NOTE:
[1]. Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia, serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di alcune brevi note e con qualche leggiero ritocco.
[2]. Per quanto concerne le relazioni delle Ultime Lettere col Werther, e con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando il lettore ai noti scritti dello Zschech: Ugo Foscolo und sein Roman «die letzten Briefe des Jacopo Ortis» (pubblicato nei Preussische Jahrbücher del 1879 e 1880, e, tradotto, nella Nuova Rivista internazionale, febbrajo e settembre 1880); Ugo Foscolos Ortis und Goethes Werther (nella Zeitschrift für vergleichende Litteraturgeschichte und Renaissance-Litteratur del 1890); Ugo Foscolos Brief an Goethe, Mailand, den 15 Januar 1802 (nel Bericht der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg 1894). Per le prime traduzioni italiane del Werther, fatte nel secolo scorso, l'una o l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi Appell, Werther und seine Zeit, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare per altro che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del 1796, ma del 1788. Per la storia delle varie redazioni del romanzo foscoliano vedi: Martinetti, Dell'origine delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, Napoli, 1883; Del Cerro, Indagini foscoliane (nella Vita italiana, fasc. 16 gennajo 1897); Chiarini, L'edizione dell'«Jacopo Ortis» del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo 1897).
[3]. È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero pochissimi) critici tedeschi non si peritarono di mettere l'Ortis sopra il Werther; tra gli altri O. L. B. Wolf, nella sua Allgemeine Geschichte des Romans.
[4]. Nuovi saggi critici, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147.
[5]. Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche modo all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe che Carlo Nodier compose da giovane, Le peintre de Saltzbourg, il protagonista, Carlo Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo, d'aver perduto la patria e l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto dall'autore stesso un Werther della libertà.
[6]. Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le Ultime lettere libro immorale. In un breve, ma acuto scritto, intitolalo Werther, René, Jacopo Ortis, Carlo De Rémusat cercò di mostrare che il romanzo del Foscolo è meno immorale di quello dello Chateaubriand e di quello del Goethe (Critiques et études littéraires, nuova edizione, Parigi, 1857, vol. II, p. 125).
[7]. Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella Biblioteca italiana poneva in un fascio l'Ortis, i Sepolcri, la Ricciarda. e scriveva: «Le Lettere di Jacopo Ortis, i Sepolcri, la nuova tragedia presenteranno il tuo nome alla posterità entro una luce funerea».
[8]. Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon La Fontaine?
Il n'est rien
Qui ne me soit souverain bien,
Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique.
Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe da un pezzo il Montaigne.
[9]. Il Cantù disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia» (Ugo Foscolo, in Arch. storico lombardo, anno III (1876), fasc. 1º, p. 17), ma andò troppo di là dal vero. Scrisse il Pecchio (Vita di Ugo Foscolo, 3ª edizione, Lugano, 1841, pp. 259-60): «Invece di procurare di vincere questo umor melanconico, sembrava ch'ei lo nutrisse, e se ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso sentenziò: «La malinconia, dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, perchè è infermità inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica in tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza».
[10]. Giovita Scalvini scrisse a questo proposito (Scritti ordinati per cura di N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie». Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra abitato da uno di que' Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo per me è un mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale fu non poca di quella egolatria che contraddistinse infiniti romantici.
[11]. Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e di carattere tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle che si potrebbero pur notare, sebbene non sieno tanto appariscenti, tra il Foscolo e lo Sterne. Sia ricordato di passata che il Viaggio sentimentale fu scrittura assai cara ai romantici.
[12]. Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia, Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e qualche emendazione, esso rimane immutato.
Con questo medesimo titolo: Le romantisme de Manzoni, il signor Vittorio Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato in deposito al librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo, dopo non molto, all'autore, fu certo veduto da pochi, e non è più in commercio. Nelle 195 pagine di cui si compone il volume sono molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci si discorre con una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti nei libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul pensiero e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura, un discepolo del Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3, 190); e che cada in tale esagerazione, e in alcun altro errore, per non conoscere abbastanza le origini del romanticismo nostro, del quale per altro ritrae molto bene l'indole e gli intendimenti. Che io, salvo la inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato in modo affatto diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente avvertito da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con l'altro i due scritti. Si può anche vedere nei Preussische Jahrbücher del 1874 uno studio di W. Lang, Alessandro Manzoni und die italienische Romantik.
[13]. Perciò assai malamente scrisse il Prina (Alessandro Manzoni, Milano, 1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento romantico».
[14]. L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse poi a dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa.
[15]. Leggo in un opuscolo tedesco (Die romantische Schule in Deutschland und in Frankreich, von Stephan Born, Heidelberg, 1879, pag. 5): Il romanticismo francese «è scaturito direttamente dalla opposizione alla rivoluzione». Errore. Vedi Larroumet, Les origines françaises du romantisme, in Études de littérature et d'art, Parigi, 1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo periodo violento, la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento normale del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto del Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi Finzi, Lezioni di storia della letteratura italiana, vol. IV, parte I: Il romanticismo e Alessandro Manzoni, Torino, 1891; Mazzoni, Le origini del romanticismo, in Nuova Antologia, serie III, vol. XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; Bertana, Un precursore del romanticismo, nel Giornale storico della letteratura italiana, volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo inglese vedi W. Lion Phelps, The Beginnings of the English romantic Movement, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del Menéndez y Pelayo (Historia de las ideas estéticas en España, t. V. Madrid, 1891, p. 233) che non fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio.
[16]. Epistolario di Alessandro Manzoni, raccolto ed annotato da Giovanni Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera del 17 ottobre 1820 allo stesso Fauriel.
[17]. Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole, scriveva al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto alla teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci stia». E si capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa.
[18]. Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica, preambolo e capitolo IV.
[19]. Vedi in proposito le giuste osservazioni del Tenca, Prose e poesie scelte, Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350.
[20]. Lettera intorno al Vocabolario, in Opere varie, Milano, 1870, pp. 829, 830. Delle Opere varie citerò sempre in seguito questa stessa edizione.
[21]. Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. Epistolario, vol. II, p. 105.
[22]. Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o rare, pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431.
[23]. Opere inedite o rare, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come fu grave danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli studii manzoniani in ispecie. Colui che curò la stampa delle Opere inedite o rare senza poterne vedere il compimento, aveva da lunghi anni promesso sul Manzoni un libro che per certo sarebbe riuscito capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni abbozzo o frammento ch'egli avesse potuto lasciarne.
[24]. Cel dice egli stesso nel Dialogo della invenzione. Opere varie, p. 539.
[25]. Studio critico che accompagna i Promessi Sposi nella edizione del Barbèra (Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678, 679.
[26]. I Promessi Sposi, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875.
[27]. Veggasi intorno a ciò il bello scritto del D'Ovidio, Potenza fantastica del Manzoni e sua originalità, in Discussioni manzoniane, Città di Castello, 1886, pp. 37 e segg.
[28]. Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica, preambolo.
[29]. Ibid., cap. II. Opere varie, p. 173.
[30]. De l'Allemagne, parte II, cap. XI.
[31]. Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit.
[32]. Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del De Sanctis nel saggio intitolato: La materia dei «Promessi Sposi». La questione del romanzo storico fu discussa in passato anche dallo Zajotti, dal Bianchetti e da altri. Ultimamente la riprese in esame il Cestaro in uno scritto intitolato La storia nei «Promessi Sposi», pubblicato prima nella Nuova Antologia, fasc. del 1º maggio 1892, poi nel volume Studi storici e letterari, Torino-Roma, 1894. Gli argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai vigorosi.
[33]. Opere varie, pp. 426, 428, 431.
[34]. Epistolario, vol. I, p. 202.
[35]. I Promessi Sposi, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564.
[36]. Epistolario, vol. I, p. 283.
[37]. Epistolario, vol. I, p. 291.
[38]. Bozzetti critici e discorsi letterari, Livorno, 1876, pp. 310-11.
[39]. Classicismo e romanticismo, nei Giambi ed epodi e rime nuove. Opere, vol. IX, Bologna, 1894, p. 298.
[40]. Opere inedite o rare, vol. III, p. 168.
[41]. Opere varie, p. 409.
[42]. Epistolario, vol. I, p. 307.
[43]. Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie, p. 425.
[44]. Ibid.
[45]. Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni dello Zola, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del Manzoni: «Le plus bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un romancier était de dire: Il a de l'imagination. Aujourd'hui cet éloge serait presque regardé comme une critique. C'est que toutes les conditions du roman ont changé. L'imagination n'est plus la qualité maîtresse du romancier» (Du roman. Le sens du réel). Flaubert «est sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne, la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit inoubliable» (Du roman. De la description). «Et je finirai par une déclaration: dans un roman, dans une étude humaine, je blâme absolument toute description qui n'est pas, selon la définition donnée plus haut, un état du milieu qui détermine et complète l'homme. J'ai assez péché pour avoir le droit de reconnaître la vérité» (Ibid.).
[46]. Epistolario, vol. I, p. 242.
[47]. Sovra il teatro tragico italiano, Venezia, 1826, p. 91. È tuttavia da notare che sin dai primi anni del secolo XVIII in Inghilterra, gli scrittori che dicono della scuola augustea usarono dar nome di romantica ad ogni narrazione o poesia che paresse loro o troppo stravagante, o troppo sentimentale (Lyon Phelps, Op. cit., pp. 18-9). L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava romantica una scena di paese che aveva del selvaggio e dello strano (Friedlaender, Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der Natur, Lipsia, 1873, p. 43).
[48]. Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il Castle of Otranto, romanzo del celebre Orazio Walpole, pubblicato nel 1764. Ebbe grandissima voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore fingeva d'averlo tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici di Teodoro Hoffmann sono posteriori ad esso di mezzo secolo, come son posteriori di una ventina d'anni ai più celebri romanzi di Anna Radcliffe.
[49]. Delle vicende del buon gusto in Italia, orazione recitata nella grande aula dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805.
[50]. Cenni critici sulla poesia romantica, Milano, 1817, pp. 45-47.
[51]. Sermone sulla mitologia.
[52]. Epistolario, vol. I, p. 312.
[53]. Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo Stampa, figliastro del Manzoni, afferma che l'autore dei Promessi Sposi fu tentato una volta di scrivere un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa dir nulla (Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, Milano, 1885-9, vol. II, p. 183).
[54]. Opere varie, p. 410.
[55]. Histoire du romantisme, nuova edizione, s. a., Parigi, Charpentier, p. 64.
[56]. Versi in morte di Carlo Imbonati, vv. 147 e segg.
[57]. Versi 36-44.
[58]. Urania, vv. 9-14.
[59]. Opere inedite o rare, vol. I, p. 95.
[60]. Epistolario, vol. I, p. 201.
[61]. Ibid., pp. 206, 207.
[62]. Opere inedite o rare, vol. III, p. 197.
[63]. Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in sostanza, il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più vera della storia.
[64]. Opere varie, p. 835.
[65]. Epistolario, vol. I, p. 448.
[66]. Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie, p. 481.
[67]. Epistolario, vol. I, p. 393.
[68]. Epistolario, vol. I, pp. 448, 449.
[69]. Epistolario, vol. II, p. 144.
[70]. Cap. XIV. p. 273.
[71]. Cap. XXVIII, p. 520.
[72]. Opere inedite o rare, vol. II, p. 480.
[73]. Lettera a Cesare D'Azeglio. Epistolario, vol. I, pp. 280 segg.
[74]. Prefazione al Conte di Carmagnola. Opere varie, p. 278.
[75]. Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie, p. 405.
[76]. Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie, p. 494.
[77]. Lettera al D'Azeglio, Epistolario, vol. I, p. 294.
[78]. Anche lo Scott, nell'Essay on the Drama, combattè le unità, ma quanto più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni!
[79]. Opere varie, pp. 413-14.
[80]. Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare profusamente nella Biblioteca italiana il Manzoni e biasimare i romantici.
[81]. Epistolario, vol. I, p. 477.
[82]. Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. Epistolario, vol. II, p. 177.
[83]. Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. Epistolario, vol. I, p. 124; Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie, p. 425.
[84]. Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia, Serie III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e brevi giunte.
[85]. Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del Manzoni che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel passaggio dell'animo dell'Innominato dall'un grado all'altro, e pure scusandosi dell'ardimento grande, non si tenne dal suggerire quello che a parer suo andava fatto (Ispirazione e arte, Firenze, 1858, pp. 12-13).
[86]. Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la fede in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio di una notte il filosofo francese Jouffroy s'avvide d'aver perduto ogni credenza. Vedi pel fenomeno in genere Ribot, La psychologie des sentiments, Parigi, 1896, pp. 400-3.
[87]. Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato Due parole sull'Innominato, che Francesco D'Ovidio pubblicò nella Illustrazione Italiana del 27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa parecchie ottime osservazioni, che per la più parte corroborano le mie; ma su di un punto formalmente mi contraddice, e cioè su questo punto del miracolo. Egli nega che il Manzoni supponesse miracolo alcuno nella conversione dell'Innominato, e reca in prova alcune parole del Manzoni stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. Dopo averci pensato su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. Tutto sta intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che il Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo il sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra banda che un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi senza l'ajuto divino; che la dottrina cattolica della predestinazione e della grazia non concede all'uomo abbandonato a sè medesimo altra libertà che la libertà di fare il male; che ogni cristiano schietto riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; che se è vero il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu un miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di quel richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera al Trechi, 29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del miracolo grossolano e ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino, e negar fede alle apparizioni di Caterina Labourè; ma poteva anche credere a un miracolo che salvasse il Grossi (Cantù, Alessandro Manzoni, reminiscenze, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). Perciò non posso accordarmi in tutto nemmeno col De Sanctis, il quale scrisse, (I Promessi Sposi, studio critico): «Si vegga con quanta industria il poeta, un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo della Madonna, riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»; e soggiunse poi che il miracolo è affatto estraneo allo spirito del Manzoni. Il Manzoni descrisse, sì, accuratamente il fenomeno psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che Dio avesse tocco il cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani di guerra, che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano da Dio di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un Te Deum. Del resto il miracolo è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi». «Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non ve lo sentite in cuore che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». Dio, dice il cardinale, vuol fare dell'Innominato un segno della sua potenza e della sua bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva il Manzoni pensare diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa appunto il miracolo?
[88]. Ribot, Op. cit., p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un changement complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un changement d'orientation, il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir que sous les deux contraires, existe un fond commun, une unité latente; c'est la même quantité ou la même qualité d'énergie employée à deux fins contraires; mais, sans effort, on peut retrouver la chrysalide dans le papillon».
[89]. Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi: «Se al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso Tacito, è apparecchiata una stessa fine, è più da uomo il perire meritamente. Poco diversi pensieri credo che sieno quelli di alcuni, che avendo animo grande e nato alla virtù, entrati nel mondo, e provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento degli uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano la malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale; ma per un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro il cambio, impugnando contro di essi le loro armi. La malvagità delle quali persone è tanto più profonda, quando nasce da esperienza della virtù; e tanto più formidabile, quanto è congiunta, cosa non ordinaria, a grandezza e fortezza d'animo, ed è una sorta d'eroismo». Raccosta a questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX.
[90]. Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che Lucia opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza, bellezza e gentilezza sua.
[91]. Giovanni Vidari, in un saggio intitolato Suor Gertrude, l'Innominato e Fra Cristoforo (nella Rassegna nazionale, 1º e 16 dicembre 1895), avvertì che io non notava la somiglianza che per più rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo; ma poi concluse dicendo che essi son diversi nel processo della conversione. Di questa diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno.
[92]. In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi (Firenze, 1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota situazioni e riflessioni umoristiche. Questo breve saggio è, a mia saputa, quanto di meglio siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si dice di Don Abbondio non mi sembra interamente giusto. Il così detto Commento estetico del Ferranti (Firenze, 1877) è scrittura prolissa e di poco valore.
[93]. L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee più comiche che mai cadessero in mente umana.
[94]. Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di rassegnazione, di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato, sembra, alla formidabile ironia di quella neutralità disarmata, non capiscono tutto il significato di Don Abbondio, e non sanno che cosa scrivesse dei Promessi Sposi il Mazzini.
[95]. Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di quelle virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno, del quale fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo. Ma se della mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto abbastanza adeguato leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non possiamo, tanto sono scarse, incerte, contraddittorie le notizie che ce ne son pervenute. I fratelli Verri, che ne tramandaron le più, prima furono amici svisceratissimi di lui, poi nemici arrabbiati, così che noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi sperticate di prima e i biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto di A. Venturi, Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri, nel Preludio, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria, comprese le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran fatto. Ciò nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad intendere ci permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che di certo non sono casuali. Si può discutere della maggiore o minore originalità delle idee contenute nell'opuscolo Dei delitti e delle pene; ma, se a questo opuscolo si aggiunge il saggio sulle monete, e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna riconoscere che il Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse Pietro Verri, testa fatta per tentare strade nuove; una testa dunque come l'ebbe il Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria fu profondo algebrista, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente, e fu poeta (buon poeta, assicura l'amico): intendi dunque che, come poi il Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza della ragione con la libertà e la fluidità dell'immaginativa e del sentimento. Scopriamo nell'avo una vena satirica che ingrossa poi nel nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e casalinga, involta in una onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di Paolo Bellezza, La pigrizia di Alessandro Manzoni, Milano, 1897); fuggono il chiasso; non cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii comodi; lascian vedere un'aria di bonomia (bugiarda in Cesare, secondo afferma Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi alle faccende (inattività in agibilibus, troviam detto di Cesare; inetto rebus agendis, disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di malissima voglia lettere e ogni altra cosa. «Filosofo senza strepito», scrisse del Beccaria il Cantù, «appena l'Europa s'accorse ch'era un grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le apprensioni manifestate dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi hanno riscontro in altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere a star soli, ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata molta gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi si riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e storie, e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo si meravigliava che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel mezzo di Milano: il nipote scrisse la Storia della Colonna Infame.
[96]. E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo tutti gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno più adatto, più proprio, più raffigurativo. Nomina numina. Il Balzac fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet. Gran brava fregatina di mani dev'essersi data Don Alessandro il giorno in cui gli cadde in mente, o gli capitò sotto, Dio sa come, quello del suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a distesa tutte le campane delle sue terre.
[97]. Pensées, article I, 6.
[98]. Epistolario, raccolto e ordinato da Prospero Viani, quinta ristampa ampliata e più compiuta. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298, 299, 537; vol. II, p. 276, e in altri luoghi ancora.
[99]. Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata nell'uso degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo esatta.
[100]. Antona Traversi, Studi su Giacomo Leopardi con notizie e documenti sconosciuti e inediti, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8.
[101]. Epistol., vol. I, p. 454.
[102]. Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di Giacomo Leopardi, per cura di Prospero Viani, Firenze, 1878, p. XLVI. Lo stesso poeta ebbe a dichiarare di non sapere il tedesco.
[103]. Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se questi nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi ebbe a dire che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta fede s'abbia a dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta si scaldasse pel ricordo assai più che per la realtà, è congettura tutt'altro che irragionevole, e che potrebb'essere facilmente suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi appar probabile quando s'instituisca un confronto fra la canzone Per una donna malata di malattia lunga e mortale e quella A Silvia.
[104]. Le ricordanze.
[105]. Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; Epistol., vol. I, p. 87.
[106]. Ibid., p. 216.
[107]. Scrisse il Foscolo di sè stesso:
Tal di me schiavo e d'altri e della sorte,
Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio,
E so invocare e non darmi la morte.
[108]. Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; Epistol., vol. I, p. 111.
[109]. Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso un compendio delle miserie umane, scrisse il Roman comique e il Virgile travesti inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico, attratto, spolpato, sfinito, e durò in tale condizione dall'anno ventesimosettimo o ventesimottavo di sua vita sino al cinquantesimo, che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva dire di tener l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando fu ridotto a nutrirsi per lunghi anni di solo latte.
[110]. Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per entro alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte contribuitavi dal Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc.
[111]. Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle Prose curata da G. Mestica, Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le citazioni in questo scritto.
[112]. Bruto minore.
[113]. A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può essere se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la sintesi di tutta una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non poteva nascere in Cina, nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non contraddice al detto di sopra che il genio soggioghi o disciplini le forze altrui e si giovi della loro cooperazione. In un suo recente libro (Psycho-Physiologie du génie et du talent, Parigi, 1897) il Nordau asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii artistici, o, com'egli li chiama, emozionali, non sono veri genii. Respingo una dottrina che, mentre comprende, senza esitazione, fra i genii l'inventore dell'areostato e quello della locomotiva, tende ad escluderne, e infatti ne esclude, Dante e lo Shakespeare. In quel libro sono assai osservazioni ingegnose ed acute, ma anche molte proposizioni avventate e molti sofismi. Che il genio sorga sulla base organica di un neoplasma non è provato, e quando fosse vero, bisognerebbe poter dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi per poter poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii emozionali non esercitano nessun influsso sul mondo dei fenomeni. Dunque le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita dei popoli? E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio nulla nel mondo?
[114]. Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo sgorgato dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e Lucrezio e il Leopardi; e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi pone il pessimismo (come fu chiamato) del Petrarca, mostra di saper vedere le somiglianze estrinseche e non le dissomiglianze intrinseche. Dal Rousseau l'autore della Ginestra derivò idee e sentimenti; ma il Rousseau fu tutt'altro che un pessimista.
[115]. «Io da principio aveva pieno il capo delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava, lo studio della lingua nostra; tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni dal francese; disprezzava Omero, Dante, tutti i Classici; non volea leggerli, mi diguazzava nella lettura che ora detesto: chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio; ma niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che m'erano necessarie? la grazia di Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli un granchio a ogni tratto? nessuno». Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, p. 56. A chi mi opponesse che con questo tornare all'antico il Leopardi dava appunto a conoscere di non essere un genio, essendo proprio dei genii il precorrere e non il rinculare, risponderei con le ragioni addotte di sopra, e soggiungerei che in certi casi il tornare addietro può essere un andare avanti. Gli umanisti andavano avanti tornando addietro.
[116]. Patrizi, Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua famiglia, Torino, 1896.
[117]. Per esempio, nello studio e nella estimazione della eredità psicopatica e geniale del poeta (capitolo II) le conclusioni cui giunge l'autore pajonmi assai malsicure, dacchè egli considera i fatti e le testimonianze in sè stessi, mentre dovrebbe considerarli nella mutevole significazione che vengono ritraendo dalla condizione dei tempi e dei costumi. Intantochè vige il diritto della primogenitura, e, nelle famiglie nobili, il celibato è imposto al più gran numero dei figliuoli, e la vita pubblica dura piena di trambusto e di pericolo, e i chiostri offrono sicurezza e pace alle nature meno gagliarde, le monacazioni frequenti in una famiglia non possono, così senz'altro, essere notate quali un segno di misticità morbosa. Altro è il significato della violenza, e dello stesso omicidio, in mezzo a una civiltà composta e ad un popolo mansueto, altro in mezzo a una civiltà turbolenta e ad un popolo fazioso e feroce. Le anamnesi lunghe e complicate bisogna interpretarle col sussidio della storia nella quale si svolsero le vite e accaddero i fatti che loro dànno argomento. Ancora parmi che l'autore del libro esageri quando parla di una melanconia attonita (ch'è il grado estremo della melanconia, secondo la definizione degli scrittori), di una paresi motoria e di una paresi mentale del Leopardi.
[118]. Epistol., vol. I, p. 374.
[119]. Lettera al Giordani, 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, p. 57.
[120]. Lett. al Vieusseux, da Recanati; Epistol., vol. II, p. 363.
[121]. Prose, p. 445.
[122]. Detti memorabili di Filippo Ottonieri, cap. IV; Prose, p. 276.
[123]. Cf. Patrizi, Op. cit., cap. I. Vedi a questo proposito uno scritto molto acuto, molto sensato e molto equo del Sully (autore del volume Pessimism, a History and a Criticism, Londra, 1887), Le pessimisme et la poésie, nella Revue philosophique de la France et de l'étranger, anno III (1878), vol. I, pp. 392-3, ove non è esclusa la possibilità che i pessimisti (sieno essi ammalati o sani) abbiano ragione. Siami permessa una riflessione. Se il genio nasce di malattia; se una delle funzioni del genio è di scorgere il vero non iscorto da altri; che valore può rimanere al giudizio che accusa di falsità il pessimismo solo perchè lo suppone, come il genio, nato di malattia?
[124]. Prose, pp. 402-3.
[125]. Epistol., vol. I, p. 278.
Life's but a walking shadow, a poor player,
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more: it is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.
(Macbeth, a. V, sc. 5).
We are such stuff
As dreams are made on, and our little life
Is rounded with a sleep.
(The Tempest, a. IV, sc. 1).
[127]. Cf. Paulhan, Esprits logiques et esprits faux, Parigi, 1896, p. 41.
[128]. Cf. Féré, Impuissance et pessimisme, nella Revue philosophique, anno 1886, vol. II. L'autore, facendo nascere il pessimismo da un disequilibrio massimo fra i desiderii da una parte e la potenza di soddisfarli da un'altra, conclude a un certo punto così: «Il semble donc que se plaindre de tout revienne à convenir que l'on n'est bon à rien». Gli è dir troppo. E, primamente, non bisogna mettere tutti in un fascio i pessimisti coi queruli, coi brontoloni, coi seccatori. Si dànno pessimisti che non si lamentano mai, nemmeno nei libri che scrivono per divulgare o difendere le proprie dottrine. Alfredo de Vigny disse una volta:
Le juste opposera le silence à l'absence.
Et ne répondra plus que par un froid silence
Au silence éternel de la Divinité;
e nel suo Giornale lasciò scritto: «Le silence sera la meilleure critique de la vie». Poi non so come si potrebbero far entrare nella classe di quegli infelici in cui è massimo il disequilibrio tra i desiderii e la potenza di soddisfarli pessimisti dello stampo, non dirò del re Salomone, creduto a torto autore dell'Ecclesiaste, ma di quel califo Abd ur Rahmân, il quale, dopo aver soggiogata quasi tutta la Spagna, e promosse le scienze, le arti, le industrie, i commerci, noverava, pieno d'anni e di gloria, i giorni della propria felicità, e trovava che sommavano in tutto a quattordici; e di quell'Innocenzo III che, essendo stato, dopo Gregorio VII, il più grande instauratore della potenza dei papi, lasciò, a far testimonianza de' suoi pensieri, tre libri De contemptu mundi, sive de miseria humanae conditionis, ben più tetri e più dolorosi di quei del Petrarca; e finalmente di quel Giorgio lord Byron, che fu come un atleta della passione e del piacere, e un eroico scialacquatore della vita. Dei pessimisti allegri non parlo. Qualcuno ebbe a dire, dopo aver fatta una visita a E. von Hartmann, che per fruire dello spettacolo della felicità, bisognava andarlo a cercare nelle case dei pessimisti.
[129]. Lett. 6 marzo 1820; Epistol., vol. I, p. 254.
[130]. Le pessimisme au XIX siècle, Parigi, 1879, pp. 38-9. L'autore osservava pure opportunatamente e giustamente che il Leopardi non si soffermò in nessuno dei tre stadii della illusione distinti e descritti dal Hartmann (p. 43).
[131]. «Keiner jedoch hat diesen Gegenstand so gründlich und erschöpfend behandelt, wie, in unsern Tagen, Leopardi. Er ist von demselben ganz erfüllt und durchdrungen: überall ist der Spott und Jammer dieser Existenz sein Thema, auf jeder Seite seiner Werke stellt er ihn dar, jedoch in einer solchen Mannigfaltigkeit von Formen und Wendungen, mit solchem Reichthum an Bildern, dass er nie Ueberdruss erweckt, vielmehr durchweg unterhaltend und erregend wirkt». Die Welt als Wille und Vorstellung, Ergänzungen; Sämmtliche Werke, Lipsia. 1891, vol. III, p. 675.
[132]. Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez; Prose, p. 307.
[133]. Paralipomeni della Batracomiomachia, c. IV, st. 10.
[134]. Dialogo di Timandro e di Eleandro; Prose, p. 371.
[135]. Ingiustissimo mi sembra per ogni rispetto il giudizio di O. Pluemacher quando sentenzia che il Leopardi, i cui scritti (secondo lui) sono pedantescamente infrascati di fastidiosa dottrina (?!), non è filosofo, sebbene si atteggi a filosofo, dacchè la conoscenza di alcuni, o anche di molti sistemi di filosofia, non basta a formare il filosofo (Der Pessimismus in Vergangenheit und Gegenwart, 2ª ediz. Heidelberg, 1888, p. 115). Verissimo questo; ma appunto di sistemi di filosofia il Leopardi ne conobbe assai pochi. Il Sully dovette portare migliore opinione del nostro poeta, giacchè riferisce tradotte nel già citato suo libro sul pessimismo (p. 27) le seguenti parole scritte da esso poeta in una lettera al Giordani (lett. 6 maggio 1825; Epistol., vol. I, p. 547): «Mi compiaccio di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle cose, e d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e terribile della vita dell'universo». Per altro egli rimpicciolisce il concetto quando arcano infelice e terribile della vita dell'universo traduce unblessed and terrible secret of life, tralasciando appunto quella parola universo da cui viene al concetto stesso massima larghezza e veramente filosofica significazione.
[136]. Dialogo della Natura e di un'anima; Prose, pp. 85-6; Dialogo di un fisico e di un metafisico, pp. 124-5; Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio famigliare, p. 144; Detti memorabili di Filippo Ottonieri, cap. II, pag. 262; cap. V, p. 289; Versi Al conte Carlo Pepoli, ecc. ecc. Con sentimento affatto contrario a quello del nostro poeta, il Nietzsche ama la vita per sè stessa, anche se infelice. Cf. Brandes, Friedrich Nietzsche, nel volume Menschen und Werke, Francoforte s. M., 1894.
[137]. Cantico del gallo silvestre; Prose, p. 336.
[138]. Dialogo di Timandro e di Eleandro; Prose, p. 365.
[139]. Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose, pp. 427-8. In una lettera al Giordani (30 giugno 1820; Epistol., vol. I, p. 279) il Leopardi aveva detto che tutto quanto è, è contento di vivere, «eccetto noi che non siamo più quello che dovevamo e che eravamo da principio».
[140]. Paralipomeni della Batracomiomachia, c. IV, st. 24. In una lettera al Giordani (24 luglio 1828; Epistol., vol. II, p. 316), aveva già detto che i popoli «sono condannati alla infelicità dalla natura, e non dagli uomini nè dal caso». Tale appunto è il concetto della Ginestra.
[141]. Palinodia al marchese Gino Capponi; Dialogo di Timandro e di Eleandro; Prose, p. 365.
[142]. Cantico del gallo silvestre; Prose, p. 336.
[143]. Dialogo di Torquato Tasso ecc.; Prose, p. 145.
[144]. Ultimi versi della canzone A un vincitore nel pallone. Cf. Dialogo di Cristoforo Colombo ecc.; Prose, pp. 309-10.
[145]. Preambolo alla versione del Manuale di Epitteto; Opere, nuova impressione, Firenze, 1889, vol. II. p. 214.
[146]. La quiete dopo la tempesta.
[147]. Le ricordanze.
[148]. Il primo amore.
[149]. Nelle nozze della sorella Paolina.
[150]. Aspasia.
[151]. Al conte Carlo Pepoli.
[152]. Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima.
[153]. Epistol., vol. I, p. 197.
[154]. Après une lecture, st. VIII. Il Keats aveva detto:
A thing of beauty is a joy for ever.
[155]. Citato dal Guyau, L'art au point de vue sociologique, Parigi, 1889, pagine 364-5. Il Baudelaire fu, com'è noto, traduttor valoroso e grande ammiraratore del Poe, e dal Poe attinse molta parte delle sue idee estetiche. Nel breve saggio che il poeta americano intitolò The poetic principle, troviamo parole come le seguenti: «An immortal instinct, deep within the spirit of man, is thus, plainly, a sense of the Beautiful..... It is no mere appreciation of the beauty before us, but a will to reach the beauty above..... That pleasure which is at once the most pure, the most elevating, and the most intese, is derived, I maintain, from the contemplation of the Beautiful». Ognuno può conoscere quanto questi concetti somiglino a quelli del Leopardi. Il Poe definì la poesia una creazione ritmica di bellezza.
[156]. Le ricordanze.
[157]. Ma non propriamente alla maniera del Monti. Nello scritto pur ora citato, il Poe, dopo aver ragionato del bello e del vero, concludeva: «He must be blind indeed who does not perceive the radical and chasmal difference between the truthful and the poetical modes of inculcation. He must be theory-mad beyond redemption who, in spite of these differences, shall still persist in attempting to reconcile the obstinate oils and waters of Poetry and Truth».
[158]. Prose, p. 469.
[159]. Detti memorabili di Filippo Ottonieri, cap. V; Prose, p. 288.
[160]. Del 1818 è il libro di Andrea Majer, Della imitazione pittorica; dello stesso anno sono le Lettere sul bello ideale di Giuseppe Carpani, Il Saggio estetico di Placido Talia non venne a luce se non nel 1828, e l'Antologia ne fè cenno. I Saggi di Ermes Visconti intorno ad alcuni quesiti concernenti il bello furono stampati nel 1833.
[161]. Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; Epistol., vol. I, p. 279.
[162]. Lett. 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, p. 56.
[163]. Vedi, riferite dal Hartmann (Aesthetik, Lipsia, s. a., parte II, p. 497-9, 501), le varie opinioni intorno al bello nella natura.
[164]. Studi filologici, 9ª ristampa, Firenze, 1883, p. 306.
[165]. Tale è il concetto del Dialogo di un fisico e di un metafisico.
[166]. Lett. 24 luglio 1828; Epistol., vol. II, p. 316.
[167]. Sulle relazioni, a torto disconosciute, che passano tra il bello e l'utile, vedi più specialmente Fechner, Vorschule der Aesthetik, Lipsia, 1876, parte I, XV, pp. 203 segg.; Guyau, Les problèmes de l'esthétique contemporaine, Parigi, 1884. cap. II, pp. 15 segg.; Rutgers Marshall, Pain, Pleasure, and Aesthetics, Londra. 1894, pp. 134, 160. 315.
[168]. Lett. al Giordani testè citata.
[169]. Nella canzone Sopra il monumento di Dante.
[170]. Il Risorgimento.
[171]. Lett. 11 agosto 1817; Epistol., vol. I, p. 91.
[172]. Lett. 30 maggio 1817; Epist., vol. I, p. 76.
[173]. Vedi Perez, La maladie du pessimisme; Revue philosophique, anno 1892, vol. I, p. 40.
[174]. Lett. al Giordani citata qui di sopra.
[175]. «Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais pas d'après ce qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait paru dans mon songe. Était-ce une folie? suis-je romanesque? Vous en jugerez». Lett. 22 giugno 1823; Epistol., vol. I, p. 455.
[176]. Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; Epistol., vol. II, p. 316.
[177]. La vita solitaria.
[178]. Le ricordanze.
[179]. Aspasia.
[180]. Il tramonto della luna.
[181]. Pensieri, CIV; Prose, pp. 597-600. Felice colui, disse lo Shelley, che non disprezzò giammai i sogni della sua giovinezza.
[182]. Lett. 14 agosto 1820; Epistol., vol. I, p. 289.
[183]. Lett. 30 giugno 1820; ibid., p. 279.
[184]. Lettere scritte a Giacomo Leopardi da' suoi parenti, a cura di G. Piergili, Firenze, 1878, p. 48.
[185]. Epistol., vol. I, p. 278. Le parole in corsivo e in majuscoletto sono così stampate nel testo.
[186]. A un vincitore nel pallone; Detti memorabili di Filippo Ottonieri, cap. VI (Prose, p. 293); Dialogo di Plotino e di Porfirio (pp. 427-8); Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto (pp. 475-7); Pensieri, XXIX (pp. 519-20) ecc.
[187]. La ginestra; Sopra un basso rilievo antico sepolcrale; Il risorgimento.
[188]. Questa la interpretazione del De Sanctis, che impugnata e difesa, or sono alcuni anni, con molto calore, rimane pur sempre, a mio giudizio, la sola plausibile. Del resto, quando pure quella donna simbolica stesse a significare la libertà, o la felicità, o altro simile, per l'argomento nostro sarebbe tutt'uno.
[189]. Vedi lo scritterello critico che sulle Canzoni stampate in Bologna nel 1824, pubblicò, senza però mettervi il nome, lo stesso Leopardi nel Nuovo Ricoglitore di Milano; Studi filologici, pp. 283-4.
[190]. Nè dell'una, nè dell'altra è in tutto sicura la data.
[191]. Die Welt als Wille und Vorstellung, vol. I, §§ 36, 38. Veggasi come il Leopardi nella Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto rilevi il contrario modo tenuto nel filosofare da Aristotele e da Platone (Prose, p. 469).
[192]. Epistol., vol. I, p. 253.
[193]. Ibid., p. 456.
[194]. Epistol., vol. II, p. 280.
[195]. Lett. 16 dicembre 1822; Epistol., vol. I, p. 375.
[196]. Alla sua donna.
[197]. Al conte Carlo Pepoli.
[198]. Benefico inganno, e perciò in piena contraddizione con la scienza, osserva un altro pessimista, il Bahnsen (Das Tragische als Weltgesetz und der Humour als ästhetische Gestalt des Metaphysischen, Lauenburg i. P., 1877. p. 5).
[199]. Inf., XI, 103-5.
[200]. Ben s'intende, del resto, che anche in ciò sono dall'uno all'altro differenze e contrasti. Un pessimista che col Leopardi ebbe non piccola somiglianza, il Senancour, incarnandosi nel protagonista di un suo romanzo, diceva: «La scène de la vie a de grandes beautés. Il faut se considérer comme étant là seulement pour voir. Il faut s'y intéresser sans illusion, sans passion, mais sans indifférence, comme on s'intéresse aux vicissitudes, aux passions, aux dangers d'un récit imaginaire: celui-là est écrit avec bien de l'éloquence». Obermann, nuova edizione, Parigi, 1840, lett. LXXX, p. 434. La prima edizione è del 1804, la seconda del 1833.
[201]. Epistol., vol. I. p. 362.
[202]. Epistol., vol. II, p. 314. E così s'accordava col padre, che in una lettera a lui aveva schernita quella eroica morte, chiamando il Broglio brigante volontario e pazzo. Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti, p. 261.
[203]. Trovo questa giustissima osservazione, insieme con quella che la precede, nel già citato scritto del Sully, Le pessimisme et la poésie; Revue philosophique, a. e v. cit., pp. 394, 398.
[204]. Deliberatamente dico frigidità fisiologica e non psicologica; questa non può essere imputata al Leopardi; e quanto a imputargli la prima, bisogna andar molto cauti; tanto più che il poeta stesso si contraddice, e la materia è intricata e difficile. Credo esageri di molto il Patrizi (op. cit., p. 114) quando scrive: «Egli nutrì sempre il saldo convincimento che gli stati d'animo, attraverso ai quali passò nelle sue relazioni con persone d'altro sesso, fossero al tutto esenti da bisogni fisiologici». Il Patrizi stesso, del resto, riconosce che tali bisogni ebbero parte non piccola nell'amore per la Targioni Tozzetti (Aspasia), e ricorda a questo proposito la testimonianza, anche troppo esplicita, del Ranieri (pp. 119, 120). Che il Leopardi amasse sopratutto l'amorosa idea, e, più che la donna reale, il fantasma che se ne veniva creando nella mente, è un fatto; ma è un fatto frequente nella vita psichica degli artisti, e che non prova tutto ciò che gli si vorrebbe far provare. Sant'Agostino, che fu bene, a suo modo, un artista, amò sopratutto, com'egli stesso ebbe a dire, il sentimento e la fantasia dell'amore (nondum amabam et amare amabam..... quaerebam quod amarem amans amare); ma non per questo si lasciò morir vergine; e il Rousseau, che si innamorava dei proprii fantasmi a tal segno da provarne ebbrezza e delirio, sapeva, a tempo e luogo, riconoscer quelli in creature reali e scendere di cielo in terra, e gustare qualche parte almeno della felicità sognata. È da credere che il Leopardi sarebbe pure alcuna volta riuscito ad imitarlo se avesse trovato donne più caritatevoli. Alfredo De Musset, dopo aver molto amato e troppo goduto, scriveva il Souvenir, per dire, in sostanza, che il sogno dell'amore e il ricordo dell'amore valgono più che l'amore stesso.
[205]. Vedi più specialmente Die Welt als Wille und Vorstellung, vol. I, § 36; vol. II (Ergänzungen), cap. 31.
[206]. Dialogo della natura e di un'anima; Prose, pp. 81-3.
[207]. Prose, p. 467.
[208]. On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Lecture III. The Hero as Poet; ediz. di Londra, 1895, p. 75.
[209]. Vedi su di ciò Rutgers Marshall, Op. cit., pp. 143-4. Egli parla più propriamente di un campo di godimento (field of pleasure getting): io userò la parola campo a denotare più propriamente la estensione della nostra impressionabilità estetica, considerando il godimento come un fatto consecutivo alla impressione.
[210]. Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; Epistol., vol. I, p. 365.
[211]. Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; Epistol., vol. I, p. 360.
[212]. Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo spettacolo di Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva scrivere delle impressioni che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a jamais rencontré le malheur ne les comprendrait pas» (Promenades dans Rome, 13 août 1827). Chi dunque più del Leopardi avrebbe dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni? Quattr'anni innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma come la città dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (Childe Harold, c. IV, st. 78).
Oh Rome! my country! city of the soul!
The orphans of the heart must turn to thee,
Lone mother of dead empires!
Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome» (Corinne, l. IV, c. IV).
[213]. Lett. 5 aprile 1823; Epistol., vol. I, p. 434. Al Foscolo la Venere del Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato. Leggasi una pagina dello Shelley ov'è squisitamente descritta la Venere anadiomene (Prose Works, ediz. di Londra, 1888, vol. I, pp. 407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully Prudhomme un sonetto, e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove, tra gli altri, si leggono questi versi:
Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste
De l'éphémère éclat des modèles de chair,
Le ciseau du sculpteur, incorruptible artiste,
En isolant le Beau, nous le rend chaste et clair.
[214]. Lett. 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, p. 64. Il Giordani gli rispondeva (Epistol., vol. III, p. 95): «L'opera del Cicognara mi pare degnissima e necessaria ad una libreria come la sua. Io non dirò ch'ella debba leggerla ora; ma certo una tale raccolta de' monumenti perfettissimi d'arte è una gran cosa: e il non poter nulla giudicare o gustare nelle belle arti sarebbe una grande infelicità; e bellissima cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente come il Cicognara».
[215]. Lett. 1 febbraio 1823; Epistol., vol. I, pp. 403-4.
[216]. Affermare non si può; ma non sarei lontano dal credere che la prima mossa a tutto il componimento sia venuta da una fantastica visione del monumento futuro, del nobil sasso a cui tante lacrime avrebbe serbato l'Italia.
[217]. Lett. 24 luglio 1827; Epistol., vol. I, p. 224.
[218]. Al conte Carlo Pepoli.
[219]. Lett. 5 febbrajo 1823; Epistol., vol. I, pp. 408-9.
[220]. Epistol., vol. I, p. 399.
[221]. Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; Epistol., vol. I, p. 279.
[222]. Canto VI, st. 47.
[223]. Vedi la lettera al Jacopssen, 23 giugno 1823; Epistol., vol. I, pp. 454-5. Quivi il poeta dice espresso: «je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu». Se il tempo lo concedesse, sarebbe agevole rintracciar nel Rousseau, anzi nel pensiero del secolo XVIII tutto intero, la origine di sì fatta opinione.
[224]. Epistol., vol. I. p. 61.
[225]. Scritto citato. Qualche traccia di umorismo il Leopardi lascia scorgere nella Scommessa di Prometeo e nel Copernico, testè citati, e ancora nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, nel Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggiere e altrove; ma niuno di certo vorrà dire il Leopardi un umorista.
[226]. Rutgers Marshall, Op. cit., pp. 137 segg.
[227]. Il Parini, ovvero della gloria, cap. IV; Prose, pp. 189-90.
[228]. Ibid., pp. 191-2.
[229]. Ibid., cap. III, p. 184.
[230]. Epistol., vol. I, p. 270.
[231]. Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti, p. 148.
[232]. Vedi una lettera di Giacomo del 5 febbrajo 1823: Epist., vol. I, p. 407.
[233]. Il Preyer capovolse la formola, riconoscendo nell'aritmetica un esercizio musicale.
[234]. Vom Musikalisch-Schönen, 1ª ediz., Lipsia, 1854; 7ª, 1885. Cf. Panzacchi, Nel mondo della musica, Firenze, 1895. pp. 3-37.
[235]. Vedila discussa dal Fechner, Op. cit., parte I, pp. 158 segg.
[236]. Die Welt als Wille und Vorstellung, vol. I, pp. 309-13; vol. II, pp. 511, 512, 523.
[237]. La vita solitaria.
[238]. L'Amiel, le cui somiglianze morali col Leopardi non sono nè poche nè lievi, lasciò scritto (Fragments d'un journal intime, 7ª ediz. Ginevra, 1897, volume II, p. 77): «Ce matin, les accens d'une musique de cuivre, arrêtée sous mes fenêtres, m'ont ému jusqu'aux larmes. Ils avaient sur moi une puissance nostalgique indéfinissable. Ils me faisaient rêver d'un autre monde, d'une passion infinie et d'un bonheur suprême. Ce sont là les échos du paradis, dans l'âme, les ressouvenirs des sphères idéales dont la douceur douloureuse enivre et ravit le cœur».
[239]. Lett. 5 febbrajo 1823; Epistol., vol. I, p. 408.
[240]. Lett. alla sorella Paolina, 18 maggio 1827; Epistol., vol. II, p. 208.
[241]. Lett. alla sorella Paolina, 7 luglio 1827; Epistol., vol. II, p. 221.
[242]. Il Patrizi, Op. cit., p. 142, vede in questi desiderii e giudizii del poeta un segno dell'abituale stanchezza e debolezza di lui. Non a torto, credo; ma errerebbe, parmi, chi non volesse vedervi altro. Quei giudizii e quei desiderii hanno anche una ragione estetica.
[243]. Cap. IV; Prose, pp. 193-4. Confrontisi con alcune ingegnose pagine del Bourget intitolate Paradoxe sur la musique in Études et Portraits, Parigi, 1889, vol. I.
[244]. Vedi Arréat, Mémoire et imagination, Parigi, 1895, pp. 60-1. I De Goncourt affermarono che anche il Lamartine ebbe la musica in orrore, ma si può dubitare della verità della loro affermazione. Vedi, per non dir altro, il commento con cui lo stesso Lamartine accompagnò la poesia intitolata Encore un hymne, nelle Harmonies poétiques et religieuses.
[245]. Purgat., II, 107-11.
[246]. Lettere famigliari, l. XIII, lett. 8; volgarizzamento di G. Fracassetti.
[247]. L. I, dial. 23, De cantu et dulcedine a musica.
Music! oh, how faint, how weak,
Language fades before thy spell!
I pant for the music which is divine,
My heart in its thirst is a dying flower.
[250]. L'Adone, c. VII. st. I.
[251]. Combarieu, Les rapports de la musique et de la poésie considérées au point de vue de l'expression, Parigi, 1894, pp. XV, XXI.
[252]. Ibid., p. 284.
[253]. «Manzoni pensava che dal modo di declamare i versi, esagerando alquanto l'inflessione della pronuncia che ne indica l'espressione, si poteva cavarne embrioni di motivi atti a musicarsi. E recitava a quel modo per dimostrazione alcune strofette del Metastasio». Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici, appunti e memorie di S. S(tampa) (figliastro del poeta), Milano, 1885-9, vol. II, p. 423.
[254]. L'art de la lecture, 43ª ediz., Parigi, s. a., p. 124.
[255]. Lett. al fratello Carlo, 6 gennajo 1823; Epistol., vol. I, p. 390.
[256]. Ranieri, Op. cit., p. 40.
[257]. Op. cit., p. 54.
[258]. Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, p. 61.
[259]. Cap. IV; Prose, pp. 191-2.
[260]. Le ricordanze.
[261]. Lo Chateaubriand fece esperienza del contrario. «Aujord'hui je m'aperçois que je suis moins sensible à ces charmes de la nature..... Quand on est très-jeune, la nature muette parle beaucoup, parce qu'il y a surabondance dans le cœur de l'homme.....: mais dans un âge plus avancé, lorsque la perspective que nous avions devant nous passe derrière, que nous sommes détrompés sur une foule d'illusions, alors la nature seule devient plus froide et moins parlante, les jardins parlent peu. Il faut, pour qu'elle nous intéresse encore, qu'il s'y attache des souvenirs de la société, parce que nous suffisons moins à nous-mêmes.....». (Souvenirs d'Italie, d'Angleterre et d'Amérique, Londra, 1815, vol. I, pp. 23-4).
[262]. Un'altra eccezione molto notabile alla regola comune ci è offerta da un poeta francese della prima metà di questo secolo, morto giovanissimo, e rimasto per lungo tempo pressochè ignoto, Maurizio De Guérin. Come il Leopardi, questi ebbe orror della folla, amò la natura con sensitività femminea e virginale, solo allora felice quando, vinto da una specie di languor delizioso, poteva abbandonarsi tra le braccia e nel grembo di lei. Lasciò scritte, fra le altre, queste parole: «Quitter la solitude pour la foule, les chemins verts et déserts pour les rues encombrées et criardes où circule pour toute brise un courant d'haleine humaine chaude et empestée; passer du quiétisme à la vie turbulente, et des vagues mystères de la nature à l'âpre réalité sociale, a toujours été pour moi un échange terrible, un retour vers le mal et le malheur». (Journal, lettres et poèmes, nuova edizione, Parigi, 1864, p. 92). Il sentimento di questo poeta per la natura somiglia a quel del Leopardi sotto più di un aspetto, ma ne differisce anche non poco, perchè dà luogo, assai più che quello del Leopardi non faccia, alle impressioni distinte, particolari e minute. Noto di passata che l'amore della solitudine e l'amore della natura andavano insieme congiunti nei seguaci del Budda.
[263]. Epistol., vol. I, p. 253.
[264]. De la littérature considérée dans ses rapports avec les institutions sociales, parte prima, cap. V.
[265]. Vedi La vita solitaria.
[266]. Dialogo di Timandro e di Eleandro, Prose, p. 361.
[267]. Il primo amore.
[268]. A Silvia. Il De Musset, nella Confession d'un enfant du siècle, cap. IV: «Je passais la journée chez ma maîtresse; mon grand plaisir était de l'emmener à la campagne durant les beaux jours de l'été, et de me coucher près d'elle dans les bois, sur l'herbe ou sur la mousse, le spectacle de la nature dans sa splendeur ayant toujours été pour moi le plus puissant des aphrodisiaques». Per contro la natura guarì dall'amore il Ruskin: e in qual modo? empiendolo tutto di sè e di sè sola; suggerendogli, non solo una dottrina dell'arte, ma una morale, una sociologia, una religione e persino, starei per dire, una metafisica.
[269]. L'infinito.
[270]. La vita solitaria.
[271]. Nella poesia intitolata La vache.
[272]. Vedi intorno alle origini e alla diffusione di quel gusto Friedlaender, Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der Natur, Lipsia, 1873; Biese, Die Entwickelung des Naturgefühls im Mittelalter und in der Neuzeit, Lipsia, 1888, cap. XI, Das Erwachen des Gefühls für das Romantische, pp. 322-57.
[273]. «Strong, pure nature-feeling leads to accurate and minute observation». Veitch, The Feeling for Nature in Scottish Poetry, Edimburgo e Londra, 1887, vol. I, p. 17.
[274]. Il Patrizi, Op. cit., p. 137, dice che «nel Leopardi il sentimento della natura era avvinto ad idee e non ad imagini». Direi: poco ad immagini, molto a idee e moltissimo ad affetti.
[275]. Circa alla parte importantissima che spetta all'associazione nelle impressioni che gli spettacoli naturali producono in noi, vedi Fechner, Op. cit., parte 1ª, pp. 123 segg.
[276]. Maurizio De Guérin (Op. cit., p. 34): «Si l'on pouvait s'identifier au printemps..... se sentir à la fois fleur, verdure, oiseau, chant, fraîcheur, élasticité, volupté, sérénité!» L'Amiel, (Op. cit., vol. II, p. 18): «Dans ces états de sympathie universelle, j'ai même été animal et plante, tel animal donné, tel arbre présent».
[277]. La vita solitaria.
[278]. La quiete dopo la tempesta.
[279]. La sera del dì di festa.
[280]. Forma parte di quello che il poeta intitolò Supplemento generale a tutte le mie carte; Appendice all'Epistolario e agli Scritti giovanili, a cura di Prospero Viani, Firenze, 1878, p. 238.
[281]. La sera del dì di festa.
[282]. Tra le poesie del Longfellow n'è una intitolata Daylight and moonlight. Il poeta dice d'aver letto, durante il giorno, un mistico canto, e di non averne quasi riportata impressione; d'averlo riletto in tempo che la luna, simile a uno spirito glorificato, empieva la notte e l'innondava delle rivelazioni della sua luce, e d'esserselo allora sentito risonar nella mente come una musica.
Night interpreted to me
All its grace and mystery.
Il Lamartine (Poésie ou paysage dans le golfe de Gênes, nelle Harmonies poétiques et religieuses):
Ah! si j'en crois mon cœur et ta sainte influence,
Astre ami du repos, des songes, du silence,
Tu ne te lèves pas seulement pour nos yeux;
Mais, du monde moral flambeau mystérieux,
A l'heure où le sommeil tient la terre oppressée,
Dieu fit de tes rayons le jour de la pensée.
L'Amiel (Op. cit., vol. II, pp. 165-6): «Rêvé longtemps au clair de lune qui noie ma chambre de ses rayons pleins de mystère confus. L'état d'âme où nous plonge cette lumière fantastique est tellement crépusculaire lui-même que l'analyse y tâtonne et balbutie. C'est l'indéfini, l'insaisissable, à peu près comme le bruit des flots formé de mille sons mélangés et fondus. C'est le retentissement de tous les désirs insatisfaits de l'âme, de toutes les peines sourdes du cœur, s'unissant dans une sonorité vague qui expire en vaporeux murmure. Toutes ces plaintes imperceptibles qui n'arrivent pas à la conscience donnent en s'additionnant un résultat, elles traduisent un sentiment de vide et d'aspiration, elles résonnent mélancolie. Dans la jeunesse, ces vibrations éoliennes résonnent espérance: preuve que ces mille accents indiscernables composent bien la note fondamentale de notre être et donnent le timbre de notre situation d'ensemble».
[283]. Lo Shelley, nella poesia intitolata A calm Winter Night:
Heaven's ebon vault,
Studded with stars unutterably bright,
Through which the moon's unclouded grandeur rolls.
[284]. Alla luna.
[285]. La vita solitaria.
[286]. Il lume della luna ossia l'origine dell'ellera.
[287]. Alla luna.
[288]. An den Mond:
Füllest wieder Busch und Thal
Still mit Nebelglanz,
Lösest endlich auch einmal
Meine Seele ganz.
Breitest über mein Gefild
Lindernd deinen Blick,
Wie des Freundes Auge mild
Ueber mein Geschick.
[289]. Bruto Minore.
[290]. Ultimo canto di Saffo.
[291]. Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.
[292]. Al conte Carlo Pepoli.
[293]. Ultimo canto di Saffo.
[294]. Se ne ha la prova nel terzo libro dell'opera sua principale. «Wie ästhetisch ist doch die Natur», esclama egli in un luogo (Vol. II, Ergänzungen, cap. 33, p. 462).
[295]. Op. cit., vol. I, § 38, pp. 232-3.
Non fra sciagure e colpe,
Ma libera ne' boschi e pura etade
Natura a noi prescrisse,
Reina un tempo e Diva.
(Bruto Minore).
Oh contra il nostro
Scellerato ardimento inermi regni
Della saggia natura! I lidi e gli antri
E le quiete selve apre l'invitto
Nostro furor: le violate genti
Al peregrino affanno, agl'ignorati
Desiri educa; e la fugace ignuda
Felicità per l'imo sole incalza.
(Inno ai patriarchi).
[297]. Bruto Minore.
[298]. Sopra un basso rilievo antico sepolcrale, ecc.
[299]. Il risorgimento.
[300]. La ginestra. Vedasi, tra le prose, il Dialogo di un folletto e di uno gnomo, e il Dialogo della natura e di un Islandese.
[301]. A Silvia.
[302]. Sopra un basso rilievo, ecc.
[303]. La vita solitaria.
[304]. La sera del dì di festa.
[305]. Il sogno.
[306]. A sè stesso.
[307]. Palinodia al marchese Gino Capponi.
[308]. La ginestra.
[309]. La quiete dopo la tempesta.
[310]. La ginestra.
[311]. Palinodia ecc.
[312]. Aspasia.
[313]. Le ricordanze.
[314]. A sè stesso.
[315]. Alla primavera o delle favole antiche.
[316]. Ibid.
[317]. Le pèlerinage d'Harold.
[318]. Il risorgimento.
[319]. Sopra un basso rilievo ecc.
[320]. Il Leopardi nella Ginestra:
Non ha natura al seme
Dell'uom più stima o cura
Ch'alla formica.
[321]. La maison du berger. In un luogo del suo giornale il poeta chiama stupida la natura. L'Amiel, dopo aver prodigato alla natura i più teneri nomi, finisce a scrivere (Op. cit., vol. II, p. 78): «Certes la Nature est inique, sans probité et sans foi».
[322]. «Dans ces bouleversements qui désolent la nature, il y a un baume pour les plaies du cœur». Nodier, Le peintre de Saltzbourg, Romans, Parigi, 1884, pag. 26.
[323]. Obermann, ediz. cit., pp. 510-4.
[324]. Nella poesia An die Natur:
Da der Jugend goldne Träume starben,
Starb für mich die freundliche Natur.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell'imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d'affanno.
[326]. Prose, pp. 246-8.
[327]. Amore e morte.
[328]. Cantico del gallo silvestre; Prose, p. 336.
[329]. Il buddistico Mâra è, a un tempo stesso, il principe dei piaceri del mondo e il principe della morte, colui che seduce ed uccide.
[330]. Paradise Lost, l. X, vv. 249-51.
[331]. Alcun che di simile si ha pure in un racconto ebraico. Qui viene opportuno il ricordo della famosa incisione di Alberto Dürer, dove si vede effigiato un cavaliere che, senza dar segno alcuno di terrore, si trova preso fra il diavolo da una parte e la morte da un'altra.
[332]. Vedi Augusto Cesari, La morte nella Vita Nuova, Bologna, 1892, pagine 11-12.
[333]. Il Canzoniere annotato e illustrato da Pietro Fraticelli, Firenze, 1861, pp. 115 e segg.
[334]. Trionfo della fama, cap. I, secondo la volgata.
[335]. Vita nuova, cap. XXIII. Cf. l'opuscolo del Cesari testè citato.
[336]. Sonetti: Non può far Morte il dolce viso amaro, e Spirto felice che sì dolcemente; Trionfo della Morte, c. I.
[337]. Kinder-und Hausmärchen, N. 44.
[338]. Per il prolungamento di questa poetica tradizione nel secolo XVI vedi Cesareo, Nuove ricerche su la vita e le opere di Giacomo Leopardi, Torino, 1893, pp. 64-8.
[339]. Ma non ai tempi d'Omero. Achille nell'Hades confessava ad Ulisse che avrebbe piuttosto voluto essere un bifolco sopra la terra che il re delle ombre sotterra.
[340]. Vedi I. Della Giovanna, L'uomo in punto di morte e un dialogo di Giacomo Leopardi, Città di Castello, 1892.
[341]. Amore e morte. Circa il sentimento di beatitudine che l'uomo può provare in sul punto della morte vedi: Egger, Le moi des mourants; Sollier, Moulin, Keller, Observations sur l'état mental des mourants; Revue philosophique, anno 1896, vol. 1.
[342]. Sonetti: Alma felice, che sovente torni; Discolorato hai, Morte, il più bel volto; Nè mai madre pietosa al caro figlio; Se quell'aura soave de' sospiri; Levommi il mio pensier in parte ov'era; Vidi fra mille donne una già tale; Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella; Dolce mio caro e prezioso pegno; Deh qual pietà, qual angel fu sì presto; Del cibo onde 'l Signor mio sempre abbonda; Ripensando a quel ch'oggi il cielo onora; L'aura mia sacra al mio stanco riposo. Canzone: Quando il soave mio caro conforto.
[343]. Cito dall'edizione curata dal Mestica, Le rime di Francesco Petrarca restituite nell'ordine e nella lezione del testo originario, Firenze, 1896.
[344]. Die Welt als Wille und Vorstellung, vol. II, (Ergänzungen), cap. 44, pagina 609.
[345]. Per più particolari vedi De Ridder, De l'idée de la mort en Grèce à l'époque classique, Parigi, 1897.
[346]. A sè stesso.
[347]. Lett. 26 luglio e 17 dicembre 1819; Epistol., vol. I, pp. 208, 243. In molt'altre sue lettere manifesta il Leopardi propositi di suicidio. Lett. al fratello Carlo, luglio 1819 (Epistol., vol. I, p. 212); al Brighenti, 7 aprile 1820 (p. 263); allo stesso, 21 aprile 1820 (p. 264); al Perticari, 30 marzo 1821 (p. 324); al Melchiorri, 19 dicembre 1823 (p. 485); ad Adelaide Maestri, 24 giugno 1828 (vol. II, p. 305); al De Sinner, 24 dicembre 1831 (p. 448).
[348]. Con argomenti che molto somigliano a quelli di Obermann. Confrontinsi con gli argomenti di Werther e di Jacopo Ortis.
[349]. Canto notturno ecc., ultimo verso.
[350]. La quiete dopo la tempesta, ultimi due versi.
[351]. Nella poesia intitolata Le Gouffre. Questo medesimo sentimento espresse il Baudelaire in molti altri suoi versi. Confrontisi con la Comédie de la mort di Teofilo Gautier.
[352]. Il pensiero dominante.
[353]. Lett. al Giordani; Epistol., vol. I, p. 240.
[354]. Amore e morte.
[355]. Cantico del gallo silvestre, l. cit.
[356]. Sopra un basso rilievo antico sepolcrale ecc.
[357]. Ibid.
[358]. Il sogno.
[359]. A Silvia.
[360]. Il sogno.
[361]. Sopra un basso rilievo ecc.
[362]. Sopra il ritratto di una bella donna ecc.
[363]. A Silvia.
[364]. La nota poetessa francese Luisa Ackermann, in un lungo e bello componimento intitolato L'Amour et la Mort, ritrasse il contrasto dell'Amore e della Morte, quello desideroso di eternità, questa accelerante la fine; quello creator della vita, questa di ogni vita distruggitrice.
[365]. Detti memorabili di Filippo Ottonieri, capp. IV e VI; Prose, pp. 283-4, 293; e altrove.
[366]. Pensieri, XXX. Cf. Detti memorabili, cap. V; Prose, p. 288.
[367]. Ad Angelo Mai.
[368]. Inno ai patriarchi, o dei principii del genere umano.
[369]. Lett. al De Sinner, 24 dicembre 1831; Epistol., vol. II, p. 450.
[370]. Lett. al Melchiorri, 3 ottobre 1825; Epistol., vol. II, p. 27. Era il tempo in cui veniva preparando per l'editore milanese Stella una edizione latina e un'altra latina e italiana di tutte le opere di Cicerone.
[371]. Lett. allo Stella, 12 marzo 1826; Epistol., vol. II, p. 111.
[372]. Lett. al Melchiorri testè citata, l. cit.
[373]. Lett. al padre, 3 luglio 1826; Epistol., vol. II, p. 149.
[374]. Opere inedite di Giacomo Leopardi pubblicate sugli autografi recanatesi da Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878-80, vol. II, pp. 369, 374.
[375]. Tra le carte del poeta, lasciate dal Ranieri, è una Canzone sulla Grecia; ma non se ne conosce altro che il titolo, ed anzi potrebbe darsi non ve ne fosse altro che l'argomento. Vedi Camillo Antona-Traversi, Il catalogo de' manoscritti inediti di Giacomo Leopardi sin qui posseduti da Antonio Ranieri, Città di Castello, 1889, p. 19. Potrebbe darsi fosse tutt'uno con quella di cui lasciò ricordo in altra sua scheda il poeta (vedi Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili, p. 239); nel qual caso avrebbe contenuto una esortazione ai principi, perchè si commovessero ai casi della povera Grecia, e un ricordo dei fatti di Parga.
[376]. Opere, Milano, 1854-63, t. IV, p. 414.
[377]. Del rinnovamento letterario in Italia, in Bozzetti critici e discorsi letterari, Livorno, 1876, p. 169.
[378]. Lett. ad A. F. Stella, 27 marzo 1818; Epistol., vol. I, p. 131. Le Osservazioni del cavaliere Di Breme erano state pubblicate nello Spettatore del medesimo Stella.
[379]. Quella prima parte è conservata fra le carte lasciate dal Ranieri, e sinora non fu potuta veder da nessuno. Vedi il Catalogo citato, p. 19.
[380]. Lett. al Giordani, 19 febbrajo 1819; Epistol., vol. I. p. 172.
[381]. Opere inedite cit., vol. II, p. 371-3. In una sua lettera del 18 luglio 1826 Luigi Stella esortava ancora il Leopardi a scrivere intorno allo spirito della letteratura italiana a que' tempi. Epistol., vol. III, p. 357.
[382]. Il romanticissimo Obermann, scostandosi dalle opinioni della Staël c dello Chateaubriand riferite di sopra, stimava la mitologia conferir molto al sentimento della natura e all'arte, e non taceva divario, per tale rispetto, fra mitologia classica e mitologia non classica. «Quand les arbres, les eaux, les nuages sont peuplés par les âmes des ancêtres, par les esprits des héros, par les dryades, par les divinités; quand des êtres invisibles sont enchaînés dans les cavernes ou portés par les vents; quand ils errent sur les tombeaux silencieux, et qu'on les entend gémir dans les airs pendant la nuit ténébreuse, quelle patrie pour le cœur de l'homme! quel monde pour l'éloquence!». Lett. LXX, ediz. cit., p. 392.
[383]. Vénus de Milo in Poèmes antiques.
[384]. Appartiene arche questa, insieme con Hypathie, ai Poèmes antiques.
[385]. L'Anti-mitologia, sermone da Giuseppe Belloni, antico militare italiano, indirizzato al sig. cavaliere Vincenzo Monti in risposta di un sermone sulla mitologia da quest'ultimo pubblicato, Milano, 1825, p. 17. Fu questa una delle molte risposte che s'ebbe il sermone del Monti.
[386]. Lett. al Broglio. 13 agosto 1819; Epistol., vol. I, p. 223.
[387]. Dialogo di Tristano e di un amico; Prose, p. 442.
[388]. Pensieri, C.
[389]. Pensieri, XLVIII, XLIX.
[390]. Dialogo della moda e della morte: Prose, p. 51.
[391]. Palinodia ecc.; Proposta di premii fatta dall'Accademia dei Sillografi.
[392]. Detti memorabili di Filippo Ottonieri, cap. IV; Prose, p. 281.
[393]. Dialogo di Tristano e di un amico; Prose, p. 453.
[394]. Ibid.; Palinodia ecc.
[395]. Pensieri, I.
[396]. Epistol., vol. I. pp. 337-8.
[397]. Ibid., p. 242.
[398]. Prose, p. 359.
[399]. Lett. 14 agosto 1820; Epistol., vol. I, p. 289. Vedi un'altra lettera di quel medesimo mese, allo stesso, p. 291.
[400]. Questo Adolphe ha molta somiglianza col Leopardi, col quale ha in comune la melanconia e la timidezza orgogliosa, la noja e quella strana ironia che non ischifa di accompagnarsi con l'entusiasmo. Il De Vigny lasciò scritto nel suo giornale: «Oh! fuir! fuir les hommes et se retirer parmi quelques élus, élus entre mille milliers de mille!».
[401]. Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; Epistol., vol. I, p. 243.
[402]. La vita solitaria.
[403]. Pensieri, LXXXV.
[404]. Storia del genere umano; Prose, p. 27.
[405]. Histoire de la littérature anglaise, 2ª ediz., Parigi, 1866-71, vol. IV, pagina 285. Una osservazione. Per opera della civiltà, della specificazione della cultura e della division del lavoro, i nostri simili divengono da noi sempre più dissimili, e i dissimili, se da un sentimento o da un'idea superiore non sono consigliati altrimenti, tendono a segregarsi. Chi si somiglia si piglia e Qui se ressemble s'assemble: se questi proverbii son veri, altrettanto veri sono i loro contrarii.
[406]. Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, p. 57.
[407]. Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; Epistol., vol. I. p. 243.
[408]. Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose, p. 404; Pensieri, LXVII, LXVIII.
[409]. Vedi Losacco, Il sentimento della noja nel Leopardi e nel Pascal; Atti dell'Accademia reale delle scienze di Torino, 1895.
[410]. Pensieri, LXXXIV, LXXXV.
[411]. Il risorgimento. Cf. Le ricordanze.
[412]. A sè stesso.
[413]. Troisième lettre à M. de Malesherbes, 26 gennajo 1762. Molte volte, nel corso di queste pagine, si sono notate tra il Leopardi e il Rousseau conformità di pensiero e di sentimento. Altre assai se ne potrebbero notare. Del resto lo stesso poeta avverti tra sè e il filosofo ginevrino certa somiglianza. Vedi Detti memorabili di Filippo Ottonieri, cap. IV; Prose, p. 279. Vedi pure il Pensiero XLIV, dov'è citata una opinione del Rousseau, ma non il nome.
[414]. Lo stesso De Musset nella Confession d'un enfant du siècle: «Je serai un homme, mais non une espèce d'homme particulière».
[415]. Non per questo credo si possa parlare di vagabondaggio del Leopardi (Vedi Patrizi, Op. cit., p. 170-1). Il Leopardi diede prove di assiduità e di perseveranza negli studii meravigliose. Nessun paragone è possibile fra lui e un vero e proprio e confesso vagabondo quale il Verlaine. La irrequietezza del Leopardi, quel non potersi trovare a lungo in un luogo senza desiderar di partirsene, quelle frequenti mutazioni di sede, non provano ciò che si vorrebbe far loro provare. «Il viaggiare mi ammazza», scriveva egli al Puccinotti: e «in che luogo si può star contento senza salute?» al fratello Carlo (Epistol., vol. II, pp. 187, 229). Ma ciò richiederebbe più lungo discorso. Parmi, del resto, che la paresi motoria, asserita dal Patrizi (p. 149), mal possa accordarsi col vagabondaggio.
[416]. Catalogo cit., p. 11.
[417]. Epistol., vol. I, p. 241.
[418]. «Poetry, in a general sense, may be defined to be the expression of the imagination». A Defence of Poetry, in principio.
[419]. Lett. 27 novembre 1818; 19 febbrajo 1819; 20 marzo 1820; Epistol., vol. I, pp. 150, 174-5, 260.
[420]. Andrea Chénier s'era contentato di dire:
Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques.
E il Pindemonte raccomandava al Foscolo:
antica l'arte
Onde vibri il tuo stral, ma non antico
Sia l'oggetto in cui miri.
[421]. Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; Epistol., vol. I, pp. 339-40.
[422]. Lett. 21 maggio 1819; Epistol., vol. I, p. 201.
[423]. Lett. a Venanzio Broglio, 21 agosto 1819, e al Brighenti, 28 maggio 1821; Epistol., vol. I, pp. 233, 334.
[424]. Opere inedite, vol. 11, p. 371.
[425]. Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; Epistol., vol. II, p. 454.
[426]. Opere inedite, vol. II, pp. 369-70, 374.
[427]. Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; Epistol., vol. II, p. 316.
[428]. Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; Epistol., vol. II, p. 142. Il Leopardi stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa parzialità la poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato quegli che non sapesse scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30 maggio 1817; Epistol., vol. I, pp. 73-4.
[429]. Il De Sanctis (Studio su Giacomo Leopardi, 2ª ediz., Napoli. 1894, pagine 182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura civile e patriottica, ma attinenze col romanticismo non ne rileva. Parmi anzi ch'egli giudichi un po' troppo alla lesta quando dice (p. 244): «Leopardi avea comune con tutti i letterati di quel tempo, massime i classici e i puristi, il disprezzo della moltitudine, l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere togata e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco di buon grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella tenerezza che tanto è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue poesie, nella Sera del dì di festa, nella Quiete dopo la tempesta, nel Sabato del villaggio, sono ricordati con tutt'altro che con disprezzo.
[430]. Lett. al Colletta, marzo 1829; Epistol., vol. II, p. 357.
[431]. Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; Epistol., vol. I, pp. 89, 77. Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e dell'altra lingua nell'Appendice all'epistolario, p. 246.
[432]. Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; Epistol., vol. I, p. 308. Nel 1816 Carlo Giuseppe Londonio aveva, nella sua Risposta d'un Italiano ai due Discorsi di madama la baronessa De Staël-Holstein, contraddetto al consiglio che costei dava agl'Italiani di molto leggere e tradurre gli scrittori stranieri. Invano aveva giudicato il Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come se non ne conoscesse nessuna.
[433]. Lett. 25 luglio 1826; Epistol., vol. II, p. 153.
[434]. Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; Epistol., vol. I. pp. 339-40. Cfr. De Sanctis, Op. cit., pp. 341-2.
[435]. Lett. al Giordani, 20 novembre 1820; Epistol., vol. I, p. 308.
[436]. Dai vari pensieri, Appendice all'Epistolario, p. 248; Lettera al padre, 8 luglio (1831?); Epistol., vol. II, p. 427.
[437]. Lett. 26 giugno 1832; Epistol., vol. II, p. 487.
[438]. Nel Num. 61, gennajo 1826.
[439]. Lett. al De Sinner, 21 giugno 1832; Epistol., vol. II, p. 485.
[440]. Per tropp'altre prove è risaputo quanto fosse tenace nelle inimicizie il Tommaseo; ma questa mi sembra davvero una delle più curiose. In quel suo libretto: Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, Firenze, 1863, del Leopardi non è ricordato neppure il nome. Oh, santa carità dei letterati, anche religiosissimi! e questo aveva scritto, tra l'altro, Bellezza e civiltà!
[441]. Lett. al Melchiorri, 8 gennajo 1825; Epistol., vol. I, p. 523.
[442]. L'Antologia, t. XXVIII (1827), fasc. III, p. 273. Qui si discorre dei Versi stampati in Bologna nel 1826. Lo stesso Montani lodò poi i Canti pubblicati dal Leopardi in Firenze nel 1831 (t. XLII, fasc. I, pp. 44-53). Vedi intorno al troppo dimenticato critico Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani, Capolago, 1843.
[443]. Epistol., vol. II, p. 141.
[444]. Lett. al Vieusseux, 15 dicembre 1828; Epistol., vol. II, p. 341.
[445]. Non dovette conoscere questo passo di lettera lo Zanella, il quale s'affaticò a dimostrare che il Leopardi aveva letto il Byron, e anche lo Shelley, del quale, per altro, il Leopardi non fa parola. Vedi Percy-Bysshe Shelley e Giacomo Leopardi, nei Paralleli letterari, Verona, 1885, pp. 245 segg. In un sunto di lettura fatta dallo Zdziechowski all'Accademia delle scienze di Cracovia (La poésie de Leopardi considérée dans ses rapports avec les principaux courants littéraires en Europe; Bulletin international de l'Accadémie des sciences de Cracovie, Comptes rendus des séances de l'Année 1892), si legge che il Leopardi non imitò e non ammirò mai il Byron, ma che, ciò nondimeno, le sue prime poesie sembrano inspirate dallo stesso spirito di quello, e che il Leopardi diede la soluzione più larga dei problemi concernenti la vita posti dal Byron (?!). Questo scritterello, così largo di promesse nel titolo, è pieno d'inesattezze e di avventati giudizii. Ci si afferma, tra l'altro, che l'amor di patria fu nel Leopardi cosa effimera, dovuta ad influsso del Giordani.
[446]. Nel 1832 Cesare Cantù pubblicava nell'Indicatore di Milano il suo saggio Di Vittore Hugo e del romanticismo in Francia, accompagnando molto sensatamente e molto equamente le lodi di qualche biasimo, ma invitando insomma i giovani italiani a prendere esempio dal poeta francese.
[447]. L'Antologia, t. XXXV (1828), fasc. I, pp. 185-6. Nell'Antologia il Tommaseo si sottoscriveva con le iniziali K, X, Y.
[448]. Dai varii pensieri; Appendice all'Epistolario, pp. 251-2. Nell'edizione bolognese del 1824 il Leopardi ristampava, rifatta in parte, la dedica al Monti. Mi par ragionevole credere che il severo giudizio sia posteriore a quell'anno.
[449]. Lett. al Vieusseux. 31 dicembre 1827; Epistol., vol. II. p. 271.
[450]. Epistol., vol. II. p. 241.
[451]. Ibid., pp. 234-5.
[452]. Manzoni e Leopardi; Nuova Antologia, vol. XXIII (1873), p. 763.
[453]. Epistol., vol. II, p. 278.
[454]. Ibid., p. 304.
[455]. Ibid., p. 303. Per altri particolari vedi Benedettucci, Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni, scritto ripubblicato nel già citato volume di C. Antona Traversi, Studj su Giacomo Leopardi. Vedi nello stesso volume un Saggio cronologico di una bibliografia del Leopardi e del Manzoni.
[456]. Lett. alla sorella Paolina, 12 novembre 1827; Epistol., vol. II, p. 247. Quasi le stesse parole scriveva il poeta al Vieusseux quel medesimo giorno, ibid., p. 248.
[457]. L'Oriente, tanto sfruttato da una generazione intera di romantici, appare soltanto nell'Inno ai patriarchi, con l'aranitica valle
Di pastori e di lieti ozi frequente.
[458]. Cf. Marc de Montifaud, Les romantiques, Parigi, 1878, p. 3.
[459]. Opere inedite cit., vol. II, p. 372.
[460]. Il Pluemacher scrisse (Op. cit., p. 116): «Il Leopardi è poeta perchè ha ragion di dolersi; ma si sente che se le cose sue andassero bene, se egli potesse avere una sequela di giorni lieti, le ragioni del poetare gli verrebbero meno». E il Patrizi (Op. cit., p. 133): «L'erompere dell'anima lirica coincide in Leopardi colle prime minacce del male al suo benessere». Credo avesse piuttosto ragione il Bouchè Leclerq di scrivere (Giacomo Leopardi, sa vie et ses œuvres, Parigi. 1874, p. 168): «La nature avait fait Leopardi poète. Elle lui avait donné la sensibilité délicate et l'imagination vive dont la réunion constitue le tempérament poétique». Era già un poeta il fanciullo che con lunghi immaginosi racconti intratteneva i suoi compagni di giuoco.
[461]. Chateaubriand et son groupe littéraire sous l'empire, nuova edizione, Parigi, 1872, troisième leçon, p. 114. Cf. quanto nel capitolo II fu detto della fantasia del Leopardi.
[462]. A far meglio intendere ciò gioverebbe istituire un raffronto fra le Ricordanze e la Vigne et la maison, poesie di affine argomento.
[463]. Qui, e il più delle volte altrove, per immagine intendo, non quella dei retori, ma quella degli psicologi, e propriamente quel residuo della percezione che può essere ravvivato nella memoria.
[464]. Il Pluemacher, Op. e l. cit.
[465]. Com'è noto il Gautier da prima si consacrò alla pittura, poi l'abbandonò per darsi alle lettere.
[466]. Patrizi, Op. cit., p. 98. Vedi ivi stesso le osservazioni sulla sensitività cromatica del poeta.
[467]. Lett. alla sorella Paolina, 19 dicembre 1825; Epistol., vol. II, p. 72.
[468]. Vedi addietro a pp. 223-4.
[469]. Krantz, Le pessimisme de Leopardi; Revue philosophique, anno V (1880) vol. II, p. 412 n.
[470]. Epistol., vol. I, p. 408; vol. II, pp. 149. 246-7. 248. 214.
[471]. Dell'Aspasia dice il poeta che appar circonfusa d'arcana voluttà. Questa denotazione è assai vaga e generica, ma pure ottiene l'effetto di suscitare il fantasma. E perchè? Perchè, commovendo direttamente in noi il senso erotico e genesiaco, e quel tutto insieme di ricordi e d'immaginazioni che gli suol far compagnia, ci suscita dentro l'immagine della donna più avvenente e più desiderabile di cui sia capace la fantasia di ciascuno di noi. Dante, che fu un visuale poetico forse insuperabile, nel più bel sonetto della Vita Nuova non descrive punto Beatrice, ma accenna soltanto ch'ella fa diventar muta ogni lingua, e dice che,
Benignamente d'umiltà vestuta,
par cosa venuta di cielo in terra, e che dà una dolcezza al core che non la può intendere chi non la prova, e che dal suo volto muove uno spirito soave pien d'amore
Che va dicendo a l'anima: sospira!
eppure, chi dopo aver letto que' quattordici versi, non riesce a vedere l'angelica forma, non so qual altro miracolo di penna o di pennello gliela potrebbe mai far vedere. Dove si nota che la pittura non può far vedere le cose se non ritraendole, e la poesia le può far vedere senza ritrarle; e ciò dovrebbero meditare coloro che credono di avvantaggiar la poesia accomodandola dei mezzi che appartengono alla pittura e privandola de' suoi proprii.
[472]. La poesia suggestiva, più di quella che chiameremo espositiva o rappresentativa, richiede lettore esperimentato e colto, perchè essa non può suggerire in sostanza se non ciò ch'è già in qualche modo nell'animo nostro.
[473]. Studio già citato, p. 231. Perciò ebbe giusta ragione il Mestica d'intitolare Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi un saggio inserito nella Nuova Antologia del 1º luglio 1880.
[474]. Intorno alla sensitività termica e dolorifica del Leopardi vedi Patrizi, Op. cit., pp. 100-1.
[475]. Cap. II; Prose, p. 260.
[476]. Vedi Patrizi, Op. cit., p. 100. Quando leggo que' versi:
L'aura di maggio movesi ed olezza,
Tutta impregnata dall'erba e dai fiori;
e quegli altri:
Non avea pur natura ivi dipinto,
Ma di soavità di mille odori
Vi facea un incognito e indistinto;
non posso tenermi dal credere che quel gran naso di Dante fosse dotato di più sottil senso che non quell'altro gran naso del Leopardi.
[477]. Com'è felice in quel fluttuare anche l'immagine ottica!
[478]. Scrisse il Patrizi (Op. cit., p. 142) che nell'opera artistica del Leopardi «si discerne sempre l'influenza della sua debolezza». Non direi sempre.
[479]. Lett. al Melchiorri, 5 marzo 1824; Epistol., vol. I, pp. 496-7.
[480]. Sul modo di comporre del Byron vedi Elze, Lord Byron, 3ª ediz., Berlino, 1886, pp. 408-11.
[481]. Leggasi questo passo del giornale di Maurizio De Guérin (pp. 93-4): «J'ai chômé dans l'inaction la plus complète mes six semaines de vacances..... Mais ce repos, cette accalmie n'avait pas éteint le jeu de mes facultés ni arrêté la circulation mystérieuse de la pensée dans les parties les plus vives de mon âme..... Je goûtais simultanément deux voluptés..... La première consistait dans l'indicible sentiment d'un repos accompli, continu et approchant du sommeil; la seconde me venait du mouvement progressif, harmonique, lentement cadencé des plus intimes facultés de mon âme, qui se dilataient dans un monde de rêves et de pensées, qui, je crois, était une sorte de vision en ombres vagues et fuyantes des beautés les plus secrètes de la nature et de ses forces divines». E leggasi ora questo dell'Amiel (vol. I, p. 52): «Oui, il faut savoir être oisif, ce qui n'est pas de la paresse. Dans l'inaction attentive et recueillie, notre âme efface ses plis, se détend, se déroule, renaît doucement comme l'herbe foulée du chemin, et, comme la feuille meurtrie de la plante, répare ses dommages, redevient neuve, spontanée, vraie, originale. La rêverie, comme la pluie des nuits, fait reverdir les idées fatiguées et pâlies par la chaleur du jour. Douce et fertilisante, elle éveille en nous mille germes endormis. En se jouant, elle accumule les matériaux pour l'avenir et les images pour le talent».
[482]. Epistol., vol. I, p. 261.
[483]. Lett. 5 gennajo 1821; Epistol., vol. I. p. 313.
[484]. Lett. 10 settembre 1821; Epistol., vol. I, p. 242.
[485]. Lett. 16 gennajo 1829; Epistol., vol. II, p. 347.
[486]. Lett.... marzo 1829; Epistol., vol. II. pp. 357-8.
[487]. Les confessions, parte prima, l. III.
[488]. Lett. 4 agosto 1823; Epistol., vol. I, p. 466.
[489]. Lett. al Giordani. 30 aprile 1817; Epistol., vol. I. p. 62.
[490]. Nella lettera al Melchiorri poc'anzi citata, scriveva: «Gli altri possono poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in nessun modo, e per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perchè io non volessi compiacervi, ma perchè non potrei. Molte altre volte sono stato pregato e mi sono trovato in occasioni simili a questa, ma non ho mai fatto un mezzo verso a richiesta di chi che sia, nè per qualunque circostanza si fosse».
[491]. Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, p. 60.
[492]. Studi filologici, p. 282.
[493]. Die Welt ecc., vol. II, cap. 37. p. 484.
[494]. Alla luna. La più parte de' suoi canti migliori il Leopardi compose nel detestato soggiorno di Recanati, dove si aggravavano di solito tutti i suoi mali, e dov'egli si sentiva più disperatamente infelice.
[495]. La natura e la moda nelle Operette morali; il mondo in un dialogo inedito.
[496]. Che il contrasto forma, in certo qual modo, l'anima della poesia del Leopardi, fu avvertito già da parecchi, e largamente dimostrato da I. Della Giovanna, La ragion poetica dei canti di Giacomo Leopardi, Verona, 1892.
[497]. Schopenhauer e Leopardi; Saggi critici, 4ª ediz., Napoli, 1881, p. 296. Ma nel già più volte citato Studio, a p. 292, il De Sanctis scrisse: «A Giordani e agli altri letterati potè parere quella prosa un deserto inamabile, e più uno scheletro che persona viva».
[498]. Abbozzo dell'opera Storia dello spirito pubblico d'Italia per 600 anni considerato nelle vicende della lingua; Opere, t. IX. p. 109.
[499]. Studio su Giacomo Leopardi, pp. 289, 292.
[500]. Lett. al Giordani, 30 aprile 1817 e 12 maggio 1820; Epistol., vol. I, pagine 60, 272.
[501]. Lett. al Giordani, 21 giugno 1819; Epist., vol. I. p. 207.
[502]. Lett. al Giordani, 12 maggio 1820; Epistol., vol. I. p. 272.
[503]. Vedi addietro, p. 339.
[504]. Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili, pp. 248-9.
[505]. Non so se il Giordani si fosse lasciato persuadere dal Vida, il quale prescriveva, a chi volesse divenir poeta, assidua e diligente lettura di Cicerone.
[506]. Lett. del 30 aprile 1817; Epistol., vol. I, pp. 61-3.
[507]. Nè ad essa contraddiceva il Leopardi, quando, col Paciaudi, chiamava la prosa la nutrice del verso. Appendice all'epistolario, p. 243.
[508]. La metrica del Leopardi potrebbe dare argomento a lungo discorso; ma non è qui luogo da ciò. Il tema fu toccato già da parecchi; ma nessuno, ch'io sappia, ne fece trattazione ordinata e compiuta.
[509]. Per le questioni cui può dare materia il ritmo, vedi Neumann, Untersuchungen zur Psychologie und Aesthetik des Rhythmus; Philosophische Studien X (1894).
[510]. Veggasi ciò che scriveva al Giordani il 27 di marzo del 1817; Epistol., vol. I. p. 41.
[511]. Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella Nuova Antologia, Serie IV, vol. LXVII (1897).
[512]. Die Entartung, 2ª ediz., Berlino, 1893, vol. I. pp. 201, 203-5.
[513]. Ai nuovi spasimanti della natura, epigoni inconsapevoli di Gian Giacomo Rousseau, e, come questo, condannati alle più stridenti contraddizioni, raccomanderei la lettura e la meditazione di quel breve ma succoso saggio cui lo Stuart Mill pose titolo Nature.
[514]. Lettre à la jeunesse, nel volume intitolato Le roman expérimental, pagina 103. Un officio in tutto simile fu pure assegnato alla poesia dal Nordau.
[515]. Debbo avvertire che, discorrendo del simbolismo, io prendo la parola simbolo nel suo significato più largo, intendendo per esso, così il simbolo propriamente detto, come l'allegoria: e ciò faccio, non tanto per amore di semplicità, quanto per attenermi all'uso stesso dei simbolisti.
[516]. Lo stesso Huysmans, l'autore ultrarealista e pornografo di Marthe e di les sœurs Vatard, convertito al cattolicismo, pubblicherà fra breve un romanzo intitolato Cathédrale, e si accinge a scrivere la Vita di Santa Lidvina. Peccato che questa santa donna lasci desiderar qualche cosa sotto il rispetto della celebrità! La buona memoria di Pietro Aretino parmi s'avvisasse assai meglio scrivendo la Vita di Santa Caterina, la Vita di San Tommaso d'Aquino, la Vita di Maria Vergine e la Umanità di Cristo.
[517]. The origin and function of music, nel vol. II degli Essays, edizione del 1891, pp. 424-6.
[518]. Vedi tra i recentissimi Fouillée, Le mouvement idéaliste et la réaction contre la science positive, Parigi, 1896, pp. XXVII-XXVIII. Parmi meriti d'essere ricordato che, sino dal 1707, Giambattista Vico affermava, in una delle sue orazioni inaugurali, la virtù della scienza nel togliere la varietà delle opinioni e conciliare l'uomo con l'uomo.
[519]. Veggasi il libro del compianto Guyau, L'art, au point de vue sociologique, Parigi, 1889, libro di molto valore, sebbene non iscevro d'errori.
[520]. L'Ermitage, aprile 1894.
[521]. Alcuni simbolisti italiani ostentano di parlare del De Sanctis, non pure con ammirazione, ma con venerazione. Fanno benissimo; ma non dovrebbero dimenticare ch'egli espresse una sua saldissima e costante opinione quando, nel saggio su Francesca da Rimini, scrisse che quello che non si riesce a capire non merita d'essere capito, e che quello solo è bello che è chiaro.
[522]. La littérature de tout à l'heure, Parigi, 1889, p. 324.
[523]. The philosophy of style; Essays, ediz. cit., vol. II, p. 356.
[524]. Sulla potenza suggestiva delle grandi scene di paese, vedi le belle osservazioni dello Spencer, The Principles of Psycology, 3ª ediz., Londra. 1881. vol. I, cap. VIII, p. 485.
[525]. Parlo, s'intende, in generale; ma non voglio escludere la possibilità che, tra persone in cui il fenomeno si produce in modo affatto eguale, il fenomeno stesso dia occasione e modo di ottenere certi effetti d'arte. V. Suarez de Mendoza, L'audition colorée. Étude sur les fausses sensations secondaires physiologiques et particulièrement sur les pseudo-sensations de couleur associées aux perceptions objectives des sons, Parigi. 1890.
[526]. Non mancano in Italia alcuni giovani che sentono altamente dell'arte, ripugnano agli andazzi, e, cercando il nuovo, non credono però necessario di vituperar tutto il vecchio. Se dovessi parlare di loro, parlerei con quella lode che stimo esser loro dovuta.
[527]. Qualcuno potrebbe obbiettarmi: E le recenti prose e i recenti versi del D'Annunzio? Riconosco in quelle prose e in que' versi l'influsso del simbolismo; ma non per questo ho in conto di simbolista il D'Annunzio. Anzi le più spiccate e veramente proprie sue virtù d'artista mi pajono contrastare al simbolismo e non potersi conciliare con esso. Chi scrisse, per citare un esempio, l'Allegoria dell'autunno, non può non essere un nemico nato della chanson grise.
[528]. L'évolution de la poésie lyrique en France au dix-neuvième siècle, Parigi. 1894. vol. II, pp. 255-56.
[529]. Ma non alle macchine tipografiche, con l'ajuto delle quali, fattosi editore di sè stesso, guadagnò molti quattrini!
[530]. Geschichte der Aesthetik in Deutschland, Monaco, 1868, pp. 74 e segg., 512-14.
[531]. Tale appunto è la tesi sostenuta dal Fechner, Vorschule der Aesthetik, Lipsia, 1876, dal Guyau, Les problèmes de l'esthétique contemporaine, Parigi, 1884, e, più recentemente ancora, dal Rutgers Marshall, Pain, Pleasure and Aesthetics, Londra, 1894.
[532]. Vedi in proposito Ribot, La psychologie des sentiments, Parigi, 1896, pp. 301 e segg.
[533]. Le naturalisme au théâtre, nel già citato volume Le roman expérimental, pp. 141, 147.
[534]. Fra le tendenze avverse al naturalismo bisogna pure annoverare quella che si manifesta nello psicologismo, e che ha trasformato, negli ultimi anni, il dramma ed il romanzo. Il naturalismo non conosce quasi altra vita interiore se non quella ch'è determinata da cause esterne: lo psicologismo fa conoscere tutta una vita interiore complicatissima, immediatamente determinata dall'azione e reazione degli elementi e dei fatti psichici gli uni sugli altri. Il naturalismo tende a dissolvere l'uomo nell'ambiente; lo psicologismo a circoscriverlo in mezzo a quello.
[535]. Copiosissima sopratutto in Germania, dove la Deutsche Arbeiter Dichtung e il Socialdemocratisches Liederbuch empiono più volumi. Che nel settentrione d'Europa l'idea sociale s'è quasi insignorita del teatro è risaputo da tutti; e che alcuni dei molti drammi suscitati da quell'idea sono opere d'arte di gran valore non fa bisogno di ricordare.
[536]. Questo breve scritto comparve la prima volta nella Nuova Antologia, Serie III, vol. XXXIII (1891). Lo ripubblico ora, sembrandomi che le congetture espressevi non sieno state contraddette dai fatti.
[537]. Principles of psychology, 3ª ediz., Londra, 1881, pp. 531. segg.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.