per ogni buon fine, e perchè sappiano quanto e’ pesano, che da quella loro poesia biascicata e da ruminanti, alla poesia del Canzoniere, ci corre parecchio. Rubin parole al Canzoniere quante più possono; lo spirito non glielo ruberanno di certo.
Gli altri poeti imitar lo potranno,
E potranno anc’usar le sue parole.
Ma alla sostanza non s’accosteranno[68].
Il rubare è la loro qualità specifica e la loro operazione consueta. «Volete conoscere un petrarchista in vista?», dice Niccolò Franco, «guardiate che no sa fare un sonetto, se no ruba versi o non infilza parole»[69]. E si vanta di non aver rubato in vita sua un mezzo verso al Petrarca, nè al Boccaccio, «come fanno i poeti de la selva de l’aglio»[70]. Egli concederebbe la imitazione, ma non può menar buono il furto: «O petrarchisti (che vi venga il cancaro a quanti sete!) io ve l’ho pur detto che parliate come il Petrarca, ma che non gli rubiate i versi con le sentenze»[71]. A una sua loquace lucerna fa dire: «Lascio questi, (cioè i poeti che ne’ versi loro risuscitano tutta la mitologia) e mentre mi van gli occhi ad un’altra infornata, che s’infinge di star di banda, m’accosto, e veggo che son quegli che scartafacciano il Petrarca con Giovan Boccaccio. Veggo quando gli tolgono i mezzi versi e tal volta i versi interi. Veggo quando van facendo scelte de le parole, de l’invenzioni e de le sentenze, che facciano al proposito di quel che scrivono, non curandosi di parer poveri d’intelletto. E per che si credono di non esser visti ne i furti che fanno, gli comincio a sgridar dietro: Io v’ho pur visto; io v’ho pur saputo cogliere; io v’ho pur chiappati, ladri, tagliaborse, giuntatori, mariolacci! A rubare il Petrarca, ah? A spogliare il Boccaccio, eh?»[72]. Altrove dice: «Il Petrarca fu sempre e per omnia saecula sarà il primo, ed egli solo farebbe i sonetti simili ai suoi. Becchinsi il cervello, chè tra ’l fare e il contraffare ci son più di diece miglia»[73]. Talvolta, per meglio burlarsi di questi imitatori, o piuttosto ladri, il Franco finge di lodarli. Così nel dialogo intitolato Il Petrarchista, stampato la prima volta in Venezia nel 1539, egli fa che il Sannio, uno degli interlocutori, dette molte lodi del Petrarca, soggiunga: «Onde perciò non pur lo dovrebbero i rimatori imitare e rubare, ma i prosatori liberamente pigliarne, non solamente tutte le parti del parlare, i modi, le clausole e le figure, che ne le sue composizioni sono quasi stelle al cielo cosparte, ma ciò che c’è, ecc.»[74]: mentre poi, in altro suo dialogo introduce lo stesso Sannio a vituperare «certe gentuzze, che se non rubano quattro versi, non ne sanno mettere due insieme»[75]. Nè si creda ch’egli esageri. Nel Dialogo della Rettorica dello Speroni Antonio Brocardo racconta come, essendo ancor giovinetto, si dèsse tutto allo studio del Petrarca e del Boccaccio, e poi a compor versi. «Allora pieno tutto di numeri, di sentenzie, e di parole petrarchesche e boccacciane, per certi anni fei cose a’ miei amici meravigliose: poscia parendomi che la mia vena s’incominciasse a seccare (perciocchè alcune volte mi mancava i vocaboli, e non avendo che dire, in diversi sonetti uno stesso concetto m’era venuto ritratto) a quello ricorsi che fa il mondo oggidì; e con grandissima diligenzia fei un rimario o vocabolario volgare: nel quale per alfabeto ogni parola, che già usarono questi due, distintamente riposi; oltra di ciò in un altro libro i modi loro del descriver le cose, giorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, speranza, bellezza, sì fattamente raccolsi, che nè parola nè concetto non usciva di me, che le novelle e i sonetti loro non me ne fossero esempio. Vedete voi oggimai a qual bassezza discesi, ed in che stretta prigione e con che lacci m’incatenai»[76].
In certa lettera che finge scritta al Petrarca, il Franco chiama gli imitatori una delle due disgrazie più grosse toccate al poeta. Vero è che in quella risposta della lucerna, già citata, fa del Bembo sperticatissime lodi, costituendolo duce e moderatore di tutta una famiglia di poeti, fra cui spiccano Gerolamo Quirino, Gerolamo Molino, Bernardo Navagero, Bernardo Cappello, il Molza, il Fortunio, lo Speroni, il Beazzano, il Grazia, Bernardo Tasso, l’Alamanni, il Varchi, il Rota, il Tansillo[77]; ma notisi che quando scriveva queste cose, nell’anno 1538, egli si trovava in Venezia, proprio nell’orbita di quell’astro maggiore dei cieli poetici ch’era allora messer Pietro Bembo; e così di più altre contraddizioni o menzogne sue noi potremmo avere spiegazione, se ci fosse dato di confrontarle con certi casi della sua vita, di quella vita lacera e fortunosa, che per eccessivo rigore di una giustizia che tropp’altre cose vedeva e comportava senza punto risentirsi, doveva miseramente finir sul patibolo. Ma, ad ogni modo, nell’anima sua, e per libero giudizio, il Franco fu antipetrarchista convinto, e ne vedremo altre prove. Quel mettere a sacco il Canzoniere, con levarne non pur le parole, ma i versi interi, pareva brutto del resto a molt’altri, e l’Aretino, per isvergognar quell’usanza, intarsiava di versi tolti appunto di là entro lo sconcio capitolo Alla sua Diva, e con versi tolti similmente di là cominciava lo stesso Franco alcuni sonetti della sua troppo famosa Priapea[78].
Quelle voci insolite e schife, que’ modi peregrini ed azzimati, tutte le sdilinquite eleganze onde, togliendole al modello, gl’imitatori venivano cospargendo e infiorando i loro componimenti, fastidivano alla lunga chi non avesse in tutto indolciti e smascolinizzati l’anima e i sensi. Ci erano orecchie cui meglio gradiva una musica di suono alquanto più grave e magari più aspro. Parlando di Michelangelo Buonarroti, dice il Berni nella sua epistola a fra Bastiano del Piombo, apostrofando per l’appunto i petrarchisti:
Tacete unquanco, pallide viole,
E liquidi cristalli e fere snelle:
Ei dice cose, e voi dite parole.
E queste parole, che infilate come perle, lucide e fredde, erano molta parte del vocabolario degl’imitatori, venivano in uggia a chi liberamente e a piene mani attingeva al tesoro della lingua viva; e quei quattro concettuzzi stremenziti che formavano la trama e l’ordito degl’innumerevoli canzonieri facevano venir l’affanno a chi era uso di respirar largamente nel mondo vario delle idee e delle cose. «Dico», esclama il Franco[79], «che in tal maniera son cresciute ne l’età nostra l’acutezze de gli intelletti, ed hanno i gattolini aperti talmente gli occhi, che ci vuol altro che falde di neve, pezze d’ostro, collane di perle, altro che smaltar fioretti, adacquare erbette, frascheggiare ombrelle, e nevicare aure soavi per sonettizzare a la petrarchesca». E altrove: «Veggo in un batter d’occhi monti, colli, poggi, campagne, pianure, mari, fiumi, fonti, onde, rivi, gorghi, prati, fiori, fioretti, rose, erbe, frondi, sterpi, valli, piagge, aure, venti, liti, scogli, sponde, cristalli, fiere, augelli, pesci, serpi, greggi, armenti, spelunche, tronchi, uomini, dei, stelle, paradiso, cielo, luna, aurora, sole, angeli, ombre e nebbie»[80]. È questo, un po’ in iscorcio, il vocabolario dei petrarchisti.
Il Garzoni, biasimati aspramente coloro che ricantavano le vecchie favole della mitologia, e detti più meritevoli di scusa coloro che spacciavano le storie dei Reali di Francia, di Buovo d’Antona, di Erminione, di Drusiana, di Pulicane, di Macabruno e altre sì fatte, soggiunge, con aperta canzonatura[81]: «E più ragionevolmente fanno i poetucci moderni, che attendono solamente a sfodrar fuori ne’ sonetti un lor sovente, un dogliose note, un verdi piagge amene, un lieti boschi, un ritrosetto amore, un pargoletti accorti, un bei crin d’oro, un felice soggiorno, dove non dan molestia ad altri che alle dive loro, nè sono almeno di tanto stomachevole invenzione come gli antichi, i quali, se non fanno convertire gli uomini in piante, le dee in fiumi, le ninfe in fonti, i satiri in augelli, non hanno fatto cosa di buono. Ma questi limpidetti poeti petrarcheschi almeno trovano soggetto e parole assai convenienti, perchè in un tratto t’assegnano a una sfera come intelligenza, a un polo come un cardine, a un orbe come una stella, e ti fanno apparer dal Nilo al Gange e da Calpe a Tile con sana cosmografia tutto illustre e glorioso». E l’Aretino, più risoluto e più energico[82]: «Sterpate da le composizioni vostre i ternali del Petrarca, e poi che non vi piace di caminare per sì fatte strade, non tenete in casa vostra i suoi unquanchi, i suoi soventi, ed il suo ancide, stitiche superstizioni de la lingua nostra: nel replicare l’istorie ed i nomi discritti da lui, allontanatevigli più che potete, perchè son cose troppo trite». Meglio ancora biasimava quel gergo artifiziato Pietro Nelli in una delle sue satire, dicendo[83]:
Mi piace usar vocaboli sanesi
Non tirati con argani, o con ruote,
Perch’io vo’ che i miei versi sieno intesi.
Questi c’hanno oggimai lasciate vuote
Le bisacce al Petrarca e la scarsella,
E pieno ’l mondo d’uopi e di carote,
Quasi mi fanno recer le budella
Col parlar su lo stitico e far mostra,
Come già il corvo, dell’altrui gonnella.
E nel secondo sonetto della sua Priapea, il Franco gridava:
Lungi, ser petrarchisti dal bel stile,
Che le rime con gli uopi profumate.
Se c’era dunque chi voleva la lingua pedissequa e stretta ai panni di messer Francesco e di messer Giovanni, c’era pure, per buona ventura, chi stimandola uscita ormai di pupillo, la voleva padrona di sè e degli andamenti suoi. Annibal Caro, nel Proemio a quel suo noto Commento di ser Agresto ecc., dice che, quanto a lingua, non vuole usare, nè la boccaccevole, nè la petrarchevole, ma solamente la pura toscana in uso a’ suoi dì. L’Aretino, che scriveva come gli uscia dalla penna, si faceva beffe di certe riprensioni che gli venivano dagli Accademici di Lucca, i quali sempre avevano in bocca: il verbo vuole essere nelle prose in ultimo, e cotesto non disse il Petrarca[84]. Tra quegli stessi che non s’arrischiavano a usare nelle scritture la lingua parlata, c’era pure chi si ribellava alla doppia tirannide del Petrarca e del Boccaccio. «Non so adunque come sia bene», fa dire a Lodovico da Canossa il Castiglione nel suo Cortegiano[85], «in loco d’arricchir questa lingua e darli spirito, grandezza e lume, farla povera, esile, umile ed oscura, e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno sia sforzato ad imitare solamente il Petrarca e ’l Boccaccio, e che nella lingua non si debba ancor credere al Poliziano, a Lorenzo de’ Medici, a Francesco Diaceto e ad alcuni altri che pur sono Toscani, e forse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e il Boccaccio». In una lettera al Corrado, scritta da Roma l’ultimo di febbrajo del 1562, il Caro dice a proposito di certe voci non usate dal Petrarca[86]: «E ’l dire che non si debba scrivere con altre parole, che con le sue, è una superstizione: e questo punto è stato di già esaminato e risoluto così dagli uomini di giudicio». Non così bene risoluto tuttavia che quella tirannide non durasse più o meno grave tutto quel rimanente secolo. In una curiosa lettera, indirizzata a Francesco Petrarca dal mondo, ai 5 di decembre del 1570, il Groto, che altrove confessa avere certo suo sonetto «un poco di parentado» con altro del sovrano poeta, descrive un viaggio che fece a Bologna per visitare la Cavaliera Volta. Dice di voler narrare quel viaggio in versi; chiedere pertanto a esso Petrarca licenza di usare vocaboli non usati nel Canzoniere, giacchè «sono alcuni pedanti, alcune scimmie, alcuni petrarchisti ed alcuni poeti salvatichi, i quali hanno introdotto per legge inviolabile, e per regola indispensabile, che in verso volgare non possono usarsi altre voci di quelle, che usaste voi, nei vostri componimenti»[87]. E sì che questi pedanti, queste scimmie, questi poeti salvatichi, erano stati esposti alle risa del pubblico fin sulla scena. L’Aretino, volendo dare in breve un saggio di ciò che fosse quella lor lingua, e del costrutto dei loro poetici discorsi, aveva fatto dire all’Istrione nel Prologo del Marescalco: «Spettatori, snello ama unquanco, e per mezzo di scaltro a sè sottragge quinci e quindi uopo, in guisa che a le aurette estive gode de lo amore di invoglia, facendo restío sovente, che su le fresche erbette, al suono de’ liquidi cristalli cantava l’oro, le perle e l’ostro di colei che lo ancide».
Quanto all’imitazione, c’era chi non voleva saperne per nulla, e chi l’ammetteva sì, ma con certo temperamento. L’Aretino, che si fregiava del nome significativo e pomposo di segretario della natura, la stimava una pusillanimità e viltà degl’ingegni. «Di chi ha invenzione», diceva egli, «stupisco, e di chi imita mi faccio beffe, conciosia che gli inventori sono mirabili e gli imitatori ridicoli»[88]. E altrove ancora dice molto assennatamente[89]: «il Petrarca e il Boccaccio sono imitati da chi esprime i concetti suoi con la dolcezza e con la leggiadria con cui dolcemente e leggiadramente essi andarono esprimendo i loro, e non da chi gli saccheggia, ecc.». Il che torna a dire che i grandi modelli vanno studiati per imparar da essi le vie e il magistero dell’arte, e non per rifare ciò che essi ottimamente han già fatto. In un luogo della sua Apologia contro il Castelvetro, Annibal Caro dice per bocca del Predella, bidello: «Non sarebbe pazzo uno, che, volendo imparare di camminare da un altro, gli andasse sempre drieto, mettendo i piedi appunto donde colui li lieva? La medesima pazzia è quella che dite voi, a voler che si facciano i medesimi passi, e non il medesimo andare del Petrarca. Imitar lui, vuol dire che si deve portar la persona e le gambe come egli fece, e non porre i piedi nelle sue stesse pedate». E più largamente ancora sembra che la pensasse il buon Guidiccioni, quando in una lettera ad Antonio Minturno scriveva parergli «viltà lo star sempre rinchiuso nel circolo del Petrarca e del Boccaccio, e massimamente a quelli i quali s’hanno acquistato con i lor sudori qualche credito di vera lode»[90]. Potevano gl’imitatori immaginarsi facilmente d’aver pareggiato il Petrarca in un tempo in cui, a detta del Sansovino, c’erano cantambanchi che si tenevan da più di lui, incedevan gonfii e pettoruti e volevano che ognuno facesse loro di berretta[91]; ma era la loro una sciocca immaginazione, e ciò che il Folengo diceva di alcuno[92]:
Tal volse del Petrarca sulle cime
Salir, ch’or giace in terra con gran scherno,
era, in parte almeno, vero di tutti, anche dei più famosi.
L’imitare, e l’imitar male, essendo assai più agevole dell’inventare, ne veniva che infiniti si davano a comporre colla falsariga del Petrarca innanzi, che, se non avessero avuto quella opportunità e quel comodo, si sarebbero forse astenuti dall’imbrattar carte. Ognuno che sapesse contare undici sillabe sulle dita e avesse in capo quattro dozzine di rime, si credeva da tanto di poter rifare il Petrarca. A tale proposito si ha nei Mondi del Doni una curiosa scenetta. Siamo nel Mondo misto, dove Momo conduce le anime a considerare lo stato loro. Si presenta un’anima e tra Momo e lei è questo dialogo:
Momo. Chi fosti tu al mondo?
Anima. Scarpellino e poeta.
Momo. O che discordanza che è questa! come di sartore e barbiere. Che scarpellavi tu e componevi?
Anima. Io m’avevo fatto un bel libro di monti, mari, sterpi, e valli, tutto in rima.
Di fior, fioretti, ombre, erbe e viole,
Poggi, campagne e poi pianure e colli,
Con fonti, gorghi, prati, rivi ed onde.
Momo. Oh tu cicali in versi sì petrarchevolmente! Io ne vo’ fare una querela in Parnaso. Andrai pur là, che tu non istai bene fra noi altri; va, fatti infrascare di questi lauri.
Anima.
Piaggie, liti, scogli, venti ed aure,
Cristalli, fiere, augelli, pesci e serpi,
Greggi, spelunche, armenti, tronchi, antri, dei,
Stelle, paradiso, ombre, nebbie, omei.
Momo. Costui è pazzo; odi versi! Sapevi tu far altro? e avevi messo altro nel tuo libro?
Anima. L’edere d’Ippocrene, gli amenissimi platani, i dirittissimi abeti, l’incorruttibil tiglio, le canne di Menalo, le querce di Dodona, i mirti d’Aganippe, i noderosi castagni e gli eccelsi pini[93].
Il buon Momo non vuol udirne di più: fa ingollare allo scarpellino poeta certo beverone e lo rimanda al mondo d’onde è venuto.
Il Doni era grande ammiratore del Petrarca, come prova, tra l’altro, una lettera tutta in lode del sommo poeta, lettera che si legge nella sua Zucca; ma i petrarchisti, o i petrarchevolisti, come più acconciamente li avrebbe chiamati Mattio Franzesi, specie quelli di bassa lega, non li poteva soffrire, e con lui non li potevan soffrire quanti avevano giusto concetto dei fini e della dignità dell’arte. Quello strabocco di poesia annacquaticcia, scolorita, scipita, faceva alla fine venir la nausea a chi era di più forte sentire, di gusti meno smaccati, e più d’uno lamentava col Franco che tanto si fosse rinforzata in Italia la maledetta foja della sonettaria. Chi si sentiva muovere dentro qualcosa di vivo e di caldo, chi credeva d’avere qualcosa di proprio da dire, non poteva non farsi beffe di que’ poeti da scranna, a’ quali accenna il Mauro nel suo capitolo Della caccia, là dove dice che
i lor versi
Ricaman d’altro che d’oro e di seta;
E negli studi stan sempre a sedersi,
Ove tengon le muse pei capelli,
Che sputan detti leggiadretti e tersi.
Molti avevano, non solo un buon concetto di ciò che deve essere poesia in genere, ma ancora come un presentimento indistinto ed ansioso di un’arte nuova che dovesse avvenire, di un nuovo mondo poetico che dovesse essere rivelato alle genti, dove non la imitazione, ma l’invenzione, non la pedissequa timidità, ma il felice ardimento segnassero la via della gloria, e non potevano acconciarsi a quella poesia peritosa e servile, sonante di parole e vuota d’idee, fatta di tasselli e lisciata con la pomice. Altro si voleva oramai. «O turba errante», esclamava l’Aretino con intuito meraviglioso e con bella efficacia di parole, «io ti dico e ridico che la poesia è un ghiribizzo de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio, e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli, e un campanil senza campane; per la qual cosa, chi vuol comporre, e non trae cotal grazia da le fasce, è un zugo infreddato[94]». E altrove, con assai buon sentimento del vizio capitale della imitazione: «Io non mi son tolto da gli andari del Petrarca, nè del Boccaccio, per ignoranza, che pur so ciò che essi sono; ma per non perder il tempo, la pazienza e il nome nella pazzia del volermi trasformar in loro, non essendo possibile[95]».
L’Aretino doveva essere per natura e per consuetudini letterarie un gran nemico del petrarchismo, nè deve far credere altrimenti la somma riverenza da lui sempre addimostrata al principe di essi tutti, all’eccellentissimo Bembo, cui più di una volta difese contro detrattori temerarii, e cui chiama immortalissimo, reverendissimo, celeste, dicendosi indegno persin di lodarlo, gridando che egli aveva data agli uomini la ricetta del come possano diventare iddii, assicurandogli eternità di fama in un sonetto quando e’ fu morto[96]. Biasimi e lodi costavano egualmente poco al Divino, cioè nulla. Egli ed il Bembo stavano sui convenevoli, perchè l’uno temeva dell’altro; ma non eran uomini che potessero intendersi e accordarsi in nulla; e per ciò che spetta all’Aretino, ha certamente ragione l’autore di quella Vita di lui che va sotto nome del Berni, quando dice che non poteva soffrire il Bembo sebbene assai lo lodasse.
Ciò che della poesia petrarchevole pensava Pietro Aretino altri ancora pensavano; ma niuno certamente espresse il suo pensiero in forma più compiuta di quello fece in un apposito capitolo contro i petrarchisti Cornelio Castaldi, poeta poco noto, ma cui spetta nulladimeno il vanto di essersi tratto fuori del comun gregge e d’aver tentato nuove vie[97].
Leggo talor tutto un vostro volume
Da capo a piedi ch’io non vi discerno
D’arte o d’ingegno un semivivo lume.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io già vi amai, ed or non vi disamo,
Anzi v’onoro e riverisco in tanto
Che del versificar padri vi chiamo.
Ma non so darvi poetico vanto,
Perocchè mai non mi parrà poeta
Chi sol l’orecchi e mie pasce col canto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo vostro infilzar di parolette
Mi rappresenta alla tenera etate.
Quando un fanciullo ad imparar si mette:
Che s’ei non scrive su carte rigate,
Non sa tener da sè dritta la mano,
Per non esser le dita anco addestrate.
E conchiude col verso:
Biasmo lo stil dove l’ingegno dorme,
il quale dice appunto ciò che un altro verso dice, un verso moderno che fece chiasso e diventò proverbiale:
Odio il verso che suona e che non crea.
Del resto, nelle tendenze molteplici e discordi della letteratura contemporanea il petrarchismo incontrava altre avversioni ed altri contrasti. Anzi tutto non potevano essere fautori suoi quegli umanisti intolleranti ed intransigenti che non avevano in pregio se non le opere dei greci e dei latini, e stimavano cosa vile l’usare scrivendo altra lingua che quella di Cicerone e di Virgilio. Contro a costoro ha un sonetto il Lasca, nel quale li pettina a dovere. Li chiama pedanti e logicuzzi; li accusa di mandare in rovina
La lor lingua toscana o fiorentina;
li strapazza, perchè nelle scienze concedono gli onori
Tutti ai latini ed ai greci scrittori,
mentre i più grandi fra quelli,
Virgilio, Orazio, Pindaro ed Omero
Appetto a Dante non vagliono un zero,
e son anche assai da meno del Petrarca e del Boccaccio. Ma quegli stessi scrittori che si opponevano alle sciocche pretese dei pedanti, quelli che, con ogni ragione, volevano essere italiani e non latini, si scoprivano poi alla lor volta nemici, non del Petrarca, ma del petrarchismo, se, come appunto è del Lasca, ritenevano nei gusti, nel modo di pensare, nell’uso della lingua, alquanto, anzi molto, del popolaresco; giacchè l’umor loro, schietto e nativo, non poteva acconciarsi a quelle raffinatezze e a quegli arzigogoli della petrarcheria. Anche il Lasca mostrava di professare una grande ammirazione pel Bembo; ma bisognerebbe poter vedere che cosa ci fosse sotto a quella sua ammirazione, e un pocolino il lascia vedere egli stesso. Che non potessero essere molto teneri delle melanconie petrarchevoli, e di una poesia moccicona, che si disfaceva in pioggia di lacrime, ed esalava in vento di sospiri, quegli spiriti giovialoni ed arguti, quei, come il Caro li chiama, poeti bajoni, che argomento a verseggiare traevano dai casi minuti della vita d’ogni giorno, dai piccoli piaceri un po’ volgari, dalle piccole miserie un po’ ridicole, dalle mille storture degli uomini e delle cose, voglio dire i creatori della poesia bernesca con a capo il loro padre comune, e con essi quanti di tal poesia facevano festa e sollazzo, si capisce troppo facilmente e non bisogna dimostrarlo. E così la intendeva il Lasca, quando in una poesia da lui premessa alla edizione delle rime del Berni, usciva a dire:
Chi brama di fuggir maninconia,
Fastidio, affanno, dispetto e dolore;
Chi vuol cacciar da sè la gelosia,
O, come diciam noi, martel d’amore,
Legga di grazia quest’opera mia,
Che gli empirà d’ogni dolcezza il cuore;
Perchè qui dentro non ciarla e non gracchia
Il Bembo merlo, o ’l Petrarca cornacchia.
E nella lettera a Lorenzo Scala, premessa egualmente a quelle rime, diceva «le petrarcherie, le squisitezze, le bemberie, avere, anzichè no, mezzo ristucco il mondo.» Perciò possiam credere che al duca di Mantova non tornasse sgradito l’avvertimento che gli dava l’Aretino, quando, mandandogli certa composizione ghiotta del Veniero, diceva:
Non aspettate veder la lindezza
Dell’andar petrarchevole a sollazzo,
Ch’a ricamar fiori e viole è avvezza.
Di quella lindezza doveva averne assai anche il duca di Mantova. Per chi amava di parlar grasso e ridere alla sbracata (e Dio sa s’era gusto di molti) non c’era canzoniere d’amore che valesse un sol capitolo del Berni. Gabriello Simeoni non si peritava di dirlo apertamente e di stamparlo.
Chi dice che ’l gentil compor berniesco
Non è il più bel che si leggesse mai
Sta dell’ingegno e del giudizio fresco.
Puossi con esso trar sospiri e guai
Senza tanti uopi, unquanchi, schivi e snelli,
Che dan che fare a gl’ignoranti assai.
Voglion le feste questi poverelli
Passarsi il tempo con un libro in mano
Senza tanti Laudivi o Vellutelli[98].
E notisi che il Simeoni fu grande ammiratore del Petrarca, e due volte si recò a visitare Valchiusa, una il sepolcro del poeta. Per parte loro i petrarchisti dovevano guardar con dispetto i poeti berneschi e la lor poesia, e cercare di screditarli quanto più potevano, nè io dirò che peccassero in questo. Certo il Giraldi Cinzio doveva esprimere il pensiero di molti, quando scriveva: «Alle cose basse nacque medesimamente il Bernia tra’ toscani, e tutti coloro che per loro principale esercizio a quel modo han scritto ch’egli scrisse; e infelici mi pajono quegli ingegni che spendono le lor buone ore in così fatte scritture, piene di nascosta disonestà, e di materie plebee, che sol dilettano a’ salcicciai, ed a simil sorti di genti»[99]. Che dilettassero solo a’ salcicciai e a simil sorte di genti, non è punto vero; e ad ogni modo rimane dubbio qual fosse poesia più oziosa se la bernesca o la petrarchesca. Questa era certo più sciocca.
Nè più dei berneschi potevano essere amici al petrarchismo i poeti maccheronici, che già nel fatto della lingua si mostravano sciolti da ogni regola, non sottoposti ad autorità di sorte alcuna, figli e fautori del proprio capriccio.
Ma se di molte beffe toccavano agl’imitatori del Petrarca, molte del pari ne toccavano ai commentatori. Non commentatori, ma crocifissori li chiama l’Aretino. «Se», dice egli nel Prologo della Cortegiana, «la selva di Baccano fosse tutta di lauri, non basterebbe per coronar crocifissori del Petrarca, i quali gli fanno dir cose con i loro comenti che non gliene fariano confessare diece tratti di corda». Quel bel matto di Alfonso de’ Pazzi si burla in un sonetto di coloro che avevano cava di commenti, e ricorda in un altro
..... l’Accademia, ’l Varchi e ’l Gello,
C’han messo Dante e ’l Petrarca in bordello.
Lo stesso Aretino dice in una lettera al duca di Mantova[100]: «Se l’anima del Petrarca e del Boccaccio, nel mondo suo, è tormentata, come son le loro opere nel nostro, debbono rinnegare il battesimo». Il Franco li scardassa in questo modo nella sua Epistola al Petrarca[101]: «Or questi dunque, perchè si conosceano non valere ad altro, si son posti a contentare le vostr’opere vulgari, ingegnandosi di trovarvi novità di chimere per parere ingegnosi, e di recarci ciance infinite per parere facondi. Ma con che rumor di scodelle i lavaceci si vadano poi imboccando le vostre fantasie, volendole intendere al vostro dispetto, non ve ’l potrei scrivere per una lettera. E volesse pure Iddio che fussero stati soli i processi fattivi sopra i versi, ed i tormenti dativi sopra i sensi, perchè son stati più i chiassi fatti in disonor de l’onore e del nome, per aver voluto investigare, se voi feste o non feste quella cosa con monna Laura, s’ella ebbe marito o no, se fu sterile o fe’ figliuoli, se ’l cardinal Colonna ve la tolse a forza d’oro, se ’l papa vi promettesse il cappello volendogli consentire una sorella di cui era invaghito, con tante altre sporche dispute ch’io mi vergognarei d’annoverarle scrivendo». Quando il Franco così scriveva, erano già stati pubblicati per le stampe i commenti dello Squarciafico, del Filelfo, del Vellutello, del Fausto, di Silvano da Venafro, del Gesualdo e di altri. E non meno acerbamente, anzi più, si esprime il Groto in quella lettera che ancor egli volle scrivere al Petrarca[102]: «Di novo non ci è altro, se non che ’l vostro canzoniere è più confuso, più rimescolato, più riversciato che le foglie scritte dalla Sibilla ad un lungo soffiar di borea, di austro, di levante e di ponente. Voi medesimo, se ’l vedeste, no ’l riconoscereste. Ci è di più, che vi fan cinguettare a lor modo, e dove pensate dir pettini, vi fan dir cesoje. A madonna Laura vostra han dato nome, chi di anima, chi di poesia, chi di filosofia, e mille altre chimere fantastiche di commentari. O se voi tornaste di qua avreste pur che fare co ’l notajo del maleficio, o danno dato! quanti ne fareste frustare, e impiccar per ladri! Ogni un s’ingrassa del vostro grasso, e s’ingrassa del vostro sugo; chi vi pela di qua, chi vi taglia di là, chi vi ruba, chi vi scaca, chi vi assassina». E qui l’autore lasciati i commentatori, torna a pigliarsela con quei gaglioffi d’imitatori. Ma già prima del Groto il Giraldi Cinzio aveva scritto: «E per non parlare degli altri, si son trovati e si trovano oggidì alcuni che, lasciati i sensi veri, fanno tali farnetichi su alcune cose del Petrarca, che pajono spiritati che dicano le maraviglie; e ovunque trovano la voce di amore o di natura, o di Giove, o di Giunone, o di disire, o di bellezza, o di sole, o di cielo, o di altre tali cose, vi vogliono tirare ciò che se ne scrisse mai dal principio del mondo insino alla loro età»[103].
Con tanta gente ai fianchi, sopra, sotto, d’ogni banda, imitatori, spositori, commentatori, musici, compilatori di vocabolarii, fabbricatori di grammatiche e di Arti poetiche, il malcapitato Petrarca fa pensare a un di quei bacherozzoli, che spesso si trovan pei campi, sepolti sotto un acervo di affamate ed affacendate formiche. Egli era come un nuovo Mecenate che, mal suo grado, faceva le spese a un nugolo di parassiti, ed era giusto che qualcuno, non potendolo egli, levasse la voce contro l’importunità e la improntitudine di costoro. In una sua madrigalessa in morte di Lodovico Domenichi, il buon Lasca, che in tant’altre cose sapeva mostrarsi uomo di retto sentire e di sano giudizio, esclama:
Una turba infinita
Di poetacci vive e di scrittori,
Pedanti e correttori,
Che metton tutto il mondo sottosopra,
Ogni antica storpiando e modern’opra,
Come Dante e ’l Petrarca fede fanno,
Con gran vergogna e danno, e con rovina
Dell’Accademia nostra Fiorentina,
Che fa molte parole e pochi fatti.
Molte parole e pochi fatti, come fu sempre usanza delle accademie. Poetacci e pedanti si contenta chiamarli il Lasca, ma meglio minuzzapetrarchi, lambiccaboccacci e stuccalettori di piccola levatura li chiama il Grappa in quel suo commento alla canzone del Firenzuola in lode della salsiccia[104]. E tenendosi più strettamente al Petrarca, il Franco fa dire alla sua lucerna[105]: «Veggo le cataste dei libri tanto alte, che mi tremano gli occhi a guardarci su... Veggo il Petrarca commentato, il Petrarca sconcacato, il Petrarca imbrodolato, il Petrarca tutto rubato, il Petrarca temporale e il Petrarca spirituale». Una pietà!
Abbiam veduto di quanto favore al petrarchismo fossero certi spiriti amorosi che aleggiavano in mezzo alla colta ed elegante società del Cinquecento; ma non ci dimentichiamo che sotto e a’ fianchi di questi spiritelli aerei, lindi, decenti, altri se ne agitavano di più grossa natura, di più liberi portamenti; non ci dimentichiamo che di contro all’amore dei canzonieri c’era l’amore delle novelle e delle commedie; di contro al piacere di spasimare il piacere di godere. Già quegli amori a cui, non che la speranza, non era lecito nemmeno il desiderio, quello stemperarsi in lacrime, quel dileguarsi in sospiri, tante metafisicherie e tanti arzigogoli cacciati dentro al più spontaneo degli affetti, alla lunga venivano a noja. Gli spasimanti perpetui cominciavano a diventar ridicoli. Odasi ciò che dice Ercole Bentivoglio in una sua satira indirizzata a M. Andrea Napolitano:
Andrea, tra le pazzie che non son meno
Di riso grande che di biasmo degne,
Di ch’oggi è sì questo vil mondo pieno,
Posto è il pensier, che ’n tutti or par che regne,
Cieco d’amor, quando la notte e ’l giorno
Spende l’uom dietro a queste donne indegne.
E più oltre, canzonando lo stesso Andrea:
Ite pensoso per quest’ampie strade,
Con gli occhi a tutte le finestre intenti,
Molli talor di tepide rugiade.
Poi ricorda un tal Cupennio:
Che profumato tutto ’l dì sospira
Al sole ed alla pioggia, e alla finestra
Gli occhi con certa gravitate gira.
Luigi Alamanni va più in là, e nella satira a M. Albizzo Del Bene biasima, non solamente quell’amore cortigianesco, ma ogni amore che, dice, è di grande nocumento agli uomini, nati a cose maggiori, è cagione d’infiniti guai. Cita il proprio esempio:
Anch’io con Febo gli amorosi strali
Al santo bosco già cantai d’intorno,
E so quante menzogne io dissi e quali.
Chi poi sentiva l’amore secondo natura e secondo umanità, si stizziva di quell’amore dei filosofanti e dei sonettai, inviluppato nei concetti, e con tante gale di sofismi intorno da parere un altro.
L’amore è diffinito così spesso
Da questi dotti, e così pesto e trito,
Ch’omai non più si conosce egli stesso,
dice Pietro Nelli in una delle sue satire. Francesco Sansovino la rompe con tutti i risguardi e dice chiaro di preferire l’amore quieto, naturale e senza cerimonie di una sgualdrina, agli amori smancerosi delle nobili dame[106]. Certo non tutti avevano i gusti, dirò così, troppo semplici del Sansovino, e anche del Berni, che componeva que’ saporiti capitoli in lode della sua schiattona, e molti indulgevano ad amori alquanto meno volgari, quali la novella e la commedia ci mostrano; ma erano pur sempre amori molti diversi da quelli di messer Francesco e di madonna Laura. Ora, se tra costoro c’era chi, per vaghezza di contrasto, cercava gli amori ideali dopo aver fruito, o mentre ancora fruiva, di quelli che chiameremo pratici; molto maggiore doveva essere il numero di coloro che si attenevano ai pratici, senza cercare più là. E costoro eran tutti naturali nemici del petrarchismo.
Il sentimento di questa classe di nemici, assumeva, tra le altre, una forma caratteristica, la forma di un dubbio circa la qualità degli amori del poeta e della donna celebrata da lui. Questi amori erano essi stati così puri come si diceva? Difficile il crederlo, e nel Canzoniere stesso si cercavano le prove del contrario. Alcuno più benevolo, come, ad esempio, Nicolò Astemio[107], credeva che tutto quell’amore altro non fosse che una finzione; sospetto antico, contro il quale ebbe a difendersi lo stesso Petrarca. Per contro, Pietro Cresci, autore di un’apposita dissertazione, alla famosa purità ci credeva assai poco, e Ubaldo De Domo non ci credette punto. Cesare Caporali è d’avviso
Che in Valchiusa non gì la cosa netta;
e Antonfrancesco Doni narra, nei Marmi[108], di una disputa fatta nell’orto de’ Rucellai, e riferita da quella buona femmina della Zinzera, nella quale disputa molti sostennero questa stessa opinione: «e tenevano che egli (il Petrarca) avesse amato donna, donna, donna da dovero; e che egli avesse anco corso il paese per suo: ma come uomo che era religioso, dottore, vecchio e calonaco di Padova, non voleva che restasse accesa sì fatta lucerna della fama; e appiattò la cosa sotto mille queste e mille quelle; la pose in bilico acciò che la non si potesse mai affermare; perchè la fu così giusta, giusta, ma che sempre si trovasse qualche oncino d’attaccarsi in pro e contra». Costoro non erano di certo poeti petrarchisti. Nè solo si dubitava della qualità di quello amore, ma, ancora della condizione di madonna Laura. In una delle Lettere argute del Rao, tra parecchie tesi da disputare c’è la seguente: Che madonna Laura, tanto amata dal Petrarca, ebbe modi e costumi di montanara, contra l’espositore di esso Petrarca[109].
Si mettano insieme tutte queste avversioni grandi e piccole, tutti i biasimi che abbiam notati sin qui, con le ragioni loro, e si vedrà che l’antipetrarchismo era una forza grande, piena di uno spirito vigoroso. Questo spirito, nella sua forma più acuta, si manifesta mediante la parodia. Gli imitatori del Canzoniere si videro a un tratto ai fianchi altri imitatori, i commentatori altri commentatori; ma mentr’essi facevan da senno, quegli altri facevan per beffa, e nell’alto lor riso travolgevano i seguaci e un pochino anche il maestro.
Ed ecco di fronte a Laura divina, di fronte a quel tipo invariabile di donna bionda, gelida e perfetta dei canzonieri, levarsi come una visione apocalittica la megera del Berni.
Chiome d’argento fine, irte e attorte
Senz’arte intorno a un bel viso d’oro;
Fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,
Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;
Occhi di perle vaghi, luci torte
Da ogni obietto diseguale a loro;
Ciglia di neve, e quelle, ond’io accoro,
Dita e man dolcemente grosse e corte;
Labbra di latte, bocca ampia, celeste;
Denti d’ebano, rari e pellegrini;
Inaudita, ineffabile armonia;
Costumi alteri e gravi; a voi, divini
Servi d’Amor, palese fo che queste
Son le bellezze della donna mia.
Quei divini servi d’amore non lascian dubbio quanto alle intenzioni del poeta; la canzonatura va a cogliere in pieno gli spasimanti petrarchisti e le lor dee[110]. Il Doni regala quattro madrigali alla sua Crezia, di cui dice di non aver mai veduto cosa più brutta, e in una lettera a Tiberio Pandola fa chiaro il pensiero ch’ebbe in comporli: «Ho poetato per burlarmi del mondo, e per farmi beffe d’alcuni scatolini d’amore, i quali non sanno uscire di: Madonna, io v’amo e taccio, e: S’io avessi pensato, e simili altre ciabatterie, oggimai così fruste come le cappe de’ poeti». Col medesimo intendimento compone Agnolo Firenzuola un capitolo sopra quella sua donna, che
Farebbe innamorare un pa’ di buoi,
e di cui descrive tutte le bellezze e novera tutte le virtù. La Cecca celebrata da Filippo Sgruttendio nella sua Tiorba a Taccone, e altre, vanno con quelle in ischiera.
I lamenti in morte di donne che, alcuna volta, non saranno nemmeno esistite, suggeriscono altri lamenti. Francesco Bracciolini compone i suoi sonetti in morte di Lena fornaja; ma altri, prima di lui, aveva spinto più oltre la beffa, e del Berni si ha una canzone sopra la morte delle sua civetta, di Agnolo Firenzuola un’altra canzone sopra la morte di un’altra civetta, del Coppetta una canzone in perdita di una gatta, di suor Dea de’ Bardi una in morte di una ghiandaja, e altre simili di altri. In tutti questi componimenti si ritrovano atteggiamenti di pensiero, di sentimento, di frase, che tutti rimandano alla prima lor fonte, le rime del Petrarca in morte di Laura. Questa forma di parodia incontrò molto: Ortensio Lando ci dice di aver cantato la morte di un cavallo, di un cane, di una scimia, di una civetta, di una gazza, di un mergone, di un gallo, di una gatta, di un grillo, e d’altri vili animali[111].
Ma una forma più piena e più risoluta di parodia era il travestimento. Il padovano Menon travestì la canzone: Chiare, fresche e dolci acque, cominciando:
O acque fresche e chiare
On le suo belle gambe
Se lavè la Tietta l’altro dì;
e il simile fece il suo concittadino Begotto, il quale travestì pure alcuni sonetti. In un libro assai raro intitolato Figaro Tuogno da Crespaoro, e no so que altri buoni Zugolari del Pavan e Vesentin, Smissiaggia de Sonagitti, Canzon e Smaregale in lengua Pavana (Padova, 1556), si trovano alcuni componimenti in lingua rustica, ne’ quali è parodiato il Petrarca. Quel bizzarro ingegno di Andrea Calmo travestì allo stesso modo una cinquantina di sonetti, l’ultimo dei quali, che nel Canzoniere del Petrarca comincia col verso Pace non trovo e non ho da far guerra, è accompagnato da un largo commento. Veramente non si può dire che in queste parodie ci sia molta di quell’arguzia che pure abbonda in altri scritti del medesimo autore, ma, ad ogni modo, eccone un saggio.
Benedetto sia ’l zorno, ’l mese, e l’anno,
E la stason, e ’l tempo, e l’ora, e ’l ponto,
E la contrà, e ’l liogo, onde fu’ zonto
Da quel bel viso che me fa gran danno.
Sia benedetto el primo dolce affanno
Ch’Amor m’ha dao, quando son sta conzonto,
E l’arco con le frezze, che m’ha ponto
D’una piaga mortal piena d’inganno.
Benedetta la boxe, e ’l so parlar,
I passi, el sonno, i vecci, la bellezza,
I andamenti, el star, el caminar.
Sia benedetta quella so vaghezza,
El so vestir col so pulio manzar,
Da far la morte star in allegrezza.
Maffeo Veniero, quel medesimo che poi fu arcivescovo di Corfù, e cui furono malamente imputate alcune sconce scritture di un altro Veniero, amico e discepolo dell’Aretino, si burlò assai piacevolmente nella canzone sua La strazzosa delle lindure, delicature e lambiccature degli amori petrarchevoli. Giambattista Lalli, l’autore del notissimo travestimento della Eneide, travestì pure ventinove sonetti, due ballate, una sestina, una canzone del Petrarca. Questi suoi componimenti ci traggono ormai fuori dei termini del Cinquecento, ma vogliono, ciò nondimeno, essere ricordati, perchè non fanno se non seguitare una tendenza sorta molto prima. E chi vuol vedere che cosa diventassero alle mani del Lalli le rime dell’innamorato cigno di Valchiusa, legga i due seguenti sonetti, in cui se ne veggono trasformati altri due fra i più famosi del Canzoniere.
Per far d’un buon cappon ghiotta vendetta,
Un ladroncel, sebben non mai l’offese,
Celatamente un giorno egli sel prese,
Com’uom che a nocer luogo e tempo aspetta.
Con la manina poi sua gola stretta,
L’uccise, e far non valse altre difese;
Poscia dal mio pollajo il furbo scese
Con furia tal che parve empia saetta.
Io conturbato da sì fiero assalto,
Non ebbi tanto nè vigor nè spazio,
Che potessi al bisogno prender l’armi.
Al ladro, al ladro, gridai sempre ed alto;
Ma non fu un cane che in sì duro strazio
A poterlo acchiappar volesse aitarmi.
Quando d’Apollo in ciel si scoloraro
Per gire in mare ad annegarsi i rai,
Ritornò il ladro, ed io che ben guardai,
Chiamai li sbirri e subito il legaro.
Non ebbe punto tempo a far riparo,
Che dal giudice, tosto i’ me n’andai,
E fu bello e convinto, onde i suoi guai
Nel voler capponar s’incominciaro.
Era venuto in tutto disarmato,
E non credea ch’i’ avessi o voglia o core
Di vendicarmi e d’acchiapparlo al varco.
Il buon giudice poi per farsi onore
Gli diè perpetuo bando dal suo stato
E ’l pose alla berlina sotto a un arco.
S’intende come questa poesia derisoria, che faceva del Canzoniere un uso così diverso da quello dei petrarchisti, non dovesse troppo giovare alla riputazion di costoro. Ma la parodia non colpiva soltanto gl’imitatori, colpiva ancora i commentatori. Parodia di commento sono i Cicalamenti del Grappa intorno al sonetto Poi che mia speme è lunga a venir troppo[112], e una esposizione della canzone Ben mi credea passar mio tempo omai, che lo stesso Grappa dice d’aver composta. Parodia è una Lauretta celebrata, dialogo di Marcantonio Petilio, diviso in sei Ragionamenti, ove, oltre all’ordinato progresso degli amori del Petrarca si dà la vera intelligenza alla canzone Mai non vo’ più cantar come soleva, da niuno ancora intesa[113]. E parodie sono quelle innumerevoli cicalate e dicerie, e quei commenti da burla, come il Commento del Caro alla Ficata del padre Siceo, quello del citato Grappa alla canzone del Firenzuola in lode della Salsiccia, e molt’altri. Nella Lezione o vero cicalamento di maestro Bartolino dal canto de’ bischeri sopra ’l sonetto Passere e beccafichi magri arrosto[114], si ricorda un Don Agiato da Valdiriposo, professore di Salamanca, che su questo medesimo sonetto aveva composte ventidue lezioni, e ci si deride molto saporitamente l’argomentare, l’anfanare, l’arzigogolare degli espositori. In un luogo l’autore dice, quasi con le stesse parole dell’Aretino riferite poc’anzi: «questi espositori e commentatori fanno dire... a questi poveri poeti cose che non l’avrebbon dette con diece tratti di corda, nè, mi fate dire, pur mai pensate»; e quivi stesso si burla di coloro che si mettono a legger lezioni per le accademie e fanno le cantafavole lunghe lunghe. Il Doni, che per burlarsi dei commentatori del Petrarca, commentò il Burchiello, e instituì un confronto fra l’uno e l’altro poeta; il Doni, in quella sua cicalata intitolata La Chiave, fa di strane chiose a quel passo molto oscuro del Petrarca,
Del mio cor donna l’una e l’altra chiave
Avete in mano;
e dice che molti commentatori s’avvilupparono in questo caso, e cita opinioni, giudizii e luoghi dello Stiracchia, del Zicotto, del Mentolone, del Savonarola, di Bartolo e di messer Pietro Bembo. E di quelle cantafavole lunghe lunghe ricordate dal Cecchi, con cui altri pretendeva di spianare concetti e luoghi difficili del Canzoniere, dà buon saggio il Calmo in una sua lettera, dove scrive[115]: «diseva ben el precettor del Certaldese: «Grami nu, pessi, che sta in aqua sporca!» O infelici, o stolti, o miseri, ad quid perdizio ve rosegheu la mente, ve lacereu el pensier, ve strupieu i spiriti, ve insanguineu el cuor, affaneu el stomego, ve tormenteu i membri, ve stracheu la memoria, ve aflizeu l’interior, e ve intrigheu l’anema? incerti d’ogni vostra operazion, inbindai con l’ozio alle rechie, col pè in la fossa, con la stamegna in cao, e col porta inferi che ve coverze? Che giova el tanto fadigar vu e i vostri e far fadigar altri col mondo insieme?» e su questo tono seguita per un pezzo.
Ma un altro avversario, punto da disprezzare, trovava il petrarchismo nel sentimento religioso, il quale, se in molti era spento affatto, o sonnecchiava, in altri non pochi serbavasi vivo, ed anzi si risentiva, si rinfocolava a contatto di quella gran corruzione che riempieva il secolo. Il Petrarca stesso, come cristiano, ebbe di molti dubbii circa l’amor suo, e se talvolta vide in esso una virtù gentile che lo guidava a salvazione, assai più spesso il considerò come una mala passione che lo toglieva a Dio, e se ne doleva e se ne scusava. Certo, nel suo Canzoniere molte cose ci sono che non le vorrebbe disdire un asceta; e chi mettesse insieme tutte quelle gravi massime e quelle savie sentenze circa la fugacità del tempo, la imminenza della morte, il nulla dei beni mondani, la bellezza della virtù e la turpitudine del vizio, potrebbe farne un libretto da porre a canto ai più devoti che abbia la letteratura cristiana; ma gli è pur certo che molt’altre cose ci sono le quali a un’anima timorata non possono non parer biasimevoli, e per non cercare più in là, quel così grande amore riposto in una creatura discorda troppo dal supremo ideale cristiano che è lo smarrimento in Dio. Aggiungasi che quello splendore d’arte onde brilla il Canzoniere accresceva il pericolo di certi lenocinii.
Era perciò naturale che uomini d’animo austero e molto devoti guardassero con sospetto il libro del poeta, specie quando lo vedevano correr per tante mani ed essere da tanti studiato e imitato, e pensassero al modo di combatterne i mali influssi, o di correggerne il vizio e di renderlo innocuo. Antonio Cammelli, detto il Pistoja, ricorda in un suo sonetto certo predicatore che in pulpito stracciava al Petrarca il mantello[116]. Il Pistoja non lo avverte; ma noi possiamo essere sicuri che costui predicava al deserto: altri, meglio avvisati, pensando che a voler mandare in bando il Canzoniere si sarebbe perduto tempo e fatica, credettero di conseguire più sicuramente il fine loro con sottoporlo ad un travestimento speciale che fu detto spiritualizzamento.
Questa operazione dello spiritualizzare consisteva nel togliere ad uno scrittore quanto nelle opere sue ci fosse di men che onesto, o di semplicemente profano, con sostituirvi una sostanza nuova di cose e di pensieri in buon accordo con la morale e con la fede. Era una specie di conversione che si operava nei libri. Si lasciavano intatte quanto più era possibile le forme, ma ci si metteva dentro un’anima nuova; si allettava i lettori con l’esca di un titolo famoso e, usando di una pietosa frode, si metteva loro tra mani un libro che veniva a dire il contrario di quanto aveva detto insino allora.
Quest’arte, non men faticosa che meritoria, fu molto in onore in Italia nel Cinquecento, e fu praticata anche fuori d’Italia. Tutti i libri più famosi e meno in odore di santità ebbero a capitarle sotto, e così furono spiritualizzati, spesso ripetutamente, da parecchi, il Decamerone, l’Orlando Furioso, le rime del Bembo, alcune di Torquato Tasso, e via dicendo. E questa furia di spiritualizzare andò tant’oltre che si spiritualizzarono cose come il famoso Lamento in cui Strascino da Siena trattò in volgare e popolarmente il tema che il Fracastoro ebbe a trattare eruditamente e in latino: il mal francese.
Ben s’intende come la operazione dovesse presentare difficoltà più o meno grandi, a seconda dei libri, e dovesse importare dei libri stessi una trasformazione più o meno piena. Si vede subito che a spiritualizzare il Canzoniere del Petrarca ci voleva assai meno fatica che non a spiritualizzare, poniamo, il Decamerone, e che per ispiritualizzarsi quello s’avea a trasformare molto meno di questo. Il Decamerone spirituale di Francesco Dionigi da Fano non altro conserva del libro di messer Giovanni che il titolo innocuo, e la partizione in dieci giornate; le cento novelle se ne son ite, e il luogo loro è preso da cento ragionamenti morali, in cui si tratta di castità, di digiuno, di povertà, di tribolazione, di pazienza, ecc., e che nella edizione veneziana del 1594 tengono la bellezza di 659 pagine in quarto, assai fitte e dove non si torna mai a capo. Altro che le metamorfosi di Ovidio! Col Petrarca non bisognavano procedimenti così radicali; a lui si potevano lasciare le parole immutate assai spesso, e qualche volta anche i pensieri.
Lo spiritualizzamento del Canzoniere è di più guise e di diversi gradi. La forma, dirò così, più mite è quella che s’incontra in alcuni centoni, dove con versi del Petrarca, si cantano le lodi della Vergine, o si tratta altro sacro argomento. Qui lo spiritualizzamento non si esercita propriamente nel Canzoniere, ma fuori di esso, e i componimenti che ne nascono non han punto la pretesa di sostituirsi al libro onde traggono la sostanza. Di giunta in essi la parola del poeta rimane inalterata. Ma l’opera trasformatrice passa oltre, invade il Canzoniere stesso, e ne penetra tutte le parti, finchè riesce alla piena trasmutazione di esso. Un’altra maniera di spiritualizzamento si otteneva mediante un’acconcia interpretazione, che, lasciando intatto il testo, vedendo simboli dove il poeta certamente non ne aveva messi, riusciva a quei concetti religiosi e morali che per lo appunto si ricercavano. E questa maniera era quella che ragionevolmente avrebbe dovuto ottenere migliore effetto, perchè non toglieva il poeta, camuffandolo stranamente, ai molti suoi ammiratori. Del resto questo procedimento non era nuovo. Durante tutto il medio evo si moralizzarono a questo modo le opere più profane, si cercarono negli scrittori pagani dottrine a cui non avevano sognato mai: basti dire che delle stesse Metamorfosi di Ovidio si fece un libro morale, quasi un libro cristiano.
Nel 1544 un frate Feliciano Umbruno da Civitella diede in luce un Dialogo del dolce morire di Gesù Christo sopra le sei Visioni di M. Francesco Petrarca. Sono ragionamenti teologici fra la Signora Giacopa Pallavicina da Parma e un tal Leonzio, e prendono argomento da alcuni notissimi luoghi del Canzoniere. L’autore, del resto, chiama insipido, agreste e disordinato il proprio discorso, e schiettamente confessa la ignoranza propria. Il primo ragionamento si aggira intorno a quei due versi:
Una fera m’apparve da man destra
Con fronte umana da far arder Giove:
la fera è il serpe tentatore. Il secondo commenta ed espone gli altri due:
Indi per alto mar vidi una nave
Con le sarte di seta e d’or la vela:
la nave è Maria Vergine; e via di questo andare. Di qualità simile a quest’opera di fra Feliciano dev’essere una Esposizione spirituale sopra il Petrarca, composta da Pietro Vincenzo Sagliano e stampata in Napoli nel 1590, ma a me sconosciuta.
Costoro mutavano solamente il pensiero del poeta; altri mutavano il pensiero e la parola. Nel 1547 Gian Giacomo Salvatorino dava alle stampe in Venezia un Thesoro de Sacra Scrittura sopra rime del Petrarcha. Il libro s’apre con un sonetto a Gesù crocifisso ed a Maria Vergine, poi ne vengono due alli candidi e benigni lettori, poi alcuni versi latini In maledicos, poi un madrigaletto del cavaliere Luigi Casola, in cui si presagisce a Gian Giacomo maggior gloria che non ebbe il Petrarca, giacchè:
più vale
Un’impresa celeste che mortale.
Seguono altri versi latini in lode dello stesso Gian Giacomo, il quale poi, in sonetti XXI tra sè retrogradi, ci informa di parecchie cose degne d’essere sapute: e che egli cominciò la sua fatica nel 1537, essendo allora in età di trentatrè anni; e che ben due anni vi spese; e che senza l’ajuto di Dio non avrebbe potuto nemmeno concepire quelle benedette sue rime; e che l’idea gli fu suggerita dal Malipiero, di cui loda lo stile leggiadro, santo, divino. Fatto sta che queste sue rime, sien esse pur benedette fin che si vuole, non potrebbero essere più sciagurate. I sonetti del Petrarca ci sono rifatti quando una, quando due, quando tre volte, e sono uno, due, tre assassinamenti. L’autore fa come un sonatore che ripeta più volte, variandola in più modi, e guastandola sempre più, una stessa frase musicale. Egli comincerà col Petrarca:
Era ’l giorno ch’al sol si scoloraro;
poi ripiglierà:
Essend’oggi quel dì che scoloraro;
e poi da capo:
E uscendo i tuoi d’Egitto scoloraro.
La trasformazion dei soggetti è spesso assai strana. Il sonetto: Orso, e’ non furon mai fiumi nè stagni, nel quale il Petrarca si lagna del velo e della mano di Laura che gli tolsero la vista de’ suoi begli occhi, si muta in una invettiva contro Pilato e suoi compagni.
Ma il primato tra gli spiritualizzatori del Petrarca spetta incontestabilmente a Gerolamo Malipiero, il cui nome ci è capitato innanzi pur ora, autore del Petrarca spirituale. Fu questo Malipiero un minore osservante di molta devozione e di gran zelo, valente predicatore, si dice, e girò, predicando, l’Italia. Il libro suo fu stampato la prima volta in Venezia nel 1536, ristampato ivi stesso due anni dopo, e fu tanta la voga sua che, in quel medesimo secolo, ebbe non meno di dieci edizioni. Ad esso allude il Franco in quella più volte citata Risposta della Lucerna, dicendo: «Il male è che ci sono stati di quegli che v’han voluto far cristiano ducento anni dopo la morte, e di prete v’han fatto frate, ponendovi e cordone e zoccoli e scapolare, chiamandovi il Petrarca spirituale». Ad esso allude il Giraldi Cinzio ricordando l’opera di tale che ha fatto spirituale il Petrarca, e «vestendolo da frate minore, e poi cingendolo di corda, gli ha messo i zoccoli in piedi»[117]. Esaminiamo un po’ più da presso questo libro stupido, ma curioso.
L’autore stesso ci dice le ragioni che glielo fecero fare. Egli si scaglia contro la disonesta letteratura de’ tempi suoi, e specialmente contro le commedie, corruttrici di ogni buon costume. Molte anime vanno in perdizione per colpa delle male letture. Il Canzoniere del Petrarca non è senza molto pericolo, ed egli prese a rifarlo, vedendo tanti giovani, domentre cedono alle lusinghe degli illecebrosi canti, lasciata la via della virtù, nell’abisso di perpetua morte strabocchevolmente precipitarsi. Per ciò ha con opportuni e convenevoli antidoti espurgati da ogni veleno antico i leggiadri sonetti del Tosco poeta, sì che niente più potranno loro essere nojosi. Dubita veramente che le rime del Tosco poeta non abbiano, passando per le sue mani, perduto alquanto di lor politezza e leggiadria; ma si consola vedendole così monde e spogliate di ogni vanità. Tutto ciò si dice in un discorsetto che, insieme con altri nove, si trova a mezzo del volume. Ma la cosa certo più bella di esso volume è un dialogo fra il Petrarca stesso e l’autore, dialogo che fa officio di prologo, e in cui con ingegnosa invenzione si finge che il poeta chieda al frate di fargli quel servizio di spiritualizzarlo. Così si chiudeva la bocca a chi credesse d’averci a ridire. L’autore è andato, come tanti altri, in pellegrinaggio ad Arquà, e ha già ammirato il sepolcro e la casa del poeta. Essendo ormai l’ora calda, egli si è ritratto in un boschetto, e quivi, pieno dentro e di fuori d’ineffabile giocondità, si riposa e si ricrea. All’improvviso gli appare una figura più che umana, la quale il saluta con un: Dio ti salvi, o Malipiero. È il Petrarca, o per dir meglio l’anima sua, che dice al frate, come sia relegata in quel boschetto per divino giudizio, sino a tanto che sia ritrattata l’opera degli amorosi suoi sonetti e canzoni. Stupore del frate a cui il poeta spiega come le sue rime abbiano in sè molte male parti, e a cui chiede da ultimo di voler procacciare egli stesso quella ritrattazione con purgar le profane rime da ogni ozioso parlare e trasformare lui di poeta in teologo. Il frate si sgomenta, che non gli sembra impresa da pigliare a gabbo; ma il buon Petrarca che non vede l’ora di uscirsene di colà per volare in paradiso, lo conforta, lo inanima, e per farlo al tutto risolvere gli promette che il suo stesso angelo custode gli suggerirà tutti i nuovi e buoni concetti che egli, il poeta, già da tempo è venuto preparando in quella solitudine per ridursi spirituale. Vinto da tante ragioni, il frate accetta il delicato officio, non senza tuttavia esprimere il dubbio che il Petrarca teologo non sia per avere tanti ammiratori quanti il Petrarca poeta, nè senza lamentare la molta tristizia dei tempi: il poeta ringrazia, e i due, datasi la posta in paradiso si separano.
Io non istarò ora a dar minuto ragguaglio del libro, che sarebbe abusar troppo della pazienza dei lettori. Dirò solo che il travestimento è tale da far tenere per certissimo che il poeta fu senz’altro prosciolto da quella sua pena. Basti dire, per attenerci a pochi esempii, che Cupido si trasforma in Padre Eterno e in Gesù, Stefano Colonna similmente in Gesù, Laura in Maria, in Dio Padre, in Gesù, in morte, in anima, nella carne che dà noja al poeta e non so in che altro.
Il nuovo Canzoniere è diviso in due parti: nella prima sono i sonetti, nella seconda le canzoni e le altre rime, che l’autore schiettamente confessa avergli data assai più fatica che non i sonetti. Lo spiritualizzamento essendo stato operato con i proprii concetti del Petrarca, e mercè l’ajuto dell’angelo suo custode, non poteva riuscire se non di piena soddisfazione del Petrarca stesso, il quale, in fatto, in un apposito sonetto a gli animi gentili, dice che le sue rime così purgate torneranno assai più di prima accette a chi è in grado di pigliare il ver diletto e non più l’ombra; e in altro sonetto, dove la discorre con un critico, dice anche più. Questo merita d’esser riportato per intero:
Critico. Petrarca, ond’è che vai sì altero e molto
Allegro in faccia più che per addietro?
Petrarca. Non sai che il core uman, sia chiaro o tetro.
Sua qualità fuor pinge a l’uom nel volto?
Critico. Conosco ciò; ma dimmi, ond’hai raccolto
Spirto di sì gioconde rime e metro?
Petrarca. Mercè del dotto e saggio Malipetro,
Che d’amor vano e grave error m’ha sciolto.
Critico. Dunque la tua soave e dolce lira
Più Laura non risona?
Petrarca. Non già certo.
Critico. Che poi?
Petrarca. Il sommo ben che mi dà vita.
Critico. Felice tu, che impresa sì delira
Lasciasti, ed hai a Cristo il canto offerto,
Onde fia eterna tua Musa gradita.
E in un ultimo sonetto non so qual Francesco Prierio loda il frate d’aver purgato il Canzoniere meglio che non purgasse d’ogni ria feccia il Pantheon papa Bonifacio, quando, toltolo al culto degli idoli, lo consacrò a Maria. Finalmente, nel tergo dell’ultima carta, fa capolino ancora una volta il frate dabbene, e dice che, mercè la divina grazia, egli ha composto il suo Petrarca spirituale a comune utilità de’ Mortali, si sottomette in tutto alla determinazione della santa madre Chiesa, e raccomanda a chi legge la emendazion degli errori commessi nel veloce corso degli impressori.
La Chiesa che ormai cominciava a fare il viso burbero, e che, dopo la lunga carnascialata degli anni precedenti, sentiva il bisogno di un po’ di quaresima, gradì e favorì l’opera del ben intenzionato frate. La poesia del Petrarca cominciava a putire alla madre spirituale in via di ravvedimento, e gl’imitatori non godettero più la grazia di prima. Nel 1547, morto appena il Bembo, si cercò d’impedire in ogni modo che si facesse in Roma una ristampa del suo Canzoniere, e anzi si tentò di far condannare il libro, tentativo ripetuto poi nel 1585. Un’anima pietosa lo tolse sotto la sua protezione e lo spiritualizzò[118]. Ma anche gli spiritualizzamenti non erano senza pericolo: il Dialogo già ricordato di Feliciano Umbruno fu proibito dal Concilio di Trento.
Intanto venivano a poco a poco mutando anche i gusti letterarii. Il secentismo batteva alle porte con nuovi ideali, con una poetica che escludeva in modo assoluto l’imitazione, e che ben può compendiarsi in quei due versi del Marini:
È del poeta il fin la meraviglia;
Chi non sa far stupir vada alla striglia.
Durante tutto quasi il Seicento, il Petrarca è dimenticato; poi, con l’Arcadia, si rinnovella il suo culto. L’Italia è invasa da un nuovo popolo di petrarchisti, allagata da un nuovo mare di sonetti, di canzoni, di madrigali e di sestine; ma i nuovi imitatori, conciati come tutti sanno dalla frusta del Baretti, derisi dal Goldoni nel Poeta fanatico, non son da più degli antichi, anzi da meno assai, e, alludendo così agli uni come agli altri, ben diceva quella virile e sdegnosa anima dell’Alfieri:
So che in numero spessi e in stil non rari
Piovon tuttor dalle italiane penne
Lunghi e freddi sospir d’amor volgari,
Per cui da Laura in poi niun fama ottenne.
Cattivi versi, ma ottima sentenza.