CAPITOLO VII. L'arte del Leopardi.
Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte; direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co' proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino ad un certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo la Commedia, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte, l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori, che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo, premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente, attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè, per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata, entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie inclinazioni.
Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, non senza ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza; sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa.
L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato, avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della vita.
La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono, fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta, è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po' attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare un Leopardi autore di una vera e propria epopea (i Paralipomeni della Batracomiomachia non sono se non satira), come non si riesce ad immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè di un romanzo (salvo che fosse il romanzo di un'anima).
Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta, determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica, dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita. Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de' sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa, e torrete di mezzo al tempo stesso la Divina Commedia. Il tema e l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono.
Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto, dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere fortune, o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo poetico di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale per ineluttabile influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo domina, e pel fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra. Poeta pessimista e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che l'uno supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato in modo immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può essere significato per via di persone, di azioni e di simboli, come altri poeti pur fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista in veste cristiana; ma fu un pessimista che visse assai, amò assai, godette assai, militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi d'America, errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia le vestigia delle divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e però non è meraviglia se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben s'intende, la facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far rivivere tante cose, sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al quale proposito osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait faire sa palette et amasser ses couleurs»[461]. Altrettanto si deve dire del Byron. Anche l'autore del Don Giovanni giudicò la vita uno stolto ed inutile sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo tutto, con quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior possibile intensità; e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema, nel dramma, le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo dà vita a un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di tenebre cupe e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla subitanea creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de Lisle non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui, pur concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della Ginestra, si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno rende immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia, l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, che, sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di metalli preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e del cielo, la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia, può il pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e voce: tragico, romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, petulante, beffardo nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico nel De Musset; deforme e delirante nel Baudelaire.
Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza, la chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men virtù che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella poesia è il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta ponderazione di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di parole, o stratagemmi d'immagini, intesi a far colpo e stordire il lettore, che sono così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia dell'Hugo. Sempre, per contro, idee facilmente intelligibili, e sentimenti facilmente comunicabili; onde avviene che anche chi non consenta col poeta nei principii e nelle illazioni, intende senza sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. La poesia del Leopardi è intellettiva e sentimentale; e come intellettiva, rifugge forse un po' troppo dalle immagini, che son quasi il tutto di altri poeti; e come sentimentale, si restringe forse a troppo picciola parte di sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima qualità è da dire che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto che l'immagine, non si muta se non di rado in argomentatore; che il primo germe delle sue poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, il poeta sa per tal modo fonderla col fatto concreto, col sentimento e la immagine, da far del tutto, almeno nei componimenti migliori, una unità indivisibile; e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, nè ostenta formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta alla seconda, è da dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, non si studia di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga in quella troppo fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per citare un esempio, il Lamartine[462]. Ed è l'intima fusione del sentimento con l'idea, e di entrambi con le immagini[463], quella che conferisce tanta e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, pure esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, ed essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce un tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, velata, fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la poesia del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi, che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja; abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione e senza lasciare quella impressione di grigio su grigio di cui un critico si lamenta[464]. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che se in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un sentire che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in più particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con la Wehmuth e la Sehnsucht dei Tedeschi, e poco allignano in Italia; ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, ma quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e storia di popolo richiedano.
Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e forse s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto cominciano le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed elastico nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba propriamente intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino nello stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile fare l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni e reazioni, e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e psichico, per cui molte cause rimangono continuamente frustrate de' loro effetti, e l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da un'altra. Onde, salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna assai malsicuro, e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio.
Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una distinzione. Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo i tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile. La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una persona che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del volto e la forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, che il poeta vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma vere e proprie idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta noi conosciamo un uomo che ordina, collega e governa le proprie idee, e riesce a vedere anche attraverso al proprio sentimento. Nè vi si nota quell'eccesso, sicuramente morboso, dell'egotismo, per cui l'uomo fatto estraneo a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità sua propria, e tanto nel modo di concepire, di sentire e di esprimersi studia e si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo inintelligibile, nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi a certi esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva e morale ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe in sommo grado erroneo ed ingiusto.
Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun che dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi, poi in attinenza col pensiero e col sentimento.
Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza, è consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano il tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il tutto; e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza loro crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura vogliono l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o si pervertono, quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero primamente e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire in mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie tanto da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche da chi abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto si scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di quelli; e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non faccia palese e certa testimonianza.
Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua?
Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già notato) non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. Luce e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, che anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di un dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista. Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine manuale non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè alla pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia sottrasse di pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore[465]. È da avvertire, per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non soltanto la condizione particolare e propria del poeta, ma ancora l'influsso che può avere esercitato sopra di lui una scuola, certa tradizione d'arte o certa qualità di studii. Che la tavolozza del Leopardi è povera, gli è un fatto[466]; ma non bisogna dimenticare che per lo spazio di un secolo l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il gusto, aveva fatto il possibile per togliere dalla tavolozza poetica qualsiasi colore.
Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione, a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per gli altri è una festa degli occhi, doveva essere per lui un tormento; e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro; e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai migliore vista e miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali nè uditivi.
Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come s'è già notato, da opere di scultura[468].
Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati, e spande intorno la divina luce, l'alma luce, l'etereo lume, e colora il cielo delle rose della tacita aurora e delle porpore del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando i tremoli rai, brilla sui campi, e fa rosseggiare il tetto del villanello industre, e naufrago uscendo dalle nuvole antiche l'atro polo di vaga iri dipinge, e
folgorando intorno
Con sue fiamme possenti
Di lucidi torrenti
innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le purpuree faci delle rotanti sfere, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la notturna lampa tralucente dai balconi, e le ardenti lucerne, e contemplavano da lunge
il baglior della funerea lava
Che di lontan per l'ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe vinto dal fato, ma non domo,
Quando nell'alto lato
L'amaro ferro intride
E maligno alle nere ombre sorride;
e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba; e la vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli che ruzzano sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa bottega, al lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in tutt'altr'ordine d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio e le rovine della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e ricordate non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto spiccati, ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e contemplatore di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse dentro abbastanza intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto di parlar di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti moti dell'animo, che importavano altri modi di manifestazione e di espressione. Non bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto un intellettuale e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la vivezza delle idee e dei sentimenti superi quella delle sensazioni e delle percezioni; e che queste, senza perciò essere di necessità deboli, servano, più che ad altro, a suggerire e muovere quelli. La immagine della Silvia è appena accennata: negre chiome, occhi ridenti e fuggitivi, sguardi innamorati e schivi, un atteggiamento di persona gentile, che lenta e pensosa ponga il piede sopra una soglia. Ma notisi, per altro, come in quei pochi versi le immagini non ottiche propriamente riescano, per via di associazione, a suscitare immagini ottiche; sicchè da ultimo, la Silvia noi crediam di vederla. La immagine della Nerina si può dire che non sia nemmeno accennata. Quella dell'Aspasia si delinea e si colora un po' più: alle denotazioni vaghe e generiche si aggiungono, in una certa misura, le precise e specifiche. La superba visione, l'angelica forma, è vestita del colore della bruna viola, offre all'altrui sguardo niveo collo, man leggiadrissima, lascia indovinare il seno ascoso e desiato, e appar da ultimo viva e salda,
inchino il fianco
Sovra nitide pelli, e circonfusa
D'arcana voluttà,
in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel pittore, o per lo scultore.
Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose, si piace di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli; e a quelli il lettore può poi risalire per la via dell'associazione e dell'induzione. Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi desterebbe la vista della realtà, se l'avessimo presente, ci dà modo, con isquisito magistero d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di ricreare quella realtà. Sì fatto procedimento appar manifesto, più che altrove, nella canzone Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito nel monumento sepolcrale della medesima. Un altro poeta avrebbe forse tentato di far rivivere la bella donna morta e di farcela apparire davanti, descrivendola minutamente: il Leopardi non descrive; ma ricorda quel dolce sguardo, che fece tremare ognuno in cui s'affisò; quel labbro, da cui, come da urna piena, traboccava il piacere;
quel collo cinto
Già di desio; quell'amorosa mano
Che spesso, ove fu pôrta,
Sentì gelida far la man che strinse;
E il seno, onde la gente
Visibilmente di pallor si tinse.
Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, la fanciulla del basso rilievo antico sepolcrale[471].
Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia ritrarre singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli non descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire al descrivere. Così, per esempio, nella Vita solitaria, la scena del lago
Di taciturne piante incoronato,
si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne' versi del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel riconoscere che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed accenni negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che s'increspi, non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo, non farfalla che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto negativo del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo obblia; e nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non sono immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il poeta al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il poeta ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, soggiunge:
Lingua mortal non dice
Ciò ch'io provava in seno.
Così, finalmente, l'erme contrade che si stendono intorno a Roma non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella Ginestra, quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al passeggiero. In quella stessa Ginestra sono, del resto, le più compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472].
Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua. Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici di una poesia tutta giovanile quale il Primo amore (lo scalpitar dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della Quiete dopo la tempesta e del Sabato del villaggio; e qua e là certe descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel frammento, giovanile ancor esso, che comincia Spento il diurno raggio in occidente, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella Ginestra; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise.
Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli, come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri sibilanti selve, etra sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora, ecc. ecc.; e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia che si tacciano sonnolente (tacita selva, taciturne piante), sin che susurrino al vento (l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De' faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; — susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva). Dell'onda alpina il poeta noterà l'inudito fragore, e della lava, il suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano e nella quiete dei campi sonerà arguto carme d'agresti Pani. La fanciulla della Vita solitaria,
Che all'opre di sua man la notte aggiunge,
è quasi tutta nell'arguto suo canto; e nel suo perpetuo canto è quasi il più della Silvia, e nella gioconda voce il più della gloria. L'artigiano che a tarda notte riede al suo povero ostello; l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'umido cielo; il carrettiere, sotto l'estremo albor della fuggente luce; il faticoso agricoltore smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I nuovi nati miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che non gli aspetti degli animali: il canto de' colorati augelli, e in ispecie quello del passero solitario, ond'erra l'armonia per la valle; l'usato verso della gallina: lo scalpitar dei cavalli impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto
Della rana rimota alla campagna.
Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli; un stridere del carro che riprende il cammino; il lieto rumore, che fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle tranquille opre de' servi: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo; la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che viene; un tonar di ferree canne
Che rimbomba lontan di villa in villa;
il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non ascolta il Leopardi, se nemmeno il romorio De' crepitanti pasticcini lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore di suono; onde il calpestio de' barbari cavalli sta a significare le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè nell'armi, in un fragorio
Che n'andò per la terra e l'Oceáno;
la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime in uno sconsolato grido; e al grido degli avi, e al suono dei popoli antichi, si contrappone il suono dell'età presente. Il poeta dirà sera delle umane cose e infelice scena del mondo, metafore suggerite da immagini visive; ma dirà pure suono della vita, e ascoltare il flutto dell'ore putri e lente. Affacciandoglisi al pensiero la morte, egli súbito corre con la fantasia
al suon della funebre squilla.
Al canto che conduce
La gente morta al sempiterno obblio.
Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un visuale del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale.
Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono rintracciar ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto vi si accusa appena in pochi epiteti, di cui molle è uno de' più frequenti[474]. Il gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto amaro. L'olfato vi tiene un po' più di luogo con molta uniformità di epiteti generici: primavera odorata, odorate piagge, odorati colli, Eden odorato, selve odorate della ginestra, dolcissimo odore della ginestra, profumo di fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti di fiori, fumo de' sigari odorato. La immagine di Aspasia è nella fantasia del poeta associata col ricordo del profumo de' novelli fiori onde erano, certo giorno, tutti odorati gli appartamenti della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare qualcosa, e trarci magari a discorrere di certe peculiari forme di erotismo, se la povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in modo, a mio credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel Leopardi. Leggiamo, gli è vero, nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri: «E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: perchè giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di sè, che qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto; e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser fatto pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»[475]; ma tutto ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che quelle parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento della iperosmia del poeta[476]. Siamo qui ben lungi da quella iperestesia olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; ma siamo anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni sensorie. I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, ma non pervertite.
Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi; ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e di torpore di cui fanno ricordo la Vita solitaria e il Risorgimento; e se il muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno, ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di moto. Egli dirà che la primavera esulta per li campi e il nembo per l'aere; che il tuono erra per l'atre nubi e le montagne; che l'aura, e il canto del passero solitario, errano per i prati e la valle. L'amore è una formidabil possa che tutto avvolge. Lo spirito erra pel delizioso mare della musica come
Ardito notator per l'Oceáno.
Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di moto:
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove, a noi sul capo
Tonando il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne tessè l'Elogio, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille giri, e cangiar luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non istare mai fermi, e, insomma, esercitare continuamente il corpo. Al tranquillo raggio della luna egli vede danzare le lepri nelle selve; e, al sopravvenire del giorno, la fiera agitar per le balze la plebe delle minori belve. Vede, sui campi di battaglia, fluttuar fanti e cavalli[477]: vede
intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute.
Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale sterminatore. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a significare e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà l'onda e il turbo degli affetti; dirà che, violento irrompe nel Tartaro chi si dà volontario la morte. L'italica virtù giace divelta nella tracia polve;
dalle somme vette
Roma antica ruina.
Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e vivissime:
Prima divelte in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle;
Ma se spezzar la fronte
Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
Dare al vento precipiti le membra.....
Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato A un vincitore nel pallone. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto[478].
Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire che nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente come taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento operino assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare davvero assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con altri poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo bisognasse altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue poesie dove si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra mai atta a suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi paralleli di altri poeti. Leggasi il canto che appunto Alla primavera s intitola; leggasi il Passero solitario: ben si sente in que' versi la primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si muovono dentro.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e di tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe) esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della diversità grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de Lisle, come La Bernica e L'aurore. Più che un visuale, il Leopardi fu un uditivo.
Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte leopardiana, e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza con l'intelletto e col sentimento.
Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: «Io non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello»[479]. Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione, dacchè ci fa instruiti di cose che importano; non meno alla storia psicologica che all'arte del nostro poeta.
Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e consapevole, sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti interviene il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della inspirazione si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un fiato; come faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle cose sue; e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il salto, se non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata si rinselva[480]. Altri compongono alla ventura, senza sapere dove vanno a parare, e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da fare. Quelli tutto aspettano dalla inspirazione; questi negano che inspirazione ci sia, oppure la fanno consistere in un lungo e paziente esercizio. Ma la inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una finzione poetica; e se Platone e Aristotele nel volerla definire si contraddicono, ciò prova che la definizione è pericolosa e difficile. È dessa un moto che si produce nella parte più occulta e più recondita della psiche, e propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito di togliere in prestito alla scuola herbartiana questa espression metaforica) del pensiero cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga e si irradia; e, data certa condizione statica e dinamica della psiche, si può credere che nasca ogni qual volta una particolare impressione repentinamente sommuova le energie elementari di quella, e provochi un irresistibile concorso e una spontanea coordinazione di svariati elementi e fattori, formando fuori della coscienza un aggregato, che nella coscienza poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione di un picciol mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro, e ch'egli scorge come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che gli sia dato d'intenderne la ragione e la genesi. Intorno a questo picciol mondo si viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle coerenti forme dell'arte.
Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con sola una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo studio e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto comincia a pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un concetto repentino e spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come in potenza, l'organismo del componimento futuro; poi, formato in due minuti il disegno e la distribuzione di esso, se ne rimane ed aspetta. Ma non aspetta in ozio, come altri potrebbe credere; che anzi que' lunghi intervalli cui egli accenna, frapposti fra la prima inspirazione e il momento favorevole al comporre, sono tempi di preparazione feconda. Non v'è rimprovero molte volte più ingiusto di quello che da molti suol farsi ad artisti veri e probi, quando, non vedendo opera delle lor mani, gli accusano e biasimano di perdere il tempo nell'ozio. L'artista vero e probo lavora intensamente anche se paja non far nulla; o, a dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini lavorano dentro di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), e lentamente maturano l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più particolar modo poeta, che in una od in altra occasione non abbia dovuto meravigliare di sè, vedendosi inopinatamente tanto cresciuta dentro una sembianza, una idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, non sa d'avere altrimenti pensato. Il germe divenne pianta fiorita, senza suo studio o cura. Così è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, quando sedeva immobile sotto una pianta, neghittoso in vista, immerso, in apparenza, in una specie di melanconia attonita. Un cervello meccanico non lavora se non col cómpito innanzi, a tavolino; un cervello organico lavora in ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia e nel sonno. Teofilo Gautier diceva di non cominciare a pensare se non quando cominciava a scrivere; ma calunniava sè stesso, non intendendo che, mentre non iscriveva, la sua mente era occupata, sia pure senza addarsene, in raccogliere, elaborare, accrescere, coordinare quelle infinite immagini che formano la sostanza dell'arte sua[481].
Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi quando dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e fiacco da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere che nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non poter fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e d'essere forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, come afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma fatica, o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera fede ai suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta a schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi e della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere ch'io vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la facoltà dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se non che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»[482]. Di tali miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, e si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella; il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le Ricordanze, la Quiete dopo la tempesta, il Sabato del villaggio, e, in parte, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.
Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati o menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e fo tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero quattro vite»[483]. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano un'ora di bene»[484]. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati in carta così alla peggio»[485]. E di nuovo al Colletta, dopo un elenco non breve di alcuni de' suoi castelli in aria: «Voi riderete di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più, e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza molte parole»[486].
Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu rien faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; c'est à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit dans mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon cerveau»[487]. Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere composto il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in cui, aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo nel comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite più sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna alla sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere, di cui era sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava[488]. Ma mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale tardità di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu piuttosto effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non lascia che il poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i racconci; ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare ogni via di ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si ristringa alla parte più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che altro, di ripulitura. Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva con diligentissima cura i proprii manoscritti, e quand'erano troppo infrascati di correzioni, li faceva copiare o li copiava egli stesso.
Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente, senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e che l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure si pensava»[489].
La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già nel senso che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva dal Goethe, il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e lo commovesse dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi a richiesta altrui[490]; ma certamente ancora non si propose mai di far versi, nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam veduto, se l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente si sarebbe tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. È questo uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione poetica; mentre è segno sicurissimo del contrario l'andare a caccia di temi poetici, e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene troppo con altrui, e chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici nostri, che da prima deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; poi, fermato così in generale il proposito, cominciarono a disputare seco stessi o con altri, se dovesse essere epopea eroica o cavalleresca, se tragedia di soggetto greco o latino o moderno, e quanto potessero emanciparsi dalle regole, quanto ad esse dovessero sottostare! La vera e grande poesia nasce dalla plenitudine della mente e del cuore, e come vena d'acqua che venga su dal profondo, scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò diceva il Leopardi che la smania violentissima di comporre non gliela davano altri che la natura e le passioni[491].
Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo del nostro poeta l'organismo poetico.
Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più il poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello che il lettore si sarebbe aspettato»[492]. Non è questo, come altri potrebbe credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo schietto riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia di esso Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che assai volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da fatti particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si allarga a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere. Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi giunga; nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono ad altri poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade di leggere versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di stile, o per inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, che ha tanta presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo considerava come una creatura vivente:
Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant;
sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente, l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto e d'ogni inganno
Ove s'appoggia la mortal natura.
Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso; ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella Ginestra; la qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493], bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi, e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della Ginestra non la cede a nessuno.
Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di piangere sopra sè stesso quando scriveva i Tristi; nè Dante aspettò nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando s'accinse a scrivere il Paradiso perduto, aveva il Milton racquistata la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio, con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte; e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri![494]
Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi; ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre lontana dal trito e dal triviale. Il Tramonto della luna poggia tutto sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel Passero solitario, nella Quiete dopo la tempesta, in Amore e morte, nella Ginestra; per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza; la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore, delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto, senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune delle più notabili: Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni; unico fiore dell'arida vita. Più scarse ancora le comparazioni. Nella canzone All'Italia quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta. Un'altra ne abbiamo nel Pensiero dominante:
Come da nudi sassi
Dello scabro Apennino
A un campo verde che lontan sorrida
Volge gli occhi bramosi il pellegrino.
Una terza nella poesia Sopra un basso rilievo antico sepolcrale:
Come vapore in nuvoletta accolto
Sotto forme fugaci all'orizzonte.
Dopo la canzone All'Italia, dove la patria depressa ed afflitta è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone Sopra il monumento di Dante, dove, insieme con la patria, sono, tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria distesa, vera e propria, non vi si trova.
L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a mio giudizio, increscevole, nella Vita solitaria, là dove il poeta a quella bellissima immagine:
O cara luna, al cui tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve,
appicca questo strascico inopportuno:
e duolsi
Alla mattina il cacciator, che trova
L'orme intricate e false, e dai covili
Error vario lo svia.
Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene, l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile, contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia, tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto Alla primavera, e in altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei moderni; nell'Ultimo canto di Saffo, nel Consalvo, nell'Aspasia, contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella Sera del dì di festa, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere e il disinganno; nella Ginestra, contrasto fra la superbia e la miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna, mentre Roma precipita:
Cognati petti il vincitor calpesta,
Fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
Tu sì placida sei?
Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio.
E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati; dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima, prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e rara.
L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici, che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza, come ermo, solitario, deserto, romito, quieto, ignudo, eterno, infinito, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico, della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte, l'épithète rare; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che ignoto al nostro poeta.
Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica, anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri principali.
Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498]. Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa. Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza; doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della chiarezza disse esser essa il primo debito dello scrittore[500]. Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi voleva rifatto il di fuori e il di dentro della prosa.
Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci, dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni, egli ebbe in conto di miserabili)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser letti, bisognasse adoperarla»[502].
Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]: notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa «geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di chi favelli di sè.
Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile, avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore, poeta pessimo[507].
Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito, parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così piacevole all'occhio come la y; che al poeta occorre, non solamente di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio è allettato. Se la visualità può menare così lontano, noi non ci dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni altra letteratura[508].
I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni, ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi, e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E, per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico, e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de' suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose.
Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile, credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola, della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede, dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso, magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi dell'Ultimo canto di Saffo, ov'è descritto il volgersi per l'aria del polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e il tumulto della bufera.
Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile, soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile, senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto, l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi, ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più copiosa fonte della sua poesia.
Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi di lui, per esempio nella Vita solitaria e nelle Ricordanze, un po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto) come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora, che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione.
Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso, altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di lui: poeti eguali a lui non ci sono.
Avvertenza. — Erano già stampati i fogli che precedono quando giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune proposte per la pubblicazione delle inedite.
PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI[511]
Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera e propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto e parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e affrettata, fa manifesto.
Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria, in modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini; determinarne la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti e le forme: ma sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere in poco tempo e poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune parti furono già fatte; altre non si potranno fare se non da chi, dopo noi, guarderà questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà qui pertanto accennare, o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti.
Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un moto avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo, giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che, accompagnando, e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento religioso, o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che ne fa avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo s'intrude anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente sbandito; tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne i metodi e di offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti compromessi e i connubii illegittimi, gridano che la scienza è venuta meno alle sue promesse, che il suo regno è finito, che la scienza è fallita.
Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale e politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno, più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura, è fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla molteplicità, varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue, e ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania più che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e il magismo acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa Inghilterra, patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra di numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri. Credo abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione crescente, o un avvedimento e un ripiego politico[512]. Non sono tutti degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate dottrine, e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente alcuni a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi dei quali godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche, se quelle che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo segno, spiegare il misticismo francese, non potrebbero spiegare egualmente l'inglese, o l'americano.
Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti meglio i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto dell'inconoscibile, e ridestò negli animi il senso sopito del mistero avvolgente; il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta col materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori delle angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova dire che già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse, sempre più minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito, s'è accampato con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino al paradosso e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto sono repugnanti alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli umani, disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge ineluttabile e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto sono inchinevoli a quel misticismo docile e vago che permette, anzi favorisce, ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie al positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di essa.
Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo arrischiatamente e pomposamente, spirito nuovo, una buona parte si può esprimere con le tre sacramentali parole: rinascenza dell'anima, le quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente, la formola dell'arte nuova.