CAPITOLO V. Estetica della morte.

Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la morte: è questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta cui Alfredo De Musset salutò col nome di sombre amant de la Mort.

Due cose belle ha il mondo:

Amore e morte.

dice Consalvo: e

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte

Ingenerò la sorte.

Cose quaggiù sì belle

Altre il mondo non ha, non han le stelle,

dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola Amore e Morte. Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa personificazione e figurazione della morte; un'associazion della morte con l'amore; un intenso desiderio di morte.

La morte è

Bellissima fanciulla,

Dolce a veder, non quale

La si dipinge la codarda gente;

ed è genio divino e benefico che

ogni gran dolore.

Ogni gran male annulla,

e sol esso pietoso dei terreni affanni. Onde il morire non è dolore, ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle Ricordanze[325], e come più espressamente dirà nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie[326]. E l'uomo di alto animo, che sente la gentilezza del morire, al morir non ripugna, ma piega addormentato il volto nel virgineo seno della fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico fine dell'essere[328].

Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori. Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'Alceste di Euripide essa appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente sorella del Sonno quando scriveva il verso:

Omnibus obscuras injicit illa manus;

nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca, quando l'armava di avidi denti.

Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza, assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di sentimenti la spiega?

Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono la immortalità in dono dai numi.

Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,

dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine, ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo, poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali, e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè belle, nè decorose.

A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo, come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche concilia martyrum. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome di dies natalis. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatello De bono mortis?

Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo; munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure, con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere, li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo, che nel tedesco Heldenbuch si vede il pagano Belligan (e secondo la comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo, ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono spontaneo delle campane.

La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa:

Thou my shade

Inseparable, must with me along;

For Death from Sin no power can separate[330].

La morte è un'ombra sparuta (meagre shadow; non già scarnata forma, come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, cavernoso carcame (this mau, this wast unhide-bound corps, che il Maffei molto liberamente tradusse: Quest'arido carcame e il ventre vuoto). Ella è armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e cavalca, quando le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha la stessa virtù ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua sono due cani infernali.

A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre a quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma di quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, come ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato e deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. E la ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma credenza del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici di Dio, non hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e saranno da ultimo, checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. Ond'è comune a tutti i popoli cristiani la novella dell'accorto prete, o dell'accorto villano, che con certa astuzia relega la morte sopra un albero, o in granajo, e per più anni non la lascia esercitare il suo officio nel mondo[331].

Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla prim'alba del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata in parlar della morte.

Morte villana, di pietà nemica,

Di dolor madre antica,

esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto quel titolo di villana[332]. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a far palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. E prima lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata e raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone Morte, poich'io non truovo a cui mi doglia, Dante aveva scongiurata la morte di non uccidere la donna che con seco ne portava il suo cuore, e l'ammoniva che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a leggiadria il suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna[333]. Il Petrarca, detto come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva:

Partissi quella dispietata e rea,

Pallida in vista, orribile e superba,

Chè 'l lume di beltate spento avea[334].

Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro; e già Guido Cavalcanti l'aveva detta gentile. Dante, immaginando morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo colore». E in verso

Morte, assai dolce ti tegno:

Tu dei omai esser cosa gentile,

Poi che tu se' ne la mia donna stata,

E dei aver pietate e non disdegno.

Vedi che sì desideroso vegno

D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.

Vieni, chè 'l cor te chiede[335].

Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella, e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336].

Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne fu anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco chiamò la morte sora corporale. In certe novelline popolari sparse su tutta la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, se così chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di un pover uomo, e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di doni. La ragione del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni appar manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai fratelli Grimm[337]. Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo, va in cerca di un compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; ma egli lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai ricchi e lascia morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol vuole, perchè ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente la Morte, e questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, tratta tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo ingiusto: aequo pulsat pede. Questo concetto è espresso in un gran numero di proverbii.

Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua natura, ab origine, bella e gentile, assai più di quanto la potessero immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina una morte al cui divino stato non bisogna nè illeggiadrimento, nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta regina degli spaventi; e il La Rochefoucauld avvertì: Le soleil ni la mort ne peuvent se regarder fixement; e nel mistero del Byron, Caino non osa mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata dal Leopardi.

Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta, bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore, bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il Leopardi?[340] Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la malattia e la morte piaceri della vita (gioia di morte, disse una volta Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non avrebbe il Leopardi esclamato:

Bella Morte, pietosa

Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]?

Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono, pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte, tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza. Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte.

Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere nel cuor del Leopardi. Pel poeta della Ginestra la morte non è un intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un confronto fra la poesia del Leopardi intitolata Il sogno e il canto o capitolo secondo del Trionfo della Morte, da cui quella è inspirata. In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza gli apporta quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo del Trionfo della Morte. La notte stessa che seguì al suo salire in cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme orientali, gli porge la già tanto desiata mano, se lo fa sedere a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta?

Viva son io, e tu se' morto ancora,

Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga

Per levarti di terra l'ultim'ora.

Ed egli: È sì gran pena il morire?

Rispose: Mentre al vulgo dietro vai

Ed a l'opinion sua cieca e dura,

Esser felice non pô' tu già mai.

La morte è fin d'una pregion oscura

Agli animi gentili; agli altri è noja

Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.

Duole, sì, l'affanno della morte, ma più la tema de l'eterno danno; chè la morte non è se non un sospir breve; e a lei fu mansueta la morte; ed ella, a quel passo più lieta

Che qual d'esilio al dolce albergo riede.

Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella eternità.

Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare,

e quale

Degl'infelici è la sembianza.

Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero:

Son morta, e mi vedesti

L'ultima volta, or son più lune.

E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la rimembranza ora che loro è tolto il futuro, quella non cela il sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo all'amore:

E tu d'amore, o sfortunato, indarno

Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.

Nostre misere menti e nostre salme

Son disgiunte in eterno. A me non vivi.

E mai più non vivrai: già ruppe il fato

La fè che mi giurasti.

E pronunziate queste estreme parole, si dilegua.

Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la quale ruppe il nodo antico alla sua lingua, e gli ottiene da Elvira la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama:

Due cose belle ha il mondo:

Amore e morte.

Nel Sogno la morte pon fine all'amore: nel Consalvo la morte fa manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi

Palpiti della morte e dell'amore

si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann si vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie l'amplesso: nel Consalvo la morte stringe il nodo che sciorrà subito dopo.

Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi, affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore

Nasce il piacer maggiore

Che per lo mar dell'essere si trova;

la morte

Ogni gran male annulla.

Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di morire:

Tanto alla morte inclina

D'amor la disciplina.

Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno, e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la terra

senza quella

Nova, sola, infinita

Felicità che il suo pensier figura;

e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo (per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora dell'amore e l'ora della morte fann'uno.

Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone scrisse: Tota philosophorum vita commentatio mortis est. Seneca, in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: Nihil mihi videtur turpius quam optare mortem; ma in altra scrittura persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: Felicissimis mors optanda est. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il fardello della vita[345].

Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente e più intenso. Infelix ego homo, esclama San Paolo, quis me liberabit de corpore mortis hujus? e in altra occasione: Mihi enim vivere Christum est, et mori lucrum: parole ripetute poi da infiniti. E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del martirio?

Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.

Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente considerata, non meriti d'esser vissuta.

Or poserai per sempre,

Stanco mio cor . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, nè di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

. . . . . . . . . . . . . . .

Al gener nostro il fato

Non donò che il morire[346].

Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817 egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi, ne' versi Ad Angelo Mai scriveva:

Morte domanda

Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.

Nella Vita solitaria il poeta si augura pronta morte, e accenna al ferro liberatore. Nelle Ricordanze parla e riparla della invocata morte:

E già nel primo giovanil tumulto

Di contenti, d'angosce e di desio,

Morte chiamai più volte, e lungamente

Mi sedetti colà su la fontana

Pensoso di cessar dentro quell'acque

La speme e il dolor mio.

Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa il fallo del cieco dispensator de' casi. Se

È funesto a chi nasce il dì natale[349],

ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo sani di ogni dolore[350].

Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire scrisse:

J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,

Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;

Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....

Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto:

Giammai d'allor che in pria

Questa vita che sia per prova intesi,

Timor di morte non mi stringe il petto.

Oggi mi pare un gioco

Quella che il mondo inetto,

Talor lodando, ognora abborre e trema,

Necessitade estrema;

E se periglio appar, con un sorriso

Le sue minacce a contemplar m'affiso[352].

Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno: immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno, può giudicarla un bene e come un bene desiderarla.

Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino il desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi:

E tu cui già dal cominciar degli anni

Sempre onorata invoco,

Bella Morte, pietosa

Tu sola al mondo dei terreni affanni

Se celebrata mai

Fosti da me, s'al tuo divino stato

L'onte del volgo ingrato

Ricompensar tentai,

Non tardar più, t'inchina

A' disusati preghi,

Chiudi alla luce omai

Questi occhi tristi, o dell'età reina[354].

Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta pessimista, il Leconte de Lisle:

. . . Divine mort, où tout rentre et s'efface,

Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,

Et rends-nous le repos que la vie a troublé.

Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli innamorati. Nella canzone All'Italia la morte è detta passo lacrimoso e duro; e abisso orrido immenso la dice l'errante pastore dell'Asia. Nella Palinodia vecchiezza e morte son giudicate miserie estreme. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della natura[355].

Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte: il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò prova in lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata generosa ai mortali:

Ahi perchè dopo

Le travagliose strade almen la meta

Non ci prescriver lieta? anzi colei

Che per certo futura

Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,

Colei che i nostri danni

Ebber solo conforto,

Velar di neri panni,

Cinger d'ombra sì trista,

E spaventoso in vista

Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]

Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per opera sua

Bellissima fanciulla

Dolce a veder.

Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la natura:

Come potesti

Far necessario in noi

Tanto dolor, che sopravviva amando

Al mortale il mortal?

A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non già, la cui dipartita fa l'uomo scemo di sè stesso[357]. Il poeta sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei sudori estremi che travagliarono la cara e tenerella salma della donna adorata[358], spasima pel chiuso morbo che uccise la Silvia[359].

La canzone Per una donna malata di malattia lunga e mortale incomincia:

Io so ben che non vale

Beltà nè giovanezza incontro a morte,

E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.

La morte è per sè stessa benefica;

ma sconsolata arriva

La morte ai giovanetti, e duro è il fato

Di quella speme che sotterra è spenta[360].

Ad Amore e Morte il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro:

Muor giovane colui che al cielo è caro;

ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante.

Mai non veder la luce

Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo

Che reina bellezza si dispiega

Nelle membra e nel volto,

Ed incomincia il mondo

Verso lei di lontano ad atterrarsi;

In sul fiorir d'ogni speranza, e molto

Prima che incontro alla festosa fronte

I lugubri suoi lampi il ver baleni;

Come vapore in nuvoletta accolto

Sotto forme fugaci all'orizzonte,

Dileguarsi così quasi non sorta,

E cangiar con gli oscuri

Silenzi della tomba i dì futuri.

Questo se all'intelletto

Appar felice, invade

D'alta pietade ai più costanti il petto[361].

Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze innanzi tempo recise:

Quando sovvienmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura[363].

Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa, similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle due belle cose del mondo.