NOTE

[79]. Inf., XXIII, 142-4.

[80]. Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto sia stato già trattato da altri, ordinatamente e in modo compiuto. I commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel toccarlo errarono spesso. Coloro che di proposito discorsero della teologia di Dante, come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missirini, A. F. Ozanam, Antonio Fischer, Ferdinando Piper, Fr. Hettinger, altri, nemmeno essi se ne curarono gran che, quasi fosse argomento di poca importanza trattandosi del poeta che descrive fondo a tutto l'universo. Fr. Hettinger, l'ultimo venuto, se ne sbriga in un pajo di pagine. (Die Theologie der göttlichen Komödie des Dante Alighieri in ihren Grundzügen. Erste Vereinschrift der Görres-Gesellschaft für 1879, Colonia, 1879, pp. 37-9). Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o quello dei demonii danteschi, ma sono per la più parte condotti con criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno speciale riguardo alla significazione allegorica, della quale io non mi curo: F. Lanci, Della forma di Gerione e di molti particolari ad esso demone attenenti, in Giornale arcadico, nuova serie, t. VII; L. C. Ferrucci, Sul Cerbero di Dante, in Giornale arcadico, t. XXII; G. Franciosi, Il Satana dantesco in Scritti danteschi, Firenze, 1876; 2ª ediz., Parma, 1889; P. G. Giozza, Iddio e Satana nel poema di Dante, Palermo (s. a.); V. Miagostovich, Lucifero nella Divina Commedia di Dante (Programm der Städtischen Ober-Realschule in Triest), Trieste, 1878; R. Fornaciari, Il mito delle Furie in Dante, in Nuova Antologia, 15 agosto, 1879; inserito poi nel volume Studi su Dante, Milano, 1883, pp. 47-93. V. Duina, L'ira e i mostri dell'Inferno dantesco, Commentarî dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1886. Cf. nel vol. VI, pte 1ª, della Storia della letteratura italiana di Adolfo Bartoli, Firenze, 1887, uscito in luce dopo la prima pubblicazione del presente scritto, il capitolo intitolato I Demoni, gli Angeli, le Persone Divine. Senza sapere l'uno degli studii dell'altro sopra questo speciale argomento, il dottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi in molte opinioni e conclusioni.

[81]. Tratt. III, c. 13.

[82]. V. 83. Cfr. De vulg. el., I, 2.

[83]. Vv. 46-8.

[84]. Vv. 11-12.

[85]. V. 91.

[86]. Parad., XXIX, 49-51. Cfr. S. Tommaso, Summa theol., P. I, qu. XLIII, art. 6.

[87]. Conv., III, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi annasparono assai.

[88]. Summa theol., P. I, qu. LXIII, art. 2.

[89]. Parad., XXIX, 55-7.

[90]. Parad., XIX, 46.

[91]. Inf., XXXIV, 35.

[92]. Conv., II, 6. Cfr. Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. IV, qu. 20, m. 1; S. Tommaso, Summa theol., P. I, qu. LXIII, art. 7, 9.

[93]. Purgat., XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18, è scritto: Videbam Satanam sicut fulgur de coelo cadentem.

[94]. Inf., XXXIV, 122-6.

[95]. Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa lo Scartazzini nel suo commento.

[96]. Inf., III, 34-42.

[97]. Il solo passo delle Scritture che, volendo, si potrebbe in qualche modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli neutrali, è nell'Apocalissi, III, 15, 16: Scio opera tua: quia neque frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: — Sed quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo.

[98]. Uno di quegli strani uccelli dice a S. Brandano: «Nos sumus de magna illa ruina antiqui hostis; set non peccando aut consentiendo sumus lapsi; set Dei pietate predestinati, nam ubi sumus creati, per lapsum istius cum suis satellitibus contigit nostra ruina. Deus autem omnipotens, qui justus est et verax, suo judicio misit nos in istum locum. Penas non sustinemus. Presentiam Dei ex parte non videre possumus, tantum alienavit nos consorcium illorum, qui steterunt. Vagamur per diversas partes hujus seculi, aeris et firmamenti et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in sanctis diebus dominicis, accipimus corpora talia que tu vides, et per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus creatorem nostrum». (Jubinal, La légende latine de S. Brandaines, Parigi, 1836, p. 16). La ragione del cadere, oscura, a dir vero, un po' più del bisogno, non fu troppo bene intesa da rifacitori e da trascrittori, e non è nelle varie redazioni espressa sempre a un modo; ma il concetto fondamentale passa in quasi tutte. Vedi Jubinal, Op. cit., pp. 70-71, 121; Schroeder, Sanct Brandan. Ein lateinischer und drei deutsche Texte, Erlangen, 1871, pp. 12, 78; Francisque Michel, Les voyages merveilleux de Saint Brandan, Parigi, 1878, pp. 26-7; Villari, Alcune leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia, in Annali delle Università toscane, t. VIII, Pisa, 1866, p. 143; ecc. Nel testo italiano pubblicato dal Villari di su un codice Magliabechiano del secolo XIV, l'uccello dice al santo: «O servo di Dio, noi siamo di quella grande compagnia che caddono di cielo con quello agnolo Lucifero, lo quale è nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo per noi, ma per consentimento; e per questo non siamo dove noi fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che peccarono gravemente». Cfr. Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. IV, qu. 20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, già notato dall'Ozanam, Dante et la philosophie catholique au treizième siècle, nuova ediz., Parigi, 1845, p. 343, e dal D'Ancona, I precursori di Dante, Firenze, 1874, p. 52.

[99]. Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti dalla redazione più antica giunta sino a noi, e contenuta in un codice del Museo Regio di Berlino, già Hamilton, codice finito di scrivere nel 1341, e identificato con quello che si registra nel noto catalogo dei libri posseduti da Federico Gonzaga nel 1407 (Vedi Tobler, Die Berliner Handschrift des Huon d'Auvergne, in Sitzungsb. d. k. preuss. Akad. d. Wiss., phil.-hist. Cl., vol. XXVII, 1884):

Qvant li ber oit soe oraison complie,

Vn des osiaus qe auech soy stesie

En l'auernaus lengaçe le desplie:

Tu as diex del tron feit proierie,

Par qui ci somes de sauoir en partie:

Nos le diron: or met bien en oie.

A yh'u plest qe auqes de ses secrie

Sauome en part, qe autremant non mie.

Conois adonqe qe sons de cel regnie,

Que deualla en l'abis parfondie,

Que enferne mant homes apellie.

De celle entente non somes nemie,

Quant vint le pont de la departie,

Tot environ le ciel avoit scrolie:

Angle et archangle, et tot le monarchie,

Tot de paor auront tuit fremie,

Sol a la voiç deu per, quant ot parllie.

Tot li malfer iluech si demostrie;

Tant defendrent cum auront uigorie:

Quant non porent il plus, aual sont trabuchie;

Autre remis en aer, autre in terre icie,

Autre en abisme trauailient la lor uie.

Vasal, dit li diable en forme d'oiselons,

Nos, qe ci somes, ne bien, ni mal feisons;

Mes pur il ere la nostre entencions

Te tenir sempre cum cil qi uencerons.

Por ce qe deu per conoit nos pensasons,

En guisse de oisel trasfigura cum sons.

D'alor auant uenimes a cis mons,

Maint torment auomes, mais de peior lisons.

Vne uos en diray, les autres taiserons,

Que a uos riens ne fesist, se elle conterons.

En air et en mer façon nos peschesons,

Si cum onde nos maine tot ensinqe alons:

Pescher sauomes et nulle nen prendrons:

Ensi estoit nostre destrucions.

Vn ior de la semaine une remedie auons;

Ce estoit la domenege, qe enei nos demorons:

Ce estoit li nostre paradis, qui clamons;

Ci aurons hosteler, anuit demorerons;

Pues domain al aube apres si partirons,

E sosteromes ce qe destineç nos sons.

Mentre qe nos ci somes auons repoisesons;

Enforçon nostre uoiç al bien dir qe poisons,

Tot a los de deu pere, ce bien sauons.

Par foy, ce dit le cont, bele uertue aues,

Pois qe remedie da deu aues uos troues;

E deu sor tot soie regracies.

D'une autre çouse uoil auoir da uos scoutes:

Si uos riens de ma qeste car rien uos en saves.

J'en sai tant, fit il, cum vos oir pores.

Vestre uoie ert mout longe de ci, uoil qe sachies;

Sanç la deuine puisance la aler non poreç mes.

Mes bien plait a deu, et si moy ert rouelles,

Que en ceste este sia del tot aquites;

Mes auant qe cil auiegne uereç meruoille ases:

Non say plus de ce dir: uostre signor serues:

Si l'ameç de bon quuer, il ert uestre auoes,

Qui en la fin ert chaschun de soe oure loes;

Le merit en atent de tot ce cha oures.

E ge l'en croy trop bien, respond li quuens ades.

Lo stesso si ha, su per giù, nel testo della Nazionale di Torino, cod. N, III, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (Andrea da Barberino, Storia di Ugone d'Alvernia, Bologna, 1882, Scelta di cur. lett., disp. 188, 190, vol. II, p. 33). Nel testo della Biblioteca del Seminario in Padova, cod. 82, questa parte manca, come il prof. Crescini mi avverte, e come può anche rilevarsi dall'analisi che egli ne diede (Orlando nella Chanson de Roland e nei poemi del Boiardo e dell'Ariosto. Segue una appendice sul poema franco-veneto Ugo d'Alvernia, estratto dal Propugnatore, vol. XIII, 1880, p. 96).

[100]. Vedi quanto osserva in proposito il Renier, La discesa di Ugo d'Alvernia allo Inferno, Bologna, 1883 (Scelta di cur. lett., disp. 194), pp. CXLV-CLIV. La imitazione di Dante è del resto già penetrata nella redazione più antica, del codice di Berlino.

[101]. Ediz. di C. Bartsch, Lipsia, 1870-1, l. IX, vv. 1155-65. Lo stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Parzival che quanto disse in proposito è favola (l. XVI, vv. 341-60). Cfr. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, ihre Entwicklung und dichterische Ausbildung in Frankreich und Deutschland im 12. und 13. Jahrhundert, Lipsia, 1877, p. 250.

[102]. Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello stesso principe dei demonii.

[103]. Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene il poeta non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del c. IX dell'Inferno, e da quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81:

Ma non cinquanta volte fia raccesa

La faccia della donna che qui regge,

Che tu saprai quanto quell'arte pesa.

[104]. Per esempio, nell'Hamartigenia di Prudenzio, nei Commentarii in Genesim di Claudio Mario Vittore, in un inno di Rabano Mauro, nel De imagine mundi di Onorio d'Autun, ecc., ecc. Cfr. Maury, La magie et l'astrologie dans l'antiquité et au moyen-âge, Parigi, 1877, pp. 168-9. San Giovanni Crisostomo biasimò (Adv. oppugnat. vitae monasticae, II, 10), quest'assimilazione dell'Inferno cristiano all'Inferno pagano, ma senza frutto.

[105]. Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1864, vv. 20212-40.

[106]. Anticlaudianus, VIII, 3.

[107]. Cfr. Roskoff, Geschichte des Teufels, Lipsia, 1869, vol. II, pp. 2-3.

[108]. San Gerolamo, De vita S. Pauli eremitae. Nella Vita che di Sant'Antonio scrisse Sant'Atanasio di Alessandria, si dice che quel santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva figura d'uomo, il resto d'asino: a un segno di croce sparì.

[109]. Cfr. Piper, Mythologie der christlichen Kunst, Weimar, 1847-51, vol. I, pp. 405-6.

[110]. Otia imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben von Felix Liebrecht, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tertia decis., LXXVI. Tale credenza era assai antica: cfr. Giovanni Cassiano, Collationes patrum, collat. VIII, c. 32.

[111]. Anecdotes historiques, légendes et apologues tirés du recueil inédit d'Etienne de Bourbon, publiés par A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, p. 327. Satiri e fauni si confondevano coi dusii, ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi Otia imperialia, ed. cit., p. 145, e Giacomo Grimm, Deutsche Mythologie, 4ª ediz., Berlino, 1875-8, vol. I, p. 398.

[112]. Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leggende in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. II, pp. 121-52, 382-406. Giovanni Nyder (m. 1438) racconta ancora nel suo Formicarius la storia di un cavaliere che, addormentatosi pensando di penetrare nel Monte di Venere, si trovò, allo svegliarsi, in un pantano.

[113]. Chronographia, ad a. 998.

[114]. Gervasio da Tilbury, Op. cit., tertia decis., LXI; Tommaso Cantipratense, Bonum universale de apibus, Duaci, 1627, l. II, c. 57, num. 5.

[115]. Gervasio da Tilbury, Op. cit., tertia decis., LXIV. Anche S. Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda; Brunetto Latini alle sirene classiche (ricordate con certa frequenza dai lirici nostri delle origini) non crede più, e anche Dante sembra ricordarle solo come un mito (Purg., XIX, 19; XXXI, 45; Parad., XII, 8). Cfr. Berger de Xivrey, Traditions tératologiques, Parigi, 1886, pp. 25-7, 539; Piper, Op. cit., pp. 383 sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato in figura di sirena.

[116]. Giacomo da Voragine, Legenda aurea, ediz. di Th. Grässe, Dresda e Lipsia, 1846; c. III, 5, p. 24; Vincenzo Bellovacense, Speculum historiale, l. XIII, c. 71.

[117]. Vedi Passio S. Symphoriani in Ruinart, Acta martyrum sincera, Verona, 1731, p. 71, col. 1ª. Circa il diavolo meridiano, vedi Gregorio di Tours, Historia Francorum, l. VIII, c. 33, e De miraculis S. Martini, l. IV, c. 36; Vita S. Rusticulae in Mabillon, Acta sanctorum ordinis S. Benedicti, saec. II, p. 135, n. c.; Cesario di Heisterbach, Dialogus miraculorum, ed. dello Strange, 1851, dist. V, cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo succubo con cui, secondo la leggenda, ebbe commercio Gerberto.

[118]. Du Cange, Glossarium, s. v. Dianum.

[119]. Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecclesiasticis, ediz. di Lipsia, 1840, l. II, c. 37.

[120]. Libri decretorum collect., l. X, c. 1

[121]. Decretum, II, 26, quaest. 5, 12, § 1.

[122]. XIII, De sortilegis et sortiariis, ap. Baluze, Capitularia regum Francorum, t. II, col. 365.

[123]. Op. cit., pp. 323-4.

[124]. Sermones discipuli de tempore et de sanctis, serm. 11. Cfr. Soldan, Geschichte der Hexenprozesse, ediz. rifatta da Enrico Heppe, Stoccarda, 1880, vol. I, pp. 130-1.

[125]. Vedi G. Grimm, Op. cit., vol. II, p. 778, n. 2; vol. III, p. 282.

[126]. In D'Achery, Spicilegium veterum aliquot scriptorum etc., 1ª ediz., t. V, p. 215. Cfr. Caspari, Eine Augustin fälschlich beilegte Homilia de sacrilegiis, Cristiania, 1886, pp. 18-9.

[127]. Vedi Liudprando, Liber de rebus gestis Ottonis Magni imperatoris, ap. Pertz, Mon. Germ., Script., t. III, p. 343. Cfr. Vogel, Ratherius von Verona und das zehnte Jahrhundert, Jena, 1854, vol. I, p. 284.

[128]. Vedi Schroeder, Glaube und Aberglaube in den altfranzösischen Dichtungen, Erlangen, 1886, pp. 63 sgg.

[129]. Dreyer, Der Teufel in der deutschen Dichtung des Mittelalters, P. 1ª, Rostock, 1884, p. 18.

[130]. Per es., nel Rhytmus de pugna fontanetica, ap. Duemmler, Poëtae latini aevi Carolini, t. II, Berlino, 1883-84, p. 138; nel Liber de fonte vitae di Andrado Modico, id., t. III, P. 1ª, 1886, p. 78, ecc., ecc.

[131]. Visio Tnugdali, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869, c. 11; Wagner, Visio Tnugdali, lateinisch und altdeutsch, Erlangen, 1882, p. 31. Così pure nelle versioni.

[132]. Kaiserchronik, ediz. Massmann, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54, V. 14191.

[133]. In un luogo del Convivio, II, 5, Dante assimila le divinità dei gentili alle idee di Platone; ma tale assimilazione mal si conviene agli dei falsi e bugiardi ricordati nel I dell'Inferno, i quali non possono essere se non demonii.

[134]. Inf., XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di M. Scherillo, Accidia, invidia e superbia ed i giganti nella Divina Commedia, Nuova Antologia, serie 3ª, vol. XVIII (1888).

[135]. Vedi Dillmann, Das Buch Henoch, Lipsia, 1853, p. XLII; Gfroerer, Geschichte des Urchristenthums, Stoccarda, 1838, vol. I, p. 385.

[136]. Meglio Carlo III: il soprannome di Grosso viene in uso solamente nel XII secolo. Vedi Duemmler, Geschichte des ostfränkischen Reichs, Berlino, 1862-5, vol. II, p. 292.

[137]. Ap. Pertz, Mon. Germ., Script., t. V, p. 458.

[138]. Vedi Schroeder, Glaube und Aberglaube, ecc., p. 102.

[139]. Edizioni citate, c. 7. I due giganti si chiamano Fergusius e Conallus, et suis temporibus in secta ipsorum tam fideles sicut ipsi non sunt inventi: quorum nomina, dice l'angelo a Tundalo, tu bene nosti. Fergusius è probabilmente il Ferracutus, che nella Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando ed è vinto da lui. (Turpini, Historia Karoli Magni et Rotholandi, ediz. Castets, Montpellier e Parigi, 1880, c. XVII, pp. 27 sgg., e nota ivi pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del tutto simili, nell'Entrée de Spagne, dove è detto espressamente che l'anima di lui è portata via dai diavoli. Notisi che Fergusius riproduce, non la forma latina del nome, ma la francese, Fergus. Quel Conallus non so chi sia. I nomi dei due giganti suonano Conallus e Ferguncius nel poema latino (ediz. Wagner, V. 985); ma mancano nel racconto che Vincenzo Bellovacense introduce nel suo Speculum historiale, l. XXVIII, c. 91, e che staccatosene, riappare da sè, come redazione abbreviata, in molti manoscritti. (Non altro è il testo latino ripubblicato dal Villari, Op. cit., pp. 55-74. Vedi Mussafia, Sulla Visione di Tundalo, in Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss., philos.-hist. Cl., t. LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal Villari, e che è tutt'uno con quella inserita in alcune stampe antiche delle Vite dei Santi Padri, reca (Op. cit., p. 81) Feragudo e Chinelaco; quella pubblicata da F. Corazzini (Visione di Tugdalo, Bologna, 1872, Sc. di cur. lett., disp. 128, p. 29) ha Fergugi e Conali; ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata dal Giuliari (Il libro di Theodolo o vero la Visione di Tantolo, Bologna, 1870, Sc. di cur. lett., disp. 112, p. 25). I nomi mancano del pari nel poema tedesco di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2). Nella versione catalana pubblicata dal Baist (Zeitschrift für romanische Philologie, vol. IV, pp. 313 sgg.) suonano Sergus e Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione francese, la provenzale ecc., nè alcune pubblicazioni, come quelle del Turnbull (The Vision of Tundale, Londra, 1843) e dello Sprenger (Albers Tundalus, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere esaminato. Nella Passion del Gresban, edita da G. Paris, si ha, V. 33476, un demonio Fergalus.

[140]. Federigo Frezzi, il quale più di una volta, nel suo poema, si arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima e naturai condizione (Il Quadriregio, l. II, c. 12).

[141]. De bello judaico, VII, 6, 3.

[142]. Vedi Schroeder, Glaube und Aberglaube, ecc., pp. 63 sgg. Per Nerone demonio vedi più particolarmente il già citato mio libro, Roma ecc., vol. II, pp. 356-7.

[143]. V. 46, in Mussafia, Monumenti di antichi dialetti italiani, Sitz. d. k. Akad. d. Wiss. in Wien, phil.-hist. Cl., vol. XLVI, 1864. Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e Sathan. Barachin potrebbe essere il Baratron dei poemi francesi, il quale, ora significa opportunamente l'abisso infernale, ora è nome di demonio: non so che dire di quel Trifon, nome di parecchi santi.

[144]. Inf., XXX, 117. Il verso non mi pare di dubbia interpretazione.

[145]. Purgat., XIV, 118. Fra Filippo da Siena racconta (Gli assempri, Siena, 1864, cap. 25) di certo ser Giontino da Monte Luccio, notajo, il quale diventò, dopo morto, notajo dell'Inferno; diventò, cioè, uno degli officiali del regno di Satanasso.

[146]. Parzival, l. IX, v. 911, ediz. cit.

[147]. Vedi Roskoff, Op. cit., vol. I, pp. 233, 268, 290, 300-1, e il mio libro Il Diavolo, Milano, 1889, pp. 39 sgg. San Tommaso, nella XVI delle sue Quaestiones disputatae de potentia Dei (De daemonibus, art. 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi attribuiva un corpo ai demonii e di chi lo negava loro, conclude: Dicendum, quod sive daemones habeant corpora sibi naturaliter unita, sive non habeant, hoc non multum refert ad fidei christianae doctrinam. Cfr. Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic. 1.

[148]. Dialog., l. IV, c. 29. Il Vida chiama espressamente i demonii rabidum sine corpore vulgus.

[149]. Oratio contra Graecos, Max. biblioth. vet. pat., t. II, p. 27.

[150]. Parad., XXIX, 22 sgg.; Conv., II, 5.

[151]. Purgat., XXV, 79-108.

[152]. Inf., VIII, 27.

[153]. Inf., XXXIV, 28 sgg.

[154]. Parad., XXIX, 57.

[155]. Purgat., II, 79-81.

[156]. Purgat., X, 118 sgg.

[157]. Inf., VI, 34-6.

[158]. Inf., XXXII, 79.

[159]. Purgat., III, 16-21.

[160]. Inf., XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si meraviglia vedendo Dante muovere ciò che tocca. Egli dice ai compagni (Inf., XII, 80-2):

Siete voi accorti

Che quel di retro move ciò ch'ei tocca?

Così non soglion fare i piè dei morti.

[161]. Inf., III, 82 sgg. Cfr. Aeneid., VI, 298 sgg.

[162]. Inf., V, 4 sgg.

[163]. Inf., VII, 1 sgg.

[164]. Inf., XVII, 1 sgg.

[165]. Inf., VI, 13-8, 22-33.

[166]. Inf., IX, 37-42.

[167]. Inf., XII, 11-25.

[168]. Inf., XII, 55 sgg.; XXV, 19-21.

[169]. Inf., XIII, 10-5.

[170]. Inf., XXXI, 19 sgg.

[171]. Inf., XXIII, 131.

[172]. Inf., XXVII, 113.

[173]. Secondo narra Palladio nella Historia Lausiaca, c. XXVIII, Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante nero ed altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa particolarità del colore non è menzionata. Altra volta Sant'Antonio vide il demonio voltolargli ai piedi in forma di un fanciullo orrido e nero. Cfr. Teodoreto, Historia ecclesiastica, l. V, c. 21. Di un demonio che, sotto forma di fanciullo nero, distoglieva un monaco dalla preghiera, narra San Gregorio, Dialog., l. II, c. 4. Sono innumerevoli le leggende in cui il diavolo comparisce in figura di Etiope; in tal forma ebbe ancora a vederlo S. Tommaso d'Aquino. I diavoli di Giacomino da Verona, non solo sono neri, ma cento volte più neri del carbone, De Babilonia civitate infernali, v. 99, ediz. cit.

[174]. Vedi Roskoff, Op. cit., vol. I, p. 283.

[175]. Inf., XVIII, 35.

[176]. Inf., XXI, 121.

[177]. Inf., XXII, 106.

[178]. Inf., XXII, 136-41.

[179]. Inf., XXI, 31-6. Un demonio dalle scapule acute descrive Cesario di Heisterbach, Op. cit., dist. V, cap. 5.

[180]. I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per citare un esempio, così descritti: Erant enim aspectu truces, forma terribiles, capitibus magnis, collis longis, macilenta facie, lurido vultu, squallida barba, auribus hispidis, fronte torva, trucibus oculis, ore foetido, dentibus equinis, gutture flammivomo, faucibus tortis, labro lato, vocibus horrisonis, comis combustis, buccula crassa, pectore arduo, femoribus scabris, genibus nodosis, cruribus uncis, talo tumido, plantis aversis, ore patulo, clamoribus raucisonis. (Acta Sanctorum, Apr., t. I, p. 42). Confronta con questi i diavoli veduti da S. Furseo che avevan capi come caldaje di rame. (Acta Sanctorum, Genn., t. II, p. 37. Avverto che l'edizione degli AA. SS. da me citata è sempre quella di Venezia). A cominciare dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre più mostruosa, e raccoglie in sè, accozza e sovrappone tutte le possibili forme e parvenze del brutto, dello sconcio, dell'orrendo. La pittura e la scoltura, quasi per dare immagine della ingenita disarmonia della natura diabolica, a gara congiunsero nei corpi maledetti le forme più disparate e più repugnanti dell'umano e del bestiale, trasmodando spesso nella più pazza caricatura, e preparando le paurose e in un comiche immaginazioni di Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di Giacomo Callot e di Salvator Rosa. Per la figura attribuita ai demonii nel medio evo, vedi Von Blomberg, Studien zur Kunstgeschichte und Aesthetik, P. I: Der Teufel und seine Gesellen in der bildenden Kunst, Berlino, 1867, pp. 25-53; Wessely, Die Gestalten des Todes und des Teufels in der darstellenden Kunst, Lipsia, 1876, pp. 75-92; Twining, Symbols of early christian art, Londra, 1860, tav. LXXV-LXXX; Wright, A History of Caricature and Grotesque in Literature and Art, Londra, 1875, cc. III, IV, XVII e passim.

[181]. Inf., XXXIV, 18.

[182]. Inf., XXXIV, 28 sgg.

[183]. Vedi Didron, Iconographie chrétienne. Histoire de Dieu (Collection de documents inédits de l'histoire de France), Parigi, 1843, pp. 543-6; Didron et Durand, Manuel d'iconographie chrétienne, Parigi, 1845, p. 78; Viollet-Le-Duc, Dictionnaire raisonné de l'architecture, Parigi, 1867-68, s. v. Trinité. Non è dunque il caso di ricordarsi con l'Ozanam, Op. cit., p. 108, di Ecate Triforme, e nemmeno è da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero possa aver suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce, ma con tre teste. Al ricordo di Cerbero è dovuto probabilmente il tricefalo Beelzebub che si ha in una omelia di Eusebio di Alessandria (sec. VI?) e altrove (Piper, Op. cit., vol. I, p. 403). Giovanni Wier dice che il demonio Bael ha tre teste, una di rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto (Pseudomonarchia daemonum, Opera, Amsterdam, 1660, p. 650).

[184]. Vedila riprodotta nella citata opera del Wright, p. 56.

[185]. Inf., III, 5-6.

[186]. Caravita, I codici e le arti a Montecassino, Montecassino, 1869 sgg., vol. I, pp. 245 sgg.

[187]. Didron et Durand, Op. cit., p. 78. Se la figurazione in discorso era già familiare alle arti rappresentative, prima che Dante la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar guardinghi nell'asserire che il tale o tale altro pittore contemporaneo di Dante, o di poco posteriore, da Dante appunto ne abbia tratto il concetto. Ciò si afferma comunemente di Giotto, dell'Orcagna, dell'incerto, che nel Campo Santo di Pisa dipinse il Giudizio Universale, di altri. Quanto all'Orcagna non può esservi dubbio, perchè il Lucifero da lui dipinto nella Cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella di Firenze, risponde a capello al Lucifero dantesco, meno la particolarità di un serpente che il pittore attorcigliò al braccio destro del suo demonio, e di cui non è cenno nel poeta. (Cfr. Dobbert, Orcagna, nella raccolta del Dohme, Kunst und Künstler des Mittelalters und der Neuzeit, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i dannati, dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nell'Arena di Padova, e per quello che campeggia nel Giudizio Universale del Campo Santo di Pisa. Rispetto al primo basterebbe avvertire che gli affreschi di Giotto in Padova sono anteriori alla Divina Commedia. Ad ogni modo nota in proposito G. G. Ampère: La tradition veut que le Giotto ait exprimé dans ces peintures les idées de Dante; elle ajoute même que le peintre était venu à Padoue tout exprès pour y voir le poëte. Le premier coup d'oeil donné au Jugement dernier peint par le Giotto sur un des murs de l'Arena, montre l'erreur de cette supposition. (Voyage dantesque. La Grèce, Rome et Dante, études littéraires, nuova edizione, Parigi, 1859, p. 333). Nulla più plausibile, del resto, mi sembra l'opinione espressa dal Jessen, Die Darstellung des Weltgerichts bis auf Michelangelo, Berlino, 1883, pp. 44, 49, che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lucifero. Rispetto al Lucifero del Campo Santo di Pisa, basta far osservare: che esso è senz'ali; seduto tra le fiamme, e non confitto nel ghiaccio; che ha un peccatore in ciascuna mano; che altri peccatori gli escon dal corpo, o gli entran nel corpo, per due aperture, nell'epigastrio e nell'inguine; ch'egli ha il corpo rivestito di ferrea armatura; il tutto conformemente a figurazioni già ricevute nell'arte. E pure dice lo stesso Ampère, Op. cit., p. 239, che questo Lucifero è ritratto da quello di Dante. Una bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche il Lucifero veduto da Guerino il Meschino. Cf. Renier, Op. cit., p. cix. Vedi pure Thode, Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst der Renaissance in Italien, Berlino, 1885, p. 460.

[188]. Decam., gior. VIII, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero maciullator di dannati, si rileva dalle parole che il Boccaccio pone in bocca a Bruno: «O me!... maestro, che mi domandate voi? egli è troppo gran segreto quello che voi volete sapere, et è cosa da disfarmi e da cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San Gallo, se altri il risapesse...».

[189]. Così notò il Fanfani nella edizion del Decamerone da lui procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri dello scrittor veneziano, e però non posso dire in quale di essi la notizia si trovi. Nel Ritratto delle più nobili et famose città d'Italia, là dove si parla di Firenze, non n'è cenno.

[190]. Inf., XXXIV, 22-7.

[191]. Op. cit., dist. V, c. 30.

[192]. Op. cit., l. II, c. 57, num. 38.

[193]. Inf., XIII, 124-9.

[194]. Inf., XXIV, 82 sgg.; XXV, 4 sgg.

[195]. Inf., XXV, 22-5.

[196]. Cap. 14, nel IV volume della Divina Commedia, ediz. del De Romanis, Roma, 1817, p. 120. La Visione si trova anche nelle edizioni della Minerva e del Ciardetti.

[197]. Cf. nel vol. I dei Principles of Sociology dello Spencer l'istruttivo capitolo intitolato Animal-worship.

[198]. Purg., XII, 25-6; Parad., XIX, 47.

[199]. Che strupo stia per stupro, con metatesi della r, ammise recentemente anche lo Zingarelli, Parole e forme della Divina Commedia aliene dal dialetto fiorentino, nel fasc. 1º degli Studî di filologia romanza del Monaci, Roma, 1884, p. 158.

[200]. Vedi sopra p. 81.

[201]. Parad., IX, 129. Invidia autem diaboli mors introivit in orbem terrarum (Sap. II, 24). Se la invidia prima cui accenna Virgilio (Inf., I, 109), sia questa stessa invidia di Satana, è cosa che lascerò giudicare ad altri. Cfr. Poletto, Dizionario dantesco, s. v. Diavolo.

[202]. Lettera VII, 1, ediz. Fraticelli.

[203]. Purgat., XI, 20.

[204]. Inf., XXXIV, 108.

[205]. Purgat., XIV, 145-6.

[206]. Purgat., VIII, 95 sgg.

[207]. Parad., XXVII, 26.

[208]. Inf., XXIII, 144.

[209]. Inf., XXIII, 16; Purgat., V, 112.

[210]. Inf., XXII, 42.

[211]. Inf., III, 84 sgg.

[212]. Inf., XXVII, 126.

[213]. Inf., VII, 9.

[214]. Inf., VIII, 23-4.

[215]. Inf., VIII, 83-4.

[216]. Inf., XII, 14-5.

[217]. Inf., XXI, 131-2.

[218]. Inf., XXI, 44, 67-8; XXIII, 16-8.

[219]. Inf., XXI, 123.

[220]. Inf., VIII, 124-6. Alla discesa di Cristo all'Inferno, conformemente al racconto dell'apocrifo Evangelo di Nicodemo, allude Dante in altri due luoghi (Inf., IV, 52-63; VII, 38-9). È noto che molti libri apocrifi ebbero nel medio evo autorità non minore dei libri canonici: l'Evangelo di Nicodemo fu uno dei più diffusi. Vedi Wuelcker, Das Evangelium Nicodemi in der abendländischen Literatur, Paderborn, 1872. Una versione italiana di esso, fatta nel Trecento, fu pubblicata da Cesare Guasti, Il Passio o Vangelo di Nicodemo, Bologna, 1862, Sc. di cur. lett., disp. 12.

[221]. Inf., III, 88-93; V, 16-20; VI, 22-4; VII, 1-6; VIII, 82 sgg.; IX, 52-4; XXXI, 12 sgg.

[222]. Caronte, Minosse, Plutone, altri demonii, si chetano alle parole di Virgilio e non fanno altro contrasto; ma a vincere la resistenza dei demonii che custodiscono la città di Dite, è necessario scenda un angelo apposta (Inf., IX, 76-103). Anche qui, come sempre, gli angeli sono i naturali avversarii dei diavoli. Nelle Visioni molto spesso gli angeli vengono in soccorso delle anime che compiono il periglioso viaggio.

[223]. Inf., XXI, 100-2.

[224]. Inf., XXIII, 139-41.

[225]. Inf., XXIII, 34-6.

[226]. Ap. Pertz, Mon. Germ., Script., t. V, p. 458. Un caso consimile si ha nella Visione del cavaliere Owen.

[227]. Historia ecclesiastica, l. V, c. 12.

[228]. Cap. 15.

[229]. Inf., XXII, 133-41. Una zuffa di diavoli si ha pure nella Visio Tnugdali, c. 3.

[230]. Inf., XII, 97-102.

[231]. Inf., XVII, 79 sgg.

[232]. Inf., XXXI, 130 sgg.

[233]. S'intende che opinioni più o meno disformi da queste non mancarono. Vedi S. Tommaso, Quaestiones disputatae de potentia Dei, quaest. XVI, art. 6, 7, 8; Summa theol., P. I, qu. LXXXVI, art. 4; S. Bonaventura, Sententiae, l. II, dist. VII, P. 2ª, art. I, qu. 3. Secondo Onorio Augustodunense i demonii conoscono le male cogitazioni degli uomini, non le buone (Scala coeli, c. 12): in molte storie d'indemoniati si legge che gli spiriti maligni rivelarono occultissimi pensamenti degli esorcisti, o di altre persone.

[234]. Conv., III, 13.

[235]. Inf., XXVII, 121-3. In un racconto di Cesario di Heisterbach il principe dei demonii dice ad un suo consigliere: Olivere, semper curialis fuisti (Dialogus miraculorum, ediz. cit., dist. V, c. 3: questo demonio curiale è ricordato anche nel c. 35 della stessa distinzione). Buon loico si mostra anche il demonio nel contrasto suo con la Vergine, narrato da Bonvesin da Riva. Se ignaro della buona filosofia, il demonio doveva essere edotto della sofistica, anzi maestro d'essa; ricordisi la storia di quello scolare di Parigi, che morto e andato a perdizione, apparve al maestro con una cappa tutta piena di sofismi indosso, storia narrata dal Passavanti, Specchio della vera penitenza, dist. III, c. 2. E non dimentichiamo che il demonio disputava assai acremente di teologia con Lutero.

[236]. Inf., III, 88-93, 127-9.

[237]. Inf., VIII, 18. In ben più grossi errori potevano cadere i demonii. Gregorio Magno racconta (Dialog., l. IV, c. 36) di certo uomo nobile, per nome Stefano, il quale, in Costantinopoli, subitamente infermò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, udì questo gridare: «Io ordinai di portar giù Stefano ferrajo e non costui». Ed ecco, tornato al mondo Stefano nobile, muore incontanente Stefano ferrajo. Notisi la presenza di quel giudice infernale, come in Dante.

[238]. De vulg. el., I, 2.

[239]. Veramente Dante sembra aver conceduto più scienza alle anime dannate che ai demonii. Esse hanno cognizione del futuro: Ciacco (Inf., V, 64-75), Farinata degli Uberti (X, 79-81), Reginaldo degli Scrovegni (o chi altri si sia, XVII, 67-9), Vanni Fucci (XXIV, 142-51), predicono varii casi al poeta. Dovrebbero, invece, secondo dice lo stesso Farinata (X, 108-4), ignorare le cose prossime o presenti; ma Ciacco sa la pena di altri dannati (VI, 85-7).

[240]. Purgat., V, 109-29. San Tommaso ammette che il diavolo possa, non naturali cursu, ma artificialiter, produrre pioggia e vento (Comment. in Job., c. 1 e altrove). I fenomeni atmosferici erano più particolarmente soggetti alla potestà del demonio: Tommaso Cantipratense attribuiva al demonio le illusioni della fata morgana (Op. cit., l. II, c. 57, n. 29).

[241]. Inf., XXIV, 112-4.

[242]. Inf., XXXIII, 124-32.

[243]. Inf., XXXIII, 134-57.

[244]. Commento, al c. cit., v. 130.

[245]. Op. cit., ed. cit., dist. XII, c. 4.

[246]. Op. cit., ed. cit., l. II, c. 57, num. 5.

[247]. Op. cit., ed. cit., c. CXVIII, p. 504.

[248]. Acta SS., Genn., t. II, p. 792.

[249]. Acta SS., Febbr., t. III, p. 132. La credenza durò a lungo anche dopo Dante: vedi, a questo proposito, una predica di Giovanni Geiler di Kaisersberg (1445-1510) sommariamente riferita da A. Stoeber, Zur Geschichte des Volksaberglaubens im Anfange des XVI Jahrhunderts, 2ª ediz., Basilea, 1875, p. 68. Nel secolo XVIII tale credenza non era ancora in tutto dileguata.

[250]. San Bonaventura, Sententiae, l. II, dist. V, art. II, qu. 1; Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. V, qu. 25, m. 3; S. Tommaso, Summa theol., P. I, qu. LXIV, art. 4. Anche a proposito di ciò si trova del resto qualche incertezza.

[251]. Purgat., VIII, 94-108.

[252]. Vedi Bautz, Das Fegfeuer, Magonza, 1883, p. 149.

[253]. Alcuni posero l'Inferno nell'aria, altri nella Valle di Giosafat, sotto i poli, agli antipodi, nel sole, in isole remote, nell'estremo Oriente, nei vulcani, fuori del mondo. Vedi Rusca, De inferno et statu daemonum ante mundi exitium, Milano, 1621, capp. 31-50.

[254]. Inf., VIII, 126.

[255]. Inf., V, 15.

[256]. Inf., VIII, 84-5.

[257]. Apocalyp., XX, 1-3.

[258]. Nella Visio Tnugdali, c. 14, Lucifero, rappresentato gigantesco, come nella Divina Commedia, e con mille braccia, è legato con catene sopra una graticola e arrostito in eterno. (Cfr. una immagine tolta da un manoscritto contenente poesie dell'anglosassone Caedmon nella citata opera del Wright, p. 55). Un Satana legato è pure nell'Evangelo apocrifo di San Giovanni secondo i Catari, e nella Pistis Sophia, apocrifo gnostico. Nella Visione di Alberico (c. 9) un vermis infinitae magnitudinis è legato con una catena dinanzi alla entrata dell'Inferno ed è forse reminiscenza di Cerbero. Di solito Lucifero si pone nel fondo dell'abisso (vedi la Visione di un monaco narrata da Beda, Hist, eccl., l. V, c. 14; la Visione del fanciullo Guillero, riferita da Vincenzo Bellovacense, Spec. hist., l. XXVIII, c. 84, ecc.). Circa l'opinione che Lucifero non possa uscir dall'Inferno, cfr. Bautz. Die Hölle, Magonza, 1882, p. 135.

[259]. Inf., XXXI, 85-90.

[260]. Inf., XXXI, 101.

[261]. Inf., XXIII, 55-7.

[262]. Summa theol., P. I, qu. CIX, art. I, II. Cfr. Alberto Magno, Summa theol., P. II, tratt. VI, qu. 26, m. 1. Una gerarchia diabolica si ha già nel Libro d'Enoch, anteriore al cristianesimo. Cfr. Bautz, Die Hölle, pp. 135-6. Beelzebub è detto principe dei demonii nell'Evangelo di Matteo, XII, 24; in quello di Luca, XI, 15.

[263]. Inf., XXXIV, 1, 28.

[264]. Inf., VII, 1.

[265]. Inf., XII, 64 sgg.

[266]. Inf., XXI, 76 sgg.

[267]. Inf., VIII, 13 sgg.

[268]. Inf., XXV, 16 sgg.

[269]. Inf., XXXIV, 55 sgg.

[270]. Inf., XXXIV, 28.

[271]. Inf., IX, 43-4. Meschine nel significato del fr. meschines, ancelle.

[272]. Luc., XI, 18; Giov., XII, 31.

[273]. Vedi, p. es., la Vita che di San Basilio, arcivescovo di Cesarea, scrisse Amfilochio, vescovo d'Iconio, in Roswey (e non Rosweyd, come si scrive comunemente) Vitae Patrum, Anversa, 1615, p. 156; Giacomo da Voragine, Legenda aurea, ed. cit., c. LXVIII, p. 310; Acta SS., Maggio, t. VI, p. 405; Guglielmo di Malmesbury, De gestis regum Anglorum, ap. Pertz, Mon. Germ., Script., t. X, pp. 471-2.

[274]. De Bab. civ. inf., ediz. cit., vv. 25, 65, 125.

[275]. Inf., XXVII, 112-20.

[276]. Purgat., V, 100-8.

[277]. Di questa specie di contrasti, pure molto importanti, non è cenno nel recente libro di L. Selbach, Das Streitgedicht in der altprovenzalischen Lyrik, und sein Verhältniss zu ähnlichen Dichtungen anderer Litteraturen, Marburgo, 1886, dove di molte altre specie si tocca. Vedi quanto di essa dicono lo Zarncke, Ueber das althochdeutsche Gedicht vom Muspilli, Ber. üb. d. Verhandl. d. k. sächs. Gesellsch. d. Wiss. Philol.-hist. Cl., t. XVIII, 1866, pp. 202-13, e il D'Ancona, Origini del teatro in Italia, Firenze, 1877, vol. II, pp. 29-36; 2ª ediz., Torino, 1891, pp. 552-60.

[278]. Vedi Giovanni Cassiano (m. poco dopo il 432), Collationes patrum, collat. VIII, c. 17.

[279]. Baluze, Capitularia, t. II, p. 104.

[280]. Epist. 10, in Jaffè, Monumenta Moguntina, Bibl. rer. germ., t. III, Berlino, 1866, p. 55. Il contrasto assume qui un carattere anche più largo. L'anonimo visionario si udì accusare dai proprii peccati, difendere dalle proprie virtù, fatti in certo modo persone: un uomo già da lui percosso e ferito, compare, tuttochè vivo ancora, ad accusarlo. Abbiamo già l'embrione di un regolare processo. Angeli e demonii formavano due eserciti, sempre in guerra tra loro. Una volta, nel deserto, l'abate Isidoro mostrò all'abate Mosè, dalla parte di Occidente l'esercito dei diavoli, dalla parte di Oriente l'esercito degli angeli, quello pronto ad assaltare i santi uomini, questo a difenderli: Rufino di Aquileja, De vitis patrum, l. II, c. 10.

[281]. Probabilmente era questa una tradizione rabbinica. I rabbini narrarono pure una specie di contrasto fra Sammaele, l'angelo della morte, e Mosè, che non vuol morire, e lo mette in fuga; poi fra l'anima di Mosè, la quale non vuole uscire del corpo, e Dio stesso, che è venuto per prenderla. Vedi Eisenmenger, Entdecktes Judenthum, Königsberg, 1711, vol. I, pp. 858-61.

[282]. Cfr. per la credenza, anche fuori del cristianesimo, Maury, Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge, Parigi, 1843, p. 81. Per la opinione, del resto non sostenibile, che le origini della credenza cristiana sieno da cercare nel paganesimo germanico, vedi Grimm, Op. cit., vol. I, pp. 349; II, 698-9.

[283]. Bouquet, Recueil des historiens des Gaules, t. II, p. 593.

[284]. Hist. eccl., l. V, c. 13. Sant'Agostino vide una volta il diavolo con un gran libro sopra le spalle, il libro dove notava per ordine tutti i peccati degli uomini. Aveva ad esser ben grande: di solito ciascun peccatore ha il suo libro particolare. L'idea di questo libro diabolico fu suggerita, probabilmente, per ragion di contrasto, dal libro della vita, di cui è più d'una volta menzione nelle Scritture.

[285]. Caratteristico a tale proposito è il racconto riferito da Leone Marsicano (m. 1115) nella Chronica Montis Casinensis, all'anno 1024. Un monaco, stando in orazione la notte, vede passare con grande ruina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano, e avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e gl'impone di venirne a lui al ritorno, a narrargli l'evento. Passati due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de' suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando di comune accordo fu risoluto di pesare con una bilancia le buone e le male azioni del morto, e decidere così a chi dovesse appartenerne l'anima. Dato mano all'esperimento, traboccava la bilancia in favor dei demonii quand'ecco accorrere anelante San Lorenzo (semiarsus ille Laurentius) e gettar con grand'impeto nel piatto contrario un calice d'oro che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli debbono, confusi e scornati, abbandonare la preda. L. II, c. 47, ap. Pertz, Mon. Germ., Scrip., t. VII, pp. 658-9. Una storia consimile si narra dell'anima di Carlo Magno dallo Pseudo Turpino, c. 32. Queste son due delle parecchie Visioni che dovrebbero essere registrate e non sono nell'opuscolo, per più rispetti manchevole, di C. Fritsche, Die lateinischen Visionen des Mittelalters bis zur Mitte des 12. Jahrhunderts, Halle, 1885. La ponderazione delle anime, o delle azioni, fu spesso figurata dall'arte cristiana in dipinti, in bassirilievi, nelle chiese, sopra tombe, ecc., ecc. Com'è noto, la immaginazione antichissima occorre in Egitto, in India, in Persia, in Grecia, fra' maomettani, fra' Mandaiti, ecc., ecc. Cf. Maury, Recherches sur l'origine des représentations figurées de la psychostasie, ou pèsement des âmes et sur les croyances qui s'y rattachent, Revue archéologique, anno 1844, pte 1ª, pp. 235-49, 291-307; Remarques sur la psychostasie, etc., Rev. arch., anno 1845, pte 2ª, pp. 707-17; De Witte, Scènes de la psychostasie homérique, Rev. arch., anno 1844, pte 2ª, pp. 647-56.

[286]. Acta SS., Genn., t. II, p. 37.

[287]. Acta SS., Marzo, t. III, pp. 570-1. Già Gregorio Magno, Dial., IV, 36, narra di un'anima contrastata, che i diavoli tirano per le gambe, gli angeli per le braccia, quelli verso l'Inferno, verso il cielo questi.

[288]. Vedi per le origini Roskoff, Op. cit., vol. I, p. 230.

[289]. Frutti della lingua, cap. 37.

[290]. Purgat., V, 109-29.

[291]. Inf., XXVII, 121-7.

[292]. Inf., III, 121-6.

[293]. Inf., XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende in cui si narra di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i corpi, sono portati via a furia dai diavoli. Vedi Cesario di Heisterbach, Dial. Mirac., dist. XII, cc. 7, 8, 9, 13; Passavanti, Sp. d. vera penit., dist. II, c. 6; Giacomo da Voragine, Leg. aurea, ed. cit., c. CXIX, p. 516; Pietro il Venerabile, De miraculis, l. I, c. 14; Fra Filippo da Siena, Op. cit., passim. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che le riuscì per altro favorevole (Acta SS., Giugno, t. II, p. 1003).

[294]. Inf., III, 111.

[295]. Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle vespe, che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che potrebbero essere diavoli trasformati.

[296]. Inf., VI, 18.

[297]. Inf., VII, 25-30.

[298]. Inf., VIII, 58-60.

[299]. Inf., XXXII, 130-2; XXXIII, 76-8.

[300]. L'anima è già in preda a tutti i tormenti dell'arsura e del gelo che si avvicendano:

Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,

Ço è Baçabù, de li peçor del logo,

Ke lo meto a rostir, com'un bel porco, al fogo,

En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro.

E po prendo aqua e sal e caluçen e vin

E fel e fort aseo, tosego e venin,

E si ne faso un solso ke tant è bon e fin,

Ca ognunca Cristian sì guarda el Re divin.

De Bab. civ. inf., ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene descritte nella Visione di Tundalo, le più spaventose forse e le più strane che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se è vero ciò che San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti dei dannati gradito spettacolo agli eletti, Dante mostrò di avere del gusto dei santi miglior concetto che non i contemporanei suoi.

[301]. Inf., XII, 73-5.

[302]. Inf., XI, 76-90.

[303]. Inf., XIII, 124-9.

[304]. Inf., XXIV, 82 sgg.; XXV, 1 sgg.

[305]. Inf., XIII, 101-2.

[306]. Inf., XVIII, 35-6.

[307]. Inf., XXI, 52-7; XXII, 34-6.

[308]. Inf., XXVIII, 37-8.

[309]. Inf., XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormentatori dei dannati, dice S. Tommaso, Suppl. qu. LXXXIX, art. 4. L'idea di porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o più prossimi a lui i peccatori massimi, era una idea ragionevole e ovvia. Già un monaco, di cui Beda narra la Visione (Hist. eccl., l. V, c. 14), vide Satana immerso nel più profondo dell'Inferno, e vicino a lui Caifa e gli altri che uccisero Cristo.

[310]. Inf., XXXIV, 53-4.

[311]. Parad., XXVII, 22-7.

[312]. Inf., XXI, 137-9.

[313]. Inf., XXII, 97-123.

[314]. Inf., XXII, 133-51.

[315]. Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi e capriole da saltimbanco e da buffone (Acta SS., Apr., t. II, p. 151). San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una volta un diavolo ridere sgangheratamente. Chiestagli il santo la cagion del suo riso, quegli rispose che un suo compagno diavolo stava seduto sullo strascico di una donna, e ch'egli lo vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo passare un luogo fangoso, alzò la veste. Una volta il diavolo tenta con una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa recare un vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, sperando di poter così entrare in corpo al buon servo di Dio; ma il buon servo di Dio, che ha conosciuto l'inganno, pone sul vaso il guanciale del letto, e tiene prigioniero il diavolo sino alla mattina, lasciandolo strillare a sua posta (Giacomo da Voragine, Legenda aurea, ediz. cit., c. CXXVIII, p. 580). Esempii sì fatti si potrebbero moltiplicare all'infinito. Il diavolo appar ridicolo anche in alcuni fableaux e contes dévots, e ridicolissimo spesso lo rappresentano le arti.

[316]. Vedi Collier, The history of english dramatic poetry, Londra, 1831, vol. II, p. 262; Roskoff, Op. cit., vol. I, pp. 359 sgg.

[317]. Adam, drame anglo-normand du XIIe siècle, pubblicato la prima volta da V. Luzarche, Tours, 1854, pp. 16, 18, 43. Una nuova edizione, critica, pubblicò L. Palustre, Parigi, 1877. Cfr. Petit de Julleville, Les Mystères, Parigi, 1880, vol. I, p. 83. Una delle didascalie del dramma (ediz., Luzarche, p. 43) dice così: Tunc veniet diabolus, et tres vel quatuor diaboli cum eo, deferentes in manibus chatenas et vinctos ferreos, quos ponent in collo Ade ed Eve. Et quidam eos impellunt, alii eos trahunt ad infernum. Alii vero diaboli erunt juxta infernum obviam venientibus, et magnum tripudium inter se faciunt de eorum perdicione; et singuli alii diaboli illos venientes monstrabunt, et eos suscipient et in infernum mittent, et in eo facient fumum magnum exurgere, et vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collident caldaria et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula mora, exibunt diaboli discurientes per plateas; quidam vero remanebunt in infernum. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e a quali scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza, tra il popolo, possiamo immaginare facilmente.

[318]. Origini del teatro in Italia, vol. II, p. 13; 2ª ediz., vol. I, p. 534.

[319]. Cronica, l. VIII, c. 70.

[320]. Questi nomi sono: Malebranche, nome collettivo, Malacoda, Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. Parecchi di essi diedero da arzigogolare ai commentatori; e su che cosa non arzigogolarono i commentatori? Io non imiterò il loro esempio; noterò solo che Alichino, anzichè derivare dal chinar le ali, come piacque ad alcuno, potrebbe essere l'Hellequin dei Francesi, che già si trova ricordato da Elinando e da Vincenzo Bellovacense.