IV.

E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la storia, nè un'ipotesi probabile.

Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale, perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista, per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive, i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto Le ventre de Paris del medesimo Zola ricorda quella famosa sinfonia de' formaggi divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto La bête humaine sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto.

Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza? sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione, immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè, lo guidi, lo faccia vivere e muovere.

La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo; anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza, scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente, ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo. Si crede da' più che nelle letterature antiche in genere sia più idealità che nelle letterature moderne in genere; ma tale credenza è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità. Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non da ignoranza, ma da scienza.

La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte, nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare, senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi.

Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo, e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente, governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni più brutali, tutti i residui atavistici dell'umanità, tutto ciò che l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più oscuri conforti.