NOTE:

[55]. XXVIII, 13-16.

[56]. Dell'Olimpo dice Claudiano:

Altus Olympo

Vertex, qui spatio ventos hiemesque relinquit.

E Lucano del Parnaso:

Hoc solum fluctu terras mergente cacumen

Eminuit, Pontoque fecit discrimen et astris.

Platone, nel Fedone, parla di un luogo amenissimo posto sopra quella regione dell'aria ove si formano le meteore. Intorno al monte Kâf degli Arabi, vedi D'Herbelot, Bibliothèque orientale, s. vv. Caf e Schirin, e J. Lassen Rasmussen, De monte Caf, Hauniae, 1811.

[57]. Secondo una leggenda dei Bogomili la vite fu portata fuori del Paradiso terrestre dalle acque del Diluvio. Wesselofsky, Altslavische Kreuz- und Rebensagen, Russische Revue, vol. XIII, p. 134.

[58]. Ediz. cit., col. 362.

[59]. De la Villemarqué, Myrdhinn, ou l'enchanteur Merlin, Parigi, 1862, p. 25.

[60]. Alberto Magno, Summa theologiae, parte II, tract. 13, qu. 79: cf. Fabricio, Codex apocryphus Novi Testamenti, edizione di Amburgo, 1719-43, parte II, p. 645.

[61]. Vedi Reisch, Margarita philosophica, ediz. di Basilea, 1535, p. 608; Tostato, Commentaria in Genesim, cap. I, qu. 9; cap. XIII, qq. 100-6; Hopkinson, Fasciculus secundus opusculorum quae ad historiam et philologiam sacram spectant; Sinopsis Paradisi, Rotterdam, 1693, pp. 11-12.

[62]. Op. cit., parte I, cap. 9.

[63]. De fide orthodoxa, l. II, cap. 11.

[64]. Visione del monaco Alberico, nella edizione della Divina Commedia fatta in Padova, l'anno 1822, vol. V, p. 319.

[65]. Bartolocci, Bibliotheca magna rabbinica, Roma, 1675-94, parte II, p. 161, col. 2: Eisenmenger, Entdecktes Judenthum, Königsberg, 1711, vol. I, p. 871.

[66]. Tertulliano, De anima, cap. 55; Lattanzio, De origine erroris, cap. 12; San Giovanni Crisostomo, Homilia de divite.

[67]. Isidoro di Siviglia, Etymol., l. XIV, c. 3; Rabano Mauro, De Universo, l. XII, cap. 3; Onorio Augustodunense, De imagine mundi, l. I, cap. 8; Giacomo di Vitry, Historia hierosolimitana abbreviata, l. I, cap. 85, ap. Bongars, Gesta dei per Francos, t. I, p. 1100; Rodolfo d'Ems, ap. Doberentz, Die Erd- und Völkerkunde in der Weltchronik des Rudolf von Hohen-Ems, nella Zeitschrift für deutsche Philologie, vol. XIII, p. 172. Ciò che Isidoro dice del Paradiso è anche ripetuto, quasi con le stesse parole, in un trattatello cosmografico latino, di non molto a lui posteriore. Quivi, parlandosi dell'Asia, si dice:

Habet primum paradysi hortorum delicias,

Omne genere pomorum circumseptus graminat.

Habet etiamque vitae lignum inter midium.

Non est aestas neque frigus sincera temperies.

Fons manat inde perennis fluitque in rivolis;

Post peccatum interclusus est primevi hominis.

Circumseptus est undique rompheaque ignea,

Ita pene usque celum iungitque incendia;

Angelorum est vallatus cherubyn praesidia.

Pertz, Ueber eine fränkische Cosmographie des VII. Jahrhunderts, Abhandl. d. k. Akad. d. Wiss. zu Berlin, 1845, p. 264. Il muro di fiamme è ricordato anche nel Libro di Sidrach (testo italiano, Bologna, 1868, p. 48).

[68]. Nella mappa di Giovanni Leardo, del 1448, il Paradiso è figurato come una piazza di città, con una colonna nel mezzo; in quella di Fra Mauro esso è figurato a parte come un giardino circolare, cinto da un muro merlato, con quattro torri.

[69]. Cap. 21.

[70]. Auctores classici e vaticanis codicibus editi, Roma, 1828-38, t. III pp. 389-91.

[71]. Intorno al Prete Gianni, o Pretejanni, o Presto Giovanni, vedi Oppert, Der Presbyter Johannes in Sage und Geschichte, Berlino, 1864; Brunet, La légende du Prêtre Jean, Bordeaux, 1877 (estratto dagli Actes de l'Académie des Sciences, Belles-Lettres et Arts de Bordeaux); Zarncke, Op. cit. Vedi pure Ghinzoni, Un'ambasciata del Prete Gianni a Roma nel 1481, Archivio storico lombardo, vol. XVI. In sul cominciare del secolo XVI, o poco prima, Giuliano Dati, fiorentino, compose un poemetto in ottava rima intitolato La magnificenza del Prete Janni (pubblicato nel Propugnatore, t. IX, parte I, p. 141 sgg.). Da un passo della nov. 9ª, giorn. IX, del Decamerone, e da luoghi di altre scritture si vede che il Prete Gianni e le meraviglie del suo paese erano in Italia passati in proverbio nel Trecento.

[72]. Ariosto, Orlando Furioso, c. XXXIII, st. 105.

[73]. Op. e l. cit.

[74]. Op. cit., p. 55.

[75]. Cf. più particolarmente Die beiden Sindbad, oder Reiseabenteuer Sindbad des Seefahrers. Aus dem Arabischen uebersetzt und mit erklärenden Anmerkungen nebst sprachlichen Beilagen von J. G. H. Reinsch, Breslavia, 1836. Isidoro di Siviglia (Etymol., l. XIX, c. 3), e Rabano Mauro (De Univ., l. XII, c. 4) parlano degli smisurati serpenti e dei grifoni che impedivano l'accesso ai Monti Aurei, in India.

[76]. Orl. Fur., c. XXXIII, st. 127.

[77]. Vedi il passo riportato dal Comparetti, Virgilio nel medio evo, Livorno, 1872, p. 202.

[78]. Solino dice a Fazio degli Uberti, parlando del Paradiso, nel l. I, cap. 11 del Dittamondo:

E questo è un monte ignoto a tutta gente,

Alto che giunge sino al primo cielo,

Onde il puro aere il suo bel grembo sente.

Quivi non è giammai freddo nè gelo.

Quivi non per fortuna onor si spera,

Quivi non pioggia, o di nuvola è velo.

Quivi è l'arbor di vita, e primavera

Sempre con gigli, con rose e con fiori,

Adorno e pien d'una e d'altra riviera.

[79]. Stazio, Sylvae, III.

[80]. L'isola di Avalon, che diventò un paese meraviglioso e mitico, è veramente un'isola, posta nel letto di un fiume, nella contea di Somerset. Fu creduta prima sede del cristianesimo in Inghilterra, introdottovi, secondo la leggenda, dai discepoli dell'apostolo Filippo, o da Giuseppe d'Arimatea. Intorno all'isola, trasformata dalla poetica fantasia in un paradiso, vedi Usserius, Britannicarum ecclesiarum antiquitates, ediz. 2ª, Londra, 1687, pp. 7-17, 61, e San-Marte, Gottfried's von Monmouth Historia regum Britanniae, Halle, 1854, p. 417 sgg., dove sono riferite le descrizioni dello Pseudo-Gilda e dell'autore della Vita Merlini. Vedi pure le descrizioni che si hanno nel poema La bataille Loquifer, e in una delle rame dell'Ogier (Cf. Histoire littéraire de la France, t. XXII, p. 536). Un poeta inglese moderno fa che il re Artù descriva egli stesso l'isola incantata,

Where falls not hail, nor rain, nor any snow,

Nor sea-wind blows loudly; but it lies,

Deap-meadowed, happy, fair, with orchard lawns,

And breezy hollows crowned with summer sea.

[81]. De oraculorum defectu, 18; De facie in orbe lunae, 26 sgg.

[82]. Tutto ciò si rileva da un breve estratto di Eliano, Variarum historiarum III, 18.

[83]. Topographia Hiberniae, dist. II, cap. 4, ap. Camden, Anglica Hibernica, etc., Francoforte, 1602-3, p. 716. Di tali isole fanno ricordo parecchi, tra gli altri Matteo Quad, nell'Enchiridium cosmographicum, 2ª ediz., Colonia, 1604, parte I, cap. 3, De Hibernia. Nella Nouvelle fabrique des excellens traits de vérité, di Filippo d'Alcripe, Parigi, 1853 (Du naturel d'aucun pays), p. 86, in luogo dell'Ibernia si ha, per errore, l'Iberia.

[84]. Edizione di Parigi, 1532, l. VI, cap. 66.

[85]. Gervasio di Tilbury, Otia imperialia, dec. I, cap. 14, negli estratti datine dal Liebrecht, Hannover, 1856, p. 4. Vedi per altri riscontri ivi stesso, p. 62-3.

[86]. Ranulfo Higden, Op. cit., l. 1, cap. 35.

[87]. Parad., I, 57.

[88]. Vedi Spiegel, Erânische Altherthumskunde, Lipsia, 1871, vol. I, p. 464; Windischmann, Zoroastrische Studien, Berlino, 1863, pp. 165-77; Lenormant, Les origines de l'histoire, d'après la Bible et les traditions des peuples orientaux, Orléans, 1880-4, vol. I. pp. 76, 81-2, 90-1, 93-4. La tradizione iranica talora reca un albero solo, uscente dal mezzo della fontana Ardvî-sûra, nell'Airyâna-vaêgiah, talora due. L'albero della vita e l'albero della scienza si confondono nell'albero del Budda. (Cf. De Gubernatis, La mythologie des plantes, Parigi, 1878-82, vol. I, pp. 79 sgg.). Le poma d'oro dell'Orto delle Esperidi sono di una specie con quelle del mito settentrionale d'Iduna. (Cf. Preller, Griechische Mytologie, 2ª ediz. Berlino, 1860-1, vol. I, p. 438; Raszmann, Die deutsche Heldensage und ihre Heimat, Annover, 1857-8, vol. I, p. 55). Un albero di vita compare con molta frequenza nelle tradizioni popolari dei Tartari della Siberia.

[89]. Vedi Le Roux de Lincy, Le livre des légendes, Parigi, 1836, pp. 24-28. Tale leggenda e narrata nella Vita versificata della Vergine composta da Ermanno di Valenciennes (Histoire littéraire de la France, t. XVIII, pp. 834-7). Ricordiamoci, a questo proposito, dei miti paralleli di Dioniso, del dio Soma e di Aurva. Secondo Federigo Frezzi, Quadriregio, l. IV, cap. 1, l'albero della vita avea le radici in cielo, girava due miglia e risonava di dolcissimo canto. Non so se di esso si discorra nel libro di un Giovanni Bracesco, intitolato Il legno della vita, nel quale si dichiara qual fosse la medicina per la quale i primi padri vivevano novecento anni, Roma, 1542. Vedesi registrato nella Biblioteca dell'Haym, a p. 369 della edizione di Milano, 1771-3.

[90]. Vedi, per esempio, Perreti, Catacombes de Rome, Parigi, 1851, t. II, tav. 22.

[91]. Le Talmud de Jérusalem traduit par M. Schwab, Parigi, 1878-90, vol. I, tratt. Berakhot, cap. VI, 2, p. 391; Le Talmud de Babylone traduit... par l'abbé L. Chiarini, Lipsia, 1831, vol. II, pp. 180-1.

[92]. Das Duch Enoch, pubbl. da A. Dillmann, Lipsia 1853, cap. 31.

[93]. Gregorio Abu'l-Faragi ricorda le varie opinioni secondo cui l'albero della scienza sarebbe stato il fico, la vite, o il frumento, Historia compendiosa dynastiarum, Oxford, 1603, vol. I, p. 4.

[94]. Evagatorium, ed. del Literarisches Verein, Stoccarda, 1843-5, voi. III, pp. 5-6.

[95]. Laurent, Peregrinatores medii aevi quatuor, Lipsia, 1864; pp. 87-8. Vedi la peregrinatio di Thietmar ivi stesso, cap. XXIX, 4, e la nota dell'editore sull'argomento. Giacomo di Vitry distingue l'arbor paradisi, che dalla descrizione da lui fattane si vede essere il musa, da un altro albero, il quale produce frutti con impresso il segno di un morso, e sono perciò detti poma Adam. Op. cit. p. 1099.

[96]. Op. cit., p. 98.

[97]. Ariosto, Orl. fur., c. XXXIV, st. 60. Non so se la grande riputazione dei pomi del Paradiso abbia contribuito a divulgare la credenza che nell'estremo Oriente fossero uomini i quali non d'altro si nutrivano che dell'odore di un pomo. L'autore del Mare amoroso, sia desso o non sia Brunetto Latini, ne fa ricordo:

E si vorrìa di quel pomo avere,

Che dona vita pur col suo olore

Ad una gente via di là dal mare,

Che non mangian nè beono altra vivanda.

(Vv. 223-6, in Propugnatore, vol. I). E ne fan ricordo il Mandeville e altri. Gli antichi conobbero gli astomi, i quali, non avendo bocca, si pascevano dell'odore di radici, di fiori e di frutti selvatici (V. Berger de Xivrey, Traditions tératologiques, Parigi, 1836, pp. 98-9, 472). In alcune storie di Alessandro Magno son uomini che vivono dell'odor delle spezie. Gli abitanti della luna, di cui narra Luciano nella Vera Historia, I, 23, si nutrivano del fumo di rane arrostite, e Olimpiodoro scrisse, sulla fede di Aristotile, esserci stato un uomo che si nutriva ponendosi al sole. Non voglio lasciar questo tema senza ricordare un altro pomo mirabile dell'Oriente, il così detto pomo di Sodoma, il quale, assai vago di fuori, era, dentro, pieno di cenere. Ne parla già Giuseppe Flavio, De bello judaico, l. V, cap. 5, e molti poi ne riparlano nel medio evo, tra i quali San Pier Damiano nella epist. XVII ad Desiderium abbatem. Il Coppée, nella Mauvaise soirée, ricorda

. . . . . ces beaux fruits des bords de la Mer Morte,

Qui, lorsqu'un voyageur à sa bouche les porte,

Sont pleins de cendre noire et n'ont qu'un goût amer.

[98]. Versione ed edizione citate, p. 47.

[99]. Codice riccardiano citato, f. 48 v., col. 2ª.

[100]. Purg., XXXII, 37-9.

[101]. Quadriregio, l. IV, c. 1. La pianta dispogliata si vede anche in qualche mappa, nel luogo ove devrebb'essere il Paradiso.

[102]. Quattro alberi sacri poneva sul Meru la tradizione indiana.

[103]. XXXI, 8, 9.

[104]. Delle piante e dei frutti del Paradiso si parla diffusamente in un opuscolo attribuito a Michele Psello. Una lunga enumerazione di piante si ha in una parafrasi poetica tedesca della Genesi, contenuta in un manoscritto che probabilmente appartiene alla seconda metà del secolo XII, e pubblicata da E. Hoffmann, Fundgruben für Geschichte deutscher Sprache un Litteratur, Breslavia, 1830-7, vol. II, pp. 10-84. Cf. Zingerle, Der Paradiesgarten der altdeutschen Genesis, in Sitzungsb. d. phil.-hist. Cl. d. h. Akad. d. Wissensch., vol. CXII, Vienna, 1866. Brunetto Latini dice nel Tresor (ediz. Chabaille, Parigi, 1863, l. 1, parte IV, cap. 123): «En Inde est Paradis terrestre, où il a de toutes manieres de fust d'arbres et de pomes et de fruiz qui soient en terre...». Pietro da Bersegapè, nel suo poema biblico (ap. Biondelli, Poesie lombarde inedite del secolo XIII, Milano, 1856, p. 41):

El g'è d'ugni fructo d'arboxello

Dolce e delectevole e bello.

[105]. Hexaemeran, ap. Migne, Patrol. lat., t. 189, col. 1535.

[106]. Histoire de Saint Loys, Collection complète des mémoires relatifs à l'histoire de France, t. II, 1819, pp. 229-30. Il passo è curioso, e merita di esser riferito: «Ici convient parler du fleuve, qui passe par le païs d'Egipte, et vient de Paradis terrestre... Quant celui fleuve entre en Egipte, il y a gens tous expers et accoustumez, comme vous diriez les pescheurs des rivieres de ce pays-ci, qui au soir gettent leurs reyz au fleuve, et és rivieres: et au matin souvent y trouvent et prannent les espiceries qu'on vent en ces parties par deça bien chierement, et au pois: comme cannelle, gingembre, rubarbe, girofle, lignum aloes, et plusieurs bonnes chouses. Et dit-on ou païs, que ces choses-là viennent de Paridis terrestre, et que le vent les abat des bonnes arbres, qui sont en paradis terrestre; ainsi comme le vent abat és forestz de ce païs le bois sec; et ce qui chiet en ce fleuve l'eauë amene et les marchands le recuillent, qui le nous vendent au pois». Che il Paradiso contenga ogni maniera di spezie è pur detto in un vecchio poema tedesco, Diu Buochir Mosis, vv. 492-509, ap. Massmann, Deutsche Gedichte des zwölfen Jahrhunderts und der nächstverwandten Zeit, Quedlimburgo e Lipsia, 1837, p. 241.

[107]. Quaestiones ad Antiochum, qu. 47.

[108]. Alexandreis, l. II.

[109]. De judicio Domini, cap. 8.

[110]. Della origine paradisiaca di alcune piante medicinali è pur cenno in tradizioni popolari tuttora vive.

[111]. Pantheon, parte I. I versi con cui si descrive il Paradiso si trovano pure nella Memoria saeculorum.

[112]. Nella canzone: Standomi un giorno, solo, alla fenestra.

[113]. Elucidarium, l. I, ap. Migne, Patrol. lat., t. 172, col. 1117. Così pure nella versione italiana che si conserva in parecchi codici, p. es. in quello dell'Universitaria di Bologna segnato Aula II, A, N. 157. Cf. Il libro di Sidrach, ediz. cit., p. 46.

[114]. Cap. 24.

[115]. Altrettanto fu detto di tutti i luoghi paradisiaci. V. alcuni versi latini concernenti l'isola di Thyle, riferiti dal Wright, Op. cit., p. 94 in nota. Quest'isola, che parecchie carte pongono nel mare d'India, corrisponde certamente alla Tylus di Tolomeo, e alle due Tylos di Plinio. Cf. Santarem, Essai, voi. III, p. 239. Di un'isola Thilos parla pure, citando Solino, Dicuil, Liber de mensura orbis terrae, ediz. Parthey, Berlino, 1870, VII, 25.

[116]. Alric, Le Paradis de Mahomet, Parigi (1892) pp. 57-9, 63. La materia di questo libro è tratta dal Corano e da racconti e detti tradizionali (hadis) che hanno corso fra i maomettani.

[117]. Proverbii, X, 11: Vena vitae, os justi; XIII, 14: Lex sapientis fons vitae; XIV, 27: Timor Domini fons vitae; XVI, 22: Fons vitae eruditio possidentis.

[118]. XXII, 1-2. Ebbe a ricordarsene Giacomino da Verona, il quale fa scorrere per mezzo alla sua Gerusalemme celeste un fiume pieno di gemme,

De le quale çascauna sì à tanta vertù,

K'elle fa tornar l'omo veclo en çoventù,

E l'omo, k'è mil agni êl monumento çasù,

A lo so tocamento vivo e sano leva su;

e altre acque la cui miracolosa natura è tale che chi ne beve non morrà, nè avrà più mai bisogno di bere. Mussafia, Monumenti antichi di dialetti italiani, Sitzungsber. d. k. Akad. d. Wissensch., philos.-hist. Cl., vol. XLVI, Vienna, 1864, pp. 139-40. Giacomino non si appaga di quanto, a tale proposito, è detto nell'Apocalissi, ma aggiunge di suo.

[119]. L'ambrosia, ἄμβροτος, dei Greci, corrisponde all'amrita degl'indiani. Secondo una delle versioni della leggenda di Achille, Teti rese il figliuolo invulnerabile e immortale aspergendolo di ambrosia e poi mettendolo al fuoco. Un liquore di egual virtù si ha nella mitologia germanica. Vedi Kuhn, Die Herabkunft des Feuers und des Göttertranks, Berlino, 1859, p. 175.

[120]. I Gaeli immaginarono anche un paese di gioventù. Vedi Beauvois, Op. cit., pp. 308, 310-11.

[121]. Weber, Indische Streifen, Berlino, 1868-79, vol. I, pp. 13-15.

[122]. Cf. Spiegel, Die Alexandersage bei den Orientalen, Lipsia, 1851, pp. 29, 47, 52. Ethè, Alexanderszug zum Lebensquell im Lande der Finsterniss, negli Atti dell'Accademia di Monaco, 1871.

[123]. Kinder- und Hausmärchen, num. 97.

[124]. J. J. Crane trasse dalla Scala coeli di Giovanni Gobio (Juniore), il quale fiorì nella prima metà del secolo XIV, un racconto latino che reca una parte soltanto della fiaba tedesca: Two mediaeval Folk-tales, nella Germania, anno XXX (1885), pp. 203-4. Cf. Du Méril, Études sur quelques points d'archéologie et d'histoire littéraire, Parigi e Lipsia, 1862, p. 454, n. 3.

[125]. Vedi, per esempio, Ralston, Russian Folk Tales, Londra, 1873, pp. 231, 235, 240; Svenska Folk-Sagor och Aefventyr, samlade of Hyltén-Cavallius och G. Stephens, num. 9.

[126]. Veggansi, per esempio, nelle Mille e una notte le novelle del principe Mahmud e di Alì Giobari.

[127]. Ma l'autore del Kharîdat el-agiâib la pone in Occidente, in un'isola del Mar Tenebroso, del qual mare si dirà più innanzi.

[128]. Traduzione e edizione citate, col. 301.

[129]. D'Ancona, I precursori di Dante, Firenze, 1874, p. 34.

[130]. Notisi, per altro, che Dante pone nel Paradiso terrestre i due ruscelli di Lete e di Eunoè, le cui acque procacciano in certo qual modo la vita eterna, non del corpo, ma dell'anima.

[131]. Vv. 5537-45, ediz. del Guessard e del Grandmaison, Parigi, 1860. Nella continuazione inedita del poema si parla di nuovo della fontana di gioventù, ma per tutt'altra occasione, e di quella derivazione non si fa più parola.

[132]. Ediz. del Michelant (Bibliothek des literarischen Vereins), Stoccarda, 1846, p. 350.

[133]. Ediz. del Keller. (Bibl. d. liter. Ver.), Stoccarda, 1858, vv. 10651 sgg.

[134]. Ediz. del Hahn, Quedlimburgo e Lipsia, 1842, st. 6053-4.

[135]. Atto I, sc. 1.

[136]. Lecoy de la Marche, Anecdotes historiques, légendes et apologues tirés du recueil inédit d'Etienne de Bourbon, Parigi, 1877, p. 77.

[137]. Op. cit., p. 69.

[138]. Notices et extraits des manuscrits, t. V, p. 276; Wright, Popular Treatises on Science written during the Middle Ages, Londra, 1841, p. 110; Lauchert, Geschichte des Physiologus, Strasburgo, 1889, pp. 9, 171. Vedi pure Vincenzo Bellovacense, Speculum naturale, l. XVI, cap. 36.

[139]. Zarncke, Op. cit., parte I, pp. 94-95. Ma in altra parte di quella lettera si parla di una fonte che scaturisce appiè del monte Olimpo, la quale, come la fonte descritta dal Mandeville, ha il sapore di tutte le spezie, e lo muta a ciascun'ora del giorno e della notte, e a chi ne beva tre volte a digiuno dà sanità e giovinezza per tutto il tempo della vita. Quel luogo è poco lungi dal Paradiso. E vi è ricordata una fonte la quale scaturisce nell'isola della manna, e ridà la giovinezza a quegli abitanti, i quali vivono cinquecent'anni. Del palazzo è poi detto che chi vi è, non patisce fame nè sete, e che nessuno vi può morire il giorno in cui v'è entrato, e chi v'entra affamato o infermo n'esce così sazio come se avesse mangiato di cento vivande, e così sano come se mai non avesse avuto male. Per qualche altro riscontro vedi: Museum für altdeutsche Literatur und Kunst, vol. I (1809), pp. 259-62; le note di Valentino Schmidt alla scelta delle novelle dello Straparola da lui pubblicata (Die Märchen des Straparola), Berlino, 1817, pp. 276 sgg.; J. Grimm, Deutsche Mythologie, 3ª ediz., Berlino, 1875-8, vol. I, pp. 488-9, vol. III, p. 167; Vernaleken, Das Vasser des Lebens, nella Germania, vol. XXVII (1882), p. 103; Köhler, Tristan und Isolde und das Märchen von der goldhaarigen Jungfrau und von den Wassern des Todes und des Lebens, ibid., vol. XII (1866).

[140]. Fontana di vita e fontana di giovinezza non sono propriamente, in teorica, la medesima cosa: quella dà la immortalità e la giovinezza insieme; questa dà la giovinezza per fin che dura la vita, ma non la immortalità. Ciò nondimeno le due si confondono molto spesso nel mito.

[141]. Navarrete, Op. cit., vol. III, p. 50; Denis, Le monde enchanté, cosmographie et histoire naturelle fantastiques du moyen âge, Parigi, 1843, pp. 148, 276; Graesse, Der Tannhäuser und Ewige Jude, Dresda, 1861, pp. 77-111. La spedizione di Ponce diede argomento a un poemetto non finito di Enrico Heine.

[142]. Conosco solo per il titolo i due libri seguenti: Hubert de Lespine, Description des admirables et merveilleuses régions loingtaines et estranges nations payennes de Tartarie, et de la principauté de leur souverain Seigneur, avec le voyage et la pérégrination de la Fontaine de Vie, autrement Jouvence, s. l., 1558; Le nouveau Panurge, avec sa navigation en l'isle imaginaire, son rajeunissement en icelle, et le voyage que fait son esperit en l'aultre monde, La Rochelle, s. a.

[143]. Nota di R. Köhler, Die Lais der Marie de France, Halle a. S., 1885, pp. CIV-CVIII. In una leggenda tartara si parla di un pino dalle foglie e dalla corteccia d'oro, il quale è tutto coperto di un'erba verde che ha virtù di risuscitare: appiè dell'albero, nascosta nella terra, è una tazza d'acqua di vita. Schiefner, Heldensagen der minussinischen Tataren, Pietroburgo, 1859, p. 62 sgg.

[144]. Dunlop, History of Prose Fiction, nuova edizione (con le note del Liebrecht), Londra, 1888, vol. I, p. 307.

[145]. Otia imperialia, ediz. cit., dec. I, cap. 14, p. 4. Ne discorre anche il Mandeville. I pomi d'Iduna, della mitologia germanica, avevano la stessa virtù. Secondo il già citato ricordo di Teopompo, nella terra Merope scorrono due fiumi, detti, l'uno del dolore, l'altro del piacere. Sulle rive di entrambi crescono certi alberi: chi gusta dei frutti di quelli che sono lungo il primo, non fa più se non piangere sino alla morte; chi gusta dei frutti di quelli che sono lungo il secondo, ringiovanisce gradatamente, torna fanciullo, e, sempre più rimpicciolendo, da ultimo si dilegua. Nell'isola Buru, una delle Molucche, nasce sulle rive di un lago un fiore che, secondo l'opinione degli abitanti, dà la giovinezza a chi lo tiene in mano. Bickmore, Reisen im ostindischen Archipel in den Jahren 1865 und 1866. p. 223, citato dal Rohde, Der griechische Roman und seine Vorläufer, Lipsia, 1876, p. 207, n. 1.

[146]. Nel Parzival di Volframo d'Eschenbach; cf. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, Lipsia, 1877, p. 247.

[147]. Le Chevalier au Cygne et Godefroid de Bouillon, pubblicati dal De Reiffenberg, vol. I, Bruxelles, 1846, Introduz., p. CXXIX. Non la si finirebbe più se si volessero ricordare tutte le immaginazioni che con quelle già ricordate hanno affinità più o meno stretta. Tundalo giunge in un luogo luminoso e fiorito dove scorre una fontana: chi beve una volta delle sue acque non ha mai più sete. Gervasio di Tilbury racconta di un'acqua che ristora in mirabile modo le forze (Op. cit., dec. III, cap. 38, p. 23); e Galfredo di Monmouth parla di una fonte le cui acque guariscono dalla pazzia e dal furore e ristorano le virtù dell'anima, (Vita Merlini, vv. 1136 sgg., ap. San Marte, Die Sagen von Merlin, Halle, 1853, pp. 305-6).

[148]. Mario Vittore dice il fonte più copioso d'acque che non sia l'oceano, ditior oceano. Roberto Pullo (sec. XII) paragona il fonte immenso al Nilo (Sententiarum, l. II; cap. 17, ap. Migne, Patrol. lat., t. 186, col. 746), e redundans enormiter è descritto il fonte dal già citato Arnaldo di Bonneval.

[149]. De Wette, Lehrbuch der hebräisch-jüdischen Archäologie, IV ediz. Lipsia, 1864, p. 111.

[150]. San Basilio e Sant'Ambrogio nei loro Hexaemera; il Mandeville ecc.

[151]. Giovanni de' Marignolli, Op. cit., pp. 93-4: «Fons autem ille derivatur de monte, et cadit in lacum, qui dicitur a Philosophis Euphirattes (Euphrates?), et intrat sub alia aqua spissa, et post egreditur ex alia parte et dividitur in quatuor flumina....»

[152]. Rimando per tutto ciò ai libri indicati in fine della Introduzione. Anche alle falde del Kuen-lun cinese scorrono quattro fiumi.

[153]. Abbiam veduto quale uso ne facesse Cosma, e, dopo di lui Mosè Bar-Cefa. Lo stesso uso seguitarono a farne Onorio d'Autun e molti altri.

[154]. Antiquit. jud., I, 1, 3.

[155]. Ricorderò solo, per ragione di curiosità, che un capitolo (il XXVII) della Historia del Cavaliero Cifar, composta nel secolo XVI, è consacrato ai fiumi del Paradiso, e che tra questi è il Nilo (Ediz. del Michelant, Bibl. des liter. Ver., Stoccarda, 1872, pp. 304-5). Ora, circa il tempo in cui quel romanzo fu scritto, Livio Sanuto sapeva benissimo che il Nilo proviene da grandi laghi equatoriali (Geografia, Venezia, 1588, f. 111 v.). I dotti che, nel presente secolo, cercarono d'indovinare che fiumi fossero, secondo la mente di chi mise insieme il racconto biblico, il Fison e il Gihon, non poterono accordarsi. L'Ewald pensa che il Fison sia il Gange; il Bertheau, il Delitzsch, lo Knobel, il Lassen, il Renan, vogliono sia l'Indo. Quanto al Gihon, lo Knobel e il Lassen credono sia l'Osso, mentre il Bertheau, il Gesenius, il Delitzsch riconoscono in esso il Nilo.

[156]. Nella già citata mappa di Torino il Giordano scaturisce dalle radici dell'albero della scienza.

[157]. Severiano, vescovo di Gabala nel III secolo, fa del Fison il Danubio (De creatione mundi, orat. V), e lo stesso fa Leone Diacono nel X (Historia, ediz. Hase, Parigi, 1819, p. 80).

[158]. Brunetto Latini s'attiene a' quattro fiumi tradizionali, senza cercar altro, ma è comica la disinvoltura con cui ne discorre nel Tesoretto (Raccolta di rime antiche toscane, Palermo, 1817, vol. I, pp. 37-8):

I' vidi apertamente,

Come fosse presente,

Li fiumi principali,

Che son quattro; li quali,

Secondo lo mio avviso,

Muovon dal Paradiso:

Ciò son Tigris, Fison,

Eufrates e Geon.

L'un se ne passa a destra,

L'altro ver la sinestra:

Lo terzo corre 'n quae,

Lo quarto va in lae:

Sì, ch'Eufrates passa

Ver Babilone cassa

In Messopotamia;

. . . . . . . . . .

[159]. Nella Terra Promessa scorrono fiumi di latte e di miele (Esodo, III, 8). Dione Crisostomo parla di una terra fortunata nella quale scorrono fiumi di latte, d'olio, di miele, e anche una fontana di verità. Di un fiume di miele, che si diceva scorrere in India, fanno ricordo Ctesia e Onesicrito. Anche nel paese del Prete Gianni scorrevano il latte e il miele.

[160]. [Hammer-Purgstall], Rosenöl, Tubinga, 1813, vol. I, p. 324; Alric, Op. cit., p. 54.

[161]. Vedi la nota 16 a questo capitolo.

[162]. Tesoretto, l. cit.

[163]. Op. cit., p. 56.

[164]. Di questo fiume si parla pure in un rifacimento tedesco della epistola:

Idoneus ist ein wazzer genannt,

Das vluzet durch ein heiden lant,

Daz tut manchem man gemach;

e se ne fa ricordo nel Titurel, st. 6045. Vedi Oppert, Op. cit., pp. 30-1. Un fiume che trascina gemme viene, secondo il Mandeville, dal lago ch'è in cima al monte di Ceilan; ma di ciò più innanzi. Il Pucci fa scorrere quel fiume nel paese della Reina d'Oriente:

Per lo reame suo correva un fiume

Ch'uscia del Paradiso Deliziano,

E pietre preziose per costume

Menava, e oro, e ariento sovrano.

Historia della Reina d'Oriente, Sc. di cur. letter., disp. XLI, Bologna, 1862, cantare I, st. 28.

[165]. Un fiume sotterraneo, che ha

Di care pietre il margine dipinto,

è descritto dal Tasso, Gerusalemme Liberata, c. XIV, st. 39.

[166]. Ly myreur des histors, Bruxelles, 1869 sgg., vol. III, p. 65.

[167]. Nella epistola del Prete Gianni all'imperatore Emanuele così se ne parla: «Inter cetera, quae mirabiliter in terra nostra contingunt, est harenosum mare sine aqua. Harena enim movetur et tumescit in undas ad similitudinem omnis maris et nunquam est tranquillum. Hoc mare neque navigio neque alio modo transiri potest, et ideo cuiusmodi terra ultra sit sciri non potest. Et quamvis omnino careat aqua, inveniuntur tamen iuxta ripam a nostra parte diversa genera piscium ad comedendum gratissima et sapidissima, alibi nunquam visa. Tribus dietis longe ab hoc mari sunt montes quidam, ex quibus descendit fluvius lapidum eodem modo sine aqua, et fluit per terram nostram usque ad mare harenosum. Tribus diebus in septimana fluit et labuntur parvi et magni lapides et trahunt secum ligna usque ad mare harenosum, et postquam mare intraverat fluvius, lapides et ligna evanescunt nec ultra apparent. Nec quamdiu fluit, aliquis eum transire potest. Aliis quatuor diebus patet transitus». Ap. Zarncke, Op. cit., parte I, p. 88. Giovanni di Hese afferma d'aver navigato con grande pericolo tra il mare coagulato e il mare arenoso (ibid., parte II, p. 164). Anche il Mandeville fa menzione del fiume e del mare.

[168]. XXVIII, 13-16.

[169]. Il muro è così descritto in un racconto poetico latino del viaggio di San Brandano, racconto contenuto in un codice del Museo Britannico (Cotton. Vespas., D, IX, f. 9r., col. 2ª):

Densa de caligine tunc prodiret prora,

Fulgidis in finibus finit vie mora;

Murus hic apparuit petens celsiora,

Cui si nivem compares vix est indecora.

Basis mons vicarius sustinens archana,

Totus est marmoreus, aurum sunt montana;

Muri tota matheria lenis atque plana;

De qua sit matheria nescit mens humana.

Procul in campestribus maris cedit unda,

Muri circumstantia sit ut tota munda;

Alas pulsat nubium muri dos iocunda,

Gemmis instar siderum placide fecunda.

Si descrivono poi le gemme che adornano il muro e se ne dicono le virtù. Il palazzo descritto dall'Ariosto, XXXIV, 52-3. gira più di trenta miglia, e ha tutto d'una gemma il

muro schietto,

Più che carbonchio lucida e vermiglia.

[170]. Di questa caverna si parla nell'apocrifo intitolato Penitenza o Testamento d'Adamo; in una cronaca siriaca di cui dà l'analisi l'Assemani, Bibliotheca orientalis, t. II, p. 498; t. III, parte I, p. 281; Bibliothecae Apostolicae Vaticanae codicum manuscriptorum catalogus, t. III, pp. 329-31; nelle Storie di Eutichio, altrove.

[171]. Vedi, a questo proposito, oltre ai molti libri, assai noti, ov'è trattato delle gemme, una poesia intitolata De patria sanctorum, ap. Mone, Lateinische Hymnen des Mittelalters, Friburgo, 1853-4, vol. III, p. 28.

[172]. Dialogorum l. IV, cap. 36.

[173]. A. Junker, von Langegg, El Dorado, Geschichte der Entdeckungsreisen nach dem Goldlande El Dorado im XVI. und XVII. Jahrhundert, Lipsia, 1888.

[174]. Vedi le descrizioni dei primi poeti cristiani raccolte nell'Appendice I, che segue a queste note.

[175]. Giustino Martire va più in là, e afferma nell'Admonitorius gentium, che in descrivere gli orti d'Alcinoo, Omero imitò la descrizione che Mosè porge del Paradiso terrestre, e traduce, in prova, i versi dell'Odissea dove quegli orti sono descritti.

[176]. L'autore era assai probabilmente pagano, ma conosceva forse alcun che delle opinioni dei cristiani intorno al Paradiso terrestre, e se ne giovò nella sua descrizione. Alcuno stimò di dovere attribuire il poemetto a Claudiano, il quale, nell'idillio intitolato Phoenix, parla ancor egli di un bosco meraviglioso, ponendolo di là dagl'Indi e dalla plaga d'Euro, in mezzo all'Oceano. Può darsi ch'esso sia opera di Placido Lattanzio, il mitografo.

[177]. Vedi Ebert, Geschichte der christlich-lateinischen Literatur, Lipsia, 1874-87, vol. I, p. 852.

[178]. Nel carme II del Panegirico ad Antemio.

[179]. Non intendo punto di ricordarle tutte, che sarebbe opera non più finita: mi basterà dare alcune avvertenze e indicare alcune delle scritture più importanti che ne contengono, oltre alle parecchie le quali sono già state, o saranno citate in seguito. Commentarii al Genesi. Pressochè tutti, e sono in numero strabocchevole, contengono descrizioni del Paradiso più o meno particolareggiate. Uno speciale ricordo merita quella, assai poetica e viva, che ne porge San Basilio Magno nella Homilia de Paradiso. Hexaemera. Di Sant'Eustazio Antiocheno, di Prudenzio, di Giorgio Piside, d'Ildeberto di Lavardin, di Abelardo, di Arnaldo di Bonneval, di Stefano Langton, di Andrea Sunösen, o Lundense, di Francesco Cattani da Diacceto. — Bibbie versificate e istoriate. Tutte contengono descrizioni del Paradiso, meno quella che Alessandro de Villa Dei, nel secolo XIII, ristrinse in 212 versi. Furono molto numerose, e non v'è letteratura che ne vada priva. Di parecchie parlano il Leyser, Historia poetarum et poematum medii aevi, Halae Magdeb., 1721, e il Cave, Scriptorum ecclesiasticorum historia literaria a Christo nato usque ad saeculum XIV, ediz. di Basilea, 1741-5. Per i poemi biblici volgari, e per le narrazioni bibliche in prosa, sono da vedere le storie letterarie particolari. Per quelli tedeschi e francesi, vedi più specialmente Merzdorf, Die deutsche Historienbibeln (Biblioth. d. litter. Ver.), Stoccarda, 1871, e Bonnard, Les traductions de la Bible en vers français au moyen âge, Parigi, 1884. — Trattati scientifici in prosa e in verso. De mundi universitate, di Bernardo Silvestro; L'image du monde; Der Leken Spieghel; De proprietatibus rerum, di Bartolomeo Glanville, e tutti, in generale, i trattati geografici e cosmografici. — Cronache. Moltissime di quelle che cominciano con la creazione del mondo contengono descrizioni del Paradiso terrestre: così il Pantheon e la Memoria saeculorum di Gotofredo da Viterbo; il Compendium chronicum di Costantino Manasse; la Weltchronik di Rodolfo d'Ems; lo Spiegel historiael di Giacomo di Maerlant; il Polychronicon di Ranulfo Higden; l'Eulogium; la già citata compilazione storica francese. — Visioni e leggende. Visioni di Drihthelm, di Tundalo, di Owen, del monaco di Evesham, di Thurcill, di Alberico, ecc. Non sempre s'intende, per altro, se le descrizioni che vi son contenute sieno del Paradiso terrestre o del Paradiso celeste. Vedi più oltre le leggende riferite nel cap. V. — Poemi varii, del medio evo e moderni. De paradiso, di Teodulfo; poemetto anglosassone sulla Fenice, composto da Cinevulfo ad imitazione di quello attribuito a Lattanzio; Titurel, di Albrecht; De laudibus divinae sapientiae, di Alessandro Neckam; Divina Commedia; Dittamondo; Quadriregio; De excellentium virorum principibus, di Antonio Cornazzano; Discordia triumphata, di Lorenzo Adriano; The description of Paradyce, di Davide Lindsay; Orlando Furioso; Guerrin Meschino, di Tullia d'Aragona; Sette giornate del mondo creato, di Torquato Tasso; L'Adamo, di Giovanni Soranzo; L'Adamo di Giorgio Angelini; La creazione del mondo di Gasparo Murtola; La semaine de la création du monde, di Guglielmo du Bartas; Paradyse Lost, del Milton; L'Essamerone, di Felice Passero; La creacion del mundo, di Alonso de Azevedo; Del paradiso terrestre, di Benedetto Menzini; L'Adamo, ovvero il mondo creato, di Tommaso Campailla; Le paradis perdu, di Madama du Boccage (la parte che contiene la descrizione del Paradiso fu recata in italiano da Gaspare Gozzi); Le divine opere, di Felice Amedeo Franchi; La inocencia perdida, di Felix Josè Reinoso. Non ho altra notizia di certo poema spagnuolo del secolo XV, che tratta del Paradiso terrestre. Nel Purgatorio de San Patricio, del Calderon, uno dei personaggi del dramma, dopo aver descritto i luoghi di punizione da lui visitati, descrive pure il Paradiso. Una poesia greca sul Paradiso si trova in Legrand, Bibliothèque grecque vulgaire, vol. I, pp. XI-XIV.

[180]. Citerò in prova la Storia di Rabbi Giosuè figliuolo di Levi, leggenda talmudica tradotta dall'ebraico da Salvatore De Benedetti (Annuario della Società italiana per gli studi orientali, anno I, 1872, pp. 92 sgg.). Rabbi Giosuè fu portato dall'angelo della morte nel Paradiso terrestre, il quale è dimora a varii ordini di giusti. «Rabbi Giosuè andò cercando tutto il Paradiso deliciano, e quivi trovò sette case, ed ogni casa ha dodici migliaia di miglia di lunghezza; e di larghezza dodici migliaia di miglia; però che la misura dello spazio di lor larghezza è pari alla lunghezza». Queste case sono, secondo la dignità, di cristallo, d'argento, d'oro, ecc. La quarta «è edificata bella così come lo primo Adamo». Meraviglie consimili occorrono anche nel Paradiso di Maometto. In una specie di appendice, intitolata dal traduttore Ordine del Paradiso, si descrivono l'altre meraviglie del luogo beato. Sonvi due porte di rubino; baldacchini mirabili, sotto cui riposano i giusti; mense di pietre preziose; quattro fiumi, l'uno d'olio, l'altro di balsamo, il terzo di vino, il quarto di miele. Vi abbondano piante di grandissimo pregio e virtù: nel mezzo è l'albero della vita, il quale ha odori svariatissimi e cinquecentomila sapori. Il tempo vi è spartito in tre veglie: nella prima i giusti sono pargoli; nella seconda giovani: nella terza vecchi; e godono successivamente dei piaceri proprii di ciascuna età. La storia di Rabbi Giosuè è del IX o X secolo.

[181]. Nell'Adam und Heva, di Giacomo Ruff (pubblicato da H. M. Kottinger, Quedlimburgo e Lipsia, 1848), il Padre Eterno descrive egli stesso il Paradiso che si accinge a formare. In un Meistergesang, che nel cod. 2856 della Biblioteca imperiale di Vienna reca il titolo di Klingsor Astromey, un diavolo, incantato da un astrologo, descrive il Paradiso. Nel già citato prologo alla Vengeance de Jésus-Christ, Nerone, trasformato in diavolo, disputando con Virgilio, ricorda l'altissimo muro di carbonchi che chiudeva tutto intorno il Paradiso terrestre.

[182]. Cf. Biese, Die Entwickelung des Naturgefühls im Mittelalter und in der Neuzeit, Lipsia, 1888, pp. 61 sgg. Lo speciale argomento nostro non è del resto svolto in questo libro così largamente come avrebbe meritato.

[183]. Si possono confrontare anche con le descrizioni del Paradiso terrestre, le descrizioni che di giardini incantevoli si hanno nel Roman de la Rose, nelle Selve d'amore di Lorenzo de' Medici, nelle Stanze del Poliziano, nei Lusiadi del Camoens, là dove si narra dell'isola di Teti, nell'Adone del Marino, e altrove.

[184]. E molta ne hanno certi altri luoghi paradisiaci, simbolici e non simbolici, immaginati da romanzatori, da poeti e da moralisti, i quali ebbero molte volte dinanzi alla mente, non solo il mito biblico, ma ancora i miti classici. Un paradiso delle Virtù descrive Alano de Insulis nell'Anticlaudianus. In un poemetto che fu già attribuito a Ildeberto di Lavardin, ma che pare sia opera di Pietro Riga, e che in un codice della Vaticana fu malamente intitolato Descriptio paradisi, si descrive un luogo pieno di meraviglie, che ricorda il Paradiso (Hauréau, Notice sur un manuscrit de la reine Christine, à la Bibliothèque du Vatican, Notices et extraits des manuscrits, t. XXIX, parte II, pp. 245-7). Un paradiso d'amore si descrive nella raccolta intitolata Fabliaux ou Contes du XII e du XIII siècle, traduits ou extraits d'après divers manuscrits du temps, Parigi, 1779-81, vol. II: una descrizione di una specie di paradiso d'amore, con qualche reminiscenza dantesca, si trova nel Paradiso degli Alberti, già citato, vol. II, pp. 341 sgg. Michele Drayton dipinse un paradiso delle Muse nella Description of Elysium. Vincenzo Marenco, in un poemetto anacreontico intitolato Il tempio della Gloria, attribuisce a un'isola, dove sorge esso tempio, tutte le bellezze del Paradiso terrestre. Parecchie isole felici furono immaginate a somiglianza del Paradiso; così una descritta dal Mandeville, l'isola Thyle, già ricordata, e quella famosa Isola Perduta, di cui dovrò parlare più oltre.

[185]. Daniel, Thesaurus hymnologicus, Lipsia, 1855-6, vol. I, pp. 116-7; Du Méril, Poésies populaires latines antérieures au douzième siècle, Parigi, 1843, pp. 131-5.

[186]. Institutio monialis, cap. 15.

[187]. Zwei lateinische Gedichte aus dem Mittelalter, Zeitschrift für deutsches Alterthum del Haupt, vol. V, pp. 463 sgg. La prima di queste poesie è una Visione. Un uomo devoto, attraversati mille pericoli, giunge a un fiume igneo, accavalcato da un ponte, che i giusti passano, ma dal quale i rei precipitano; il solito ponte delle Visioni. In prossimità del fiume è il Paradiso.

Erat autem murus ingens iuxta flumen positus

Et in summitate muri campus amenissimus.

Ipse murus velut eris protendebat speciem

Sine manu constitutus a summo artifice.

Sed et via per anfractus inerat deposita,

Per quam poterat ascendi ad camporum menia.

Ergo cum illuc transiret vir prefatus spiritu,

Vidit beatorum turbas tripartita gradibus.

Prima hora ultra flumen super muri verticem

Trahet iter in immensum spatiorum limitem.

Ibi loca spaciosa illustrata lumine

Et in ipsis gens beata fruens pacis requie.

Ibi silve quam condense diversarum arborum

Poma ferunt universe saporum suavium,

Alte valde ut excedant ceterarum species.

Umbra quarum fit iocunda caloris temperies.

Abest anguis, abest rana, abest mala bestia,

Totum pulchrum, totum tutum, totum plenum gloria.

Il pellegrino vorrebbe penetrare in quel luogo di delizie,

Sed cum multa perlustrasset ad radicem ducitur

Montis alti cuius rupis murus est argenteus.

Vidit scalam elevatam super montis verticem,

Per quam scandit et iustorum contemplatur speciem.

Ibi quoque spaciosam perspicit planitiem,

Spatiose visionis exhibens blandiciem.

Inter species herbarum prata viridantia,

Liliorum et rosarum redolet fragrancia.

Ibi multi dividuntur rivulorum impetus,

Qui de fonte vite fluunt in mille meatibus.

Il pellegrino giunge a un palazzo tutto costruito ex viridi iaspide, adorno di pietre preziose, coperto di un aureo tetto. Nel mezzo è il trono dell'Eterno, e dal trono emana il fonte della vita. Intorno sono i beati distinti in tre ordini e i cori degli angeli: il cielo risuona de' loro cantici. Cf. Vincenzo Bellovacense, Speculum historiale, l. VIII, cap. 101, De Judeo quem Beata Virgo tormentis et gaudiis ostensis convertit, e Cesario di Heisterbach, Dialogus miraculorum, dist. XI, cap. 12.

[188]. Così nella descrizione che si legge nel cap. 8 del De judicio Domini di Tertulliano; in una poesia inglese di cui dà notizia il Wright, Op. cit., pp. 86-7, e altrove.

[189]. Si trova anche paradiso luziano, suggerito senza dubbio quel luziano dall'idea della luce. Nel poemetto Della caducità della vita umana, v. 25, si legge:

Fora del parais delicial.

Mussafia, Op. cit., p. 181.